Archivio di May 2005

Catene su catene su milioni di catene*

Tuesday 31 May 2005
Leonardo Colombati mi ha coinvolto in una catena musicale che credo sia iniziata qui, secondo quanto dice lui. Non volevo partecipare visto che l’intento del caro Leo, è palesemente infingardo, dacché nella redazione maschilista di Medicine Show (a proposito si preannunciano delle novità nella rivista musicale più ciarlatanesca del mondo, a partire dalla grafica del sito che adesso da un benvenuto in movimento che m’ipnotizza, per cui abbonatevi e consultate e scaricate), alcuni tra i valenti redattori fanno continue illazioni riguardo una mia (presunta) scarsa preparazione in materia, solo perché non conosco i nove decimi dei gruppi rock e pop di cui parlano nei loro articoli.
Ma se chiamata in campo io rispondo e quindi vi beccate quest’interessantissima disamina dei miei gusti musicali. 

 

 

Volume totale dei file musicali sul mio Pc:
8,12 GB per 465 files divisi in 8 cartelle. (C’è da dire che il mio computer è in condivisione con mia sorella e in rete con quello di mio fratello quindi la mole di files musicali è suscettibile di notevoli oscillazioni. Gli mp3 solo e soltanto miei (duramente scaricati per via una connessione con alice adsl assolutamente deludente) sono circa 250.  
 

 

Ultimo CD comprato

Kings of convenience, Riot On An Empty Street (per regalarlo, ma me ne sono immediatamente impossessata)
 

Art Tatum, Stompin’ At the Savoy (per me)
 

Canzone che sta suonando ora

Art Garfunkel, All My Love’s Laughter (mp3)
 

Cinque canzoni che ascolto spesso ultimamente
Dave Brubeck Quartet, Take five (che ascolto sempre)
Clash, Guns of Brixton (che ascolto sempre e solo in auto)
Duke Ellington, In a sentimental mood
Gotan Project, Last tango in Paris
Keith Jarret, Somewhere over the rainbow
 

Cinque persone a cui passo la palla

Poi faccio uno strappo alla regola e aggiungo altre tre persone a cui crosso il pallone e che non hanno un blog ma che sono dei veri e propri cultori: Alberto Ragni, Giovanni Choukhadarian ed Armando Trivellini.

 

 

 

 

 

*
citazione da “Kunta Kinte” di Daniele Silvestri, contenuta nel suo settimo album “Livre Transito” (2004).

