Archivio di September 2004

Ai margini del caos

Wednesday 29 September 2004

Non sono stata tra quanti hanno gridato allo scandalo di fronte alle 800.000 copie vendute dal libro di Melissa P. Del resto, nei panni di Elido Fazi, quel libro l’avrei pubblicato anch’io. Se invece fossi Roberto Calasso, l’avrei probabilmente cestinato, ma questo è un altro discorso.
Sta di fatto che l’editoria è (prima di tutto) un business, e poi – quando e se te lo puoi permettere – passione e diffusione della cultura.
Il successo di un’opera narrativa, al di là del suo valore e delle strategie di marketing, è sempre determinato dal pubblico dei lettori, ed evidentemente il “lettore italiano” (figura evanescente, misteriosa, dai connotati affini a quelli di certi personaggi mitologici) non può recriminare sui libri che le case editrici gli infliggono, se poi accorre a comprarli con entusiasmo: per cui facciamoci una ragione del successo di Cento colpi di spazzola e tanto di cappello a Elido Fazi.
Quello che veramente mi scandalizza – anzi che proprio m’indigna– è che nel panorama desolato e desolante della nostra letteratura contemporanea, afflitta da giovanilismo, minimalismo, intimismo e provincialismo (i quattro cavalieri della nostra Apocalisse letteraria), vi siano libri che – a causa della colpevole miopia degli editori – spariscono dal mercato. Opere originali, avvincenti e “di spessore”, destinate a trasformarsi in patrimonio (unicamente) per quei lettori-archeologi che, pazientemente, vanno a caccia di reperti tra i polverosi banchi di certe bancarelle di volumi usati.
Lasciate che vi parli di uno di questi libri scandalosamente dimenticati: Ai margini del caos di Franco Ricciardiello, vincitore del “premio Urania” nel ‘98, che è praticamente scomparso dagli scaffali delle librerie,a dispetto del buon successo di pubblico (13.500 copie vendute) e della pubblicazione in Francia per la casa editrice Flammarion.
 
Il romanzo di Ricciardiello – n. 1348 del catalogo “Urania”, scritto tra il settembre del ’97 e il febbraio del ’98 – è un libro intelligente e ben congegnato che, per mezzo di una struttura narrativa alquanto sofisticata costruita su numerosi flashback, molteplici piani temporali, diverse “voci narranti”, ciascuna dotata di un “timbro” unico e inconfondibile, affronta l’annosa questione della Teoria del Caos (o della complessità).
L’intreccio mescola i nazisti, la caduta di Berlino, la “sindrome di Stendhal”, l’arte figurativa (intesa nel senso junghiano di tramite tra inconscio personale e inconscio collettivo), la matematica del Caos, il comunismo, la guerra, la passione e la vendetta in un cocktail squisitamente narrativo di arte, scienza, psicologia e storia. Lleggendo Ai margini del caso, si ha davvero la sensazione che l’essenza di ciascuna di queste discipline abbia scelto di organizzare un meeting con le altre, sulle pagine di un Ricciardiello in stato di grazia.
Nonostante la vastità e la complessità dei temi – la Teoria del Caos si può addirittura considerare una dei protagonisti del romanzo, insieme ai veri personaggi, Nico e Vic – il libro avvince e coinvolge, stuzzica e intriga il lettore, incollato alle pagine da uno stile accattivante e da una lingua sapida e credibile, che riesce a mescolare i linguaggi della fantascienza e dell’arte. Il romanzo, consapevolmente edificato sulle basi matematiche della Teoria della Complessità (al punto che l’autore ha individuato nella struttura del libro uno schema riconducibile all’applicazione dei frattali), prende le mosse dai malesseri e le visioni di una donna, Vic, colta da sindrome di Sthendal dinanzi a un quadro davvero particolare: L’isola dei morti di Arnold Bocklin, da sempre al centro di curiosi ed inquietanti aneddoti (tanto per dirne una, era il quadro preferito di Adolf Hitler). Dal malore di Vic la trama di sviluppa in un susseguirsi di coincidenze, inseguimenti, allucinazioni e viaggi alla ricerca del significato pertinente delle visioni che assalgono la ragazza e intanto il quadro, elevato a simbolo dell’ossessione metapsichica dell’inconscio collettivo, è ovunque e da nessuna parte: i personaggi lo ricordano, lo incontrano, ne vengono inseguiti, lo inseguono, cercano di dimenticarsene (fallendo) e, infine, si lasciano attrarre nel vortice di follie scaturite (a quanto sembra) proprio dalla scena, oscura e misteriosa riprodotta sulla tela.
Infine, una nota curiosa. Ricciardiello, nella postfazione al romanzo narra un aneddoto: “Un giorno di novembre del 1996 curiosavo fra dei CD musicali cercando senza successo l’Op. n. 29 (L’Isola dei Morti) di Rachmaninov – stavo terminando la prima stesura del romanzo. Per non lasciarmi a mani vuote Paola mi prestò un libro a caso, l’edizione rilegata di “Il giudice e il suo boia” di Dürrenmatt. Mi sono accorto di essere pericolosamente vicino al margine del caos quando, aprendo quel libro scelto senza intenzione, ho letto a pag. 2: -Attraversarono il corridoio passando davanti a un gran quadro in una pesante cornice dorata. Bärlach diede un’occhiata: era L’Isola dei morti.”

