Archivio di July 2005

Elogio della follia

Wednesday 27 July 2005

Da giorni su Vibrisse, versione blogghesca del bollettino letterario ideato da Giulio Mozzi  e prima ancora, sul blog della giornalista culturale di Repubblica Loredana Lipperini, infuria il dibattito sulla crisi della letteratura, seguito all’intervista rilasciata da Vincenzo Consolo a  Maria Teresa Meli per “Io donna” il supplemento femminile del “Corriere della sera”.
Nei
post e nei commenti si sprecano le considerazioni a margine, e, più o meno, la tendenza è quella di considerare Consolo e anche La Capria, che pochi giorni dopo ha espresso un parere molto simile dalla terza pagina del Corriere, due vecchi tromboni che incapaci di comprendere la contemporaneità, vivono nel ricordo dei tempi che furono dimentichi che quelle stesse cose di cui loro si lamentano oggi, le denunciavano anche i critici di cinquant’anni fa.
In un intervento su Lipperatura,
Wu Ming 1 scrive: “Certi discorsi si facevano uguali identici quando Consolo era ancora nella pancia della mamma. Certi discorsi si facevano uguali identici quando il nonno di Citati era in fasce. Certi discorsi si facevano uguali identici mille anni prima che Luperini occupasse la sua cattedra.” E ancora: “La storia della letteratura e delle arti è stracolma di giudizi sbagliati, inutilmente impazienti, intempestivi, apocalittici, ridicoli. Di Kerouac si disse che il suo non era scrivere, bensì mero “battere a macchina” e che presto di lui non si sarebbe più parlato.” E cito le parole di Wu Ming tra tutte le altre spese, perché tra tutti coloro che la pensano come lui e con cui io sono in disaccordo (ma sono sicura che se ne faranno una ragione) è quello che dice le cose più chiaramente e del quale, pur nella distanza delle posizioni, comprendo il punto di vista, giungendo però a conclusioni diverse.
Ritengo che Wu Ming abbia ragione quando dice che le “operazioni cassandra” in letteratura non sono nuove e che periodicamente si piange la fine della narrativa italiana o se ne denuncia la decadenza. Ed è vero che spesso i critici non hanno saputo riconoscere il talento nemmeno quando ci hanno sbattuto il naso e tutto il viso contro. Ma la questione è che i critici sono spesso portatori d’istanze personali (per gusto e formazione, come potrebbe essere diversamente?) il cui valore dipende dal credito che sono riusciti a conquistarsi presso i lettori e gli addetti ai lavori – e quindi mi pare poco costruttivo liquidare Citati, Consolo,
Luperini come vecchi rincoglioniti che non sanno più di cosa parlano – e soprattutto mi pare un errore imperdonabile non rendersi conto che la contemporaneità non può essere legittimamente giudicata da se stessa e che ogni cosa venga detta, scritta, proclamata oggi deve essere presa con il beneficio d’inventario di un’opinione, che sarà tanto più meritevole d’attenzione quanto più chi la esprime si è distinto per obiettività (o per la tendenza all’obiettività) e per onestà intellettuale, prescindendo poi dal fatto che tendiamo a riconoscere come valide esclusivamente le ragioni di chi la pensa come noi.
Citati, Luperini e Consolo, sono uomini che hanno conosciuto Calvino, Gadda, Pasolini e che adesso si ritrovano a leggere questi romanzi scritti da gente che si parla addosso e sceglie di non raccontare preferendo esprimersi, come se la letteratura avesse la stessa funzione di una seduta di autocoscienza. Come minimo si sentono spiazzati, perché non dovrebbero dirlo? Perché non dovrebbero dire che non gli piace quello che leggono? Perché dovrebbero lasciare che gli autori si incensino l’uno l’altro all’interno delle loro consorterie sbattendosene altamente dei lettori che li disertano? E se è anche vero che “nel preciso momento in cui gli scrittori italiani vengono tradotti e apprezzati all’estero come non accadeva da tempo. […] e che “sul Guardian, l’Independent, la Sueddeutsche Zeitung, Libération, El Pais, il Washington Post, il Clarin, il Folha de Sao Paulo, La Jornada etc. […] su quelle pagine troverai (li cito alla rinfusa): Camilleri, Pincio, Evangelisti, Carlotto, De Cataldo, Genna, Carabba, Lucarelli, Battisti, Ammaniti, Simona Vinci, Manfredi, Brizzi, noialtri” – come sostiene ancora Wu Ming 1 in un altro commento – tuttavia, come può non rendersi conto che gli scrittori che cita, per un verso o per l’altro – ad eccezione di Battisti credo – sono autori che (in Italia) vendono abbastanza e che portano avanti un’idea di letteratura che non è quella che si vuol far passare come dominante, la cosiddetta letteratura mainstream (classificazione che a mio parere è assolutamente privo di significato se comporta un giudizio di valore, ma è valida se serve a distinguere per spiegare meglio cosa succede in un dato momento storico in letteratura), che non gode di ottima salute diciamo così, ma una letteratura diversa che riesce a comunicare con il lettore e ad accaparrarsene l’attenzione e il favore proprio perché quasi tutti questi scrittori, al di là dei gusti personali, hanno scelto di raccontare e non di esprimersi.
