Archivio di January 2005

Pessimi segnali e ottime premesse

Saturday 29 January 2005

Per una volta parlo di un romanzo senza averlo letto prima: lo so non è molto serio, ma l’ho già ordinato dal mio libraio di fiducia* e quindi sono quasi autorizzata. E poi, pensandoci bene, non sto scrivendo su una rivista di critica, né su un supplemento culturale, quindi faccio come mi pare. Il libro in questione è Pessimi segnali di Enzo Fileno Carabba edito da Marsilio, per la collana Black di Jacopo De Michelis.
Ne ho letto molto in giro e – in generale – si trattava di critiche positive, ma difficilmente le recensioni mi inducono ad acquistare (o meno) un libro, e poi la quarta di copertina mi respingeva un po’. Ero indecisa però nell’accantonarlo definitivamente anche per via del nome del suo autore: Enzo Fileno Carabba, perché è un vero nome da scrittore, uno di quelli che portano un destino con sé: non credo che potesse fare altro nella vita chiamandosi così.
Anche Francis Scott Fitzgerald cosa avrebbe potuto essere se non il grande scrittore che è stato? E Sherwood Anderson? William Somerset Maugham? Per cambiare genere, se Elvis Presley si fosse chiamato diversamente, che ne sarebbe stato di lui? Evidentemente – per me – il Bardo si sbagliava sull’importanza dei nomi**. Sono invece pochi gli autori italiani che hanno un nome così evocativo, tanto che al momento mi viene in mente solo Giorgio Manganelli. Ed Enzo Fileno Carabba, appunto.
Poi giovedì sono andata a Il bracolo a Roma per assistere al suo reading e mi ha conquistata. I brani letti – al di là della storia che posso solo intuire – testimoniano una scrittura curata e calibrata al millimetro ed uno stile originale, che mescola il noir con elementi pulp e tracce di realismo magico, l’ironia con la disperazione e la svagatezza. Anche se la location era insopportabilmente fighetta – come molti dei posti in cui si organizzano eventi di tipo culturali a Roma, in cui peraltro c’è la maledetta tendenza ad obbligare la gente a bere del vino – alla fine me ne sono dimenticata e questo è stato l’unico reading cui ho partecipato, in cui mi sia davvero divertita: merito dell’autore che ha alternato le letture di brani di Pessimi segnali, con il racconto esilarante di aneddoti gustosi dai quali traspariva un genuino interesse verso il mondo e soprattutto per gli aspetti magici o paradossali della vita, quelli che la rendono più interessante.
Mentre stavo li ad ascoltare mi venivano in mente Bradbury, Donnie Darko, Tarantino, Poe e Dylan Dog. A me Pessimi segnali – già pubblicato nel 2003 in Francia per Gallimard – sembra un libro da leggere, poi se le premesse venissero disattese ne renderò conto.
Un’ultima cosa: Nino G. D’attis di Blackmailmag, che dialogava con Fileno Carabba tra una lettura e l’altra, è stata una rivelazione: io me lo immaginavo come un tipo un po’ freak di oltre 40 anni e invece avrà poco più di 30 anni ed aveva un look molto trendy
*
Io compro i miei libri quasi esclusivamente da lui perché vivo nel terrore che fallisca e visto che non solo mi è simpatico, ma, soprattutto, è il titolare dell’unica libreria che c’è nel paese in cui vivo (pur contando quasi 40.000 abitanti), cerco di sostenerlo. Se potessi farei addirittura una sottoscrizione.
**
“Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.” Da Romeo e GiuliettaGiulietta nella scena del balcone.

Something new

Monday 24 January 2005

E’ disponibile in tutte le librerie Feltrinelli d’Italia (e in molte altre librerie a Roma), OrigineScritture in movimento, la rivista letteraria diretta da Michele Infante. In questo numero 8 troverete un saggio di Gilles Deleuze sulla superiorità della scrittura anglo-americana; un articolo di Alessandro Baricco che parla della sua Iliade; un testo critico di Umberto Eco sulle funzioni della letteratura e molto altro ancora: da un’inchiesta sulla non-finction realizzata da Davide L. Malesi – che si è occupato anche della letteratura erotica al femminile in Italia – ad un breve saggio di Antonio Moresco su I vicerè di Federico de Roberto, fino ad un inedito di Paolo Nori. Godetevi la lettura e sbrigatevi ad acquistarla perché non abbiamo il servizio per i numeri arretrati.

