Archivio di December 2005

Italy city blog

Thursday 22 December 2005

E’ ai box di partenza il primo (a quanto ci risulta) circuito di blog cittadini: It-Cb – acronimo di Italy City Blog – un progetto ideato e gestito da Giovanni, curatore del sito Random bits. Gli iscritti avranno un intero weblog, in condivisione con altri web-concittadini, per parlare della propria città: eventi, manifestazioni, luoghi, segreti, misteri, insomma tutto ciò che vorranno far conoscere delle loro città a chi non c’è mai stato, o a chi, pur abitandole, è troppo distratto per accorgersene. Ognuno dei blogger avrà così l’occasione di mostrare ai lettori la sua percezione del posto in cui vive. Per le iscrizioni e maggiori informazioni cliccate qui.

Buon viaggio.

Pigghia i cannoli!

Sunday 18 December 2005

Per quelli che la osservano da fuori, l’America è essenzialmente il paese delle highways infinite e delle Grandi Pianure, dei grattacieli e delle feste modaiole animate da orde di fashion victims, del Corpo dei Marines e di Scientology, dei business college e degli slums malfamati dove la vita umana vale assai poco. L’America al di fuori dei suoi confini è dunque quella entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo attraverso le serie televisive e i film di Hollywood; allo stesso modo in cui l’immagine dell’Italia e degli italiani all’estero è spesso schematizzata in approssimazioni quali “Italiani, brava gente” o “Italiani, mafia, pizza e mandolino”.

Dopo Alexis de Tocqueville, che nel suo trattato De la Democracie en Amérique per primo descrisse l’ american way of life, annotando alcuni tratti fondamentali della cultura statunitense anche al di là dell’aspetto politico (il puritanesimo come stile di vita, il profondo senso della comunità, etc.) e i vari Tom Wolfe, Bret Easton Ellis, Douglas Coupland, James Ellroy, si è provata nell’impresa anche Sarah Vowell nel suo Take the cannoli. Cronache dall’America vera.

Take the cannoli è un viaggio attraverso il paese di Lincoln e dei Nirvana, dalla Route 66 alla Fifth avenue che conferma alcuni luoghi comuni sugli americani d’oggi, per cui l’America è sì, quella che viene fuori dai serials, ma anche molto di più. Il libro è una raccolta di articoli, quasi dei saggi in formato bonsai, che Sarah Vowell (giornalista, critico musicale e conduttrice radiofonica) ha scritto per diverse riviste, da “Time” a “McSweneey’s” e che sono stati riuniti per la prima volta in volume negli Stati Uniti nel 2000, e oggi vengono ripubblicati da Minimum Fax nella traduzione di Francesco Pacifico.

Sarah Vowell racconta la sua America, vale a dire ciò che dell’America ella stessa vede, sente e respira. La raccolta inizia proprio dal racconto delle dinamiche interne al nucleo familiare dell’autrice, con la divisione tra repubblicani (rappresentati da un padre armaiolo e conservatore) e democratici (le due figlie gemelle, pacifiste fino alla morte) in epoca di elezioni politiche quando casa Vowell diventa un campo di battaglia con tanto di spartizioni del territorio e battaglie da vincere. Più si va avanti con la lettura, e più la voce narrante si fa adulta: si veda la narrazione del contesto della scuola secondaria, con i suoi riti e le sue regole per essere cool (laddove i comportamenti opposti conducono invece all’emarginazione): qui la giovane Vowell, timida e un po’ sfigata, che agli slogan delle ragazze pon-pon preferisce il suono del corno baritono, cerca di sopravvivere o almeno di non suicidarsi socialmente. Il suo viaggio attraverso l’America condurrà poi la Vowell sul “Sentiero delle Lacrime”, luogo dello sterminio di quattromila Cherokee cacciati dalle loro case; e poi a Disneyland, per un irresistibile resoconto dell’idiozia della cultura di massa; al Chelsea hotel, storico albergo simbolo della New York “colta” e underground; e ancora: sulle rive del Mississippi, alla sorgente del blues; a Hoboken, appena fuori New York, paese natale di Frank Sinatra – che la Vowell definisce perigliosamente come “il primo punk”: e ancora a Corleone, in Sicilia, sulle tracce della suprema “fonte di ogni saggezza”: il “Padrino” di mafiosa memoria. Dalla saga di Coppola deriva infatti il titolo del volume, che si riferisce alla scena in cui nel primo film della serie, Clemenza, uno dei fedelissimi di Don Vito Corleone, subito dopo un’esecuzione ordina a uno dei suoi scagnozzi, “a pistola lasciala… pigghia i cannoli” (“Leave the gun and take the cannoli”). Sarah Vowell non fa mistero della sua fascinazione per i film di Coppola in cui, a suo avviso, si respira un’etica profonda e “al di là del bene e del male” per cui la famiglia, il rispetto, l’onore vengono prima e sono oltre ogni idea di giustizia. Una forma mentis questa, che piace a Sarah Vowell per la sua forza e robustezza, in un’America troppo densa di contraddizioni ove ognuno sembra aver smarrito la propria strada.