E la questione è tutta lì: nel rapporto tra lettore e scrittore e nella sua capacità di raggiungere il pubblico. Se uno scrittore non viene letto – e se non è letto sebbene venga pubblicato da una casa editrice non piccolissima o appena fondata – non dovrebbe porsi il problema del lettore? O ha ragione Giulio Mozzi che afferma che la crisi non esiste perché negli ultimi anni sono stati pubblicati ottimi libri (quali?) e che “Se esistono ottime opere narrative e queste non incontrano lettori, siamo sicuri che il problema stia nelle opere narrative? Non potrebbe stare nei lettori? Non potrebbe stare nelle aziende editoriali? Non potrebbe stare nel mercato?”.
Ma su questo rimando a ciò che ha scritto in proposito
Davide e per quanto riguarda me, a ciò che ho detto nei commenti a questo post: “Quale scrittore vorrebbe essere come la voce che urla nel deserto? E se il suo non fosse un urlo ma il più dolce dei canti, se non ci fosse nessuno ad ascoltarlo sarebbe felice? E soprattutto potrebbe definirsi ottimo cantante? E se l’ascoltassero in due, questi legittimamente potrebbero dire che quell’uomo ha la migliore delle voci mai ascoltate? E io dovrei crederci? E se poi l’ascoltassi e non mi piacesse: chi avrebbe ragione? Possiamo anche continuare così a porci domande retoriche, presupponendo, appunto, di avere le risposte senza darle esplicitamente, ma a che serve?
Un ottimo libro che nessuno legge o che molti leggono e nessuno apprezza, o che pochi leggono ed apprezzano, non può dirsi ottimo in senso assoluto e la “tiritera” che tu fai insistendo sull’aggettivo ottimo, coglie perfettamente il fulcro del problema e anche il suo anello debole, proprio perché si tratta di una considerazione personale a prescindere dall’autorevolezza o meno di chi la propone.
E poi quali sarebbero tutti questi ottimi libri che affollano la narrativa italiana? Quando Consolo dice che la narrativa italiana è in crisi dice a mio parere una verità e un’inesattezza. La verità è che non siamo più in grado di proporre una letteratura che travalichi i confini nostrani: pensiamo alla lista dei cinquanta scrittori che diverranno dei classici proposta dalla rivista francese “Lire” (a sua volta ripresa dall’idea proposta dagli organizzatori del festival della letteratura che si tiene ogni anno in Bretagna “Etonnants Voyageurs”), non c’è nessun italiano tra questi cinquanta e presumo che se anche arrivassimo ai primi 1000 non ne troveremmo di certo; la nostra produzione narrativa è (quasi) sempre troppo ripiegata su se stessa, compresa in piccinerie o peggio elucubrazioni da filosofi della domenica travestite da racconti, per poter essere spesa all’estero.
E’ palese che una crisi c’è. E se si vendono pochi libri o pochi libri italiani, o se se ne vendono meno o comunque in rapporto inferiore a quanti se ne pubblicano (e a volte la sensazione è che se ne pubblichino troppi, non tanto per la quantità piuttosto per la qualità), non possiamo seriamente pensare che il problema sia dei lettori o dell’azienda, se uno scrive un libro come minimo vuole che se lo leggano, o gli basta essere considerato un ottimo scrittore dai condomini? O riciclarsi come intellettuale per i suoi amici? Basta dirlo comunque. E poi l’azienda. Certo che è un problema dell’azienda, e io non lo pubblicherei uno scrittore che non vende, o quantomeno il dubbio che ci sia qualcosa di sbagliato me lo porrei. Poi se proprio potessi vivere di rendita farei come Calasso e pubblicherei quello che mi piace, ammettendolo naturalmente.
D’altro canto però, la parola crisi etimologicamente allude ad una scelta e in senso lato al prossimo sopraggiungere di un cambiamento, di un mutamento di direzione. E non è così nel nostro caso, in Italia in letteratura (quasi ovunque, non generalizziamo troppo) non c’è fermento, né innovazione, né originalità (fatte salve le eccezioni di cui prima, che in quanto tali contano poco o molto dipende da quanto si è disposti a vedere la vie en rose).”
 