Ingannevole è l’arte sopra ogni cosa

Saturday 28 May 2005
“Se uno scrittore afferma che una storia è vera, ciò non la rende migliore.”
Lo sosteneva Jeanne de Casalis scrittrice sudafricana (oltre che attrice, voce radiofonica, modello di bellezza del suo tempo e chissà cos’altro ancora), autrice di una strepitosa raccolta di racconti, Lei non sarà mai infedele, in cui ironizza lieve ed elegante sull’inaffidabilità dell’animo umano e le sue ipocrisie grandi e piccole.
La de Casalis naturalmente, riprende il pensiero espresso da Oscar Wilde nella prefazione a Il ritratto di Dorian Grey, secondo cui l’arte trova in se stessa e non fuori la sua perfezione: “Art for art’s sake”. Cos’è infatti l’arte e quindi (soprattutto?) la letteratura se non una finzione ben architettata? Se n’è discusso qui ad esempio, e se ne discute spesso altrove e da sempre, perché pare a molti che la letteratura debba avere un valore educativo o didattico o sociale e debba parlare di noi, del mondo che la produce, della realtà che la accoglie.
E perché mai?
Se non si parte dal presupposto che la letteratura – limitiamoci ad essa per il momento – è finzione e intrattenimento innanzitutto, si perde di vista l’oggetto della discussione: è come parlare di un mestolo non sapendo a cosa serve. Quando leggiamo un romanzo o un racconto assistiamo ad un inganno, un inganno di cui siamo consapevoli e che accettiamo incondizionatamente. L’autore non ci racconta La Verità, ma la sua verità o anche nessuna verità.
Lo stesso realismo – che sia quello russo dell’ottocento di Tolstoj o Puskin o quello americano di Louis Bromfield, Pearl Buck e del movimento dei muckrakers1 di Upton Sinclair o ancora, che derivi dalla visione etica di John Steinbeck – (ac)coglie pragmaticamente la realtà, nella misura in cui influenza l’uomo e il suo destino, ma poi la rielabora autonomamente per raccontare una storia. Se poi, raccontando questa storia, l’autore riesce a rendere fruibile per il lettore la sua personale idea del mondo e della realtà, o a formulare una visione filosofica della vita, o a esprimere un parere sulla realtà che lo circonda, ben venga, purché questo sia accessorio rispetto all’esigenza del raccontare, altrimenti perché non dedicarsi alla saggistica o al documentario?
E anche lì, si faccia attenzione a parlare di rappresentazione della realtà, un documentario viene montato e costruito prima di essere proiettato e già nello scegliere una scena piuttosto che un’altra si crea e si rielabora quella stessa verità che si credeva di aver colto. E così abbiamo ancora una finzione, la menzogna di cui parla Giorgio Manganelli.
Nelle sue lezioni sul pragmatismo a Boston nel 1906, Henry James affermava l’impossibilità di formulare dichiarazioni di verità assoluta perché viviamo in un mondo sempre mutevole di esperienze e quello che era giusto ieri può essere sbagliato domani.
E’ assolutamente così, e se la letteratura (e l’arte in genere) fosse inscindibilmente legata al suo tempo, e lo rappresentasse pedissequamente non solo perderebbe il suo valore di opera d’arte e in quanto tale, artificiale appunto, superflua, ingannevole e quindi sublime, ma soprattutto rifiuterebbe l’universalità che distingue l’arte dal manufatto: un quadro di Monet o un romanzo di Gogol non sono funzionali alla rappresentazione di un contesto sociale, non sono immediatamente utili a qualcosa, né sono strumentali alla percezione di un mondo che non esiste più.
Il quadro e il romanzo, raccontano qualcosa di quel mondo che vale la pena di raccontare e che non smetterà mai di essere interessante o comprensibile o coinvolgente.
Noi leggiamo Dostoevkji perché sa raccontare le sue storie, non per avere un’idea di cosa fosse la Russia duecento anni fa. Naturalmente dai suoi romanzi viene fuori anche questo, ma è un elemento che si aggiunge alla sua grandezza, non il movente della sua letteratura. Il bravo scrittore è quello che ti propina una storia – che può essere piena di inseguimenti, sparatorie, mostri marini, donne cannone e fantasmi – spingendoti a credere che sia tutto vero, innescando nel lettore la necessaria sospensione dell’incredulità, non il grafomane che imita la vita e te la descrive.
La letteratura è un processo creativo – un’arte antimimetica – che coglie qualcosa della vita attraverso l’elaborazione di un discorso letterario coerente e una struttura formale che riesce a isolare certi aspetti della realtà e a raccontarli: se si limitasse a riprodurli fedelmente in un banale processo di rispecchiamento dove sarebbe la creazione, il talento, l’arte? Gli alberi o i fiori o le case, i fiumi, le montagne che troviamo nei romanzi o nei quadri non li troveremo mai nella realtà, saranno sempre più verdi o più alti o più scuri o più piccoli. Sono un racconto e questo basta.
Cosa dovremmo chiedere di più ad un testo o a un quadro se non d’intrattenerci e di farci pensare anche un po’? 

