Archivio di May 2004

Who cares?

Sunday 30 May 2004

Ho letto con interesse un’intervista rilasciata da Paolo Sorrentino in occasione della proiezione del suo film Conseguenze dell’amore, unica opera italiana in concorso a Cannes per la Palma d’oro, (che poi non ha vinto). Il regista, tra le altre cose, afferma di sentirsi estraneo alla sua generazione, e specialmente al percorso di registi come Mario Martone, è suo L’odore del sangue, troppo legati all’autobiografismo: – Rifiuto il pensare piccolo di certo cinema italiano, perché si può essere realistici senza rinunciare a mirare in altro con storie e personaggi forti. – E’ un discorso assolutamente condivisibile che peraltro si presta ad essere adottato anche nei riguardi della letteratura italiana degli ultimi vent’anni, sempre più ripiegata verso l’intimismo e l’autoreferenzialità. E mentre coltivano ossessivamente il proprio orticello si indignano perché si vedono surclassati nelle vendite dagli scrittori di “genere” a cui ammiccano altezzosi, come se avesse un senso insistere sulla dicotomia reazionaria tra letteratura “alta” e “bassa”. Il fatto è che i romanzi dei vari Massimo Carlotto, Pino Cacucci, Carlo Lucarelli, Wu Ming, si vendono perché raccontano delle storie, vivono di trame interessanti e coinvolgenti, offrono dei personaggi fatti di sangue e sudore: e non pallidi fantasmi che esistono unicamente in virtù delle seghe mentali che si fanno.

Un discorso a parte merita Paolo Nori: l’eccezione che conferma la regola. Lui parla di sé, ma lo fa attraverso un alter ego che esiste ed è vivo: Learco Ferrari. Un personaggio che scrive romanzi, mangia, si arrabbia, si accoppia (poco), e se per colmo di ventura alcune delle cose che gli capitano attingono all’esperienza del suo inventore, who cares?

Inoltre per parlare legittimamente dei fatti propri con la presunzione che al lettore gliene importi qualcosa, delle due l’una: o hai vissuto una vita interessante e densa di accadimenti (è il caso di Erri De Luca e Massimo Carlotto): oppure hai il talento di Nori per la decostruzione delle forme narrative, la sua invenzione linguistica e una forte spinta dissacratoria e autoironica. Il lettore va rispettato, non può essere vittima degli sfoghi solipsistici di gente frustrata (questo post, in effetti, avrei potuto intitolarlo anche Respect!).*Sulla questione si sono espressi anche: marsilio black: La letteratura di genere nel complesso ha conservato la capacità, di cui parla Taibo, di incontrare il lettore, di sorprenderlo ed emozionarlo.

Massimo Carlotto: Il problema dell’Italia è quello di coltivare un tipo di letteratura considerata colta, alta, che in realtà è una letteratura morta o quantomeno asfittica, estremamente autoreferenziale, che vede una schiera di autori impegnati a raccontarci se stessi, se stanno bene, male, quanto sono sfigati quanto sono felici… ma alla gente interessa davvero questo? E allora come spiegare l’ampio successo di un genere come il Noir mediterraneo? Wu ming: La letteratura “di genere”, o che utilizza i generi, non si preoccupa della “bella pagina” (tara delle italiche lettere) e privilegia il narrare, le storie, quindi può volgere lo sguardo sul sociale più di quanto faccia una letteratura “alta” (“letteraria”, “artistica”, “d’autore”). La “letteratura di genere” non può accontentarsi dell’intimismo, deve per forza interessarsi della collettività

Prefazioni

Thursday 6 May 2004

PREFAZIONI

La prefazione di un libro e’ quella cosa che gli autori scrivono dopo, gli editori stampano prima ed i lettori non leggono ne’ prima ne’ dopo.