Che sia l’inclusione nel “genere” della fantascienza, a determinare la latitanza de Ai margini del caos dai cataloghi delle case editrici? Ebbene, a parte il fatto che Ricciardiello, nelle sue narrazioni (qui ne avete un esempio) ama percorrere vie alternative a quelle della fantascienza tradizionale, sfruttando ingredienti tipici del “genere” per raccontare storie sorprendenti, ciò che conta – ai fini della pubblicazione del libro – non dovrebbe essere il valore del libro stesso, piuttosto che l’identificazione in un “genere”, che a volte esercita una funzione ghettizzante?
 
 
 

*L’ultima fatica di Franco Ricciardiello, autore di oltre 50 racconti e 3 romanzi, è il racconto L’inverno di Turino per l’antologia Destination 3001, edita da Flammarion a cura di Robert Silverberg e Jacques Chambon e pubblicata in Italia per la collana Urania col titolo Destinazione: 31° secolo, in cui Ricciardiello figura accanto a Valerio Evangelisti, Joe Haldeman e Dan Simmons
 

Musica da imbonitori

Thursday 23 September 2004

 

 Da un’idea di Leonardo Colombati (avete presente il “capolavoro misterioso che sarà pubblicato da Sironi l’anno prossimo e di cui si vagheggia da qualche tempo: ebbene lui né è l’autore; approfitto per ricordargli che ha promesso di farmi dono al più presto di una copia) è nato il Medicine Show*, una rivista musicale – e non solo, visto che io mi occupo di una rubrica che parla di libri – che avrà, almeno nelle intenzioni, una cadenza mensile. Da ieri è on-line il numero di settembre con i contributi, oltre il mio (nelle vesti di Mrs Hills), di – in rigoroso ordine alfabetico – Niccolò Borella, Leonardo Colombati (The doc), naturalmente, Davide L. Malesi, Giulio Mozzi (Band Major), Alessandro Piperno, Bernardino Sassoli e Armando Trivellini. Abbiamo parlato – tra l’altro – di Fred Buscaglione, Philip Glass, Pretty Boy Floyd, Bruce Springsteen, Elmore Leonard, Europe (ricordate il gruppo rock col cantante ipertricotico?!), Spike Lee e.. il resto leggetelo da voi.

 

 

 

 

* I Medicine Show erano degli spettacoli itineranti molto in voga nel sud degli Stati Uniti dalla seconda metà dell’800, cui si deve in gran parte la diffusione della musica black: in pratica per le zone rurali degli States del sud si aggiravano queste carovane guidate da un Doc, poco più di un imbonitore, che per vendere le sue miracolose medicine – elisir, saponi speciali, balsami ed unguenti -attirava il pubblico con le esibizioni di ragazzi (quasi sempre) di colore, che cantavano e ballavano per distrarre gli avventori dalla sòla imminente; con il passar del tempo, gli spettacoli divento sempre più complessi fino a comprendere anche maghi, acrobati, musicisti, saltimbanchi e alla fine si fondono con i Minstrel show, di cui si è già detto.

Volendo essere pratici il Medicine Show era un po’ come le nostre televendite, solo che dubito fortemente che dal lavoro di Mastrota e soci possa venir fuori qualcosa di buono.

Nota tecnica – visto che ho scritto su una rivista musicale devo accreditarmi – Medicine Show è anche il titolo del secondo album dei Dream Syndicate del 1984, mi dicono che sia anche il loro capolavoro. Io nemmeno li conosco.

If you want to be straight read Norman Mailer or get a new taylor.