 

 

 

Penso al mio quadro preferito per esempio – “La donna in giardino” di Claude Monet – un olio su tela dipinto a Sainte Adresse nel 1867, che rappresenta una donna completamente vestita di bianco che si ripara dal sole con un ombrellino, in piedi nel mezzo di un lussureggiamene giardino di rose.
Io adoro questo quadro. Avevo più o meno 6 anni quando ho visto per la prima volta questa signora in bianco sulle pagine di un giornale. Mi ha accompagnato in tutti questi anni, con quel suo vestito candido ed essenziale e il lezioso ombrellino, dai volumi di storia dell’arte o dal muro nella mia camera in cui è appesa una piccolissima riproduzione del quadro, finché non me la sono ritrovata davanti, ad una mostra (una straordinaria esposizione dei capolavori del museo Hermitage di San Pietroburgo presso Le scuderie del Quirinale) qualche anno fa. Era lei, eppure ci ho messo un po’ a riconoscerla. Mi aspettavo che fosse più grande e ho odiato la cornice che la conteneva: di massiccio legno dorato, eccessivamente barocca e complicata per quella figurina gentile. Ho studiato ogni più piccola sfumatura di colore, ogni improvviso guizzo di luce, ogni accostamento delle varie pennellate e dopo un po’ era di nuovo lei, la “Signora” che mi ha iniziato all’amore per l’arte e per l’Impressionismo in particolare.
Monet ha dipinto “La donna in giardino” durante il suo soggiorno estivo a Sainte-Adresse (un sobborgo di Le Havre, dove il pittore era nato), in un momento particolarmente difficile della sua carriera e della sua vita privata. All’epoca infatti, versava in gravi difficoltà economiche e si trovò costretto a chiedere aiuto alla sua famiglia che non gli aveva mai perdonato di aver sposato Camille Doncieux (la sua modella preferita) e lo costrinse ad abbandonare la moglie, incinta, a Parigi e a recarsi a Sainte Adresse presso la zia paterna.
“La Signora” è infatti Margherite Lecadre, moglie di suo cugino Paul-Eugene Lecadre, ritratta proprio nel giardino di famiglia. In questo quadro sono condensati e anticipati tutti i temi della pittura monettiana, la figura bianca della Signora sembra emergere dallo sfondo, prevalentemente scuro, per un sapiente uso della luce, il tratto non è mai netto e i contorni sono sfumati e derivano dalla sovrapposizione delle pennellate, ogni figura nasce dalla mescolanza dei colori, dalle loro variazioni a seconda delle posizioni rispetto alla luce: tutto in Monet è colore e luce. La stessa Signora è un puro cono di luce che illumina tutto il soggetto del quadro e sebbene occupi uno spazio ridotto in basso a sinistra, irradia bagliori e riflessi che si trasferiscono a tutto ciò che la circonda.
Eppure in questo trionfo di luce il quadro ci riserva una piccola zona d’ombra.
E qui inizia il racconto, la sospensione dell’incredulità, la capacità del pittore (e dello scrittore) di evocare e suggerire e dell’osservatore (o lettore di lasciarsi trasportare). Dietro il cespuglio che si trova a sinistra dell’albero in primo piano s’intravede una figura, sembra un uomo, è appena un accenno, non so nemmeno se ci sia davvero, se lo vede qualcun altro a parte me.
E’ una finzione comunque, sia che si tratti di una banale illusione ottica, sia che Monet l’abbia volutamente dipinto. Il pittore ha colto davvero qualcuno intento a spiare la Signora? Forse un amante o un innamorato condannato a soffrire per la sua indifferenza. Oppure è solo un gioco che ha voluto fare con noi che guardiamo il quadro? O ancora – più semplicemente – sono io che voglio vedere una storia anche dietro questo quadro? Se anche fosse così, se Monet si fosse sempre e soltanto limitato a riprodurre fedelmente ciò che vedeva come avrei potuto distaccarmi da quella rappresentazione e inseguire una fantasia? E’ l’arte (e la letteratura) ad esigere di smettere di vedere per iniziare a credere ad un inganno.
Tornando al quadro (con una parentesi assolutamente personale, quindi potete anche saltarla), io non ho una visione univoca del segreto di questo quadro: a volte l’uomo dietro il cespuglio è il pittore stesso innamorato di sua cugina e con il quadro ha affidato alla sua opera un sentimento che non riusciva più a custodire; altre volte è l’amante della Signora e lei lo sta raggiungendo per un incontro clandestino, o ancora un semplice ammiratore o addirittura un ladro. Ci sono momenti poi, quando ho la sensazione che la vita abbia perso la sua magia e il suo mistero e che niente mi possa più stupire o interessare, in cui non riesco a vedere alcuna ombra dietro quel cespuglio. E resta solo la realtà.
 

