Come un romanzo

“Un vecchio assassino è in fuga, tallonato dalle auto della polizia, e precipita nel fiume. La camera lo segue mentre scende giù nelle acque, lasciandolo mentre annega, per sostare sui resti dell’auto adagiati sul fondo: le forme moderne della vettura si trasformano gradualmente in antichi rottami. E quando la camera riemerge dal fiume ci ritroviamo indietro, nella New York anni Trenta”.
Doveva essere questo l’inizio di C’era una volta in America, ultimo film diretto da Sergio Leone, se Ernesto Gastaldi – incaricato di scrivere il trattamento del lungometraggio – non avesse poi rinunciato, e la sceneggiatura non fosse stata scritta, com’è poi avvenuto, dallo stesso
Leone assieme a Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli e Franco Ferrini.
Ma ciò che forse non tutti sanno riguardo a C’era una volta in America, è che la sceneggiatura del film non è un testo originale, ma nasce dall’amore di Sergio Leone per il romanzo autobiografico The Hoods pubblicato nel 1953 a firma Harry Grey. Con buona pace di chi ritiene che tutta la storia narrata nel film sia in realtà, lo svolgimento di un sogno provocato dall’oppio, del protagonista Noodles (che in italiano significa “capoccia” ma anche “spaghetti”), alias Robert De Niro.
Racconta Gastaldi che un bel giorno Leone gli fece leggere un libro di cui era entusiasta: l’autobiografia di un anziano killer ritiratosi dall’attività nei primi anni Trenta. Due settimane dopo il regista gli presentò l’autore in persona, un tranquillo signore alquanto avanti con gli anni, che raccontò amabilmente ai due cineasti di aver ucciso 29 persone con il suo rasoio. E il libro, scritto da Grey a quattro mani con la moglie e intitolato Mano armata nella versione italiana, è appunto la narrazione della sua esperienza di gangster negli anni del Proibizionismo: un lungo viaggio nella memoria, dagli anni della scuola fino alla tragica fine della sua banda, di cui facevano parte i suoi più cari amici.
Il film poi, è fedele al testo solo fino a un certo punto: ne segue lo svolgimento per la descrizione dell’infanzia dei quattro gangsters, dell’amore di Noodles per Deborah – che nel libro si chiama Dolores – e dei vaneggiamenti di Noodles nella fumeria d’oppio.
Certamente, C’era una volta in America è un vero capolavoro, e forse ha ragione chi sostiene che sia il film più bello di Sergio Leone, ma io che amo sempre più i libri dei film che ne vengono tratti, mi sono appassionata maggiormente alla storia di Grey che a quella di Leone. Se non altro perché smentisce, in buona parte, una mia convinzione sui libri autobiografici o sulle biografie in genere: ovvero il fatto che siano presuntuose. Né più né meno, mi annoiano: nella stragrande maggioranza dei casi, il tempo speso a leggere testi biografici o autobiografici non è ripagato da una narrazione davvero interessante e quasi sempre poi la scrittura è debole e priva di mordente.
La mia sensazione, di fronte alle biografie, è che prevalga negli autori la convinzione che il permesso accordato al lettore di accedere ai fatti privati del protagonista giustifichi in sé il costo del libro e il tempo che ci vuole a leggerlo. Personalmente sono convinta invece che, salvo rare eccezioni, non vi sia nulla che in un’esistenza umana giustifichi più di dieci pagine di narrazione (cartella standard – 1800 battute). E soprattutto, ho l’assoluta certezza che nessuna esistenza, colta nella sua interezza, possa essere sempre e comunque degna di essere raccontata.
Naturalmente sono disposta ad ammettere delle eccezioni.
Penso, per esempio, a Mirabilmente singolare – la biografia di Glenn Gould di Kevin Bazzana – o alla vita di Luigi Pirandello narrata da
Andrea Camilleri in Biografia del figlio cambiato, a Il tormento e l’estasi di Irving Stone (sulla vita di Michelangelo)* o ancora a Il Fuggiasco di
Massimo Carlotto, anche se quest’ultimo è un libro che mi ha convinto più per i fatti ch’esso racconta che per i suoi meriti letterari.
L’ulteriore eccezione alla regola è proprio Mano armata di Harry Grey, tradotto per Longanesi da Adriana Pellegrini negli anni 1960 e attualmente fuori catalogo.
Grey, pseudonimo di David Aaronson – anche se alcuni fonti danno come suo vero nome Harry Goldberg – sa raccontare alla stregua di uno scrittore consumato la sua storia di sopravvissuto al proibizionismo e alle lotte tra bande nella New York del Lower East Side. Con uno stile affilato come la punta del coltello di Noodles, Grey rievoca un mondo violento e spietato, senza indugiare in esaltazioni o rimpianti, descrivendo lucidamente l’ascesa della sua gang fino ai vertici della criminalità organizzata.
Ma alla ruvidezza della gangster story alterna la dolce malinconia per un amore non corrisposto, e, infine, consumato solo nello stupro della bella e capricciosa Dolores. Addirittura quando Grey rievoca, in intensi monologhi interiori, i suoi sentimenti per lei la prosa diventa poetica, struggente, romantica e il personaggio del criminale incallito acquista un’umanità dolente che spinge il lettore a parteggiare, malgrado tutto, per lui.
E poi Noodles è colto, elegante, bello, intelligente e soprattutto leale verso i suoi compagni. E se pure in ogni singola pagina del romanzo Grey esibisce il suo desiderio di emergere, di vendicarsi del padre – un uomo ai suoi occhi debole e pavido, almeno finché una rivelazione sul suo passato non lo fa ricredere -, di essere temuto e rispettato e ricco, il lettore non può sottrarsi alla speranza d’una redenzione.
Il libro termina con un finale dolceamaro, sebbene nella realtà la conclusione della vicenda per Noodless-Grey-Aaronson, sia arrivato solo diversi anni dopo. Come lo stesso ex gangster ha raccontato a Gastaldi, dopo la cessazione della sua attività criminale fuggì in Florida, dove si rifece una vita tranquilla ed onesta, fino a quando, molti anni dopo, non gli arrivò una telefonata dalla mafia che esigeva il risarcimento d’un suo debito. Gli fu spiegato che doveva tornare a New York per uccidere un membro del congresso americano. Grey non poté rifiutare e così eliminò il senatore, ma poi fuggì e simulò di essersi tolto la vita gettandosi con la sua auto nel fiume Hudson: riappropriandosi così di una pace che aveva cercato di raggiungere fin da quando era un membro di una gang e si faceva largo nel mondo con la lama del suo coltello: “mi sentivo al sicuro e in pace. Sì, la pace è meravigliosa”.
Ecco, se hai una storia così a disposizione, e sai raccontarla al lettore, hai tutto il diritto di scrivere una biografia, questo è ciò che penso. Anche se a ben vedere, poi finisce che viene fuori un romanzo vero.

