Archivio di August 2004

Coscienza di sè

Tuesday 31 August 2004

“L’affanculaggio è venuto dopo la laurea; l’affanculaggio coincide con la maturità intellettuale dell’individuo; l’affanculaggio è un momento bruttissimo. Prima sopporti tutto, non sai com’è, ti vai a ficcare nei posti più strani, lavori per sedici ore al giorno e pensi: il culo ti devi fare, ragazzo. Poi di colpo, non sai com’è, cominci a mandare affanculo a destra e sinistra.”

(Le cose non sono le cose, Paolo Nori, Fernandel, 1999)

Again

Friday 27 August 2004

Questo post di Davide L. Malesi mi ha fatto venire in mente questo articolo di Alessandro Baricco. Buona lettura.

Di palo in frasca

Friday 27 August 2004

Càpito su questo blog e apprendo che al suo gestore non è piaciuto Il giovane Holden. Sacrosanto: ognuno ha il diritto di leggere i libri che vuole e di apprezzarli o meno; quindi il fatto che a qualcuno non garbi il romanzo di Salinger è lecito e ammissibile: o meglio, lo sarebbe per me se il romanzo in questione non fosse il mio preferito, in assoluto. Ma poiché invece Il giovane Holden è effettivamente il mio romanzo preferito, leggendo il post in questione mi stizzisco: e concludo che l’autore del post (non me ne voglia) non ha ben capito quello che ha letto, altrimenti non si vede come abbia potuto non apprezzarlo. Atteggiamento poco razionale ed obiettivo lo ammetto, ma tant’è…
 

Ad ogni modo questo mi spinge a riprendere in mano la mia edizione del romanzo e a rileggerlo per l’ennesima volta; e leggendo comincio a pensare al modo in cui ho scoperto Holden, e quindi Salinger: per mezzo di Alessandro Baricco. Seguendo ancora il corso dei miei pensieri decido che quest’uomo si è meritato un posto in paradiso (per chi ci crede e anche per gli atei o gli agnositici, visto che magari conviene seguire le teorie di Blaise Pascal in tali questioni). Infatti uno dei modi per guadagnarsi i pascoli del cielo (a proposito: c’è un meraviglioso libro di Steinbeck con questo titolo), secondo me è proprio invogliare qualcuno a leggere un libro, e magari ad amarlo: Baricco l’ha fatto e (credo) non solo con me. Poi, su Baricco ovviamente si piò dire tutto il male che si vuole (come su chiunque altro), ed io di Baricco ho sentito spesso parlar male: anche perché uno scrittore che vende milioni di copie dei suoi romanzi suscita facilmente sdegno o, peggio, denigrazione più o meno sagace e motivata (si veda per esempio l’atteggiamento di alcuni, e anche d’altri, nei confronti di Margaret Mazzantini, scrittrice che non suscita in me speciali coinvolgimenti, tutt’altro, ma dal cui successo non sono per nulla infastidita.) Ma, tornando a Baricco: c’è poi che i costi della scuola Holden frustrano il popolo di quegli aspiranti scrittori che pensano che chiedere cifre così alte per “insegnare a scrivere” sia delittuoso; poi mi vengono in mente coloro che detestano Baricco perché – visto che lui ha guadagnato molti soldi, con la letteratura – hanno sentenziato che trattasi di un mercenario e non di uno scrittore (il quale, per non si sa quale tradizione, deve morire di fame e nutrirsi soltanto della sua passione, ma il discorso ci porterebbe lontano); infine (e questa è l’ultima cattiveria sul conto di Baricco che riferisco, giuro) dicono pure che per soprammercato non sia nemmeno tanto simpatico. Va da sé che queste categorie sono trasversali: si può appartenere ad una di esse, a più d’una, o a tutte insieme. Viviamo in un Paese, più o meno, libero.
Tuttavia.