 

1 Movimento letterario americano dell’inizio del XX secolo che comprende scrittori e giornalisti come Stephen Crane, Jack London, Frank Norris e Upton Sinclair. Il termine deriva da un’espressione di Theodore Roosevelt in risposta alle accuse di corruzione che venivano mosse – secondo lui in modo esagerato – da questo gruppo che aveva come scopo la denuncia degli abusi del mercato e la corruzione politica. Gli storici sono d’accordo nell’affermare che se non fosse stato per l’impegno dei muckrakers il movimento Progressista americano non avrebbe ricevuto il supporto popolare necessario all’attuazione di importanti riforme. Il termine muckraking è tratto da Pilgrim’s Progress (un famoso romanzo del Seicento del predicatore puritano John Bunyan, che raccontò di aver avuto l’ispirazione per il libro, da un sogno fatto nella prigione in cui era stato recluso con l’accusa di aver predicato senza licenza il Vangelo: un sogno tanto vivido che egli trasformò in un libro e che, nelle epoche successive, divenne così celebre da essere considerato alla stregua di un manuale del perfetto Cristiano) ed indica il lavoro dell’uomo che rastrella la paglia e la polvere invece di osservare il cielo.

Reclame

Thursday 26 May 2005

Lo sapevate che Catherine Spaak è stata anche una cantante? E che Baglioni per alcuni adolescenti è una guida spirituale? Non siete stati al concerto dei Ramones a Torino nel 1980? Allora ho quello che fa per voi: il numero di Maggio di Medicine Show, la quintessenza del furore musicale. Dentro c’è Mozart afflitto da manie dionisiache, Springsteen (ancora lui, lo so ma i tre quarti della redazione sono dei maniaci ossessivi del Boss), Rino Gaetano e Jerry Lewis. Dove potrete trovare tanto e tutto insieme? E soprattutto se avete una risposta all’insidioso quesito che affligge da anni il Doc: “qual è la differenza formale tra Il passero solitario e Questo piccolo grande amore”, scaricate la rivista, leggetela e poi scriviteci. 

Il libro del mese è Ragtime di Edgar L. Doctorow.
Gli articoli sono di: Leonardo Colombati, Mario Desiati, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Alessandro Piperno, Armando Trivellini, Silvio Bernelli e Marco Di Porto.
Il supplemento del mese – per gli abbonati (a gratis) alla rivista – è: “La Buona Novella – Fabrizio De andrè: tutti i testi e la discografia completa”. Per ricevere via e-mail i supplementi basta iscriversi alla Newsletter, inviando un messaggio a info@medicine-show.net

La dura spina

Monday 23 May 2005
Romanzo intensamente decadente, La dura spina, scritto nel 1963, potrebbe iscriversi nella tradizione letteraria del primo novecento e allo stesso tempo risultare attuale. Sono decadenti i temi trattati – l’arte, l’edonismo, l’amore vissuto unicamente come abbandono dei sensi, l’incombenza del tempo – e il gusto estetizzante della sua prosa.
Ma la penna di Renzo Rosso è così efficace che la pagina conserva ancora oggi la sua rigorosa bellezza e non risente del tempo passato: non è forse questa la classicità?
 
