Archivio di July 2004

Una questione di forma

Thursday 29 July 2004

Acquisto la metà dei miei libri sulle bancarelle dell’usato perché sono dell’idea che a volte sia preferibile la quantità alla qualità, e con qualità intendo quella delle edizioni. Di solito quindi non bado allo stato del libro, basta che sia leggibile, né alla casa editrice, soprattutto perché parte dei volumi in vendita nell’usato appartengono a quelli abbinati ai quotidiani, i quali non sempre brillano per l’accuratezza e l’attenzione alla confezione. Ma Who cares?

Questo discorso non è valido naturalmente per le traduzioni, perché se ad un prezzo inferiore del libro corrisponde una scadente traduzione del testo, rinuncio all’affare.* Quando acquisto un libro se nuovo mi aspetto però che l’edizione sia curata, e che la confezione ne riveli almeno in parte il contenuto o al contrario che sia così anonima e neutrale da non poter ingannare in alcun senso il lettore: eccellente in questo senso è la copertina de Il giovane Holden di Jerome D. Salinger dell’Einaudi, che per inciso considero la più bella copertina mai pubblicata, con quel riquadro nero su sfondo bianco, quasi metafisico. De gustibus….. 

E’ una questione di rispetto verso il lettore curare ogni aspetto dei volumi pubblicati (sulla questione vi rimando qui e qui), anche perché sempre più spesso le quarte non dicono davvero nulla di interessante sul libro che introducono. In proposito se ci fosse un premio per la copertina più sbagliata, lo vincerebbe sicuramente quella della prima edizione italiana del romanzo d’esordio di Donna Tartt, Dio di illusioni, pubblicato nella collana economica Superbur. Il geniale curatore editoriale del romanzo ha utilizzato una foto da libro Harmony per un romanzo che racconta una storia gotica ed oscura. Mi sono rifiutata per mesi di leggerlo per colpa di quella copertina che mi richiamava alla mente i romanzi di Maria Venturi o Sveva Casati Modigliani, e avrei commesso un grosso errore perché “Dio di illusioni” è un ottimo libro con una trama avvincente e ben gestita che trasforma quello che all’inizio sembra un romanzo di formazione in un thriller da mozzare il fiato.

A volte l’abito rischia di fare il monaco.

* Il problema delle traduzioni non riguarda comunque solo le edizioni poco curate, un caso emblematico è la traduzione de “Il lungo addio” di Raymond Chandler. L’ho letto la prima volta in un’edizione degli anni ’50 con la splendida traduzione di Attilio Veraldi e l’ho poi comprato per averne una mia copia nell’edizione Feltrinelli tradotta da Bruno Oddera: con la seconda edizione ho avuto spesso la sensazione di leggere due romanzi diversi, come se Marlowe avesse un gemello più tenero, delicato e quindi meno forte dal punto narrativo rispetto a quello di Veraldi. Così adesso ogni volta che mi va di rileggere Il lungo addio devo chiedere in prestito al mio bibliofilo di fiducia la sua copia, peraltro molto malandata.

Delitto senza castigo

Tuesday 27 July 2004

“Era un’idea così perfetta, così sublime, così incredibile e così eccitante per un delitto che quasi mi pareva di impazzire.”
 
Così inizia “Delitto senza castigo” un racconto di Ray Bradbury, contenuto nella bellissima raccolta Long After Midnight del 1976, reperibile oggi in edizione italiana solo su qualche (benedetta) bancarella dell’usato.
Ho ripensato a questo racconto leggendo Il talento di Mr Ripley di Patricia HighSmith. Nel romanzo infatti, Tom Ripley commette il delitto perfetto, anzi i delitti perfetti e il lettore non può fare a meno di parteggiare per lui. Accompagnato dalla scrittrice nella sua indagine dentro il mondo claustrofobico e irrazionale del suo personaggio, al lettore non interessa scoprire il colpevole (palese dall’inizio), né trepida perché i buoni giungano alla risoluzione del mistero: quello che lo tiene in  tensione è l’attesa di scoprire se e come l’assassino riuscirà a farla franca, in che modo si salverà dall’intrico di inganni, bugie e crimini dietro cui si è trincerato.
 