E adesso che mi sono pure autocitata chiedo venia a mi ritiro.
Prima di andare però, altre due cose.
 
Le considerazioni più interessanti su letteratura e editoria le ho lette recentemente nell’ultimo libro di Roberto Calasso,
La follia che viene dalle ninfe, pubblicato naturalmente da Adelphi.

Si tratta di una serie di brevi saggi, pubblicati su quotidiani e riviste e raccolti per la prima volta tutti insieme, che coprono i vari interessi dell’autore, spaziando dalla letteratura al cinema, dalla musica a Kafka, dal mito classico greco all’idea di un’editoria come arte.

Mi soffermo in particolare su tre (sono dieci in tutto) di questi saggi: il primo da cui prende il nome il libro, il secondo dedicato a Nabokov e Lolita, “La sindrome di Lolita” e l’ultimo, “L’editoria come genere letterario”. L’idea che li accomuna, parzialmente ripresa poi anche negli altri saggi, riguarda l’idea di conoscenza metabolizzata dall’Occidente, che da Cartesio in poi, si è sforzato di rifiutare la parte misterica del processo conoscitivo in favore di un percorso razionale e pragmatico. Così facendo ha tralasciato di condurre con sé il potere delle Ninfe e la possessione che ne deriva, per la quale l’oggetto della conoscenza diventa parte integrante del soggetto conoscitore che ne viene posseduto, in un rapporto erotico che prescinde dall’apprendimento e riconosce nella passione l’unica vera forma di comprensione e conoscenza.

La follia che viene dalle Ninfe (che succhiano il sangue e la vita degli uomini, ma che donano l’ispirazione) crea la poesia, la letteratura e quindi tutta la conoscenza. Ciò che Calasso suggerisce dunque è che il genio (quello vero) e l’arte (quella vera) non possano prescindere da questa possessione, che necessariamente deve esserci una commistione tra autore e prodotto artistico e che essa sia preesistente al processo creativo e derivi da una smania erotica vicina alla follia.

Nel saggio su Lolita, Calasso sostiene che lo scandalo causato dal libro non riguardasse la pornografia o la pedofilia, ma l’insistito riferimento alle ninfe come agli esseri che dominano l’uomo mentre cerca di conoscere e creare, e che più del sesso, a turbare gli ipocriti benpensanti, fosse l’idea stessa della letteratura ispirata dalla possessione ninfica.