La vita è un sogno

Tuesday 21 September 2004

Ho ripreso in mano, a qualche anno dalla prima (e forse un po’ svogliata) lettura, Le notti bianche, di Fedor Michajlovic Dostoevskij: e, poiché è un libretto di cento pagine sì e no, ci ho messo appena mezz’ora a finirlo, ma poi l’ho riletto, e l’ho riletto ancora: i motivi sono semplici, e sono due – il primo è che si tratta di un testo straordinario, e il secondo è che non me lo ricordavo così bello. Non amo granché Dostoevskij, pur riconoscendone la grandezza, ma Le notti bianche e Il giocatore sono due libri meravigliosi: autentici gioielli di perfezione, sia nella scrittura vera e propria che nella narrazione, impeccabile come il funzionamento di un perfetto meccanismo a orologeria. E poi, ci sono i personaggi: tratteggiati dal grande scrittore russo con una forza, e un’autenticità, rare a trovarsi. Mi viene in mente la teoria dell’imbuto citata da Paolo Nori in Le cose non sono le cose: “Ci sono autori che prendono il mondo e lo riscrivono dal proprio punto di vista, fanno passare il mondo sconfinato attraverso l’imbuto della proprio persona e del proprio minuscolo sguardo, Colette per esempio è uno di questi. E ci sono autori che rovesciano l’imbuto, che dalla propria persona minuscola traggono un mondo sconfinato,Tolstoj è uno di questi” – e Dostoevskij anche.
Le notti bianche, pubblicato nel novembre del 1848 sulla rivista Otecestvennye zapiski (“Quaderni patriottici“), è poco più di un racconto ambientato nelle notti bianche (com’è ovvio) di San Pietroburgo*. L’intreccio si svolge nell’arco di quattro di queste notti, descritte con piglio onirico: la città, deserta e silenziosa, è poco più che uno sfondo; in primo piano, come su un palco di teatro, ci sono la ringhiera di un canale, una panchina e i due protagonisti: Nasten’ka, vezzeggiativo di Anastasija (poteva chiamarsi diversamente un’eroina russa?), giovane donna innamorata e delusa, e un uomo – la voce narrante – di cui non sappiamo nulla, nemmeno il nome (indeterminatezza per la quale Nabokov critica severamente Dostoevskij, ma che in realtà è la misura del suo rapporto con il personaggio: né più né meno, “un mistero”). Sappiamo però che costui è un sognatore, un visionario puro; che si è isolato dal resto del mondo proprio per restare chiuso nelle sue fantasticherie, ed imbevuto di letture romantiche: non ha stretto legami con nessuno e vive nutrendosi della vita altrui, osservando lo spettacolo delle esistenze che si svolgono davanti ai suoi occhi senza mai prenderne parte, spettatore (e non attore) nel mondo. Ed è proprio la dimensione irreale della città, senza il chiasso che anima la Prospettiva Nevskij (la strada più importante, e affollata nelle ore diurne, di San Pietroburgo), sgombrata dal traffico di gente che l’infesta di solito, che si erge a puntuale metafora della solitudine: quella del protagonista maschile, e quella di Dostoevskij: nella mia gioventù”, egli dice, “mi sono talmente perduto nelle fantasticherie da lasciar passare senza accorgermene tutta la mia giovinezza”. Le notti bianche è la narrazione, purissima e cristallina, di una storia d’amore non consumata: una storia di solitudini che s’incontrano. Ed è pure (e, forse, soprattutto) la narrazione del conflitto tra il sogno e la realtà, nel nostro quotidiano: tra ciò che avremmo disperatamente voluto fare e ciò che in realtà abbiamo fatto, tra la purezza delle nostre illusioni e il disastro delle nostre realizzazioni, tra la speranza di un futuro di redenzione e la paura della ripetizione delle nostre sconfitte. Per quattro notti, Nasten’ka e l’anonimo protagonista maschile si raccontano le proprie esistenze (fatte, come per ciascuno di noi, di trionfi e miserie), a vicenda: in colloqui ora densi e vertiginosi, ora accorati, ora concitati: forse ignorando che, dopo quelle quattro lunghissime notti, nulla sarà più come prima. Soprattutto per il tragico, dolente protagonista l’incontro con Nasten’ka si rivela un vero e proprio terremoto: per mezzo delle parole della ragazza, ancora intrise di purezza e innocenza, egli scopre finalmente l’amore: ed esplorando profondità e vertigini di questo sentimento – seppure per interposta persona – “assaggia” finalmente la vita: non come un distaccato osservatore ma come un autentico, sincero essere umano. Fino a domandarsi se tutto ciò che ha vissuto fino all’incontro con Nasten’ka non sia stato che un sogno: perché ne Le notti bianche, realtà e dimensione onirica giocano costantemente a rimpiattino: e di nuovo Dostoevskij ci racconta una storia che ha la forza per essere la storia di tutti noi, come se quella panchina sulla Neva fosse il centro dell’universo e da lì, osservatorio privilegiato sul “cuore delle cose” e sulle regole che governano la vita, la morte, l’amore e il tempo.
E se Marzullo avesse ragione, ostinandosi a chiedersi amleticamente se: la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?”.