Mentre segue lo svolgimento della trama e assiste alla ricomposizione di un puzzle che aveva già visto scomporre, guarda ammirato Ripley prepararsi al delitto, la sua lucida follia, l’incapacità di adeguarsi alla realtà per poi agire nel profondo per modificarla, ad ogni costo. Con una prosa elegante ed affilata come una lama di coltello e con la lucida introspezione del protagonista che, nonostante la rapida successione degli eventi, emerge prepotente fino a mostrarcelo in tutto il suo spessore, la Highsmith crea un mondo narrativo in cui l’eroe è il cattivo e la risoluzione della storia pretende che il colpevole sfugga la condanna.
 
Ripley è un personaggio scomodo, sgradevole, uno di quelli che ognuno di noi si augurerebbe di non dover mai incontrare, eppure la Highsmith l’ha dotato di una tale forza narrativa da farlo diventare una delle migliori rappresentazioni dell’ambiguità della natura umana. La sua figura ha un che di catartico: affronta le paure, sfida la realtà, cede al suo istinto di conservazione fino all’estremo mors tua vita mea, uccide per evitarsi dei fastidi, per migliorare la sua posizione sociale, per avere quello che vuole o solo perché è la cosa più semplice da fare. Il suo fastidio verso gli altri, la sensazione di essere vittima di un sistema ingiusto che premia col benessere chi lo merita meno di lui, l’insofferenza verso la stupidità, sono sentimenti che tutti più o meno conosciamo, a meno di essere davvero stupidi (condizione molto diffusa peraltro), e così Tom ci rende giustizia, mostrandoci il nostro lato oscuro, quello che prende il sopravvento in quella frazione di secondo in cui vorremmo uccidere il prossimo che ci ostacola o ci rende la vita impossibile. O anche solo un po’ difficile.

By way of digression

Monday 26 July 2004

 

 

 

 

 

 

 

The perfectionist, Jack Vettriano.

Un maestro nel mettere in risalto la bellezza femminile senza alcun compiacimento maschilista. “E’ un mondo perfetto, in cui avrei voluto vivere ma non mi è capitato. È un viaggio indietro a un tempo in cui c’era una distinzione netta tra uomini e donne – oggi mi sembra tutto troppo androgino.”

L’arte del prefare

Tuesday 20 July 2004

Mi è capitato tra le mani un voluminoso tomo dalla copertina cartonata rigida e grigia intitolato “I terrori che preferisco” – sottotitolo: “20 racconti e 2 romanzi del brivido” – editi dalla Feltrinelli nel 1960. Leggo con più attenzione e apprendo che l’antologia è stata curata da Alfred Hitchcock, per cui i terrori del titolo sono i preferiti dal regista di capolavori del brivido: una garanzia.

Sfogliando l’indice mi rendo conto di conoscere una buona metà dei testi inseriti: tra cui “Gli uccelli” di Daphne du Maurier – che ha ispirato la sceneggiatura dell’omonimo film del regista scritta da Evan Hunter, alias Ed Mcbain – e “Il fantasma inesperto” di H. G. Walsh. La cosa non ha molta importanza perché quello che mi spinge a continuare la lettura è la prefazione al libro – sarà una mia fissazione – scritta proprio da Hitchcock.

Nelle due pagine che introducono la raccolta, c’è tutta l’ironia sorniona e crudele del pacioso regista. Infatti prima minimizza sardonico la funzione delle prefazione stessa – una prolissa spiegazione del perché e per come è stata fatta una scelta – citando addirittura Henry James*, e poi confessa che l’unico criterio di selezione per i testi presentati è il suo gusto: mi piacciono e spero che piacciono anche a voi. Onesto.

