Archivio di January 2006

Vite on the road

Sunday 29 January 2006

Nei Conseils aux jeunes littérateurs (in L’Esprit public, 15 avril 1846) Charles Baudelaire, scrive: «Pour ècrire vite, il faut avoir beaucoup pensée» (Per scrivere rapidamente, bisogna avere molto pensato); suggerendo che rapidità e semplicità nella scrittura sono frutto di intenso lavoro (senza che per questo sia necessario spingersi ai sublimi eccessi di Gustave Flaubert, che per scegliere un aggettivo impiegava anche giornate intere). Leggendo Orchestra Tramonti (“Scritturapura” 2005), opera seconda di Alberto Ragni – che ha esordito nel 2001 con Giorni felici, edito da “Fernandel” – la sensazione è appunto quella: che l’autore,  prima di scrivere il suo libro, abbia molto pensato e il risultato è un testo rapido e schietto in cui ogni parola usata pare l’unica (la più giusta) che fosse possibile scegliere. Eppure il tono della narrazione è confidenziale e la scrittura ha un tocco leggero che sfiora le cose e i personaggi rifuggendo da ogni artificio retorico. Orchestra Tramonti è il racconto stralunato e poetico dell’estate on the road di un’orchestra di liscio, in viaggio su e giù per l’Italia degli anni ‘80 tra feste dell’Unità e manifestazioni locali. A suon di mazurche, notti in pullman e pasti consumati in fretta in osteria, i musicisti della premiata Orchestra Tramonti invitano i loro lettori a godere dello spettacolo seduti in prima fila, per spiare – come attraverso una finestra – un pianeta assai poco frequentato dalla narrativa, nonché ricco di personaggi curiosi e sapidi aneddoti: operazione che non risulterà nuova a chi conosce il Ragni di Giorni Felici, riuscita incursione nel mondo delle scommesse ippiche. Come in quel romanzo, anche qui Alberto Ragni apre uno squarcio sulle esistenze di un nucleo di personaggi, narrando le loro peripezie: vite piene di swing in cui la passione per la musica e l’attitudine bohèmien debbono pur fare i conti con le piccole beghe di ogni giorno. L’autore, senza obbedire a una cronologia precisa, evoca il sapore di quelle esistenze attraverso i piccoli avvenimenti di ogni giorno; e, nel rinunciare ad una narrazione autoconclusiva, sceglie di inseguire l’essenza stessa della vita: che è sempre in divenire, sospesa e in attesa di un finale, e con uno svolgimento così aperto da alterarsi, giorno dopo giorno, nel registro – di volta in volta comico, o tragico o farsesco. Orchestra Tramonti è una vicenda corale; ma aldilà della narrazione “collettiva” ciascun personaggio interviene sul palco per il suo assolo, contribuendo appassionatamente alla melodia. Al seguito del capo-orchestra Fausto Tramonti alla tromba, vengono Victor alla batteria, l’indiano Sarasvati al sax, Dino alla fisarmonica e Marcello al basso; per il solo periodo estivo si unisce a loro, cooptato da Fausto, Tommaso, figlio unico del capo-orchestra, che suona il piano ma ha in mente la laurea in Psicologia, aspira ad una vita meravigliosamente normale e detesta cordialmente le tourneé. Infine, per via di un’occasione speciale – la comparsa in un programma Rai nel corso di una gara per orchestre di liscio – la formazione si arricchisce poi di Macarand sax contralto e Domenico, cantante in smoking bianco. Il figlioul prodigo Tommaso è voce narrante di Orchestra Tramonti; l’approccio al racconto è quello di una sorta di “diario di bordo” della tournée, tenero e distaccato al contempo; ciò che più colpisce è il ritratto, ricco di un lirismo ironico e leggero, di calde notti smarrite in bilico tra gli assoli di questo o quello strumento e le ingenue disquisizioni pseudo-filosofiche dei personaggi, con i pensieri che, appena formulati, già sfuggon via leggeri sulla scia del fumo delle sigarette. Sullo sfondo, il legame tra Tommaso e Fausto: fatto di tenerezza e tensione a corrente alternata, narrato senza concessioni al patetismo o all’intimismo da due soldi. Raccontando la storia dal punto di vista di Tommaso, Ragni coinvolge in prima persona il suo lettore e lo rende partecipe del mondo di Orchestra Tramonti: il giovane è estraneo all’orchestra quanto il lettore e da subito i suoi occhi diventano quelli di chi legge, che prova così l’illusione di esser sempre presente nel momento in cui le cose accadono. “Ha una melodia che sembra uno scherzo, ma se l’ascolti bene è meravigliosa”, dice uno dei personaggi parlando delle dodici strepitose battute di Au privave di Charlie Parker; ebbene, son parole che si attagliano alla perfezione anche ad Orchestra Tramonti: narrazione lieve e briosa (come la melodia semplice dell’assolo di Bird), impeccabile in ogni fraseggio, efficace nelle descrizioni e divertente nei dialoghi, che ad una lettura attenta si rivela un racconto agrodolce sui sogni e le illusioni frustrate a più riprese dalla realtà (che qui nulla concede a buonismi di sorta e anzi non manca di un retrogusto maliconico sfumato nell’ironia). Menzione speciale per grafica e impaginazione: Orchestra Tramonti si presenta con un simpatico formato da moleskine con tanto di angoli arrotondati e una copertina molto stilosa, animata da un gradevole disegno (stilizzato) in bianco e nero.da Stilos di ottobre  