 

 

 

 


* Irving Stone è anche l’autore di un altro meraviglioso romanzo biografico: Vortici di gloria che racconta la vita di Camille Pissaro, uno dei pittori più importanti del movimento impressionista. Ripercorrendo la vicenda umana ed artistica del “visionario riflessivo”, come venne definito dai critici Pissarro, Stone disegna un magnifico e a volte dolente affresco dell’intero movimento pittorico che ha sconvolto il mondo dell’arte sul finire dell’800, intrecciando la storia di Pissarro con quella dei maggiori (e anche minori) esponenti dell’Impressionismo francese, da Monet a Degas, da Renoir a Cézanne a Sisley, e a quella di quanti (scrittori, mercanti d’arte, commercianti, osti, amanti e modelle) gravitarono intorno al movimento.

 

77 Commenti a “Come un romanzo”

  1. utente anonimo scrive:

    Com’è che, anche da registrati, si figura sempre come utenti anonimi? E’ forse un maligno giudizio di valore su chi posta?

    In ogni caso, Mano armata è proprio un gran libro. Un’altra grande autrice di biografie è Julia Blackburn, di cui sta per uscire la storia di Billie Holiday più appassionata che si sia mai letta (in Inghilterra, da Jonathan Cape, attorno ad aprile-maggio)

  2. glenn63 scrive:

    Ma sai, cara Seia, che l’avevo letto tanti anni fa e mi ero dimenticato anche di averlo? chissà in quale stanza dei libri è… lo vado a ricercare… a perdermi negli scaffali.

    and

    dimenticavo: un gioiello di recensione!

  3. utente anonimo scrive:

    Secondo me un’autobiografia bellissima è “Boy”, il racconto dell’infanzia di Roald Dahl. E una bellissima biografia, “I fuochi, le ombre, il silenzio”, di Pino Cacucci su Tina Modotti. Mano armata, invece, m’ha fatto dormì. Molto meglio la recensione 🙂

  4. seia scrive:

    – Ho smesso di interrogarmi sulle bizzarrie di splinder, quindi non so dirti. Come si dice però – riguardo il maligno giudizio di valore su chi posta – la malizia è negli occhi di chi guarda, mi sembra?. No? Adorando Billie Holiday, magari questa la leggo, grazie per l’anticipazione 🙂

    – And: perditi assolutamente lo devi rileggere! Grazie per la postilla da orefice 🙂

    – Caro il mio anonimo: leggerolli sicuramente se me li caldeggi così, anche se fino ad un paio di ore fa ammetto che non avevo idea di chi fosse la Modotti e non avevo mai letto nulla di Roald Dahl. Certo che il fatto che ti sei addormentato su Mano armata mi lascia perplessa, ma ti salvi con l’apprezzamento alla recensione 🙂

  5. utente anonimo scrive:

    Veramente io sapevo che the beauty’s in the eyes of the beholder: ma posso ricordare male, anzi di sicuro è così.

    Il libro della Blackburn su Billie Holiday si chiama With Billie. Spero molto che ti piaccia, quando esce.

  6. seia scrive:

    Bisogna essere creativi… 🙂

    Ti farò sapere se mi piace.

  7. utente anonimo scrive:

    Ripeness is all, anche. In ogni caso, il libro di Bazzana su Gould è una meraviglia e piace ai pianisti e anche ai non pianisti. Bravo Bazzana e brava tu ad averlo citato.

