Archivio di November 2005

Je (m’)accuse

Tuesday 22 November 2005

Qualcuno ha malignamente suggerito che questo post parli di me e del mio modo di scrivere nella corrispondenza privata (che non viene mai riletta e quindi corretta). Lo scrivo per dimostrare la mia superiorità a certe illazioni gratuite e senza fondamento: io non sbaglio mai i congiuntivi, al massimo, ma è proprio un caso, un’eventualità rara come la pioggia in inverno, ogni tanto posso invertire qualche lettera e tralasciarne altre. E poi oggi è il giorno dello sputtamento pubblico e quindi questa cosa ci sta bene come introduzione ad un altro discorso in cui mi flaggellerò pubblicamente.

Più di un anno fa, ho scritto un pezzetto in cui in una nota al testo, parlando de Il lungo addio di Raymond Chandler, elogiavo la traduzione italiana del romanzo redatta da Attilio Veraldi e criticavo quella di Bruno Oddera che è il traduttore ufficiale di Chandler in Italia. Ecco, mi sono sbagliata e pure di molto e in parte aveva ragione un’antipaticissima commentatrice dal nome che pare un nicknames. In realtà Veraldi non ha mai tradotto Il lungo addio: io ho letto il libro in due edizioni diverse e a distanza di anni, sempre nella traduzione di Oddera. E tra l’una e l’altra lettura ho persino letto il libro in lingua originale. Dando per scontato che io non sia completamente dissociata, e su questo dovete fidarvi sulla parola, e ammettiamo che a voi ve ne importi qualcosa, cerco di spiegare cosa è successo. La prima volta che ho letto Il lungo addio è stato in una vecchia edizione del ’55 e all’epoca non davo grande importanza alla traduzione e non ho letto il nome del suo autore. Mi sono innamorata del romanzo e ho cominciato a leggere tutti i libri di Chandler. Mi piaceva moltissimo quel suo stile secco e romantico, le frasi veloci e a tratti poetiche. E mi è stato detto che quella prima versione era di Veraldi, poi ho letto anche i libri di Veraldi e mi è piaciuto anche il suo modo di scrivere così diretto e asciutto. Anni dopo ho acquistato una mia copia de Il lungo addio e ho preso naturalmente un’edizione Feltrinelli a cura di Oddera, ormai ero convinta di averlo letto la prima volta tradotto da Veraldi, e a distanza di anni forse la convinzione era così radicata in me che mi ha fatto trovare quelle stesse parole meno efficaci, incisive, toccanti. Quando ho scoperto la verità, ho deciso di andare in analisi. Vi terrò aggiornati sui progressi.

UPDATE

Oggi decisamente non è la mia giornata: una rivista ha gentilmente pubblicato un mio pezzetto e l’ha accompagnato con una foto in cui sembro affetta da rosolia deformante, che non so nemmeno se esista, ma come patologia mi sembra calzi a pennello per descrivere l’immagine riprodotta. Per giunta il testo è stato – sacrosantamente – tagliato per esigenze di spazio – e io che mi occupo di editing sono l’ultima a lamentarsene – però è stato ricucito un po’ ad minchiam e ammetto di esserne leggermente stizzita. Pensandoci è solo un articolo, mica il testo della Costituzione che al momento subisce ingiurie ben più gravi.

 

On my own

Sunday 20 November 2005

Sono appena tornata dal paese d’ottobre.

…paese dell’anno che volge sempre alla fine. Paese con alture di caligine e fiumi di foschia; dove i meriggi fuggono, i vespri e gli albori indugiano e le notti rimangono. Paese fatto più che altro di cantine, cellieri, carbonaie, soffitte, credenze, sgabuzzini, tutti sul lato opposto al sole… (Ray Bradbury). *  Bosco che circonda il lago di Vico 

* Le foto non sono mie.

 

 

Urbi et orbi

Wednesday 16 November 2005

Mentre domani al Linx Club di Roma Franco Limardi presenterà Anche una sola lacrima, edizioni MarsilioBlack, alla stessa ora, ma a Cesena presso la­ libreria Nero su Bianco, Alberto Ragni presenterà un’altra tappa della tourneè dell’Orchestra Tramonti. Peccato non avere il dono dell’ubiquità. E a pensarci bene vorrei essere anche qui. Roma è più vicino però.

Noir mon amour

Sunday 13 November 2005

Dal Blackblog apprendo che è stata diffusa la lista dei venti romanzi noir che si contenderanno il prestigioso Premio Scerbanenco, organizzato dal “Noir in Festival” di Courmayeur in collaborazione con La Stampa. Nella rosa dei candidati è incluso anche il secondo romanzo di Franco Limardi Anche una sola lacrima. E qui (previa registrazione sul sito del Festival) è possibile partecipare alla votazione. 