Passa poi a parlare dei crimini che si consumeranno nelle pagine seguenti: una o due coltellate, asfissie, cremazioni, randellate e pistolettate varie, e li elenca beffardo e pacifico come se si trattasse della lista della spesa. Geniale. Conclude infine, con un suggerimento: “cominciate a leggere quando vi trovate soli in casa, se c’è qualcuno sbarazzatevene, il libro è pieno di indicazioni su come farlo.”
E’ un buon consiglio.
Quando un’opera di immaginazione viene presentata al lettore con un lungo discorso e la finzione è interpretata, spiegata e commentata con troppa pignoleria, è come avere a cena un invitato portatoci in casa da un poliziotto.!

La filosofia delle bionde

Friday 16 July 2004

LA FILOSOFIA DELLE BIONDE

Stando ad un’affermazione di George Santayana, sembra che io abbia appena letto <il miglior libro di filosofia scritto da un americano>: I signori preferiscono le bionde di Anita Loos. Ora, chi sono io per contraddire uno tra maggiori filosofi del Novecento, esponente del nuovo realismo americano? Ed infatti mi guardo bene dal farlo, perché il romanzo della Loos – poco più di intramuscolo letterario con le sue 120 pagine – è un piccolo capolavoro di sottigliezza narrativa e maestria stilistica. La stroria raccontata in forma diaristica dall’ineffabile protagonista, è una satira graffiante e politicamente scorretta di un certo tipo umano: la bionda svampita e curvilinea, sensibile al fruscio della carta moneta e allo sfavillio dei diamanti che gestisce la sua vita e il suo corpo come la più scafata delle manager: offre la sua merce (un bene inconsumabile, per restare nella metafora) al miglior offerente per poi ritirarla dal mercato al culmine della domanda aumentandone il valore. Mentre ironizza su queste signorine che gremiscono la Hollywood dei ruggenti anni venti, come i colombi a piazza San Marco, (e ancora oggi non mancano, sia le une che gli altri), la Loos crea, in realtà, una maschera nuova e ne diffonde i costumi tanto da non poter più distinguere l’uovo dalla gallina: ovvero, le Lorelei Lee del mondo erano davvero così anche prima de I signori preferiscono le bionde o lo sono diventate dopo, uniformandosi ad un modello di successo? Non lo so e non è importante: ciò che conta è che un piccolo libro su una prostituta (cosa è la nostra se non questo?) tantofintamentemoralistaquantofintamentebionda, ci dice del mondo più di centinaia di pagine di dissertazione sui fondamenti di etica ed estetica del ‘900. Sarà per questo che il finale scelto dalla Loos per il diario di Lorelei, che scandisce la narrazione, richiama alla mente un altra meraviglia filosofico-letteraria: “E’ così penso davvero che posso dire addio al mio Diario perché sento che, dopo tutto, tutto va sempre per il meglio.” (Capito il riferimento?)

Nel libro è irresistibile il contrasto tra il perbenismo che sottende ad ogni considerazione della nostra Lorelei, tesa costantemente ad affermare la sua rispettabilità, nel trionfo dell’eufemismo, e la consapevolezza che il lettore ha della spregiudicatezza della sua condotta morale. Personalmente ho trovato geniale la parte in cui nella sua prosa a dir poco naif, la Loos fa indignare la sua eroina contro quei signori, cui una povera ragazza indifesa e fiduciosa si rivolge per avere protezione, che meschini la ingannano regalandole della volgare bigiotteria al posto di veri diamanti. Non è una bella cosa in effetti.