Giovedì 27 gennaio 2005 alle 19.30, presso la galleria d’arte Il Bracolo di Roma, in via dei quattro cantoni 9, nei pressi della Basilica di Santa Maria Maggiore, Enzo Fileno Carabba leggerà alcuni brani del suo romanzo: Pessimi segnali edito da Marsilio. Presenta Nino G. D’Attis di Blackmailmag e sarà presente anche Jacopo De Michelis.
Ci vediamo lì?

Vi ricordo che è ancora on line il quinto numero di Medicine Show, ed è disponibile per gli abbonati alla newsletter lo speciale su Bob Dylan.

In questi giorni è stato inviata agli iscritti della newsletter, Inciquid 5, la rivista de iQuindici, i lettori residenti della Wu Ming Foundation.

Ha iniziato la sua attività Roma city blog.
 

Five!

Tuesday 18 January 2005

mensile di musica

MEDICINE SHOW

www.medicine-show.net

rivista musicale gratuita scritta da Niccolò Borella, Leonardo Colombati,

Mario Desiati, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Giulio Mozzi,

Alessandro Piperno, Armando Trivellini e Bernardino Sassoli

 

E’ on line Medicine-Show n° 5. In questo nuovo numero: Giulio Mozzi continua il suo viaggio nei ricordi sul suo rapportocon la musica; Leonardo Colombati prosegue nella relazione tra musica e canone letterario; Marco Candida tesse un elogio di Adriano Celentano; Mario Desiati ci regala un amarcord sentimentale sulle note dei Queen; Salvatore Di Taranto ci aggiorna sui dEUS; Dadive L. Malesi stronca la colonna sonora del film di Paolo Sorrentino “Le conseguenze dell’amore”; la recensione del mese riguarda l’ultimo libro di Wu Ming 1 “New thing” e Armando Trivellini ci parla dell’incontro impossibile tra Bob Dylan e il premio Nobel.  

Non perdetevi poi, il Supplemento a questo numero che si occupa di Bob Dylan – Lungo le torri di guardia – con 6 pagine contenenti una biografia del menestrello di Duluth e aluni dei suoi testi migliori.

Per ricevere i Supplementi del Medicine Show basta iscriversi alla Newsletter, inviando la propria richiesta a: info@medicine-show.net

B U O N  D I V E R T I M E N T O ! ! !

Strettamente personale

Sunday 16 January 2005

Tempo fa avevo letto La schiuma dei giorni di Boris Vian e non ero riuscita a finirne la lettura: troppo surreale, eccessivamente fiabesco, assolutamente immaginifico. C’è da dire che tornavo a Vian dopo aver amato moltissimo Sputerò sulle vostre tombe, e chi li ha letti entrambi sa di cosa parlo quando dico che – ad uno sguardo poco più che superficiale – i due romanzi sembrano scritti da due autori distinti.

Avevo già letto tutte le sue poesie, ma lì il discorso è diverso, prosa e poesia sono due mondi a parte: il David Herbert Lawrence che scrive Figli e amanti, ad esempio, non è lo stesso, romantico e lirico, delle sue poesie d’amore (e per inciso, io lo preferisco poeta). Così leggere La Schiuma dei giorni aspettando di trovare le atmosfere fosche e crude di Sputerò sulle vostre tombe, è stato un grave errore. Ma questa spiegazione non basta.

Ne La schiuma dei giorni, Boris Vian racconta tutte le tappe dell’esistenza del giovane Colin e le emozioni che vi sono connesse: dal brio dei giochi tra amici, alla pienezza che viene dall’amore, fino al dramma della morte. La trama è semplice: Colin, dandy ricco ed annoiato, che vive in una casa bellissima, con il cuoco Nicolas e alcuni topi, trascorre gran parte del suo tempo con l’amico Chick (colpito da una morbosa passione per il filosofo Jean Sol Partre) e la sua fidanzata Alise.