Quello che davvero non si può non riconoscere a Baricco, è il suo talento di divulgatore: vale a dire, la rara capacità di appassionare alla letteratura o alla musica o al teatro ogni volta che ne parla, persino in televisione: un ambiente storicamente non troppo favorevole alla letteratura, alla musica, al teatro. Perché l’antipatico Baricco – il Baricco divulgatore di cultura, adesso – quando parla di queste cose, ti prende per mano: e non come si farebbe con un idiota o un demente, ma come una guida esperta ed entusiasta di guidarti nella scoperta di un mondo (che si tratti di un libro, un’opera lirica o una tragedia greca); e dunque: Baricco ti racconta la sua esperienza di lettore o di spettatore, e quello che gli è piaciuto, e quello che non gli è piaciuto, e – già che ci si trova – racconta anche cose che stanno aldilà della sua esperienza specifica: ricordo bene che nella prima puntata di Pickwick, il programma che conduceva in seconda serata per la Rai, svelò – a una platea affascinata dal suo talento di affabulatore – la storia di come Joseph Conrad diventò uno scrittore (se non avete visto il programma potete scaricarlo qui, la puntata su Il giovane Holden e Salinger è stata la terza). E, su questo, si può davvero discutere poco: ogni volta che ascolti Baricco parlare di un libro, di un’opera o di uno spettacolo, hai davvero voglia di leggere quel libro, ascoltare quell’opera e assistere a quello spettacolo. Insomma: per fare un paragone scherzoso, è un po’ il Piero Angela della letteratura e, anzi, secondo il mio parere è molto più bravo a raccontare la letteratura degli altri che a scriversi la sua, visto che – a parte Seta, un vero capolavoro di “leggerezza più che sostenibile”, tanto per smentire Kundera – non è che i suoi altri romanzi mi abbiano colpita granché: sia in Oceano mare che in Castelli di rabbia che in City, alla fine c’è lo stesso romanzo che si ripete: e già la prima volta che lo leggi è davvero troppo. Di Senza sangue preferisco tacere.

Curiosamente, Baricco ha una specie di sosia: il giornalista e scrittore – nonché attuale conduttore della trasmissione 3131 su Radio due Gianluca Favetto. Identico timbro vocale, stesso accento torinese, uguali persino le pause nel discorso usate per sottolineare l’importanza di qualche cosa, medesimo atteggiamento verso il pubblico: attento, puntuale, curioso ed elegantemente snob.
Per tornare ad Holden, consiglio a chi ha letto quel romanzo, e non è riuscito ad amarlo, di rileggerlo seguendo l’interpretazione che ne ha dato Baricco: riflettendo sul fatto che i pensieri di Holden sono “pensieri da quarta fila”: non le banali considerazioni sulle cose che si affacciano alla mente di tutti, ma immagini e domande che stanno dietro e sotto la superficie e che appartengono al tempo in cui nulla è scontato e tutto va distrutto per ricostruire.

Se poi, anche così, continua a non piacervi, allora vuol dire che è proprio colpa vostra.


NB

Parte del successo del romanzo di Salinger in Italia va senza dubbio attribuito alla sua traduttrice: la bravissima Adriana Motti. Reddite Caesari quae Caesaris sunt.

Ferie d’agosto

Friday 13 August 2004

Chi fossero i miei compagni di quelle giornate, non ricordo. Vivevano in una casa del paese, mi pare, di fronte a noi, dei ragazzi scamiciati – due – forse fratelli. Uno si chiamava Pale, da Pasquale, e può darsi che attribuisca il suo nome all’altro. Ma erano tanti i ragazzi che conoscevo di qua e di là.
Questo Pale – lungo lungo, con una bocca da cavallo – quando suo padre gliene dava un fracco scappava da casa a mancava per due o tre giorni; sicché, quando ricompariva, il padre era già all’agguato con la cinghia e tornava a spellarlo, e lui scappava un’altra volta e sua madre lo chiamava a gran voce, maledicendolo, da quella finestra scrostata che guardava sui prati, sui boschi del fiume, verso lo sbocco della valle.

(Ferie d’agosto, Cesare Pavese, Einaudi, 1968)

 

Arrivederci!