  8. Kerub scrive:

    Di “C’era Una Volta l’America” ha parlato diva Clelia
    (http://aletheia.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=392862)

    e Circo
    (http://circonferenza.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=412637)

    a me è piaciuto molto anche se forse lo abbiamo metabolizzato troppo e certe cose appaiono scontate anche se magari le ha inventate Leone.

    ciao da un estimatore di Bradbury.

  9. seia scrive:

    – Su Ripeness is all: riconosco la citazione da Re Lear, ma non so di che libro si tratti, o almeno so che c’è un romanzo di una scrittrice irlandese che s’intitola così, ma non mi sembra sia una biografia. Illuminami 🙂

    – Kerub: suppongo che del film di Leone ne abbiano parlato in molti di più. Non so quali cose ti appaiano scontate, e credo che nel film conti molto di più l’atmosfera, la malinconia e il rimpianto più dell’originalità della vicenda. In ogni caso io continuo a preferire il libro. Da estimatrice di Bradbury ad estimatore 🙂

  10. Kerub scrive:

    Colline dietro Hollywood.

    Due capre risalgono stancamente la scarpata di una strada quando da un autocarro cadono accidentalmente due pellicole in bobina.

    La prima capra si mette a brucare la cellulosa del film mentre l’altra resta prudentemente in attesa, lo sguardo interrogativo.

    “Allora? Com’è?”, chiede la seconda capra impaziente.

    “Beh…”, bela la prima capra.

    “Non male… ma secondo me il libro era meglio…”

    Ciao (magari la sapevi già)

  11. utente anonimo scrive:

    Per l’annuale galà del Festival, ho formattato la memoria bibliografica. Non ricordo l’autrice di “Ripeness is all”, se pure è un autrice. Basta Re Lear, che citavo a supporto della sintesi proverbiale di quel celebre sonetto di Shakespeare: “My mistress’ eyes are nothing like the sun”

  12. seia scrive:

    – E’ un’autrice te lo assicuro. Quanto al resto: Re Lear… il sonetto… non ti seguo più. Ma sarà che ho dormito 3 ore stanotte.

    – Kerub: la conoscevo già, ma è sempre carina.

  13. utente anonimo scrive:

    Sono l’utente anonimo che cita Re Lear. Seia, perché seguirmi? Proseguo per libere associazioni: a differenza del Piperno (per dire uno di cui non si parla mai), sono proustiano convinto.

    In ogni caso, e per una volta senza Proust, quel sonetto è bellissimo e spiega in poesia il detto per cui the beauty’s in the eyes of the beholder

  14. seia scrive:

    Sai di solito mi piace capire di cosa si parla: è un mio vezzo. Non firmandoti (cosa che non mi turba affatto), non ero sicura che fossi lo stesso anonimo di “the beauty’s in the eyes of the beholder”. Mea culpa. Stanotte ho dormito di più e quindi è tutto chiaro adesso. Quanto a Proust, a 15 anni ero soggiogata dalla Recherche, adesso… non più.

  15. utente anonimo scrive:

    Perdona, intento viso: io mi sono pure loggato (?), ma Splinder mi considrera anonimo. Sono tuttavia, e per i più, Giovanni.

    Non hai colpe per cui intonare alcun Confiteor, ma Proust va bene anche dopo i 15 anni, mi pare (io devo averli superati e ogni tanto rileggo i Guermantes o Sodoma e Gomorra). Nel frattempo, credo si abbiano in comune almeno le ultime Goldberg di Glenn Gould.

  16. seia scrive:

    Non preoccuparti non ho la sindrome da poliziotto sulle generalità. Mi piacerebbe però sapere chi sei per i meno, ma mi tengo la curiosità. Proust va benissimo anche a 90 anni naturaliter, non per me però. Meno male che c’è Gould (e Bach).

  17. utente anonimo scrive:

    Per i meno, che peraltro mi sono cari, sono silvio (no relation, si capisce: è una storia più lunga).

    Bach si ascolta in Paradiso, Beethoven in purgatorio, per l’Inferno c’è l’imbarazzo della scelta (da Mozart a Jimi Hendrix). Dopo 2 giorni di Festival, a me va bene anche il Limbo, dove mi pare non sia previsto neppure il piano bar

  18. seia scrive:

    Per tutti il Festival inizia oggi, e te ne hai già vissuto due giorni? Vabbè sei Giovanni e ti chiamano Silvio, tutto è possibile 🙂

    La tua visione dell’aldilà non mi convince in toto: in Paradiso Hendel, nel purgatorio Beethoven e nell’inferno Monk: l’inferno è più divertente visto che ci vanno le persone più interessanti, a quanto pare.

  19. utente anonimo scrive:

    Sono Giovanni, per di più armeno, e ti assicuro che per me e molti del mio mestiere il Festival è iniziato nemmeno ieri, ma svariati mesi fa.