I signori preferiscono le bionde, nato per gioco durante il viaggio di ritorno da New york a Los Angeles con la sua troupe cinematografica, come racconta la stessa autrice nella prefazione ad alcune edizioni del romanzo, è apparso la prima volta a puntate sull’Harper Bazaar è diventato poi un best-seller tradotto in 13 lingue, compreso russo e cinese.
Proprio da questo libro è stato tratto il soggetto (della stessa Loos) per il film prodotto dalla dalla Twentieth Century-Fox Technicolor: Gli uomini preferiscono le bionde di Howard Hawks, con Jane Russell (Dorothy Shaw), Charles Coburn (Sir Francis Beekman), Elliott Reid (Ernie Malone), Tommy Noonan (Gus Esmond) e Marilyn Monroe perfetta nella parte di Lorelei Lee.

La filosofia del libro, del film e di una certa parte di questo nostro mondo, può essere riassunta da un commento al film del regista in un’intervista per la rivista “Chaiers du Cinema” nel febbraio del 1956:

“In altri film ci sono due uomini che escono e cercano di trovare qualche bella ragazza per divertirsi. Noi abbiamo immaginato il contrario e preso due ragazze che escono e si trovano qualche uomo per divertirsi. Una storia perfettamente moderna. M’è piaciuta, era stimolante. Le ragazze Jane Russell e Marilyn Monroe stavano talmente bene insieme che, ogni volta che non sapevo quale scena inventare, le facevo camminare avanti e indietro, cosa che il pubblico adora: non si stanca mai di veder passeggiare queste due ragazze. Avevo fatto costruire una scala dalla quale potessero scendere e salire visto che sono così ben fatte.”


Lo scrittore naturale

Thursday 15 July 2004

Qualche giorno fa sul blog di Marsilio black, in risposta ad un post di Kimota, si parlava dei meccanismi e degli elementi che influenzano la scelta dei libri da leggere. Sembra che ad incidere siano in larga parte le quarte e i risvolti di copertina, e anche io non sfuggo a questa tendenza, ma fortunatamente c’è sempre l’istinto a guidarmi e così evito spesso le cantonate, visto che non sono per nulla convinta che proprio ogni libro vada letto. Penso per esempio al risvolto di un volume edito dalla Minimum Fax, la raccolta di racconti Sonny Liston era mio amico di Thom Jones, che recita testualmente: “il suo esordio viene salutato come la scoperta del nuovo Raymond Carver“. Ora, io non amo Raymond Carver, anzi diciamo che proprio non mi piace il mondo che racconta e il modo in cui lo racconta, mentre lo leggo ho la sensazione continua e sgradevole di osservare la vita in un palla di vetro, di quelle che se le capovolgi cade la neve, e poi il fatto che nelle sue pagine non succeda nulla, mi uccide. D’altronde Fitzgerald diceva; “la storia è dove c’è l’azione”, e io non posso che sottoscrivere. Dopo questo paragone (a dir poco azzardato), se Jones non mi fosse stato consigliato dal mio “bibliofilo” di fiducia, non avrei mai letto Sonny Liston era mio amico e mi sarei persa un gran libro. I due autori non hanno nulla in comune, ad eccezione forse delle situazioni poco dinamiche: i personaggi di Jones non vivono contemplandosi l’ombelico come fanno quelli di Carver, non abitano in un limbo dai rumori soffocati e le immagini sfocate, vivono, soffrono, odiano, sperano e si distruggono. I colori sono vividi, le immagini evocative, i dialoghi fulminanti, le pagine piene di sudore, sangue, odori. A queste cose chi cura l’edizione di un libro dovrebbe essere attento. (C’è da dire che l’equivoco ha avuto origine in America, fin dalla prima pubblicazione della raccolta, nel 1998).
Thom Jones è uno scrittore naturale: un giorno a 46 anni, ex pugile, ex marine in Vietnam, ex bidello, si chiude in casa e in tredici ore scrive il suo primo racconto, quello che da il nome alla (prima) raccolta; una delizia che ha folgorato i lettori americani e la critica che l’hanno inserito per cinque anni consecutivi nelle raccolte delle “Best American Short Stories” e nel 1995 lo includono nell’antologia dei migliori racconti americani del secolo.