Il più grande mago del mondo

Wednesday 11 August 2004

Ho eseguito un calcolo approssimativo (dato che non ho poi molto da fare in questi giorni): ora, considerando di aver letto in media un libro ogni due giorni dall’età di 10 anni (pur avendo iniziato a leggere a 4 anni, all’inizio impiegavo un po’ più di tempo a finire un libro) ho scoperto di aver divorato almeno 3102 libri (182 l’anno) in 17 anni, e fino a due anni fa nessuno di questi era un libro di fantascienza. Con lo snobismo tipico di chi è cresciuto con i classici per poi passare alla letteratura americana della prima metà del ‘900, mi sono rifiutata di attribuire un valore letterario alle opere che narrassero di viaggi verso Marte, colonie terrestri e scenari avveniristici. Poi un giorno mi è capitato tra le mani Fahrenheit 451 di Ray Bradbury: ed è finito improvvisamente l’ostracismo verso questo genere letterario. Così adesso tra i 3467 (circa) libri letti (uno ogni due giorni per 19 anni, fino a questa notte quando ho finito La Luna e sei soldi di William Somerset Maugham) sono inclusi anche racconti e romanzi di fantascienza, sebbene per la maggior parte siano stati scritti dallo stesso Bradbury – che pure sostiene di non aver mai scritto di fantascienza: «Non l’ho mai scritta, è un’etichetta che mi hanno appiccicato e basta. La fantascienza c’è, ma “Cronache marziane” è una fantasia. È una fantasia basata sui miti romani, greci ed egiziani. C’è un solo racconto di fantascienza in tutto il libro. L’altra fantascienza che ho scritto è “Fahrenheit 451”: tutto quello che è nel libro è completamente possibile e sta succedendo adesso davanti ai nostri occhi. La fantascienza deve essere possibile, la fantasia è l’arte dell’impossibile. Se fai camminare la gente attraverso i muri, è fantasia. Se scrivi fantascienza devi disintegrare il muro per poterlo attraversare, e devi farlo usando le leggi della fisica, che è diverso.» Peraltro, sempre dando retta a Bradbury: «la miglior letteratura sia stata quella di fantascienza, che è il mio campo e che è piena di metafore. È l’essenza della vita.» Evidentemente non sa bene neppure lui cosa scrive: «Sono un intellettuale progressista americano che scrivendo di marziani e di mostri fa in pratica un discorso di Realpolitik. E i nostri pericoli sono attualmente due e sono terribili: il commercialismo e l’ intellettualismo». Personalmente, credo che in fondo abbia ragione a non volersi identificare per forza in un “genere”: più vado avanti a leggere e più mi convinco che esistono una “buona” e una “cattiva” letteratura, questo sì, ma ogni altra pretesa di classificazione serve unicamente ad organizzare gli scaffali delle librerie! Del resto – proprio per l’unicità del suo modo di scrivere fantascienza – Bradbury agli inizi della carriera non riusciva a vendere i suoi racconti alle riviste specializzate né alle fanzine, così nel 1939 iniziò a stamparne una tutta sua, Futuria Fantasia, che però non ebbe gran successo; ma il Nostro ci riprovò e alla fine, nel 1941, riuscì a “sfondare” grazie a Super Science Stories, diretta da Alden H. Norton, che acquistò un primo racconto, Pendulum, riscritto con l’aiuto dello scrittore Henry Hasse.

Bradbury ha scritto romanzi, spaziando dal poliziesco al thriller, e poi ancora commedie, musical, poesie, saggi, sceneggiature cinematografiche e almeno cinquecento (!) racconti brevi, riuscendo ogni volta a creare un mondo, spesso ispirandosi alle comunità agrarie del Midwest in cui è cresciuto (anche quando si tratta di colonie terresti su Marte): le sue storie, prima che di razzi e pistole laser e pompieri che appiccano incendi invece che spegnerli, sono storie che parlano dell’uomo, dei suoi sogni, della “poesia delle piccole cose” e del ritorno all’infanzia. L’estate incantata, Io canto il corpo elettrico, le raccolte di racconti Molto dopo mezzanotte e naturalmente Paese d’Ottobre, lo stesso Fahrenheit 451, sono opere di un autore di fantascienza poco scientifica che alle competenze tecniche di Asimov e alla scrittura dolorosamente visionaria di Dick oppone un’incredibile capacità di evocazione e suggestione. Sembra quasi che Bradbury non creda nella Scienza, o che ne sia rimasto deluso: non di rado, nei suoi scritti Letteratura, Filosofia e Magia sono in competizione con la tecnologia e i ritrovati scientifici, sui quali finiscono per avere la meglio: oppure viene mostrato al lettore come vi siano tesori e meraviglie che non dipendono dalle macchine, ma albergano nello spirito dell’Uomo (mi viene in mente il racconto – tipicamente bradburyano – in cui un finanziere del futuro, angosciato dal fatto che non ci sia nel suo tempo uno scrittore capace di raccontare davvero l’Età dei Razzi e della colonizzazione dello spazio, si serve della macchina del tempo per condurre a sé lo scrittore americano Thomas Wolfe, morto di polmonite, allo scopo di fargli scrivere un romanzo).