    In purgatorio tutt’e due mettiamo Beethoven. Monk ha suonato tante di quelle robe diverse che non saprei dove piazzarlo. In Paradiso, ribadisco Bach: Haendel non ha scritto un paio di Passioni e una Messa bella come quella in si minore. Ohéi, nell’aldilà sono esigenti, eh

  20. seia scrive:

    Giovanni Armeno da Spaccanapoli? Sarebbe meraviglioso. Questo paradiso mi piace sempre meno, e poi pensavo che dovesse piacere a me non agli arcangeli e compagnia bella! E comunque il Messiah di Haendel non va bene? A me sembra appropriato (certo tralasciando l’origine pagana della parte dell’Alleluia).

  21. utente anonimo scrive:

    Ma a te interessa poi tanto il posto in Paradiso? A parte il fatto che non sta a noi sceglierlo, dannazione. In ogni caso, a me mi chiedono ogni anno i biglietti per il Festival e io ogni anno spiego che ascoltarlo e vederlo in sala è uno strazio. Del Paradiso non so abbastanza, ma fonti fededegne mi assicurano che Bach sta in heavy rotation e Haendel è tollerato, certo, ma in modiche quantità e soltanto per uso personale

  22. seia scrive:

    Come sempre ognuno cita le fonti che più gli aggradano: capziose e partigiane come i dati dell’Istat sul PIL. Meglio il posto in paradiso, anche se ci fosse Bach e non Haendel alla consolle, piuttosto che la platea a San Remo, quindi: buono a sapersi.

  23. utente anonimo scrive:

    La platea di Sanremo 2005 è un po’ meglio, perché il Bonolis vale un David Letterman, soltanto che è italiano, per di più romano, quindi non si può dire. In galleria, mi sa si vedono figure tipo mosche, non cantanti o altro.

    In ogni caso, visto che siamo sul Sinatra: a tinkling piano / on the next appartment…

  24. seia scrive:

    “Those stumbling words that told you what my heart meant

    A fairground’s painted swings

    These foolish things remind me of you”. Su questa siamo d’accordo. Chapeau Frank.

  25. utente anonimo scrive:

    La prossima volta che la suono, la dedicataria implicita di quella canzone sarai tu, vuoi? Altro dirti non vo’ / ma la tua festa / ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

  26. seia scrive:

    Ne sarò implicitamente contenta. Troppo felice e lieta / Nostra misera sorte / Parve lassù…

  27. utente anonimo scrive:

    E al Piperno, tu che magari lo conosci, che cosa gli posso implicitamente dedicare? Mi era venuta in mente “Senza fine” di Paoli, che ha un paio almeno di invenzioni armoniche da campionato mondiale.

  28. seia scrive:

    Ah non saprei proprio, dovresti chiederlo esplicitamente a lui. Ma a me Senza fine piace.

  29. utente anonimo scrive:

    E Che cosa c’è, quella, ti piace? Te la potrei dedicare prima di uscire, o anche stasera, tornando a casa dopo la fine definitiva e finale del Festival.

    A riguardo, e così torno IT, consiglio (a cura di) E. De Angelis, “Noi due, una lunga storia”, Milano, Mondadori, 2004 – vi si parla anche di Hoagy Carmichael e Irving Berlin, oltreché di Frank Sinatra.

  30. seia scrive:

    Mi piace molto “Che cosa c’è”, è così meravigliosamente romantica. (Qualcosa mi dice che il mio fidanzato non sarebbe felice se qualcuno me la dedicasse live, ma credo che una dedica implicita non gli crei problemi 🙂 ) La Vanoni e Paoli insieme hanno una sinergia incredibile, trovo alcune delle canzoni di Ti ricordi? No, non mi ricordo deliziose, altre meno, troppo amarcord e troppe sdolcinatezze. Dedicamela prima del festival va, così – sempre implicitamente – riesco a sentirla 🙂

  31. utente anonimo scrive:

    Oh, la presenza del fidanzato è magnifica per un remake di qual tu voglia dramma shakespeariano, meno per le dediche implicite (ma molto dipende dal di lui grado di sportività).

    Possiamo ripiegare su Una lunga storia d’amore? Io ti conosco da sempre / ti amo da mai? E naturalmente taccio sul mio stato civile, per rispetto della Patria e della coppia.

  32. seia scrive:

    “Una lunga storia d’amore” non mi convince molto. Alternative? Il mio dramma shakespeariano è “Molto rumore per nulla”, ti sembra attinente? Nessuno sport, tanto meno quelli di squadra. Tacer non posso, et temo non adopre

    contrario effecto la mia língua al core
    .

  33. utente anonimo scrive:

    Senti, anche se in ritardo inqualificabile: ti va Bewitched, bothered and bewildered? A me piace da pazzi, non è impegnativa né per te né per il suonatore armeno (cioè io), è una melodia da sogno. Può andare per tutti, sportivi e no?

  34. seia scrive:

    Beh ho aspettato ma la scelta è eccellente. La versione lunghissima di Ella Fitzgerald? Mi piace da morire.

  35. utente anonimo scrive:

    Puoi ritenermi mendace, ma pensavo giusto all’interpretazione di Ella, non ricordo più con quale formazione dietro.

    Ah, che duo chitarrabaristico saremmo, noialtri. Ma il tempo infuria e il pan ci manca: il faut tenter de vivre, dannazione.