E anche a fermarsi qui sarebbe già molto: eppure non è tutto perché Take the cannoli parla anche d’amore, di musica, di cinema, mentre ad ogni passo continua ad interrogarsi su cosa significhi essere americani. La Vowell riserva ironia crudele ai sui connazionali, ossessionati dalla bellezza fisica epperò intenti a ingozzarsi di hot-dog a ogni angolo di strada e irride la classe politica, che si è macchiata di colpe gravissime (la guerra in Vietnam, le varie connection tra affari pubblici e interessi privatissimi, la creazione di sistema di leggi che consente la vendita delle armi anche nei supermercati e assegna la patente a sedici anni).

Sarah Vowell è certamente spietata: d’altronde lei stessa si è più volte detta “astiosamente americana”, come il titolo di uno dei saggi di Take the cannoli, eppure a tratti il suo sguardo pungente e crudele s’ammorbidisce di fronte al mito dell’America: con il suo “American Dream”; la promessa di poter scegliere sempre, dal presidente che guidi la nazione, al lavoro da svolgere, all’università da frequentare, alla radio da ascoltare; la strenua difesa della democrazia, la ricerca della libertà e delle pari opportunità, i tentativi – pur spesso abortiti o compiti a metà – di essere tollerante verso la diversità. E poi i suoi scrittori, la sua musica e le sue montagne che sfiorano il cielo.

La scelta di una forma ibrida a metà strada tra il saggio e il memoir (bisogna tener presente che molti di questi pezzi sono stati pensati per essere letti alla radio) ha consentito all’autrice di essere libera nell’esposizione delle idee: la scrittura è sempre fresca e vivace, perché ogni capitolo è come un nuovo inizio; ma alla fine Take the cannoli produce in chi legge una sensazione autentica di compattezza e organicità, e consente di rintracciare un fil rouge di cui forse la Vowell stessa non era del tutto consapevole al momento della stesura dei testi: Take the cannoli è infatti una sorta di percorso iniziatico attraverso il quale l’autrice mentre descrive il suo enorme paese nel pieno delle sue contraddizioni e dei suoi tic, giunge ad una presa di coscienza della propria americanità.