Peraltro Franco Limardi giovedì 17 novembre alle 21:30 presenterà il suo libro al Linux club in Via Libetta 15 C a Roma con introduzione di Errico Buonanno. (La serata è organizzata da Girolamo Grammatico)
    

Per chi non avesse ancora letto il romanzo, riporto qui sotto la recensione del libro, che ho scritto per Stilos ad agosto*, sperando di non distogliervi definitivamente dal proposito di acquistarlo.
 

Esiste, nel panorama editoriale degli ultimi decenni, un “vuoto narrativo”, lasciato non solo da gran parte della letteratura mainstream (sbilanciata ormai verso l’intimismo, o in piena deriva postmodernista) ma anche dal giallo classico, imbrigliato in schemi asfissianti e ripetitivi, perché non hanno più saputo cogliere i disagi e le inquietudini di un mondo dominato dal caos, in cui il confine tra bene e male andava sempre più assottigliandosi. In questi spazi si è inserito il Noir, in prevalenza americano e francese, genere che più d’altri ha saputo registrare le modificazioni sociali in atto, e qui è cresciuto e ha prolificato con esiti diversi: laddove il malinconico polar (termine che deriva dalla contrazione tra literature e policier eche, almeno per la letteratura francese, è diventato sinonimo di narrazione criminale) insiste sul realismo sociale e di denuncia (da Malet a Manchette, passando per Izzo), quello americano invece, si caratterizza per uno sguardo cinico sul mondo e una violenza spietata ed esibita, che non lascia margine alla minima speranza (Cain, Goodis, Thompson). E il “nero italiano”? In realtà, quando si parla di “Noir italiano”, per lo più ci si riferisce a un “ibrido narrativo” che, più poliziesco o thriller che Noir vero e proprio, ne prende in prestito alcuni topoi (di volta in volta: la femme fatale, il criminale fallito, l’antieroe cinico, l’implacabilità dei gangsters) senza entrare mai nel pieno di quelle atmosfere cupe e morbose che del Noir sono, da sempre, gli elementi vitali. Scerbanenco, Machiavelli, Ferrandino, Carlotto, Baldini, Lucarelli e persino Attilio Veraldi che ha inventato dal nulla una lingua svelta ed efficace per trasferire l’hard-boiled di Dashiell Hammett in Italia (aurore peraltro dell’unico vero romanzo hard-boiled italiano, La mazzetta del 1976, in cui appare la prima figura di detective privato nostrano in un universo di poliziotti, carabinieri e magistrati) di rado hanno affondato il coltello nelle ossessioni e nelle inquietudini private dei loro protagonisti: più spesso hanno adoperato il “genere” come veicolo per esplorare una dimensione collettiva e politica, proponendo una letteratura fortemente radicata nel tessuto urbano e sociale e percorrendo così una strada alternativa a quella dei Grandi del Noir. D’altra parte, per degli autori “nuovi” confrontarsi con chi ha creato il genere e l’ha portato agli onori della ribalta è sempre difficile, e dovendo innestare le proprie storie su un humus sociale così diverso dalle esperienze che l’hanno generato, questa poteva sembrare l’unica via praticabile. Pertanto colpisce ancora di più che l’ultima uscita della collana “Marsilio Black”, diretta da Jacopo De Michelis: Anche una sola lacrima, opera seconda di Franco Limardi (che ha esordito con L’età dall’acqua, DeriveApprodi, 2001) sia una storia nera delle più classiche, assolutamente slegata da ogni contesto sociale e priva di riferimenti all’attualità (salvo i trascorsi di guerra del protagonista, che in realtà sono un semplice espediente narrativo). Nel raccontare la storia di Lorenzo Madralta, reduce del Libano che si ritrova alla guida di una banda di rapinatori, Limardi tiene anzitutto a indagarne le private ossessioni, mostrando al lettore le sue inquietudini e esplorando, con estrema naturalezza, il percorso che lo conduce a cedere alle lusinghe dei soldi facili. Il racconto si snoda in una città della provincia laziale che non viene mai nominata né caratterizzata tramite elementi storici o geografici: l’unico aspetto che consente di localizzarla nel Lazio è l’idioma usato dei personaggi, mutuato da una lingua parlata che mescola l’italiano a un dialetto che sembra romano, fatto di parole accentate e tronche abbinate a una manciata di termini gergali, un po’ come accadeva nei primi romanzi della “Série Noire” di Gallimard, che nei dialoghi ricalcavano l’argot, il francese dei bassifondi. Madralta è un personaggio complesso: pur essendo voce narrante della storia non svela mai i propri sentimenti né cede a introspezioni, parla poco e si fida ancor meno. Schivo e riservato, rifugge ogni legame e sembra scappare da qualcosa: un demone interiore che lo divora, forse l’esperienza in Libano, oppure semplicemente il tormento di chi non sa cosa vuole ma sente che qualcosa gli manca (come non pensare ai malinconici personaggi di Cornell Woolrich?). Ed è a questo punto che entra in scena il più classico degli archetipi del Noir, la femme fatale, colei che conduce alla rovina e spinge al delitto. In Anche una sola lacrima, sono due le figure femminili di rilievo: Giuliana, futura moglie di Vittori, il capo di Madralta, il quale coinvolge Lorenzo nella rapina al supermercato presso il quale entrambi lavorano (rispettivamente come direttore e responsabile della sicurezza) e Laura, che allettando Lorenzo con promesse di felicità, lo risucchia come in un vortice. Tra le due, la mantide sembra Giuliana, amante appassionata tra le lenzuola ma gelida e distaccata fuori dal letto ed invece sarà Laura, la apparentemente dolce, solare Laura, a spingerlo verso il crimine accecandolo con il miraggio di una vita diversa. Non si dirà altro della trama per non svelarne i colpi di scena, ma c’è ancora una cosa da notare sul ruolo di queste due donne: Giuliana agisce, nell’economia della storia, come uno specchio che riflette i cambiamenti che avvengono in Lorenzo nel corso della vicenda mentre s’innamora perdutamente di Laura, fino a sacrificare tutto pur di portarla via con sé e ricominciare. Ciò che le parole non dicono viene svelato dunque, attraverso i gesti e gli atteggiamenti che l’uomo assume nei confronti di Giuliana e qui lo stile di Limardi, richiama efficacemente il registro comportamentalista di Hammett o Manchette, in cui l’introspezione psicologica dei personaggi avviene unicamente tramite l’osservazione dei loro movimenti di scena, deducendo la realtà dalle apparenze, senza alcuna manipolazione interpretativa dell’autore. Anche la deriva metafisica verso cui sembra scivolare lentamente il romanzo è una novità (per la letteratura italiana): con brevi giri di frasi, poche metafore, nessuna concessione al sentimentalismo, rari cenni d’ambientazione, uno stile freddo in cui l’autore scompare dietro il resoconto degli eventi, Limardi crea un personaggio che unisce al cinismo esistenziale, indispensabile per parlare di Noir a pieno titolo, un disagio crescente che tradisce, nella passività con cui Lorenzo accetta di partecipare al piano criminale (trasformandosi in perturbatore di quello stesso ordine che doveva preservare) e cede alla malìa gettata da Laura, il desiderio latente di “farla finita”, di andare incontro alla morte fingendo di rincorrere una vita migliore. Il romanzo inoltre, scandito dal trascorrere dei mesi che precedono il colpo, inizia proprio dalla fine della storia per poi ripartire con la normale successione cronologica, in una sequenza tutta verticale degli eventi che altro non è, se non una lunga marcia verso l’annientamento. Anche una sola lacrima, grazie a una storia che snocciola uno via l’altro gli elementi tipici delle narrazioni nere (un personaggio dannato e dal passato oscuro, un “colpo” sanguinoso, una dark lady, la forza motrice della voglia di riscatto) s’iscrive brillantemente nei canoni del Noir tradizionale, eppure – mentre ricalca percorsi già battuti – innova, anche, il genere: introducendo in un contesto italiano atmosfere e strutture narrative finora intentate nell’ambito delle patrie lettere.  