Un filosofo prêt à porter

Saturday 28 January 2006

Spinoza. Abbiamo cose cortissime da dire.

Il filo del rasoio

Wednesday 18 January 2006

Il premio nobel per la letteratura (2001) Vidiadhar S. Naipaul nel suo libro più famoso, La metà di una vita, rende omaggio a William Somerset Maugham, dando il suo nome al protagonista del libro (William Somerset Chandran) e suggerendo che Chadran sia il figlio dell’uomo, incontrato da Maugham in uno dei suoi molti viaggi, a cui lo scrittore inglese s’ispirò per l’indimenticabile ritratto di Laurence (Larry) Darrel ne Il filo del rasoio. Del resto Maugham usava dire di non poter “passare un’ora in compagnia di una persona senza ricavare il materiale per scrivere almeno un racconto”; dunque l’ipotesi che Larry possa essere un personaggio “reale” non è inverosimile. E nel caso Naipaul abbia ragione, certamente il vero Larry sarà stato un individuo assai incredibilmente affascinante, visto che – insieme al Gaugin de La luna e sei soldi – Larry Darrel è l’unico protagonista maschile mai concepito da Maugham, scrittore che ha sempre preferito regalare ai suoi lettori indimenticabili figure di donna. E, anche sulla pagine, Larry Darrel è un personaggio sfaccettato nonché interessante: un eterno sognatore che non esita ad abbandonare la futura moglie, l’invidiabile posizione sociale, la mondanità e l’agiatezza per assecondare il proprio bisogno di conoscenza. Larry è dunque un personaggio inquieto, ribelle; che con il suo prepotente bisogno di misticismo anticipa di un decennio l’avvento della beat generation, con la moda dell’esotismo a ogni costo e della “fuga” (in India, o comunque generalmente in Asia) finalizzata alla ricerca di se stessi. Interagiscono con questa figura di “aspirante asceta” una sfilza di personaggi che “balzano dalla pagina” – la fidanzata abbandonata Isabel, Elliot lo zio snob devoto alla mondanità, Sophie l’amica squisitamente autolesionista – che tuttavia, pur essendo caratteri, finiscono per soccombere ogni volta davanti alla statura umana di Larry: mondano tra i ricchi, operaio tra gli operai, anacoreta in mezzo ai santoni, ma sempre se stesso, dotato di una solidità invidiabile pur nella sua mancanza di certezze che lo spinge, incessantemente, a esplorare il mondo esterno e quello suo interiore. L’autore si serve abilmente dei comprimari per mostrare i cambiamenti occorsi in Europa e negli Stati Uniti negli anni tra le due guerre mondiali: nelle fortune e sventure della famiglia di Isabel rivive l’America della Grande Crisi economica, con le sue illusioni di gloria e di potere e i sogni infranti; e nella progressiva decadenza del prestigio dell’affascinante zio Elliot si specchia il dramma di un’Europa che cede il passo al nuovo mondo sulla scena politica e sociale. Il filo del rasoio è quindi anche un pregevole affresco di un’epoca ove si scontrano due mentalità: quella disinteressata e mistica di Larry, alla ricerca di risposte e di lenitivi per le ferite morali riportate durante la Grande Guerra e quella edonistica, capricciosa e mondana di Isabel, cinica e materialista, a cui nemmeno l’amore darà la forza di vincere il demone dell’ambizione. Erede del romanzo d’appendice francese – nelle sue versioni più “alte” e sofisticate – e dei romanzi sociali inglesi, Il filo del rasoio racconta una società vittima dei pregiudizi di classe che viene attaccata dal suo interno da figure coraggiose che si ribellano al conformismo e alla azione coercitiva dei doveri sociali, dell’immagine, della mondanità. Larry si pone quindi fuori dalla società e dai suoi schemi ipocriti perché è riuscito a camminare lungo quel filo che porta alla verità (o meglio: a una sua verità); ma egli sarà l’unico tra i personaggi di questa storia a scoprirla, coerentemente con la frase delle Upanishad* che Maugham ha messo in epigrafe al libro: “Difficile è il passo sul filo tagliente di un rasoio: così i saggi dicono che ardua è la via della salvezza”. E la superiorità del carattere di Larry è così evidente che, ogni volta che torna nel mondo che ha lasciato, funge da catalizzatore per tutti gli altri personaggi: che, sempre ansiosi di ritrovarlo, rimangono ipnotizzati dal suo fascino esotico e dall’aura di spiritualità che lo accompagna.

