Archivio di April 2005

Alla fine arriva… Medicine-Show

Friday 29 April 2005
Lo so siamo in ritardo, ma cercate di capire ci sono moltissime cose che bollono in pentola: il doc gira per l’Italia col suo carrozzone personale per l’uscita imminente del suo libro; il capo banda ha una casa editrice da mandare avanti e un libro (in comune con il doc) da promuovere; uno dei redattori deve contare le centinaia di migliaia di copie vendute; gli altri cercano di giostrarsi tra lavoro, riviste (e riviste) e giornali. Non è semplice la vita di uno spettacolo medicinale, ma alla fine torniamo sempre. Stavolta con qualche difficoltà in più visto che a quanto pare il sito di Medicine Show è stato assaltato da qualche hacker buontempone che l’ha messo fuori uso, così per scaricarlo dovete andare qui. Ci troverete: Bruce Springsteen, Thomas Pynchon, Alberto Ragni e il suo ultimo romanzo “Orchestra Tramonti”, i Take That, Jim Morrison, Al Di Meola, Johann Sebastian Bach, Bee Gees e Supertramp, De André, Lolli e De Gregori, Van Morrison, Morrissey.

Il supplemento di aprile per gli abbonati alla newsletter è “Van Morrison: Un teosofo a Belfast”, con 3 pagine conteneti due interviste e 8 testi tradotti. Come sempre, per ricevere i Supplementi basta iscriversi alla Newsletter, inviando la propria richiesta a: info@medicine-show.net.

Metti una sera a Roma

Friday 29 April 2005

L’aria fresca, la brezza dell’Aventino, le luci calde del crepuscolo, lo spettacolo antico delle mura aureliane e le calde note di un ensemble di musicisti jazz: Roma ti regala tutto questo in una sera d’aprile, se sai dove andare. Alla Casa del Jazz per esempio. Sabato scorso.

Un concerto all’aperto nell’immenso parco che circonda Villa Osio, l’edificio neorinascimentale che ospita la struttura e che un tempo era di proprietà di uno dei boss della famigerata “banda della magliana”. Stasera, suonano “Le trombe del Re”, il magnifico quintetto guidato da due dei maggiori talenti della tromba in Italia: Flavio Boltro da vent’anni sulla scena internazionale e Fabrizio Bosso suo allievo. Le due trombe regali sono sostenute dai bravissimi Luca Mannutza (al pianoforte), Luca Bulgarelli (al contrabbasso) e Lorenzo Tucci (alle percussioni).
C’è un brano del Lohengrin di Richard Wagner che recita: “Quando si sentono le trombe del Re, tutti corrono a schierarsi intorno alle rispettive insegne”. Non so se sia vero, ma mi piace pensare che il nome del quintetto venga proprio da questi versi. Del resto Boltro e Bosso hanno due stili musicali così diversi che, naturalmente, chi li ascolta si schiera con l’uno o con l’altro assecondando le proprie emozioni e attitudini al jazz: quello virtuosistico e pieno di ritmo di Boltro o quello caldo e appassionato di Bosso? Boltro urla le sue frasi nella tromba, le spezza fino a giungere all’assolo; il suono è potente e fantasioso, grazie alla sua padronanza dell’armonia e ad un’abilità tecnica eccezionale. La musica di Bosso è intensa e luminosa, la sua tromba introduce i brani con estrema delicatezza per poi esplodere con una grandissima irruenza in un suono originale, che richiama il be-bop anni ’60 e le calde contaminazioni afro. Da qualsiasi parte stiate, lo spettacolo è meraviglioso e le due trombe sembrano complementari, impegnate in un dialogo vivace puntellato di rimpalli, introduzioni e assoli che riscaldano il cuore. Magari invece, la scelta del nome è solo un riferimento al talento dei due trombettisti e andrebbe bene lo stesso.
Quando si accendono le luci (blu) sul palco e gli strumenti si accordano, comincia la magia. Un pezzo dopo l’altro, dall’omaggio a Freddie Hubbard e Lee Morgan – che per entrambi sono stati dei “maestri” – ai brani originali firmati dai due solisti. Con sorprendenti improvvisazioni e indiavolate scale inverse il duetto tra le due trombe inghiotte il tempo che passa senza che te ne accorga. Tra l’esibizione e il bis se ne va un’ora e mezza e mentre batto il ritmo contro il muretto su cui sono seduta, continuo a pensare che la battuta di Tom Cruise in Collateral: “Il jazz è quello che non ti aspetti” sia una delle cose più vere che siano mai state dette sul jazz. Io che adoro il sax non avrei mai pensato di appassionarmi al suono di una tromba diversa da quella di Satchmo o Chet Baker. E nemmeno che avrei trovato incredibilmente sensuale Honeysuckle rose di Fats Weller, un motivetto semplice da speak-easy anni ’30, che nell’interpretazione in chiave hard-bop soffiata nella tromba di Bosso diventa un brano dalla forte carica seduttiva: frasi spezzate che vibrano e si rallentano, le percussioni che imprimono il ritmo, il piano che quasi sussurra e la tromba che barrisce in bassi potenti e acuti sensuali. Sembra di ascoltare la storia di un gatto che esplora una vecchia casa abbandonata: i passi felini, il buio delle stanze polverose, l’intrigo della scoperta. Il jazz racconta ogni volta una storia e nessun’altra musica lo fa. I pezzi cantati ti distraggono con il loro testo, se segui le parole o le canti non puoi perderti nel racconto delle note. La musica classica, la new-age, la musica contemporanea o quella dodecafonica creano delle atmosfere ma non raccontano nulla. Sono evocative ma non ti parlano, non narrano come fa il jazz. Nel jazz ogni strumento ha una voce e una cifra stilistica, ogni assolo è un monologo e le jam sono storie corali. Una cosa che mi è sempre piaciuta dei musicisti jazz è il feeling che scorre tra loro quando suonano insieme, lo percepisci, è mescolato alle note che si diffondono nell’aria. Si divertono a suonare e trasmettono il gusto che provano nel farlo anche a te che li ascolti. E Flavio Boltro e Fabrizio Bosso godono a suonare insieme, si guardano, si parlano, ammiccano ai musicisti, tengono il ritmo uno della musica dell’altro ed entrano ed escono di scena come se fossero nel salone di casa loro. L’esibizione scivola via in ballate struggenti e pezzi indiavolati; il piano asseconda ogni brano con brillanti soluzioni armoniche e il contrabbasso segna il passo discreto ma potente. Fino al finale, che è pura energia: le trombe improvvisano una melodia che ricorda il volo di un calabrone, il batterista si lancia in un assolo di 3 minuti spingendo il ritmo all’inverosimile e il piano e il contrabbasso li seguono abili fino ad esplodere all’unisono sulle ultime battute. Grandioso.
Come diceva Duke Ellington “It Don’t Mean A Thing,If It Ain’t Got That Swing.” (E questo è anche il motto della casa del jazz)