Ci vediamo giovedi? 
* Prima che qualcuno mi citi per plagio, vi dico che per errore il pezzo non è stato attribuito a me. Sono cose che càpitano.

 

Love is

Monday 7 November 2005
Ho appena scoperto che è stato girato un cortometraggio tratto dal mio racconto preferito: “Tempo fermo” di Ray Bradbury. Il racconto è contenuto nella raccolta Molto dopo mezzanotte – uscita in America nel 1975 (e pubblicata qui in Italia dalla Mondadori nella collana Urania nel 1977) – e successivamente nel 1983, quando è stato inserito nella volume Mondadori che riuniva, Cronache Marziane, Fahrenheit 451 e venti suoi racconti. Il cortometraggio che mantiene il titolo italiano del racconto, è stato ideato e relizzato da tale Maurizio Scala e ha vinto il primo premio per “Il migliore corto dell’anno”, il premio “migliore attore” (Marco Nicita), il premio “migliore attrice” (Corinna Lo Castro) nella sezione video al XIV Fano International Film Festival 2002 oltre ad aver ottenuto la menzione Speciale della Giuria al II Festival “In Corto” di Palmanova. Ecco, io lo vorrei tanto vedere. Chi ha orecchi, o occhi, per intendere intenda.

 

 

Nella versione originale il titolo del racconto, scritto nel 1948, è “A Story of Love” (cliccando qui e continuando a scorrere la pagina potrete leggere la versione italiana del racconto inserita da Davide per i ragazzi di FaM). E come altro avrebbe potuto intitolarsi una storia d’amore poetica e struggente come quella raccontata da Bradbury? Se ne riparla, va.