Nell’ultimo scritto del libro, che riguarda l’editoria, infine, l’autore propone un’idea dell’arte di pubblicare libri, che chiunque si occupi di letteratura dovrebbe considerare: al di là delle scelte editoriali, improntate all’onestà, in modo da non doversi vergognare di ciò che si pubblica, Calasso propone di rivedere l’editoria come era ai tempo di Manuzio (editore rinascimentale) e di Kurt Wolff (l’editore di Kafka) che una volta investito su un autore, sperando di pubblicare dei buoni libri (parlando di Kafka, Calasso usa l’aggettivo “buoni” libri e non ottimi, si noti bene e sostiene che un buon editore deve sperarlo di pubblicare buoni libri non darlo per scontato a priori), si adoperavano per farlo conoscere ed amare, in modo da non doversi poi lamentare che questi non venisse letto perché non compreso.

Scegliere un autore significa, secondo Calasso, scrivere ogni volta un capitolo di un libro – metafora di una casa editrice – e fare in modo che sia in armonia con il resto della struttura narrativa e poi coltivarlo perché venga apprezzato e conosciuto. E se alla fine, nonostante gli sforzi e la cura, che non possono prescindere dal mercato è ovvio, perché un libro senza mercato marcisce come la frutta lasciata sugli alberi, quell’opera non ottiene l’apprezzamento del pubblico, sarebbe bene interrogarsi e ammettere forse, di aver sbagliato.
 
Quando leggo di polemiche come queste, scrittori che si difendono e si arrabbiano, giornalisti che litigano con i colleghi (sempre di altri giornali, tanto da far pensare a lotte all’ultimo lettore più che alla passione per il contraddittorio) non riconoscendogli alcuna libertà di pensiero, critici che delegittimano il lavoro di altri critici, lettori che intervengono difendendo a priori i loro prediletti, non posso non pensare a quegli scrittori, quelli sì davvero grandi, non foss’altro perché hanno superato il giudizio della storia, che sono morti in disgrazia, dimenticati e senza i riconoscimenti che meritavano e che i loro contemporanei gli hanno negato. Ma di questo ne riparliamo.

Di qui e di là

Wednesday 20 July 2005

E’ in libreria il numero dieci di Origine. E per una volta non solo due numeri (9 e 10 appunto) sono usciti a distanza ravvicinata ma li trovate già on line con il sommario e alcuni contributi scaricabili. Potete gustarvi per intero invece, il numero 8.

In “Pulp” di Luglio ed Agosto c’è una lunga monografia su Raymond Chandler, in occasione della pubblicazione del primo Meridiano dedicato allo scrittore statunitense, scritta da Woody Haut e introdotta e tradotta da Fabio Zucchella.

Sul Foglio di sabato 16 luglio Giuseppe Scaraffia ha firmato una bella intervista a Budd Schulberg, scrittore (I disincantati e Perchè corre Sammy?) e sceneggiatore (Fronte del porto) americano che, parlando di Hollywood, Elia Kazan e del rapporto tra cinema e scrittori, fa un commovente ritratto di Francis Scott Fitzgerald. Non ho trattenuto le lacrime, lo confesso quando racconta questo annedoto: “Una volta, avendo sentito che a Hollywood recitavano una sua commedia, Scott si era eccitato, aveva affittato una limousine ed era andato a vederla vestito da sera, insieme alla sua compagna di allora, Sheilah Graham. Solo che, arrivato al teatro, si era accorto che a metterla in scena era stato un gruppo di studenti. Questi poi erano caduti dalle nuvole vedendo che Scott, che loro credevano morto, era lì davanti a loro. Fitzgerald però era stato gentilissimo e aveva tenuto a complimentarsi con tutti”.

Questo mese probabilmente non uscirà il numero di Luglio di Medicine Show.

Notazione personale: quest’ultima settimana ho letto tre libri scritti da donne, uno dopo l’altro, e non me sono pentita: Take the cannoli di Sarah Vowell, Un tempo per nascere di Dawn Powell e Racconti americani di Annie Vivanti.

Andrea ha aggiornato il troppo trascurato sommersi&sconosciuti e Davide ha scritto il molto condivisibile Elogio del libro superfluo. In proposito, mi pare adeguato riportare questa dichiarazione di Mordecai Richler: “Ma perchè gli scrittori dovrebbero cambiare la società? Se uno vuole cambiare la società entra in politica, no? Provo compassione per quei romanzieri che pensano di poter realizzare dei cambiamenti politici. La verità è che le arti non sono così importanti”. Queste parole e l’esempio di Fitzgerald, il più grande di tutti, I.M.O. naturalmente, dovrebbe servire da monito a quanti, appena scritto un romanzo, indipendemente dalle vendite e dal consenso, pensano di meritare l’Olimpo degli scrittori. 