  36. seia scrive:

    Ma io ti credo, figurati. Io ho la versione registrata nel ’57 alla Chicago Opera House: è la più bella, anche un po’ sensuale. Sai che uno dei miei desideri era di diventare una cantante jazz? Mi vedevo nei locali fumosi a cantare My funny Valentine stesa sul pianoforte. Ma volevo vivere negli anni ’30 e non è stato possibile. Che vuol dire chitarrabaristico?

  37. utente anonimo scrive:

    Vivere negli anni Trenta, nei locali fumosi di Manhattan o del Lower East Side, non doveva essere questo gran spasso – specie per le cantanti, peggio se negre.

    Esiste il piano bar? Sì. Esiste, almeno in Riviera e peraltro sporadico, il chitarra bar. Una brava cantante, meglio se charmante, e un chitarrista che arpeggi a basso volume. Successo certo, ti dico.

  38. seia scrive:

    Beh non posso sdraiarmi sulla chitarra, ma mi posso adeguare. Ma la Riviera è quella romagnola? Non credo mi piacerebbe la Côte

    d’Azur, e non ci sarebbe nememno Dick Diver a farmi ballare.

  39. utente anonimo scrive:

    Ohéi, un po’ di fantasia: sei giovane! Astrud Gilberto si sdraiava forse sulla Gibson di Charlie Byrd? No, c’erano le spiagge di Bahia. La Costazzurra non è più quella di BB, come appunto BB lamenta sempre, ma meglio di Riccione lo è senz’altro. Il versante ligure, idioma locale a parte, è meglio fornito di locali, tabarin, osterie e altro. Divertimento négligé assicuratissimo, in giusta compagnia.

    In quanto a Dick Driver, sei tu Nicole? Non lo escludo, eh.

  40. seia scrive:

    Il “mio” pianoforte era come il falcone maltese, dello stesso materiale con cui sono fatti i sogni. Ma pazienza. E No, decisamente non sono Nicole. Due “tipi” più diversi non potrebbero esistere, ma ciò non toglie che sia innamorata di Dick. La costa ligure eh? Potrebbe non essere male. (Anche perchè io odio la costa romagnola con tutto il suo bailamme)Anche se il mio luogo naturale (seppur lontano) è la costa dello Stretto. Ma mi sa che difficilmente sbarcheremo il lunario da quelle parti: niente tabarìn, né osterie o altro.

  41. utente anonimo scrive:

    Oh, qui si passa da Dick Driver a Sam Spade (via Shakespeare, ovviamente) molto meglio che in un romanzo. Complimentissimi, ça me dérange.

    Dopo di che, perché non provare anche lo Stretto? Ora il Presidente del Consiglio ci costruisce il Ponte e tutto rinascerà a nuova vita e lungo il percorso, oltre che all’inizio e alla fine dell’unica, poderosa, arcata, sorgeranno tabarin a pioggia, a macchia di leopardo.

  42. seia scrive:

    Hai mai visto lo stretto da un balcone? Con il vento che muove i cespugli e il sole che sgocciola sul mare: il ponte è una cannonata su un affresco di Michelangelo. Un delitto che nemmeno Sam Spade potrebbe punire. Anzi, nemmeno Chandler essendo dalla sua parte nella diatriba tra gli appassionati di hard boiled.

  43. utente anonimo scrive:

    Anche io tifo Chandler, se non altro per averlo scoperto prima (e prima ancora, proprio da bambino, S. S. Van Dine, che però non c’entra molto). Certo che il ponte sullo Stretto è un crimine: non per niente l’idea è venuta a quel tipo lì. Ma è peraltro sicuro che lo inaugurerà una trentina di volte e non arriverà mai alla fine, come tante opere pubbliche prima e dopo di quella.

  44. seia scrive:

    Beh non è male Van Dine (letto però solo in pessime edizioni della newton compton che di solito non mi disturbano ma quelle della collana dei gialli sono orrende) ma in effetti c’entra poco. Ultimamente mi sto appassionando a Woolrich e ai suoi personaggi così tragicamente romantici. Anche se non dovesse essere mai completato un troncone di ponte non è sicuramente bello da vedere. Io continuerò comunque a prendere il traghetto: venti bellissimi minuti di traversata per realizzare che si sta tornando “a casa”.

  45. utente anonimo scrive:

    Woolrich, guarda, se i giubbotti non costassero come un abito di Armani (seconda linea, non Giorgio Armani) almeno uno l’avrei in guardaroba. Invece sto agli Henri Lloyd di quando facevo il liceo e ai Burberry ereditati dal cuggino medico. Woolrich scrittore so che lo pubblica Repubblica e niente più: mi vergogno.

    Credo che il Presidente del Consiglio non completerà manco il troncone. Lo farà morire prima e saremo tutti più felici.

  46. seia scrive:

    Io non so che sono gli Henri Lloyd e i Burberry quindi direi che siamo pari. Comunque una possibilità a Woolrich dagliela, “Manhattan Love Song” (titolo meraviglioso) o “Si parte alle sei”. Quanto al ponte, speriamo sia così. Mala tempora occurrunt.