da Stilos di novembre

Racconti di una donna che fugge

Sunday 11 December 2005

Su una lapide del cimitero monumentale di Torino, si leggono i celebri versi di Giosuè Carducci con cui comincia l’ode Ad Annie: “Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori / glauchi ed azzurri, come i tuoi occhi, o Annie“. E’ la tomba di Annie Vivanti, poetessa e scrittrice nata a Londra da padre mantovano e madre tedesca, vissuta tra Inghilterra, Germania, Italia e Stati Uniti: grande amore del Vate, e dedicataria della poesia naturalmente. La Vivanti – allora ventitreenne – conobbe Carducci quando lui aveva passato la cinquantina ed era già famoso nonché poeta laureato, Annie gli inviò alcune poesie e Carducci, contravvenendo ad una sua radicata convinzione – che “ai preti e alle donne è vietato far versi” – non solo le apprezzò, ma si prodigò perché fossero pubblicate, scrivendo addirittura una prefazione al volumetto che uscì a nome della Vivanti per l’editore Treves con il titolo Liricae, al posto di quello voluto dall’autrice, Per amore. E proprio la liaison con il Vate, poi sfumata in affettuosa amicizia che durò fino alla morte di lui, è stata ed è tuttora la ragione più evidente della notorietà di Annie Vivanti, da noi pressoché dimenticata come autrice, malgrado il buon successo che i suoi libri ottennero all’epoca. Anche per questo è apprezzabile l’operazione condotta da Sellerio, a cura di Carlo Caporossi (con una nota di Anna Folli, che per Feltrinelli ha curato l’epistolario tra la scrittrice e il suo poeta, Addio caro Orco), che ha recentemente dato alle stampe i Racconti americani, raccolta di cinque novelle (di cui quattro inedite in Italia), pubblicate negli Stati Uniti su varie riviste tra il 1896 e il 1905. In queste pregevoli narrazioni, la Vivanti si affranca dall’aura di seduttrice, bohèmienne e vagabonda che la critica italiana le aveva cucito addosso: Benedetto Croce ad esempio scrisse, riguardo al successo italiano della scrittrice, che “il suo destino artistico fu di lanciare all’aria i suoi trilli durante qualche anno di vivacità e di buona disposizione giovanile; e presto tacere”. Questi Racconti americani ci consegnano invece l’immagine di una donna, anzi, di un’autrice ricca di talento, dotata di una scrittura priva di inibizioni, che grazie alla sua intemperanza caratteriale conquistò il successo (in America soprattutto per il teatro e in Italia per i best-seller Marion, artista di caffè-concerto del 1891, I divoratori del 1910 e Naja tripudians del 1920) ma che quella stessa intemperanza finì per scontare con l’oblio. Nel 1897 la Vivanti tornò in Italia dagli Stati Uniti, dopo il matrimonio con John Chartres, uomo d’affari e giornalista, per convincere Eleonora Duse ad interpertare la sua prima opera teatrale, Rosa azzurra (che la critica nostrana definì “un fiasco piramidale”): allora aveva già scritto tre dei cinque racconti di cui si compone la raccolta, “En passant”, “Houpl-là” e “Perfect” (che nella traduzione italiana diventa “Perfetta”). Carducci lesse questi racconti e ne fu entusiasta tanto da proporli più volte alla “Nuova Antologia” e cercando di convincere Annie stessa a tradurli, ma senza esito. Di ritorno in America, tra successi teatrali e romanzi, Annie trovò il tempo di scrivere altre due racconti: “A fad” (Un capriccio) del 1899 e “The true story of a Wunderkind” (La vera storia di una bimba prodigio raccontata da sua madre, Annie Vivanti) del 1905: quest’ultimo (storia del rapporto tormentato della scrittrice con il talento della figlia Vivien, prodigio del violino) fu l’unico ad esser tradotto all’epoca. I Racconti americani, che – si dice – piacquero molto alla Regina Margherita di Savoia, affrontano temi cari alla Vivanti e alle intellettuali dell’epoca: il ruolo della donna nella società, il conflitto tra la tensione artistica e i doveri verso la famiglia, l’amore e la passione che esplodono subitanei ed effimeri come i temporali in agosto, il dissidio interiore tra il desiderio di inseguire i propri sogni e il vantaggio di restare con i piedi ben saldi alla terra. Le ambientazioni sono tipicamernte vivantiane: ville inglesi, posti di villeggiatura in Italia, teatri, atelier; così come i personaggi: artisti bohemièn, solidi uomini d’affari, donne indipendenti, deliziosamente fatue. Eppure in queste novelle tutto appare assai più leggero e evanescente rispetto ai romanzi e alle pièces teatrali della stessa autrice: in essi non c’è traccia della farraginosità di alcune sue trame (vedi la saga de I divoratori); lo stile è brioso e limpido, costruito su dialoghi serrati e pieni di ironia, descrizioni puntuali e vivaci, e un felice tratteggio della psicologia dei personaggi principali, quasi tutte donne, attraverso la descrizione dei loro gesti, degli sguardi e degli atteggiamenti di ciascuna, senza mai cedere all’intimismo onanistico. In ogni racconto Annie ripete se stessa nei suoi personaggi femminili; ma al contempo racconta la disillusione che la vita ci costringe ad affrontare ogni giorno, smascherando l’ordinario che si cela dietro l’apparenza del meraviglioso e svelando l’inganno che alimenta il sogno e il desiderio. Così se in “Perfetta” la passione amorosa di Karl per Francesca, divampata durante una vacanza italiana, si stempera nella visione di lei madre e moglie a New York, in “Houp-là” la piccola Elsie – figlia di un impresario teatrale – conquista il cuore del giovane tedesco Herr con il brio del suo spirito e l’eccentricità dei suoi travestimenti, ma sceglie infine di sacrificare la passione e la vivacità del suo carattere in nome di una tranquillità borghese rassicurante e assai meno faticosa. Ancora, in “Un capriccio Lucy” s’invaghisce del giovane Ciccillo, bello come il sole e dalla voce carezzevole, e lo porta con sé in Inghilterra per sfoggiarlo come si farebbe con un quadro o una statua, ma il suo trasporto per lui, che sventatamente si uccide, non regge alla visione del volto di Ciccillo involgarito dalla morte e svanisce repentino come il dolore per la sua perdita. E’ cinica Annie Vivanti, almeno quanto è spiritosa e brillante: l’amore è incostante, la passione un gioco di cui ci si stanca presto, la vita una serie di circostanze su cui ironizzare senza drammi. E duqnque appare chiaro perché all’epoca, questi suoi racconti non potevano trovare, da noi, il favore del pubblico: troppo crudeli, taglienti, spregiudicati per l’Italietta di allora. Queste storie ruotano intorno ad una gioiosa celebrazione della femminilità (gioiosa persino nel dramma); tutti tranne l’ultimo, “La vera storia di una bimba prodigio raccontata da sua madre, Annie Vivanti”, in cui l’autrice si scopre madre apprensiva e preoccupata per il talento che dimostra la sua bambina, un talento che non può controllare e da cui non sa proteggerla. E qui il tono cambia, diventa sentimentale e ansioso, quasi tragico quando teme di perdere sua figlia. Ma in assoluto, Annie scrive di donne capricciose e volubili, femminili e seducenti che accettano la maternità e il matrimonio come una scelta obbligata, comoda, rassicurante e questo spaventava. Eppure, c’è un tempo per ogni cosa e i Racconti americani oggi potranno essere apprezzati come meritano e allora la Vivanti non sarà più solo l’ultima musa di un grande poeta o una disinibita ragazzotta apolide e multilingue, che fa scandalo al suo solo apparire, ma una scrittrice di polso dotata di uno stile riconoscibile e ben concepito, con una penna leggera come una piuma e
insieme affilata come uno stiletto.