I protagonisti del romanzo sono essenzialmente tre: Ermanno Cornelis –  fascinoso pianista alle soglie dei sessant’anni -, la musica classica, soprattutto l’Opus 106 di Beethoveen, e una Trieste invernale e luminosa. Ci sarebbe anche una certa Giuliana Cheremìsi, di cui il Cornelis s’innamora: vent’anni, “un viso comune e capelli biondo scuro” ma a ben guardare però, lei non è molto importante: è un elemento squisitamente strumentale nella storia e l’amore stesso che lei ispira in Ermanno è poco più di una molla che fa scattare ricordi, considerazioni e associazioni di immagini.
 
Ermanno dunque è un pianista, o meglio fa il pianista, perché in lui non c’è alcun’urgenza da fuoco sacro; con la musica ha un rapporto di appassionato distacco: vuole dominarla per affermare sé stesso. Amatissima – senza abbandono – è solo un mezzo per ottenere fama, gloria e gratificazione. Sa di non essere un grande interprete, come Rosenthal o Gieseking e la cosa non lo turba affatto, anzi. Consapevole dei suoi limiti e delle sue doti di pianista (cosa ben diversa da un interprete), gode nel prendere in giro i critici entusiasti, beandosi di “aver dato loro una perfetta copia di Gieseking o di un Busoni.”
Di ogni brano conosce i segreti meccanismi e ne imita le migliori esecuzioni per goderne la gloria riflessa. Pensiamo alla sua ossessione per la Hammerklavier (Opus 106, quart’ultima sonata di Beethoveen): Ermanno ne penetra gli artifizi più nascosti, arrivando addirittura ad ipotizzare una diversa disposizione degli elementi compositivi (Allegro, Adagio, Scherzo) rispetto alla partitura classica. Nella sua esecuzione ne stravolge la struttura per piegarla a un’inaudita tensione drammatica. Non si limita ad eseguirla: se ne allontana per superare Beethoveen, sé stesso, e i suoi limiti, forse.
 
Allo stesso modo ama le donne. Vanta un “catalogo” degno del “Don Giovanni” di Mozart: tutte al di sotto dei venti anni perché “la loro giovinezza – era – acerba grazia che irraggiava il suo alone su tutta la sua persona e gli alleggeriva ogni peso.”
Ogni evento, successo, amarezza o gioia della sua vita è legata a un nome di donna: le ama tutte ma non se ne lascia mai possedere. Anche loro sono solo un mezzo, un anodino alla malinconia per gli anni che passano.
Non c’è rimpianto però nei suoi pensieri e la nostalgia del ricordo è vinta dal desiderio di vivere ancora struggenti balenii di emozione e intense ebbrezze.
Fino a Giuliana.
Ma l’abbiamo detto, lei non è importante, è solo una parentesi nella vita libertina e al contempo profondamente conformista, di un artista senza arte e senza tanto tempo ormai. Rosso, nel costruire il romanzo, sembra percorrere la stessa strada del suo protagonista: Ermanno cerca una via altra nell’interpretazione della 106 rispettandone però i presupposti formali, e l’autore senza travalicare gli schemi della costruzione narrativa classica, tende il romanzo alle estreme conseguenze. E mentre le pagine scorrono, la terza personale iniziale, oggettiva ed impersonale, diventa intima (ma non intimista), quasi un monologo interiore, un discorso indiretto libero, vivace e gaio al di là di ogni sterile sperimentalismo, fino ad inserire pagine di diario e lettere che ci conducono di filato nell’anima di un io narrante che in realtà non c’è. Così a dominare la scena è il valore estetico di un romanzo che racconta come l’arte, l’amore e la vita possano essere grandiosi e vacui al contempo.
Resta l’amarezza dei versi di Saba a cui si richiama il titolo del libro: “Sanguina il mio cuore come un cuore qualunque. La dura spina che mi inflisse amore la porto ovunque.” 

Da Medicine Show di Marzo.