Notizie dall’etere

Thursday 14 April 2005

Oggi alle 17:00 su Radio Tre Tommaso Giartosio intervistanel suo programma Fahrenheit Leonardo Colombati a proposito dell’ultimo libro di Philip Roth, Il complotto contro l’America di cui Leonardo ha già parlato qui. Non mi esprimo in merito non avendolo letto, ma il programma se l’Ascolto lo stesso.  

La strategia del ragni

Thursday 7 April 2005

A metà del Valzer rotondo, la nostra sigla finale, mio padre smette di botto di suonare e si gira inviperito, scrollando la tromba come se fosse una caraffa vuota. “In minore! In minore!”, ringhia al bassista. Toglie la sordina, fa due passi e la butta nel baule degli spartiti; quindi soffia con ferocia nel bocchino un paio di volte e torna a piazzarsi davanti al microfono. Marcello leva il mozzicone di Marlboro dalla tastiera del basso, gli dà un tiro, lo schiaccia sotto una scarpa e torce il collo in direzione di Victor, il batterista: “Ma chi crede di essere lui là, Miles Davis?”, gli dice.

Questo è l’incipit di Orchestra Tramonti, il secondo romanzo di Alberto Ragni – dopo l’esordio per Fernandel con Giorni Felici nel 2001, di cui si è già discusso – da alcuni giorni in libreria per Le Edizioni Scritturapura. E’ il primo romanzo di un autore italiano pubblicato, nella collana Cannella, dalla giovanissima e rampante casa editrice astigiana, che alla London Book Fair è già riuscita a piazzare i diritti di pubblicazione di Orchestra Tramonti in Portogallo e ad opzionarli in Gran Bretagna. Ragni si prepara alla conquista dell’Europa. Ne riparleremo, ma intanto leggetelo: è uno stralunato (e poeticissimo) viaggio on the road al seguito di una orchestra di liscio – la premiata “Orchestra Tramonti” appunto – tra canzoni, sogni e illusioni che non vogliono cedere il passo alle noie della vita di tutti i giorni. Un romanzo delizioso scritto dalla penna di un autore abilissimo che usa le parole con la leggerezza di uno sbuffo di vento.  

Le orchestre sono state radunate dietro le quinte del teatro, in uno stanzone con grandi finestre dai vetri smerigliati. Un uomo robusto, con una leggera balbuzie, ci ha detto di salire sul palco, tutti senza eccezione, dalla scala laterale sinistra, di fare come se l’altra non esistesse. “Perché?”, ha domandato qualcuno. “P-per non darvi dei pensieri inutili”, è stata la risposta. “E chi deve cambiarsi può farlo in questo l-locale. N-naturalmente non dimenticatevi il portafogli, o della ro-roba preziosa in giro”. È evidente che non c’è nessuno nella stanza che debba mettersi un altro vestito, siamo già tutti belli impacchettati in una esemplare eleganza da palco: giacche di raso, camicie vistose, lucide scarpe a punta. Sembra una rimpatriata di papponi.