Bradbury si serve del grottesco, dell’ironia, della derisione dei mezzi di comunicazione di massa e dei prodotti culturali per dissipare l’ansia per il futuro che attanaglia l’Uomo: e forse, secondo Bradbury è l’Uomo stesso la risposta ad ogni domanda sull’avvenire (si veda il poeticissimo finale di Fahrenheit 451). Quest’uomo, con i suoi racconti crea intere mitologie, in cui si serve di eventi fantastici e irrazionali per indagare sui rapporti tra gli esseri umani, sul legame tra Umanità e Natura, spingendosi fino al reame del Soprannaturale. Ed ora: tutto questo è “fantascienza”, e dunque ha per forza bisogno di un’etichetta, o si tratta invece semplicemente di buona, anzi di ottima letteratura? O forse è solo l’invenzione di quest’uomo che ha dedicato la sua intera esistenza a trasformarsi in ciò che da bambino sognava di essere: il più grande mago del mondo.

«La mia macchina da scrivere viene con me ovunque io vada. Mi alzo alle tre del mattino ogni giorno, vado alla tastiera, mi faccio due risate e torno a letto.»

(Pensandoci bene: alla fine, di “fantascienza” vera e propria continuo a non leggerne poi molta, anche se mi sto avvicinando lentamente a Philip K. Dick. Ma non si tratta più di insano snobismo: è solo questione di feeling.)