Vediamoci a Perceber

Sunday 15 May 2005

Per chi ancora non lo sapesse (ma dove vivete?), Mercoledì 18 Maggio alle ore 20, presso l’Officina Arte al Borghetto, (piazzale della Marina 27. di fronte al Ministero della Marina) a Roma, naturalmente, viene presentato Perceber, il romanzo-capolavoro-misterioso-ormai-svelato di Leonardo Colombati. Saranno presenti, oltre a Leonardo che mi pare essenziale, Enzo Siciliano, Alessandro Piperno, Mario Desiati e Giulio Mozzi (se non perde uno dei suoi famosi Eurostar, da Firenze, stavolta) che non sono sicuramente accessori comunque. E – così per la nuda cronaca – ci saremo, confusi tra la folla, anche io e lui. Ci si vede a Perceber?

Il sesso degli angeli

Wednesday 11 May 2005
Quando la critica letteraria non sa fare il suo lavoro (o è troppo pigra per farlo bene), ricorre sempre alle definizioni ed invece di analizzare l’opera di un autore alla luce dei suoi libri, spreca parole su parole in arditi paragoni e vuote analogie con altri scrittori di altri romanzi in altre epoche, magari. E alla fine non sai nulla di più di quel libro se non che, vagamente, in certe frasi, per alcuni versi, sotto certi aspetti può ricordare questo o quello o un altro ancora. Cui prodest? Non a me comunque. Così quando ho letto che Harold Bloom ha definito Harold Brodkey “il Proust americano” me ne sono avuta a male: Bloom ha scritto cose illuminanti sulla letteratura, il romanzo, la narrativa, perché rifugiarsi in simili considerazioni che nulla dicono di questo autore. Quali sono i punti in comune tra Proust e Brodkey? La scrittura circolare? Una diffusa e leggera morbosità? La memoria come strumento per reinventarsi la realtà? Si è possibile, ed allora? Se ho già letto Proust – ed è ininfluente che mi sia piaciuto o meno, a volte non è solo questione di gusto – perché dovrei leggere Brodkey? Se la sua narrativa è tutta lì, in quella assimilazione ai temi della Recherche, se la sua scrittura trova la sua giustificazione di valore unicamente nell’attribuzione di questa sorta di titolo nobiliare, perché mai dovrei trascorrere alcune ore a leggerlo?
In realtà c’è di più in Brodkey. Partiamo dalle basi. L’inizio di ogni romanzo è il suo titolo e i titoli di quest’autore americano sono spesso meravigliosamente originali: Stories in an Almost Classical Mode (Storie in modo quasi classico), First Love and Other Sorrows (Primo amore ed altri affanni), This wild darkness (Questo buio feroce). Sin dai titoli la sua scrittura tradisce un’attenzione maniacale per il suono delle parole e per la loro capacità evocativa: gli aggettivi giusti, al posto giusto, dopo i sostantivi più adatti; quasi una ricerca di una melodia interna al testo che culli il lettore mentre legge. Ed è così in ogni sua riga.
I suoi racconti sono quasi sempre lunghi, non succedono molte cose in quelle pagine, l’intreccio è spesso inesistente ma difficilmente annoiano. Lo dico sempre io, se non hai una storia densa di avvenimenti da raccontare, che almeno tu scriva da Dio e non me ne faccia accorgere. C’è molto sesso nei libri di Brodkey. Ma la sua non è una letteratura erotica; il sesso che descrive o suggerisce, è pura fiction, invenzione letteraria intesa come strumento di narrazione: non parla di sesso ma racconta attraverso la sensualità e la sessualità dei suoi personaggi – che narrano quasi sempre in prima persona – stati d’animo e sensazioni. Innocenza ad esempio, uno dei racconti del primo volume delle Storie in modo quasi classico, è la lunga descrizione di un cunnilingus, ma l’intento non è erotico, è un atto d’amore: lui vuole far raggiungere a tutti i costi, l’orgasmo a lei che non riesce a lasciarsi andare, e mentre cerca di farla godere, pensa, riflette, racconta. E ad azzardare un po’, Innocenza sembra una metafora dello stile narrativo di Brodkey: un flusso a volte interminabile di parole, che scorrono lente e poi improvvisamente veloci, tra picchi di lirismo e sensualità soffusa, fino al climax e allo scioglimento del dramma, quando l’orgasmo si quieta e c’è solo dolcezza o un languore malinconico. Quella di questo autore americano è una sorta di riflessione sul mondo e su sé stesso, filtrata ed elaborata dai sensi e poi sfumata nel ricordo. Gli interessa sondare la complessità delle relazioni interpersonali in un dialogo continuo tra il sé e l’altro da sé. Ha saputo cogliere e poi restituire al lettore le sue ansie, le insicurezze e i conflitti che lo animano, spesso ricorrendo agli occhi di un bambino per osservarle. E penso a Sulle Onde, un bellissimo racconto ambientato a Venezia che ha per protagonista un padre e una figlia, che si ritrovano nell’incessante ed instabile andirivieni delle onde nei canali, in una città in cui  – come dice Melinda, la bimba protagonista che deve superare il trauma della separazione dei suoi e del disfacimento di tutto il suo universo – nulla “è sincero eccetto l’acqua”. Anche questo come altri racconti è la storia della perdita dell’innocenza e della volontà di preservarne un po’ per non soccombere al mondo e alla sua ingiustizia. Brodkey ha scritto delle storie in modo classico perché non cede al minimalismo, né alla metafisica, al postmoderno o ad alcun altro tipo di sperimentazione modaiola, eppure si distingue lo stesso (per questo è quasi classico ma non del tutto classico) per il suo sguardo sincero e nostalgico, per la dolce spregiudicatezza delle sue parole, per il tocco di leggera morbosità con cui scrive di iniziazioni sessuali, amicizie, amori, matrimoni, affetti familiari. E soprattutto per quell’attenzione assoluta e profonda con cui s’inerpica nei meandri della mente, seguendo il percorso della memoria che tutto ricrea.   