  47. utente anonimo scrive:

    First we take Manhattan / then we take / Berlin: quello lì mi piace e l’arpeggino facile facile di Suzanne l’ho imparato che ero molto giovane e cantavo nella tonalità del De André. Proverò Woolrich scrittore: quello a me noto fa splendidi parka e giubbotti (ma da 450 euri in su). Henri Lloyd fa un po’ di tutto, ma a prezzi accettabili – ho preso un paio di scarpette da superatteggione a 50 euro, in saldo di saldi, prima di Natale. Burberry mi sa che c’è anche nel romanzo di Piperno – di cui mi ha detto un’amica musicologa ebrea francese che è il Totti degli scrittori (non male: acida e precisa)

  48. seia scrive:

    Essendo laziale non so quanto gli faccia piacere a prescindere dal giudizio critico (per quanto acido). Io ne ho sfogliato qualche pagina in libreria e lo comprerò, mi sembra scritto molto bene. Sospendo il giudizio com’è doveroso. Quanto alla musica che non sia jazz, classica o dei Take That (e pochi altri) non contare su di me: scrivo su una rivista musicale non sapendone quasi un acca, qualcuno ci prova ad educarmi al rock e al pop e al punk ecc ma non sono un buon discepolo. Conosco il Cohen come scrittore e poeta. Le “scarpette” mi hanno fatto venire in mente la favola di Hans Christian Andersen 🙂

  49. utente anonimo scrive:

    Mi hanno anticipato che, sull’Indice dei libri del mese in edicola ad aprile, si occuperà di Piperno un linguista. Quello mi pare infatti un libro per esperti di lingua, non per critici letterari e bòn: i quali possono pure impipàrsene, dopo averlo s’intende ben letto.

    Mi pare che tu ascolti un sacco di musica e ne capisca parecchio. Detesto poi in genere le autosottovalutazioni.

    Contento, infine, che le scarpe atteggione da 50 euri ti abbiano riportato alla mente Andersen. E’ in uscita da Fazi un suo inedito, tradotto peraltro da un mè amìs che sta a Venezia, beato lui (sul sito dell’editore per ogni altra informazione)

  50. seia scrive:

    Non mi sentirai mai dire che non sono capace a scrivere o a parlare di un libro (o di un qualsiasi altro argomento: quello che non so l’improvviso, la favella non mi manca), anche perché io detesto invece, la modestia (quasi sempre falsa), ma uno deve essere onesto e riconoscere i suoi limiti: non so quasi nulla di musica suonata da gente ancora in vita. Ringrazio sentitamente per Andersen: l’inedito deve essere l’unica cosa sua che non ho letto. Fazi pubblica le favole? (O non lo è?)

  51. utente anonimo scrive:

    Anche io non tollero la modestia e i sedicenti modesti, allo stesso modo che poco sopporto gli sboròni, oggi tornati di moda (in periodo di stagnazione economica, succede). Accetto comunque le tue ragioni, che però mi sembrano deboli: se conosci Haydn, la musica di oggi è per te acqua fresca e puoi parlarne quanto vuoi – il che non vuol dire namedroppare alla Hornby, per carità del cielo (che di musica s’intende pochino).

    Stamattina non mi si apre la home page di Fazi, ma lì troverai tutte le informazioni. In ogni caso, no, non sono favole. Il traduttore è l’ottimo Lucio Angelini – lo dico perché tu fai giustamente caso a chi traduce cosa.

  52. seia scrive:

    Ok mi arrendo. Le traduzioni sono fondamentali, un bravo traduttore riscrive senza forzare il testo e la volontà dell’autore. Purtroppo posso fare il confronto solo con libri in lingua inglese (che è l’unica altra lingua che capisco, a parte il latino), ma a volte nella traduzione si perde completamente la musicalità e la cifra stilistica della lingua originale. Veraldi è straordinario, come Adriana Motti (che ha tradotto Il Giovane Holden) o Vittorini. Vorrei parlare almeno il francese per leggere Eluard nella sua lingua.

  53. utente anonimo scrive:

    Anche Vincenzo Mantovani, bravo romanziere di suo (ma nessuno lo sa) ha fatto miracoli traducendo Roth. Ora ci sono anche Luca Conti e, fra le ragazze, le meravigliose Anna Mioni e Clementina Liuzzi: e rimaniamo all’inglese.

    Ta chevelure d’orange dans la vide du monde: chi meglio di Eluard? Ma per esempio le celebri traduzioni di Fortini sono niente male (e anche queste sono state per me quel che per te fu il Salinger/Motti, lo confesso)

  54. seia scrive:

    Mantovani ha tradotto Festa mobile in modo commovente e anche Faulkner e Bukowski: bravissimo. Del Mantovani autore conosco solo “Il cattivo maestro” ma non l’ho letto. “tra due specchi /

    ti si perdono gli occhi / nella notte

    per unire desiderio e risveglio.”

  55. utente anonimo scrive:

    Entre deux miroirs / la nuit tes yeux se perdent / pour joindre l’éveil au désir.

    Un genio, anche se avvantaggiato dal fatto di poter dedicare i suoi versi – questi di sicuro – a una ragazza bella come Nusch. Le ragazze belle generano versi, come anche nota il sublime James Laughlin, traducendo Properzio, nientemeno.