*

La città degli zar infatti, come tutte le località che si trovano ad una elevata latitudine, è teatro di un suggestivo fenomeno naturale che rende in alcuni periodi dell’anno le sue notti luminose: il sole, poco presente nei mesi invernali, all’inizio dell’estate, in particolare a giugno e a luglio, non scenda mai più di 7 gradi sotto la linea dell’orizzonte, illuminando così a giorno la città fin quasi a mezzanotte, ed è per questo che si parla di “sole di mezzanotte”. Il culmine del fenomeno è il 21 giugno quando la luce persiste, in media, oltre 17 ore.


La mia notte bianca

Tuesday 14 September 2004
Davanti al programma de La notte bianca, che si terrà a Roma sabato 18 settembre, può capitare di sentirsi come un goloso spalmato sulla vetrina di una pasticceria: sopraffatti dallo smarrimento e dall’incapacità di decidere dove andare, cosa vedere, chi ascoltare. L’offerta quest’anno è ancora più ampia e variegata rispetto al 2003 e gli eventi si susseguono su tutto il territorio dell’urbe dal quartiere Flaminio al Gianicolo, da Trastevere a Primavalle. E visto che l’anno scorso ero tra il milione e mezzo di persone che hanno vissuto la notte bianca, ma sono stata capace di non vedere nulla, di non partecipare a niente (quasi a niente) e di non visitare alcunché – un primato probabilmente – quest’anno mi sono organizzata per tempo e per evitare inutili vagabondaggi nella notte e tra la folla ed inutili attese fuori da palazzi musei o chiese per poi scoprire che serve la prenotazione, ecco il mio programma personalizzato:

Ore 18:00

Hi fight
Indirizzo: cavalcavia-Piazzale capolinea autobus- metro A
Orario: 10.00-21.00
Ingresso evento: gratuito

Ore 20:00

Visita alla Galleria Borghese

Indirizzo: Piazza Scipione Borghese, 5
Orario Evento: 20.00-6.00 (ultimo ingresso alle 4.00), 360 visitatori ogni 2 ore
Ingresso evento: Biglietto gratuito, prenotazione a pagamento (2 euro)
Prenotazione: obbligatoria al numero 06 32810.

Ore 22:00

Visita alla Loggia dei Cavalieri di Malta

Indirizzo: Piazza del Grillo 1
Orario Evento: 21.00 – 1.00
Ingresso evento: gratuito


Ore 23:00

Esposizione della tela di Caravaggio proveniente dalla Pinacoteca di Brera: la Cena in Emmaus.
Luogo: Musei Capitolini

Indirizzo: Piazza del Campidoglio
Orario Evento: 20.00 – 6.00
Ingresso evento: gratuito



Ore 23:45

Burning Spirit

Luogo: Giardini della Colonna Traiana
Indirizzo: Via dei Fori Imperiali

Orario Evento: 21.00-1.00-2.00
Ingresso evento: gratuito


Ore 00:00

Esposizione di Mitoraj ai Mercati di Traiano

Indirizzo: Via IV Novembre, 94
Orario Evento: 20.00-6.00
Ingresso evento: gratuito
Prenotazione: no


Ore 01:00

Visita al complesso della Crypta Balbi

Indirizzo: Via delle Botteghe Oscura 31 – Via Caetani 6 C
Orario Evento: 20.00-6.00
Ingresso evento: gratuito
Prenotazione: no


Ore 02:15

Visita al Museo Ebraico, alla Sinagoga e alla Mostra sul Centenario del Tempio Maggiore
Indirizzo: Lungotevere de’ Cenci
Orario Evento: 22.00-4.00
Ingresso evento: gratuito

Ore 6:30

Concerto sinfonico all’alba
Luogo: Terrazza del Gianicolo
Indirizzo: Piazzale del Gianicolo

Ingresso evento: gratuito


 Purtroppo ho dovuto rinunciare alla visita alla Domuns Aurea e alla Basilica di Santa Cecilia perchè hanno chiuso le prenotazioni.