Come spesso accade nei suoi libri è lo stesso Maugham ad introdurre il lettore al romanzo che sta leggendo e a metterlo ironicamente in guardia dalle pagine che seguiranno: “Lo chiamo romanzo – scrive – perché non saprei come chiamarlo altrimenti. La storia che ho da raccontare non è gran cosa, e non termina con una morte né con un matrimonio”. In effetti la storia sembra “senza finale”, così come non ha un inizio ben preciso e nemmeno si svolge in maniera consueta. Raccontata in sette parti – e Maugham, con un certo spirito, sostiene ad un certo punto che il lettore può senza timore saltare il sesto capitolo perché non necessario alla comprensione dei fatti – la vicenda è descritta da un narratore che pesca nei suoi ricordi gli avvenimenti e li racconta direttamente al lettore, per cui l’azione non si svolge quasi mai nel momento in cui se ne leggono gli sviluppi, ma è accaduta sempre in altri tempi e in altri luoghi. Uno stratagemma di cui Maugham si serve per sottolineare ogni stralcio di narrazione con appunti e notazioni a margine, sovente facendo ricorso al suo leggendario umorismo e alla tagliente ironia che caratterizza ogni sua opera. Nel corso del libro, occasionalmente Maugham incontra Larry, Isabel, alcuni suoi conoscenti e lo zio Eliott e conversando con loro rievoca stralci del viaggio iniziatico di Larry: prima nel nord della Francia, poi in Germania e infine in India tra gli adoratori di Brahma. Il filo del rasoio, nella nuova edizione Adelphi impreziosita dalla eccellente traduzione di Franco Salvatorelli, contiene tutti gli elementi che hanno reso contribuito alla fama dello scrittore inglese: l’accattivante scenografia esotica, lo stile terso e scorrevole, la vivacità dei dialoghi. E ancora: la grande abilità nella gestione dei personaggi sostenuta da una profonda e disincantata conoscenza dell’animo umano, l’ironia sferzante ma sottile – quel tanto che basta da conservare sempre un pizzico di levità – e quella sapiente assimilazione (che non diventa mai scopiazzatura ma viene rielaborata in chiave personalissima) del naturalismo di Guy de Maupassant o Gustave Flabert, unito ad un cinismo che vivacizza il contesto borghese, ove l’ipocrisia è sovrana. Il filo del rasoio è un romanzo assai tardo nella carriera di William Somerset Maugham che ormai settantenne comincia a porsi il problema della fede, della religione e della spiritualità, e al di là dell’apparente spregiudicatezza, Maugham non declina sentenze né prende posizioni: egli, si badi bene, racconta semplicemente una storia e lascia che, quanto al resto, sia il lettore a trarre le conseguenze.

*

Presso la religione induista, le Upanishad sono scritture sacre nelle quali vengono insegnate sia la meditazione che la filosofia e fanno parte delle Shruti, o scritture post-vediche. Le Upanishad sono i commentari ai Veda, loro fine putativa ed essenza.

da Stilos, dicembre 05

Something new

Tuesday 10 January 2006

In colpevole ritardo sui tempi di pubblicazione, annuncio vobis gaudio magno: habemus Medicine Show! Dalla metà di dicembre è possibile scaricare il nuovo numero della rivista faticosamente diretta da Leonardo Colombati e redatta ciarlatanescamente – come nella nostra migliore tradizione – da  Silvio Bernelli, il Doc, Davide L. Malesi, Gabriele Pesatore, Lord Cornelius Plum, Francesco Soliani, Aldo Enrico Tambolo. Nella mia rubrica “I libri di Mrs Hills” si parlerà di (Non) Sparate sul pianista di David Goodis e a completare il numero troverete un’intervista esclusiva a Cristiano Godano dei Marlene Kuntz.