    Quel romanzo di Mantovani che non hai ancora letto merita lettura, assicuro. Io l’avevo trovato su casuale bancarella a pochissime millelire, molti anni fa. Non penso sia più in catalogo.

  56. seia scrive:

    Metterò in lista Mantovani allora, conosco dei posti dove si trova l’introvabile. Nush l’ho vista solo in un ritratto fattole da Picasso: capirai se non ne ho colto la bellezza in senso stretto.

  57. utente anonimo scrive:

    Nush è stata fotografata da Man Ray, che già dà l’idea meglio dei celebri ritratti picassiani. Ma in ogni caso: non ti bastano le poesie di Eluard? Sono certo che sì. A te interessa meno, ma è chiaro da quelle sole che era una bellezza senza uguali in tutta l’Alsazia e la Francia. Mais où sont les belles d’antan? Esclusa la presente, si capisce.

  58. seia scrive:

    Si capisce.

    Sai com’è, la sensibilità femminile: quando si sente decantare la bellezza di un’altra donna è necessario verificare. Le poesie di Eluard mi bastano senza dubbio al di là di questa Nush. La più bella dichiarazione d’amore resta però quella di Majakovskij: “Se io ho scritto qualcosa / se qualcosa ho detto / é colpa degli occhi di cielo / degli occhi della mia amata.”

  59. utente anonimo scrive:

    Questa misero Office 2003 non deve avere i caratteri russi per doppiare gli inarrivabili versi di Majakovskij: me ne dispiaccio (tu magari non te ne fai niente). Grazie tuttavia di averli citati.

    Contrario a te, mi fido in genere di una ragazza che decanti le bellezze maschili. Cioè: non ho bisogno di verifiche, prendo per buono. Tu poi non sembri proprio una qualunque, se mi trascini in questo thread dal 25 febbraio e io peraltro continuerò fino al 25 dicembre 2055, salvo deltree o altro del genere.

  60. seia scrive:

    Più che altro non parlando il russo e non leggendo il cirillico avremmo dei problemi di comunicazione. Nel 2055 io avrò esattamente 80 anni e spero di conservare parte delle mie facoltà intellettuali per poterti intrattenere ancora. Ma la demenza senile non perdona. Staremo a vedere. Comunque ho ancora davanti “molti anni buoni”.

  61. utente anonimo scrive:

    Rifiuto di fare il conto di quanti anni hai ora: so di essere infinitamente vècchio e bòn. Penso che le tue capacità intellettive e la tua curiosità topolina ti consentiranno di imparare il russo ben prima del 2055, se lo vorrai. Intanto, ho dimenticato di aggiungere, in altro thread: i capolavori forse non esistono e in ogni caso scadono ogni tot anni. Alla fine del Settecento, non tutti gli italiani erano convinti che la Divina Commedia lo fosse, per dire. Direi che unanimità c’è soltanto sulla Bibbia, Omero e Shakespeare – perché già Cervantes, vero. Noialtri non stiamo a preoccuparci dell’etichetta e guardiamo al contenuto (salvo per i vestiti, dove il brand è tutto, ovviamente: Pallavicini docet, e non l’ubiquo, alopecico Piperno)

  62. seia scrive:

    Stavolta sono assolutamente d’accordo con te. Mi dovrò preoccupare? Naturalmente io non seguo il brand dell’uno o dell’altro per ovvie ragioni. A pensarci bene non seguo alcun brand: sua enim cuique prudentia deus est. Comunque sei mai facessi il conto, preciso che li devo ancora compiere: ci tengo, passare il guado mi preoccupa.

  63. utente anonimo scrive:

    A me non dispiace che tu sia d’accordo con me: quello greve, fra i due di questo thread, sono io e se una volta incrocio la tua levità ineffabile, ben venga e sia.

    I brand servono e ignoro chi siano l’uno e l’altro cui ti riferisci. I brand siamo noi, per me.

  64. seia scrive:

    Mi riferivo a Pallavicini e soci che hai citato tu. “Il brand siamo noi” sembra uno slogan della Generazione X 🙂

  65. utente anonimo scrive:

    Quand’ero giovane, facevo parte della Generazione X, ma nessuno me l’ha mai comunicato con precisione e io l’ho intuito quando quella generazione lì era già finita. Da ragazzo, c’erano i paninari, ma stando in provincia si era paninari di riflesso, che non è la stessa cosa: e non s’avevano i mezzi per definirsi metapaninari, nemmeno.

  66. seia scrive:

    Metapaninari è fantastico. Un po’ come la Piperzone. Da quanto ho capito la generazione X viene fuori ogni volta che c’è un buco da riempire in qualche rotocalco. Quindi dovrei esserci stata dentro anche io. E non avevo nemmeno un “movimento” a cui fare riferimento. Gioventù bruciata.

  67. utente anonimo scrive:

    Mmh, non credo tu possa ascriverti alla Generazione X: sei troppo giovane, mi sa. La Generazione X è roba da matusa, oramai, due o tre compagnie fa (ne parlavo ieri con una brillante architetta jazz di due compagnie maggiore di me).