Essere Roberto Calasso

Monday 9 August 2004

Pensavo che se dovessi scegliere di impossessarmi della vita di qualcuno, una cosa tipo invasione degli ultracorpi, la mia vittima designata sarebbe Roberto Calasso: leggendario presidente e socio fondatore dell’Adelphi Edizioni a soli 21 anni, nel 1962 insieme con Bobi Bazlen e Luciano Foà. Perché? Perché 1) ha creato una casa editrice e 2) ciò che fa è, semplicemente, pubblicare i libri che gli piacciono. L’Adelphi ha un catalogo di oltre 1.600 titoli divisi in 22 collane editoriali create ed organizzate secondo il gusto personale di Calasso. Ora, il Nostro adora Sciascia: di conseguenza ha cercato di prendersi tutta la sua produzione (ma Bompiani e Feltrinelli gli sbarrano ancora la strada, per adesso): così come si è preso tutto Simenon, tutto Eric Ambler e tutto Milan Kundera: e pure ha pubblicato tutto il teatro di Christopher Marlowe. Sta cercando di prendersi pure l’opera omnia di Elias Canetti (già in Adelphi, escluso Nozze in Einaudi e L’altro processo di Guanda), e già che c’è pure tutto Nabokov (ad eccezione di Lolita che si trova anche in Bompiani), e tutto Oliver Sacks (l’autore di Risvegli per capirci – da cui è stato tratto il film con Robert De niro e Robin Williams – di cui gli manca solo il Diario di Oaxaca pubblicato da Feltrinelli), e tutto Arthur Schnitzler, e tutto Emanuele Severino (per cui ha creato anche una collana a parte: Scritti di Emanuele Severino, appunto). A lui dobbiamo lo sbarco sul suolo italico dei libri del suo grande amico Bruce Chatwin, di Mordecai Richler (autore del folgorante La versione di Barney), di Sua Schizofrenia Patrick McGrath; e sempre a Calasso dobbiamo l’esposizione alle luci della ribalta di Milan Kundera e Giorgio Manganelli. Quando penso al modo in cui questo signore gestisce la sua casa editrice mi viene in mente lo spirito giocoso e possessivo che anima lo scambio di figurine che fanno i bambini per riempire i loro album: “ce l’ho, ce l’ho, mi manca, lo voglio”. Il fatto è che Calasso ha capito tutto: e cosa ce l’hai a fare una casa editrice se non puoi farci quello che vuoi, se non puoi prendere gli autori che ami e i libri che ti hanno colpito e pubblicarli per farli conoscere a tutti e diffonderli, sperando che incontrino il favore del pubblico per condividerne il piacere che hanno donato a te? O anche solo per non doverli pagare agli altri!
“Che cos’è una casa editrice se non un lungo serpente di pagine? Ciascun segmento di quel serpente è un libro. Ma se si considerasse quella serie di segmenti come un unico libro? Un libro che comprende in sé molti generi, molti stili, molte epoche, ma dove si continua a procedere con naturalezza (…) dove si mira alla poikilía, alla “variegatezza”, senza rifuggire i contrasti e le contraddizioni ma dove anche gli autori nemici sviluppano una sottile complicità”.
Questa affermazione è contenuta nelle pagine introduttive delle Cento lettere a uno sconosciuto (Piccola biblioteca Adelphi, 2003) curata proprio da Calasso (una raccolta di risvolti di copertina dei libri Adelphi dal 1971 ad oggi: di cui solo lui ne ha scritti ben 1068) e suona come una dichiarazione d’intenti, una sorta di “manifesto” dell’attività svolta da Calasso come editore e presidente nei 40 anni di storia della casa editrice milanese. C’è dentro il suo modo di intendere il mestiere di chi pubblica i libri, c’è la volontà di indirizzare il lettore verso un certo percorso e non solo di creare delle mode, né di assecondare acriticamente le tendenze già esistenti. Per esempio: dubito seriamente che Calasso avrebbe pubblicato Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire se glielo avessero proposto – magari avrebbe anche intuito l’affare, ma è una questione di scelte e di gusto: “La prima illusione di cui un editore sensato deve sbarazzarsi dice Roberto Calasso è che con i libri — specie con i buoni libri — ci si possa arricchire.” Ciò non implica che pubblichi libri per la gloria: la letteratura resta, sempre e prima di tutto, intrattenimento: e quindi, ovviamente, business. L’Adelphi ha guadagnato molti soldi con i libri di Simenon: un milione di copie vendute solo per le inchieste di Maigret, e tanti libri venduti anche con Kundera. O con La versione di Barney (vero e proprio “caso” editoriale di due stagioni fa con le oltre 170.000 copie vendute in pochi mesi): e questo solo per citare alcuni esempi, e a monte di tutto questo si percepisce da parte dell’editore un ragionamento sulla qualità dei libri: l’apparente capriccio delle scelte, a prima vista disorganiche ed arbitrarie, denuncia nella distanza il rigore e la coerenza di cui in realtà è frutto.
Ne Gli Adelphi per esempio troviamo Utz di Chatwin, Storia e geografia dei geni umani, Il soccombente di Thomas Bernhard o Parerga e paralipomena di Schopenhauer: tutto e il contrario di tutto. Certo ci sono le collane tematiche come Biblioteca Filosofica o i Saggi, ma il catalogo Adelphi dimostra ai lettori che le scelte di Calasso e dei suoi collaboratori obbediscono principalmente al piacere di pubblicare i libri che più gli stanno a cuore e di “offrire un ventaglio di possibilità che fosse congeniale a quello di un lettore curioso di tutto”, e che comprende testi di ogni genere, origine, epoca. Racconta Calasso che: “Nei primi anni molti ci chiedevano: ma che cos’è questa collana? Il primo titolo era ‘L’altra parte’ di Kubin, romanzo visionario e fantastico scritto all’inizio del Novecento. Poi seguivano i trattati sul teatro nô di Zeami, quindi il lettore si trovava sbalzato nel Giappone esoterico. Poi c’era ‘Padre e Figlio’ di Edmund Gosse, mirabile racconto di un’educazione in età vittoriana. Poi Artaud e i suoi Tarahumara. C’era evidentemente di che rimanere sconcertati, soprattutto alla metà degli anni Sessanta. Ma col tempo, finalmente, si è imposta la visione contraria: non solo i lettori ma i librai hanno capito che quei libri stavano insieme, che un lettore di queste opere totalmente differenti per epoca, genere, forma, esperienza passava facilmente — anzi desiderava passare — dall’uno all’altro.”
In Adelphi i libri non vengono classificati secondo categorie o “generi” e non ci sono distinzione tra “alta” e “bassa” letteratura, tra intrattenimento e cultura: così capita che i libri di Ferrandino siano pubblicati nella stessa collana in cui ci sono Sylvia Plath e Alfred Kubin e Benedetto Croce: e anche questo va bene, perché se è vero che ci sono libri che possono piacere o meno, sicuramente in Adelphi ci sono gran parte dei libri che piacciono a Calasso.

Sull’argomento consiglio una visita qui.

*Citazione dell’originalissimo film di Spike Jonze “Being John Malkovich” del 1999, in cui un burattinaio, interpretato da John Cusack, scopre un “portale” che gli permette di entrare nella mente e nella vita di John Malkovich, che diventa così il suo burattino personale.
Vorrei che l’idea del titolo di questo post fosse mia, ma la devo a Davide L. Malesi