Scacco al duca alla corte d’Inghilterra

Tuesday 5 July 2005

…continua da qui

La pedina scambiata (These Old Shades è il titolo originale) è il secondo romanzo pubblicato da Georgette Heyer, che ha esordito nel 1921, a soli 19 anni, con La falena nera, scritto per intrattenere il fratello minore, Boris, durante una lunga convalescenza.

In tutta la sua carriera, la scrittrice inglese ha pubblicato cinquantasette romanzi (tra cui diversi gialli, non molto interessanti in verità); in Italia ne sono stati tradotti ventiquattro, per Mondadori e Rizzoli, che sono però ormai fuori catalogo e irreperibili, se non sulle famose bancarelle. Fortunatamente, dagli inizi del 2005  le Edizioni Sperling & Kupfer hanno inaugurato una collana intitolata proprio “I libri di Georgette Heyer”, con cui stanno recuperando molto della sua produzione e le Edizioni Harlequin Mondadori hanno ideato una nuova collana chiamata “I Classici d’autore” in cui hanno cominciato a pubblicare sette suoi romanzi ancora inediti in Italia.

 La Pedina scambiata, che in base ad alcuni cenni storici presenti nel libro, è ambientata tra il 1775 e il 1780 (è uno dei pochi romanzi della Heyer a non essere ambientato durante il periodo della Reggenza*), è la storia di un Duca maturo ma ancora affascinante, con un torbido passato alle spalle e nutrito gruppo di amanti e nemici d’ordinanza al seguito, che incontra per caso un cencioso ragazzino dai fiammanti capelli rossi e decide di prenderlo con sé come paggio, strappandolo ad un destino di miseria e maltrattamenti. Nel corso della storia scopriamo però, questo gesto di generosità del Duca nasconde in realtà un calcolo strategico dettato dal desiderio di vendetta verso un antico nemico, una vendetta covata per venti anni, che per intensità e costanza ricorda il Conte di Montecristo di Dumas.
 Non svelo altro della storia per non togliere il piacere dei colpi di scena a chi non l’avesse ancora letto (ma quando impareranno coloro che scrivono di libri che non serve, anzi è assolutamente dannoso, raccontare la trama?) e dico – per necessità – soltanto che il piccolo paggio è in realtà una bellissima ragazza, Leonìe, che darà del filo da torcere al Duca Justine Alastair di Avon, nonostante il soprannome del nobile gentiluomo decaduto sia “Satana”.
 Il romanzo mantiene alta la tensione per più di 350 pagine e lo stile rigoroso ed elegante della Heyer non cede mai alla stanchezza. I dialoghi sono effervescenti ed efficaci – tanto che riusciamo a distinguere i vari personaggi dal modo in cui parlano – e spesso sono giocati su un fine uso del doppio senso e del misunderstanding (soprattutto perché parte dei personaggi è madrelingua francese e parte di lingua inglese, e il po’ di francese che so l’ho imparato leggendo questo romanzo); l’accuratezza dell’ambientazione storica è tale da consentire al lettore di immergersi completamente in questo mondo di intrighi, misteri, eroine indomabili e uomini affascinanti.
 I personaggi sono tutti sapientemente delineati e anche quelli che fungono solo da contorno, come le decine di comparse che animano la corte del re di Francia (parte della storia è ambientata a Parigi e nella campagna francese), risaltano sulla scena per la dovizia di particolari – mai barbosa – con cui sono descritti e i piccoli elementi di colore che li distinguono.
 La trama è condotta come un’appassionante partita a scacchi gestita dal Duca di Avon, in cui ogni personaggio ha un ruolo ben definito e continua a giocare inconsapevolmente per tutto il libro, finché la pedina del titolo non scombina i piani dell’avversario. Alla fine però, anche il Duca resta vittima, consapevole lui, e felice, del suo stesso gioco e del suo asso della manica: la pedina di cui sopra naturalmente.
 