Anche Origine è di nuovo tra noi, con il suo undicesimo numero, denso di contenuti: dall’intervista di Davide Malesi a Tom Wolfe, al saggio “The future is unwritten” di Carlo Feltrinelli che parla di come è nato, e si è evoluto negli anni, il catalogo della storica casa editrice, al dossier su Michel Houellebecq; da Carlo Lucarelli che intervista Joe R. Lansdale,fino alla corposa rubrica di recensioni.

Il piatto forte del numero è però l’inchiesta di Michele Infante e Davide Malesi sullo stato della critica: “La critica è morta, viva la critica!” che ha coinvolto Riccardo De Gennaro, Benedetta Centovalli, Andrea Cortellessa, Giovanni Tesio, Giulio Ferroni, Carla Benedetti, Tiziano Scarpa, Mario Fortunato, Loredana Lipperini, Jacopo De Michelis, Filippo La Porta, Emanuele Trevi.

Alcuni stralci di questi interventi sono stati pubblicati da Loredana Lipperini e Giulio Mozzi proprio oggi. Sull’inchiesta magari torniamo nei prossimi giorni, l’unica cosa che voglio notare adesso è una battuta di Giovanni Tesio in risposta al mio invito a partecipare all’intervista collettiva: il professor Tesio, prima di decidere se partecipare o meno mi ha gentilmente ammonito: cara signorina, non tema, una voce in meno è sempre meglio che una in più. Come dargli torto? Anche se in quest’inchiesta le voci sono state quasi tutte interessanti da ascoltare. Finalmente poi ho capito cosa sia esattamente un critico militante – anche se questo prima o poi torneremo – per l’intanto ringrazio Loredana Lipperini per avermene offerto una chiara definizione, evitandomi di figurarmelo ogni volta come un soldato munito di libri illeggibili e bombe a mano. 

Davide, infine, ha aggiornato il sito di Origine, con sommario e copertina di questo nutritissimo numero e con qualche chicca estratta da quelli precedenti.

Visto che ci sono segnalo un intervento su Vibrisse di Leonardo Colombati riguardo la funzione della letteratura, che è una replica ad un altro intervento di Antonio Spadaro pubblicato sull’Avvenire (che a sua volta poi replica a Leonardo che gli risponde di nuovo: la finiranno mai?). Ebbene io sono del tutto d’accordo con Leonardo, anche se all’atto pratico io e lui leggiamo (e amiamo) libri profondamente diversi.

Infine, segnalo il concorso fotografico Lettureintreno, pensato e diretto da eiochemipensavo, melpunk e boris battaglia ricco di premi e cotillons. Qui ci sono tutte le foto. Questa è la mia, cui sono legata per il libro, non per la foto naturalmente. E prendo due piccioni con una fava dicendo anche che è terminato e stiamo attendendo trepidamente i vincitori. Meglio tardi che mai. Le migliori foto verranno premiate con libri messi in palio da melpunk, placidasignora, giuliomozzi, licenziamentodelpoeta, eiochemipensavo, Andrea d’Agostino.

Letters from the (h)eart(h)

Thursday 5 January 2006
A Leonard Russell
29 dicembre 1954   […] Cissy era tutto quello che dici, e di più. Per trent’anni è stata il battito del mio cuore, la musica che si ode fioca al di là del suono. Mi ha sempre enormemente angustiato – inutilmente, ormai – non aver mai saputo scrivere qualcosa che valesse la sua attenzione, un libro da poterle dedicare. Lo avevo in mente. Ci ho pensato, ma non l’ho mai scritto. Forse non ne ero capace. […] 

 

A Hamish Hamilton

5 gennaio 1955

[…] Per trent’anni, dieci mesi e quattro giorni Cissy è stata la luce della mia vita, la mia unica ambizione. Qualsiasi altra cosa abbia fatto, è stata solo per procurarle quel po’ di calore di cui aveva bisogno per scaldarsi le mani. Non c’è altro da dire. […] 

Stralci di lettere tratte da Marlowe e io, (epistolario scelto di Raymond Chandler), Archinto editore, 1988. Questi estratti risalgono ai giorni immediatamente successivi alla morte della moglie dello scrittore americano, dopo una lunga agonia. Avete mai letto niente di più romanticamente struggente? Io no.