La sua vita spensierata trova una svolta nell’amore e nel matrimonio con Chloe (paragonata ad un brano di Duke Ellington, il musicista preferito di Colin), ma proprio quando tutto sembra perfetto e meraviglioso, Chloe scopre di essere malata e, dopo una straziante agonia, muore, portando via con sé la luce e i colori dalla vita di Colin e da quella di tutti gli altri personaggi. La trama in sé non offre spunti di particolare originalità, ma a ben vedere lo sviluppo dell’intreccio è la cosa meno importante del libro.

Quello che conta davvero e che rende il romanzo straordinario è l’ambientazione: una Parigi descritta secondo le regole del realismo magico – con oggetti che si animano e animali che parlano – e, soprattutto, la straordinaria capacità dell’autore di condurre il suo lettore in un mondo irreale e fiabesco senza chiedergli alcuno sforzo di immaginazione. Vian riesce nella difficile impresa di ottenere una totale suspension of disbelief, quella sospensione dell’incredulità di cui parla Coleridge, per cui lo scrittore e il lettore sottoscrivono tacitamente un patto, in base al quale chi legge accetta che la storia raccontata è immaginaria e si impegna a non considerarla una menzogna, ma crede all’autore fin tanto che dura la lettura, dando prova di quella “fede poetica” che consente di immergersi totalmente nella finzione narrativa per goderne appieno la bellezza.

Nulla vieta quindi di leggere La schiuma dei giorni come un romanzo di formazione; oppure di scorgervi una polemica presa di posizione contro la società in cui Vian viveva; o, ancora, di rintracciarvi la presenza di una satira sul sistema culturale del tempo con il suo culto ossessivo dell’intellettuale (non è difficile indovinare a chi si riferisse Vian con il personaggio di Jean Sol Partre). Ma, in realtà, farsi troppe domande sul libro non serve a nulla, bisogna piuttosto, lasciarsi trasportare nel mondo che descrive, con la sua prospettiva sul mondo – completamente capovolta – e quelle trovate di pura fantasia in cui l’impossibile governa anche le leggi della natura e della fisica: così nessuna meraviglia ci coglie quando la casa di Colin e Chloe, si rimpicciolisce durante la malattia della ragazza – come se volesse morire con lei – o se il morbo che la uccide è una ninfea che le divora i polmoni.

Se però, proprio volessimo definire questo romanzo, e imbrigliarne la straordinaria vitalità, in una qualche categoria retorica, l’unica qualifica lecita sarebbe quella di “romanzo d’amore”. Perché c’è amore in ogni pagina scritta da Vian, non quello patetico e melenso di molti romanzi dell’800, ma quel sentimento totalizzante che si nutre di presenza e di passione che è l’esperienza più vivificante che si possa vivere. Colin rifiuta il lavoro perché lo terrebbe lontano da Chloe: e chi di noi non ha maledetto almeno una volta nella vita le incombenze dell’esistenza, che interferiscono con la passione che stiamo vivendo? Quando poi, è costretto a guadagnare dei soldi per pagare le cure della donna amata, Colin accetta di lavorare per un certo periodo in una fabbrica di fucili prodotti da un seme che germoglia tramite il calore umano, il suo amore per Chloe è talmente intenso che dal suo calore viene fuori un fucile la cui canna termina in una bellissima rosa d’acciaio. Anche i libri o l’arte perdono di importanza di fronte al loro amore, perché nessuna ideologia o corrente di pensiero può soddisfare il bisogno di pienezza e completezza come i sentimenti (irresistibile, in questo senso, la battuta che Colin fa per raccontare a Chick il modo in cui conosce Chloe: “…alla fine, tanto per fare un’esperienza esistenzialista, ho provato a dirle: “Signorina, la amo tanto” e lei ha detto: “Oh!”).

Nulla ha senso al di fuori di Chloe e di quello che Colin prova per lei. Ogni singola parola usata da Vian, le sue scelte linguistiche, le trovate fantasiose ed impagabili (come il pianocoktail inventato da Colin, che preparava un cocktail diverso in base al tipo di musica che vi veniva suonata) e l’approccio sperimentale alla narrazione, assecondano i sentimenti dei personaggi, si piegano alla evocazione dei loro stati d’animo e quindi a quelli del lettore stesso che non può evitare di gioire, desiderare e soffrire con loro. Il racconto procede per immagini e sensazioni e, mandando all’aria le convenzioni e gli schemi precostituiti, Boris Vian si lancia nella costruzione di una realtà parallela in cui tutto è possibile e amplificato dai sensi.