    Sui rotocalchi, mi duole ammettere che la penso come Nanni Moretti in Caro diario – per il resto no, ma su quello specifico argomento sì, del tutto (se poi è proprio Caro diario e non un altro suo film)

  68. seia scrive:

    E così sono orfana di movimenti e di consonanti: me ne farò una ragione. Mai visto un film di Moretti (non per presa di posizione semplicemente non è mai capitato) e quindi non so che ne pensiate dei rotocalchi tu e Moretti, ma intuisco che non ne avete una bella considerazione. E nemmeno io in fondo.

  69. utente anonimo scrive:

    Mannò, figùrati. Tu sei della generazione per cui ha sprecato 3 pagine Zincone jr. sul Magazine del Corriere giovedì scorso. Beati voi: nemmeno avete un nome e già vi fotografano e vi sbattono in copertina. A noi, al massimo, la copertina di quel romanzo non poi così bello.

    Moretti diceva qualcosa tipo: quello che finisce sull’Espresso, una volta che è lì dentro, non esiste più, è finto (non ricordo bene, come vedi).

    In realtà, ho un’opinione mediocre del giornalismo in generale e non mi dispiace se faccio d’ogni testata un fascio.

  70. seia scrive:

    Non sprecherò tempo a leggerlo allora, l’articolo. D’accordo con te e Moretti, anche se ogni tanto un certo tipo di giornalismo televisivo piace: da Augias agli speciali sul sociale di Rai3 e ho già detto del domemicale del Sole24 ore. Mi piace anche il coraggio del Manifesto, sebbene un po’ estremista a volte. Peggio di Generazione X, sempre di Coupland, è il successivo “Generazione Shampoo”: già il titolo è un programma.

  71. utente anonimo scrive:

    Se il supplemento di 24ore fosse diretto da un non-giornalista, sarebbe meglio di com’è. Io rimpiango un po’ i tempi di Armando Torno, che è giornalista come Chiaberge, ma a suo tempo di altra qualità (ora non mi pronuncio). Il manifesto è leggibile, Alias va a volte – più no che sì, comunque, un sacco d’ideologismi nojosi. Augias è un simpatico, di persona fa schiantare dalle risate, e anche in tivù. Gli speciali sul sociale del Terzo credo di non averli mai visti e non ne meno vanto.

  72. seia scrive:

    Non occorre nemmeno pentirsene. S’intuisce che Augias è simpatico. E mi piace anche il suo modo di scrivere: ho divorato i suoi libri su Parigi e New York degli ibridi tra letteratura, saggio e guida turistica.

  73. utente anonimo scrive:

    Augias ha di buono che ha anche fatto del teatro e mi pare che questo traspaia quando va in televisione. I libri che citi sono belli da regalare e, mia statistica non attendibile, piacciono alle ragazze che piacciono. Che mi piacciono, in ogni caso (fine complimenti e, se del caso, esclusi i presenti)

  74. NoodlesD scrive:

    sono anni che cerco Mano armata ma non sono mai riuscito a trovarlo. anche su vari siti di biblioteche online… niente proprio.

  75. Noodles scrive:

    Non sono d’accordo. Mano armata è un libro da quattro soldi, scritto coi piedi. E soprattutto non vi trovo questo realismo di cui tu parli. anzi! Lo stesso Leone capiva benissimo quanto fosse povero stilisticamente il romanzo, ad attrarlo però era proprio il fatto che pur raccontato da un gangster che quelle cose le aveva vissute sul serio, il romanzo-autobiografico (o presunto tale) si svolge nella più pura convenzione del cinema di genere (gansteristico).
    Leone fa la stessa cosa, gioca coi riferimenti, con gli stili, gli angoli del noir, ma lo fa da professionista, da grandissimo autore postmoderno e firma un capolavoro.
    Per me il più bel film mai visto. (e ne ho visti e continuo a vederni a quintali).
    Di più: è la mia Opera preferita. In assoluto
    Non a caso il mio nick e il titolo del mio blog.

  76. seia scrive:

    Quindi il libro sarebbe scritto coi piedi perché tu preferisci il film? Giudizio critico fondato e incontrovertibile 🙂

  77. Massimo scrive:

    Leggo solo ora questo articolo, io che da adolescene, ormai sono passati più di trentanni, mi infiammai per questo libro, e lo passai ai miei migliori amici. Mi commuovo amche ora, a leggere informazioni di cui non disponevo, sulla vita vera che lo ha prodotto. Da ragazzo trovai una rispondenza emotiva immediata con quelle pagine, con i personaggi, che percepii come “più veri” rispetto a quelli dei pur tanti romanzi che fin lì mi avevano accompagnato. Anch’io come Lei identifico la storia raccontata da Noodless con il libro e non con il film, che pure è bellissimo. Leone ha reinventato, ha preso di forza la macchina da presa e l’ha girata con la pura forza della volontà artistica, creando una prospettiva personale, imponendo il suo spirito creativo. Tuttavia, per me che ho letto il libro così tanti anni prima, i due lavori restano indipendenti e non mi piace metterli a confronto, perché temo abbiano meno in comune di quanto la trama ci suggerisca. Il libro è come un albero in autunno, o una città molesta di rumori e puzze, mentre il film è il dipinto, l’impressione di quel reale.

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