Grazie ad Andrea che mi ha regalato i due volumi di Storie in modo quasi classico.

 

Miscellanea

Sunday 1 May 2005
Un po’ di notizie e di consigli per l’acquisto. 

Su Vibrisse, il bollettino letterario ideato da Giulio Mozzi, il funamobolico Giovanni Choukhadarian recensisce Perceber di Leonardo Colombati (da domani nelle librerie) e scrive di Orchestra Tramonti di Alberto Ragni (da qualche giorno in libreria). Non pago di questo, li intervista pure. Le domande (e le risposte naturalmente) della prima intervista a Leonardo Colombati sono sulla prima pagina dell’ultimo numero di Stilos il settimanale di letteratura diretto da Gianni Bonina (ma è possibile leggerla anche qui). Mentre il botta-risposta con Alberto Ragni lo trovate qui.

Leonardo Colombati poi sarà alla Fiera del libro di Torino (dal 5 al 9 maggio) presso lo stand di Sironi nel padiglione 2 (posizione J 146), domenica 8 maggio alle 19.30, con la partecipazione di Alessandro Piperno. Mentre Alberto Ragni sarà alla fiera presso lo stand Scritturapura sabato 7 maggio ore 15,00 (Stand P69).
Domani esce anche Ente nazionale della cinematografia popolare, l’ultimo romanzo di Paolo Nori. E ancora a proposito dello scrittore emiliano, Davide L. Malesi ha scritto un bel pezzo sul suo romanzo Gli scarti, in cui esamina l’aspetto più importante della sua narrativa: la capacità di affabulazione.

Medicine-show di aprile è finalmente on line al suo posto, dopo i problemi dei giorni scorsi che avevano reso inagibile il sito.

Tramite Jacopo de Michelis e X, apprendo della nascita di NeXT, la rivista del connettivismo, una nuova fanzine cartacea dedicata ai
temi del fantastico fondata da tre blogger (X appunto, Zoon e Pykmil).