E l’idea del tutto, dell’esperienza assoluta, ritorna anche nella scelta degli elementi di contorno che arricchiscono la storia: ne La schiuma dei giorni l’autore, infatti, gioca con tutte le sue più grandi passioni, il jazz, la buona cucina, la cultura. Per questo, forse, il romanzo può essere letto anche come una sorta di diario atipico dell’autore, una dichiarazione d’intenti per la vita, piena di umana tenerezza e svincolata da qualsiasi ideologia o movimento di pensiero, che proprio per questo è più rivoluzionario di ogni altro manifesto programmatico. D’altronde cosa c’è di più ribelle e coraggioso che affermare: Quello che m’interessa non è la felicità di tutti ma quella di ognuno”?.

Tutto è caos

Friday 14 January 2005

Qui, ho trovato un post sulla Teoria del Caos, cui ho già vagamente accennato – scritto da lui (?) – che in poche righe riassume la complessa materia dei sistemi dinamici. Lo riporto non solo, per il modo efficace e comprensibile in cui è scritto – pur nella coatta semplificazione – ma soprattutto perchè sono sempre più convinta che tutto quello che (mi) accade sia Caos: il caso non esiste. 

L’amore è…?

Tuesday 11 January 2005

“E’ terribile – disse Colin – sono allo stesso tempo disperato e terribilmente felice. E’ molto piacevole avere così tanta voglia di qualcosa“.

(Boris Vian, La schiuma dei giorni, 1946)

 

 

Natura morta con custodia di sax

Sunday 9 January 2005

Provate ad immaginare un piccolo palco immerso nella semioscurità. Sul palco, una fila di uomini: grassi come otri o magri come chiodi, neri e bianchi, abbandonati sulle sedie o appoggiati ad un pianoforte. Non appena l’occhio di bue che si muove da sinistra verso destra, soffermandosi ogni volta su uno di loro, arriva a sfiorarli, gli uomini cominciano a raccontare. Le voci roche, basse, ipnotiche. Le spalle curve, come quelle di chi ha vissuto molto, ed è stanco di ciò che ha vissuto – e soprattutto di come lo ha vissuto.

Sono storie piene di disperazione, di dolore, ma di grande bellezza. Mentre la narrazione procede, immaginate un sottofondo di musica jazz, un brano diverso per ciascuno. Quando uno finisce di raccontare la sua storia, la luce lo abbandona e lui se ne torna silenzioso e immobile. E quando tutti hanno raccontato le loro storie, via l’occhio di bue: resta, soltanto, la fila d’uomini nella semioscurità, come tante foto in bianco e nero a grandezza naturale. Tutto questo è Natura morta con custodia di sax, libro di Geoff Dyer che è allo stesso tempo saggio, invenzione narrativa, e appassionato omaggio ai grandi del jazz.

In copertina, una memorabile foto di Herman Leonard, con il cappello di Lester Young (il caratteristico pork pie hat nero) in primo piano, una bottiglia di Coca Cola (vuota), qualche spartito e una custodia di sax. Aprite – anzi, spalancate la copertina, come se fosse una quinta teatrale – ed ecco Red Allen, Ben Webster e Pee Wee Russell in un momento di relax prima di una jam session e, infine, una splendida immagine di Chet Baker con sua moglie Halima. L’occhio di bue inizia a spostarsi sul palco, rivelandoci uno alla volta: le fattezze di Lester Young, Thelonius Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charlie Mingus, Chet Baker, Art Pepper.

Ognuno con una storia (la sua) da raccontare, con i propri fantasmi da scacciare: e con la propria musica. Il primo racconto, The President, ritrae Pres – Lester Young, l’uomo “che imparò a sussurrare con il sax tenore quando tutti volevano urlare– distrutto dall’esperienza dell’esercito e del carcere: proprio lui, che amava la bellezza che è nella levità, i colori tenui e le note soffuse, destinato a soccombere allo squallore e alla violenza. Poi, Thelonius Monk, “che suonava il piano come se non ne avesse mai visto uno prima”. È il Monk in declino fisico e mentale, uello raccontato da Natura morta con custodia di sax, disilluso e malato, immerso nei suoi silenzi, pieno di stramberie. Dyer insegue Bud Powell lungo un percorso a tappe tra foto e vinili d’antan.