Never forgotten

Thursday 1 December 2005

NEVER FORGOTTEN
Take That, conferenza stampa, Londra 2005
Lo sapevo che sarebbe successo prima o poi. E’ la notizia dell’anno (per me): i Take That torneranno a suonare dal vivo la prossima primavera. Lo hanno annunciato durante una conferenza stampa a Londra la scorsa settimana.
Ecco le date del mini tour:
Newcastle Arena (24 aprile 2006 )
Birmingham NEC (27-28)
Glasgow SECC (30)
Sheffield Arena (2 maggio)
Manchester MEN Arena (5-6)
London Wembley Arena (8-9)
Dublin Point (12)
Belfast Odyssey (14)
Purtroppo per ora sembra che i quattro TT (Robbie Williams non parteciperà alla reunion e non se ne sentirà la mancanza da queste parti) si muoveranno solo tra Inghilterra e Irlanda, ma la speranza si sa, è l’ultima a morire. Intanto il 18 novembre è uscito il loro ultimo greatest hits, Never Forget (The Ultimate Collection) che contiene anche l’inedito Today I’ve Lost You, scritto nel 1995 mai pubblicato, registrato a settembre del 2005) e un dvd antologico, Never Forget – the DVD appunto, che conterrà i video di tutti i loro successi e molte immagini tratte dai loro concerti, interviste e immagini inedite. A Natale poi verrà trasmesso da ITV1 Take That… For The Record, un documentario di 90 minuti, prodotto dalla THAMES e Syco. 
Mi pare di aver dato delle dritte sui regali di Natale per chi non sapesse cosa donarmi.

Inoltre vorrei far presente a chi si è sempre speso quale detrattore dei TT che i ragazzi di Manchester (ragazzi magari non più) in Inghilterra dopo i Beatles sono stati la pop band più grande e di maggior successo, hanno piazzato 8 singoli al vertice della classifica e altri 6 sono entrati nei Top Ten. Dopo i Beatles, i Take That sono stati i primi ad ottenere 4 singoli consecutivi, tra cui “Everything Changes” – che era accompagnato da un bellissimo video seppiato in cui spiccava un meraviglioso contrabbassista di colore come se ne trovano solo a New Orleans – alla prima posizione delle classifica, vendendo più di 25 milioni di copie dei loro album in tutto il mondo e hanno creato ed imposto uno stile pop tutto personale e inimitabile, nonostante i numerosi tentativi di emulazione.