 

 

Un voto per la CDL: 8

Si sbalio mi corrigerete

Tuesday 1 November 2005
… e infatti mi hanno corretto. Vi avverto che sto per parlare di cose delle quali non ve ne potrà fregare di meno, ma sono fedele all’assunto reddite caesari quae caesaris sunt e quindi vado avanti. Allora, nei commenti a questo post ho scritto che Alberto è frequentabile nonostante la sua passione per Raymond Carver, perché mi aveva fatto conoscere a suo tempo Cornell Woolrich. Non è così. Woolrich l’ho letto la prima volta un paio di anni fa grazie a Davide che mi ha prestato, insieme ad altri centinaia di libri della sua fornitissima biblioteca, Manhattan Love Song. All’epoca non ero rimasta molto entusiasta del “poeta delle ombre”: Manhattan love song finiva maledettamente male e la donna fatale era troppo fatale per i miei gusti, acerbi e poco avvezzi alle atmosfere noir. Poi Alberto mi ha consigliato Si parte alle sei, e me ne sono innamorata, da qui forse l’errore nei ricordi. Del resto è stato proprio Davide che mi ha iniziato alla letteratura di genere e Woolrich non poteva essere escluso dal programma della mia “educazione sentimentale”. Insieme a lui Goodis, Thompson, Caine, Wilkie Collins, Manchette, Patricia Highsmith. Adesso che ci penso mi ha pure fatto conoscere Paolo Nori, John Fante e Thom Jones e soprattutto mi ha regalato il mio primo libro di racconti di Ray Bradbury, Paese d’ottobre. In effetti questo blog è un po’ un omaggio al mio bibliofilo di fiducia, pensandoci bene, senza il quale mi sarei da tempo ridotta a leggere la posologia dei medicinali o le etichette sulle bottiglie d’acqua visto il costo dei libri al momento. 
Comunque visto che ci tengo a frequentare Alberto, che come lettore di Carver è abbastanza anomalo, mi sono ricordata che lui mi ha fatto conoscere Flannery O’Connor – una scrittrice che non ci tiene a ricordare di essere una donna in ogni frase che scrive, eppure il suo stile ha il tocco estremamente femminile di un guanto di velluto che ti schiaffeggia – oltre ad avermi regalato Molto dopo mezzanotte di Ray Bradbury, raccolta di racconti pressoché introvabile ormai, che contiene una delle più belle storie d’amore mai scritte, “A Story of love appunto” (e ne riparliamo). E poi il romanzo più poetico di Truman Capote, L’arpa d’erba, e poi un paio di libri di Stuart Kaminsky che anni fa scriveva dei romanzi tra il giallo e il thriller, spesso ambientati a Hollywood nel mondo del cinema, infarcendoli d’ironia e personaggi famosi: in Non fate arrabbiare i vampiri per esempio il protagonista Toby Peteers, protagonista di tutta una serie di storie, suo personaggio prediletto insieme Rostnikov, poliziotto di Mosca, deve risolvere un caso che riguarda Bela Lugosi, indimenticabile interprete del Conte Dracula, e parallelamente scagionare William Faulkner da un’incriminazione per omicidio. Come tutte le storie seriali, alla fine un po’ le indagini di questo sgangherato detective privato, strano ibrido tra Sam Spade, Philp Marlowe e Paperino, stancano ma se non si esagera sono davvero divertenti e molto ben scritte, del resto Kaminsky tra le altre cose ha collaborato con Sergio Leone alla revisione dei dialoghi di C’era una volta in America. Non vorrei dimenticare poi il debito di riconoscenza per i tentativi di educarmi musicalmente, visto che riguardo al cinema ha rinunciato all’impresa.

Dato che sono in tema di ringraziamenti mi sdebito anche con:

Andrea che mi ha regalato, come giàdetto, Trilobiti di Breece D’J Pancake e Storie in modo quasi classico di Harold Brodkey, e di recente la nuova edizione Adelphi de Il filo del rasoio di William Somerset Maugham, che non veniva ripubblicato da almeno dieci anni, e una raccolta di saggi di Guido Ceronetti, La carta è stanca; ha avuto anche l’idea di regalarmi un cd di Pat Metheny, correndo i suoi rischi, ma questo pur gradendo il pensiero mi è piaciuto poco, Pat Metheny farebbe addormentare anche me che soffro d’insonnia, poi secondo me il jazz con la chitarra non s’ha da fare!

Eìo: che mi ha masterizzato un cd in cui Paolo Nori legge alcuni pezzi che ripercorrono la storia di Learco Ferrari, il protagonista prediletto da Nori: per ridere e riflettere un po’.

E poi basta mi pare. Per me vale il motto non fiori (a meno che non siano tulipani gialli), ma opere di carta!