Ben Webster (il musicista high-browing and sophisticated, come lo definì un critico nel ’36) invece, è in viaggio per l’Europa, e l’incontro con Chet Baker, “che ogni volta che suonava una nota sembrava gli dicesse addio”, è giustamente angoscioso come la sua fine, consumatasi tra droga e solitudine. E poi Mingus, e Pepper: e sono ancora storie di uomini morti giovani, o peggio, precocemente invecchiati: “Alcol, roba, prigione. Non è che i jazzisti muoiano giovani, è che invecchiano più in fretta”, dice Lester Young. A fare da cornice a tutte le altre scene del libro, interviene il lungo dialogo tra Duke Ellington e il suo autista (nonché musicista egli stesso) Harry Carney, durante un viaggio in automobile, in cui evocano un mondo che non esiste più, fatto di concerti, amici, donne, notti on the road da un club all’altro.

Geoff Dyer dialoga con i suoi protagonisti, li interroga, ne scava i pensieri e ne indaga le vite distrutte da alcool, droga, emarginazione. Racconta il mondo del jazz, a volte attenendosi alla realtà dei fatti registrati dalle cronache, altre volte improvvisando narrazioni che (come ci avverte nell’introduzione) molto probabilmente non corrispondono a verità, ma fanno comunque parte della leggenda del jazz, e su di essi Dyer improvvisa più o meno liberamente, come se fossero degli standards, per raccontarci i protagonisti del suo libro – dice lui stesso – “non come erano, ma come me li immagino”. Ogni frammento di narrazione è un’improvvisazione musicale (per quanto può esserlo un testo narrativo), e allo stesso tempo un omaggio a un genere che, si sente, l’autore ben conosce e ama (c’è anche un piccolo saggio, con tanto di bibliografia, in coda al libro).

Musica, letteratura e fotografia si mescolano nelle pagine di Dyer e restituiscono momenti irripetibili e straordinari, a metà fra biografia e racconto, vissuti da uomini che senza la musica non avrebbero mai raggiunto l’eccellenza e poi rincorso l’autodistruzione, ma si sarebbero limitati a spegnersi, ogni giorno un po’. Non a caso Dyer ha scelto, tra tutti i jazzisti, quelli per cui la musica rappresentava – oltreché un talento, e un mestiere – l’imprescindibile ragione di vita: ed era, prima di tutto, un bisogno e una forma di sopravvivenza. Ma la musica ha preteso il suo dazio, e come un regista occulto, o una divinità spietata ha innalzato questi uomini ad altezze vertiginose, per poi rigettarli nella disperazione. È questo il segreto di Natura morta con custodia di sax: Dyer ha mostrato dei mostri sacri nella loro fallibilità, nella loro dimensione di uomini tormentati dalla follia, dalla dipendenza e dal demone del proprio talento. Siete arrivati all’ultima pagina. La musica è finita. Sipario. 

(dal numero di dicembre di Medicine Show)

To be continued

Sunday 2 January 2005

Se dico: Tenera è la notte o Gli ultimi fuochi, Sinfonia n. 8 in si minore, Pietà Rondanini, Eneide, cosa vi viene in mente? Faccio voto di fiducia ed immagino che abbiate risposto correttamente, per cui confermo che: sì, sono tutte opere incompiute. Romanzi, opere d’arte e musicali, poemi che i loro autori hanno cominciato senza avere poi la possibilità di portarli a termine e che però presentano profonde tracce del loro genio: l’Incompiuta di Franz Schubert è probabilmente la più bella delle sue sinfonie, così come Tenera è la notte è il romanzo cui Fitzgerald aveva affidato la sua immortalità.

Se io fossi un grande scrittore, credo che lascerei incompiuto uno dei miei romanzi; lo inizierei, dedicherei interi anni della mia vita ad inseguire la perfezione e poi lo lascerei ai posteri senza finirlo: se la perfezione è per sua stessa definizione irraggiungibile, ripiegherei sulla promessa della perfezione e non sarebbe una sconfitta quanto una possibilità in più. Un’opera compiuta ha detto tutto quello che poteva dire, ha esaurito il suo potenziale, pur essendo un capolavoro è un’opera limitata alla storia che racconta; un romanzo incompiuto invece apre degli scenari, offre infiniti sviluppi, è in potenza, e quindi e nessuno ci vieta di pensare che ogni direzione verso cui il libro si può spingere, possa essere meravigliosa. E perfetta.