Ne La pedina Scambiata, Georgette Heyer non tralascia nessuno degli ingredienti tipici del romanzo d’avventura – inseguimenti, duelli, torbide relazioni, figli illegittimi, balli e ricevimenti, travestimenti, rapimenti e congiure – e li mescola sapientemente con la spregiudicata ironia del Thom Jones di Fielding e il sentimentalismo della Pamela di Richardson.
Tuttavia nel romanzo, la virtù non è mai un’attitudine da coltivare ad ogni costo: Leonìe è innocente e maliziosa allo stesso tempo, conosce l’ira e il disprezzo e non disdegna l’inganno e la furbizia per proteggere il suo amore e sconfessare i cattivi di turno, e del Duca, con un soprannome con il suo non dobbiamo nemmeno parlarne, ha covato la sua vendetta per venti anni, ha tradito, sfidato a duello, vinto al gioco la sua fortuna, odiato, mentito e approfittato delle altrui disgrazie, eppure in ogni pagina i personaggi fanno salvi i valori della lealtà, della giustizia, della fedeltà e dell’amore. Come a dire che l’etica non è solo questione di forma.
Ma è l’ironia, calibrata con l’uso brillante dei dialoghi, le sagaci descrizioni di un mondo fatuo e vanesio, e l’elegante senso del ridicolo e dell’effimero che pervade tutta la storia, l’elemento migliore del romanzo. Se l’Oscar Wilde delle commedie fosse stato una donna e si fosse occupato d’amore, magari anche lui avrebbe scritto un libro come La pedina scambiata*.
L’autrice non disdegna poi, neppure una capatina nella classicità facendo rivivere sulle sue pagine il mito greco di Galatea e Pigmalione. Niente male per un romanzetto rosa. Del resto tra gli affezionati lettori della Heyer, compaiono Antonia Byatt, Anthony Burgess e Germaine Greer.

* Sono gli anni successivi al 1811, definiti così dal  “Regency Bill” con cui nel gennaio di quell’anno il Parlamento inglese nominava Giorgio, principe di Galles, reggente del regno.

** La Pedina Scambiata ha tre seguiti: Il figlio del Diavolo, Il dandy della Reggenza e L’incomparabile Barbara.


Dieci piccoli Medicine Show

Sunday 3 July 2005

Con folle ritardo siamo riusciti a confezionare un altro numero di Medicine Show (la rivista musicale più ciarlatanesca ecc. ecc., tanto lo sapete già no?). Qui potrete scaricare in file .doc o .pdf la rivista di Giugno che vi consiglio di non perdere, anche perché potrebbe essere l’ultimo numero o potremmo rinnovare, cambiare tutto per non cambiare nulla come nel Gattopardo, oppure ancora, semplicemente, diventare bimestrali. Ad ogni modo per tutto Giugno vi accompagneremo con il Trio Lescano, i Joy Division, Fred Neil, gli Smashing Pumpkins, i Fugees. E mentre il Doc, nel suo editoriale rimpiange il Live Aid e s’immalinconisce per la perdita d’innocenza del rock; Mario Desiati si scaglia contro l’assurda moda della pizzica, Leonardo Colombati parla della pop music degli anni ’80 e della minaccia nucleare; Davide L. Malesi e Francesco Soliani scrivono di Keith Jarrett; Alberto Ragni ricorda Phil Spector in un momento in cui rischia il carcere, Mrs. Hills recensisce il romanzo di Paolo Nori, Ente nazionale della cinematografia popolare; Gabriele Pescatore racconta il recente concerto dei R.E.M. allo Stadio Olimpico di Roma, Flavio Orciani rievoca Jackson Browne allo Stadio di Lonigo e Francesco Gallo scrive una lettera aperta a Roger Waters, che gli sputò durante un concerto a Montreal nel 1977. Potevamo poi farci mancare un viaggio nella Terra degli Gnomi?