Nel 1998 la Edimar stampa l’edizione italiana del secondo romanzo di Chuck Palahniuk*: Fight Club, con la prefazione di Fernanda Pivano. Nel 2003 la Mondadori ne acquista i diritti e lo ripubblica nella collana Strade blu. Sfogliando le pagine del romanzo pero’, non troverete il breve saggio della Pivano all’inizio bensi’ alla fine, riciclato in una postfazione. La Pivano infatti – forse per eccesso di entusiasmo – svelava nella sua prefazione dettagli e retroscena del romanzo di Palahniuk, come se il prefatore di un giallo svelasse al’inizio del libro chi è l’assassino, tanto per dirne una.
Solitamente io tralascio le prefazioni fino al termine della lettura del libro per conservare lo stupore e non farmene influenzare, ma ammetto che a volte non le leggo nemmeno alla fine non fidandomi molto del buon senso degli altri. Tuttavia ci sono prefazioni che da sole valgono il prezzo del libro perche’ hanno un valore letterario intrinseco ed indipendente dal libro che introducono. Penso alla prefaazione di
Alessandro Baricco per la nuova edizione Einaudi di Chiedi alla polvere di Jhon Fante, o al suo saggio su Cuore di Tenebra di Joseph Conrad edito dalla Feltrinelli. E penso anche alla prefazione di Sandro Veronesi al romanzo Un anno terribile (ancora) di Fante pubblicato da Fazi editore. Sono degli autentici pezzi letterari, brevi racconti sulla letteratura, sugli scrittori, sulla narrazione.
Baricco e’ bravo. Molto. Ogni volta che parla di letteratura e sulla letteratura. E’ un fine affabulatore, un divulgatore, ha la profonda sapienza di un amante esperto che descrive la sua amata: ne parla e te la fa vedere, te la fa sentire, te la fa amare a tua volta. Ti presenta la storia da un punto di vista singolare. Come un abile fotografo che riesce a cogliere immagini di cui nessuno si accorge, crea a sua volta parlando di un libro già scritto. A proposito se vi capita leggete il suo saggio sul Dracula di Bram Stocker**, vi sembrera’ di non averlo mai letto prima.
Veronesi invece dalle pagine precedenti Un anno terribile ci parla del suo Jhon Fante. La sua e’ una dichiarazione d’amore allo scrittore italoamericano. Ma non solo. E’ anche un’acuta ed appassionata critica letteraria sulla poetica fantiana della quale individua l’elemento fondante: gli ormoni. , e’ un continuo fluire di ormoni la sostanza che
. Veronesi cosi’ non ci racconta la storia del libro ma ci dice che sara’ una storia ”fisica”, che dento ci troveremo il sangue, le lacrime, il sudore e quindi il sesso, la gioia, il dolore, l’amore; ci dice che questa storia continuera’ a girare nella nostra mente anche dopo aver riposto il libro, perche’ e’ fatta di ormoni, di materia organica. E’ viva appunto.
Potete leggerle prima, queste prefazioni, potete leggerle dopo, magari anche durante, ma leggetele: sono una storia nella storia.

* Il suo primo romanzo e’ Invisble monsters, ma le case editrici lo respinsero per il suo contenuto troppo forte e d’impatto.
** Il saggio sara’ inserito in un’opera Einaudi sul “romanzo”. Potete leggerlo sul numero 5 della rivista Origine, o scaricarlo da qui.

Riflettere prima di parlare

Wednesday 5 May 2004

“Private opinion creates public opinion.”
That is why private opinion, and private behaviour, and private conversation are so terrifyingly important.” Jan Struther

Il primo libro non si scorda mai

Saturday 1 May 2004

Non amo molto la letteratura russa del XIX secolo, da Gogol a Dostoevskij, mentre adoro gli autori del novecento: Nabokov, che ha scritto molto in inglese e francese, Bulgakov o Majakovskij. Eppure sono stata iniziata alla lettura, e poi alla letteratura, proprio da due (grandi) scrittori del realismo russo ottocentesco: Lev Tolstoj e Aleksander Puskin.
Poco prima di compiere 5 anni ho ricevuto in regalo quasi contemporaneamente le Fiabe e leggende di Aleksander Puskin nell’edizione del Gruppo Fabbri, e I quattro libri di lettura di Lev Tolstoj, in edizione Fabbri anch’essi.
E’ stata una sorpresa ricordarlo,
anche perche’ ho amato moltissimo quei libri e, dopo averli riletti con la consapevolezza di oggi, sebbene inevitabilmente abbiano perso la magia di cui li rivestiva l’infanzia, vi ho ritrovato intatte le qualita’ narrative che avevo apprezzato da bambina senza coglierle razionalmente.
Sono fiabe di squisita bellezza che, pur disegnando mondi lontani o fantastici, forniscono una visione profonda della natura umana, e sebbene diano, come e’ giusto che sia per i bimbi, un’interpretazione serena e costruttiva della vita, non rifuggono da una rappresentazione realistica e antiretorica dei sentimenti che animano gli uomini, mostrandone invece meschinità e debolezze.
”Fiabe e leggende” di Aleksander Puskin e’ una mirabile trasposizione italiana della raccolta di shazki, (i racconti fiabeschi della vecchia nutrice Arina) che lo scrittore tradusse in versi poco prima di morire per le ferite riportate in un duello con un ufficiale della guardia imperiale, e in cui ha racchiuso tutto il profumo e l’essenza dell’anima popolare russa. Peraltro molte favole hanno il sapore di storie note con nomi ed ambientazioni naturalmente diversi, così per esempio La principessa e i sette cavalieri non è altro che la versione russa di Biancaneve e i Sette Nani.
I quattro libri di lettura nascono invece nel 1874 dall’esperienza di Lev Tolstoij presso la scuola Jasnaja Poljana (dal 1859 al 1873), che con le sue tecniche pedagogiche progressiste ha convinto l’autore della rilevanza della lettura come strumento necessario ai bambini fin dalla prima infanzia per vivere e maturare. Si tratta di una raccolta organica di favole, racconti inventati o colti dai discorsi della gente, e pieni anche di descrizioni di fenomeni scientifici, costantemente tesi alla più stretta adesione del testo alle capacità e necessità psicologiche dei piccoli lettori, tanto che per ottenere un linguaggio il più possibile conciso, semplice e soprattutto chiaro, lo scrittore si faceva ripetere il racconto da un ragazzo, per poterne carpire le locuzioni più immediate e adatte.
Mi da una strana sensazione pensare che proprio due autori che non amo particolarmente mi abbiano insegnato a leggere il mondo e a percepirlo attraverso il loro racconto per poi poterne elaborare una mia personale concezione. Ma forse anche questo indica che i grandi scrittori sono grandi a prescindere dai gusti di ognuno di noi.