In Tenera è la notte ci sono almeno 50 pagine superflue, un omicidio gratuito e 2 o 3 personaggi ininfluenti per l’economia della trama. Fitzgerald ha rivisto la storia almeno 9 volte e non ne fu mai veramente soddisfatto. La versione italiana di Fernanda Pivano si rifà all’unica versione curata per la pubblicazione proprio dall’autore, nel 1934, eppure ogni parola di questo libro suggerisce la perfezione della possibile stesura definitiva: se ne avesse avuto il tempo Scott avrebbe scritto Il Capolavoro dei capolavori, Il Romanzo, avrebbe raggiunto la perfezione. Il libro è incompiuto – a suo modo – quindi chi può negargli questo primato?

Anche Preghiere esaudite di Truman Capote è un romanzo meravigliosamente incompleto, seppur non aspiri ad essere un capolavoro come Tenera è la notte. Capote, dopo aver firmato il contratto per il romanzo nel 1966 impegnandosi a consegnarlo nel 1968, ci lavorò invece finché morì – nel 1984 – e a noi restano solo 3 dei cinque capitoli di cui doveva comporsi. Alcuni critici o persone vicine all’autore hanno sostenuto che Capote abbia scritto il libro per poi distruggere i capitoli mancanti, probabilmente a causa dell’aspra reazione dell’opinione pubblica alle pagine pubblicate sulle riviste in anteprima.

Altri ben informati invece, ritengono che il libro abbia tradito le aspettative dello stesso Capote – che concepiva Preghiere esaudite come l’equivalente contemporaneo del capolavoro di Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Quale che sia la ragione, il romanzo di Capote ha tutta la forza espressiva di un’efficace narrazione, con quell’ossessione per la precisione della scrittura che è propria di questo scrittore americano ma ha – rispetto alle altre sue opere, geniali nella resa della realtà – il valore aggiunto dell’indeterminatezza, dell’assenza, della promessa appunto.

E poi sopperisce alla mancanza di un finale, con un incipit travolgente: “In qualche parte del mondo esiste una filosofa straordinaria che si chiama Florie Rotondo. L’altro giorno mi sono imbattuto in una delle sue riflessioni, stampata da una rivista consacrata agli scritti degli scolaretti. Diceva: – Se potessi fare quel che voglio, andrei al centro del nostro pianeta, la Terra, a cercare uranio, rubini e oro. Cercherei anche i Mostri non rovinati. Poi mi trasferirei in campagna. Florie Rotondo, 8 anni. – Florie, tesoro, io so cosa intendi dire – anche se tu non lo sai: come potresti a otto anni? Perché io ci sono stato nel centro del nostro pianeta; o almeno ho patito tribolazioni che un viaggio del genere può infliggere. Ho cercato uranio, rubini e oro e lungo il cammino, ho visto altri impegnati in queste stesse ricerche. E, senti Florie – ho incontrato Mostri Non Rovinati! E anche Mostri Rovinati. Ma la varietà non rovinata è rara avis: i tartufi bianchi paragonati a quelli neri, gli amari asparagi selvatici rispetto a quelli coltivati negli orti. La sola cosa che non ho fatto è trasferirmi in campagna.

Quando arrivate alla fine de La cote Basque, che è l’ultimo capitolo superstite (o scritto, fate voi) di Preghiere esaudite, non venitemi a dire che siete delusi perchè vorreste sapere come finisce la storia e cosa succederà a P.B. Jones – l’ambiguo massaggiatore che è la voce narrante di questo viaggio nel jet-set internazionale – non c’è n’è alcun bisogno. Bastano i dialoghi, le descrizioni salaci, le battute di spirito, la resa di un’atmosfera malsana quanto patinata a gratificare il lettore, per il resto pensateci da soli: Capote ha lasciato la strada aperta e ogni volta che qualcuno legge il suo libro questo si arricchisce di una nuova interpretazione, di un inedito punto di vista: il romanzo perfetto è quello che ancora deve essere scritto.