Archivio di March 2006

La seconda (d)a sinistra

Sunday 26 March 2006

Geograficamente mi trovo qui, ma in realtà sembra che io sia qui*. Quasi un’eversiva. Può essere, però osservare che le mie posizioni sarebbero distanti dalle posizioni Ds quanto da quelle dell’Udeur m’inquieta non poco.

*Grazie a Guido Turco

Fuori di me per farti mondo

Wednesday 22 March 2006

Fuora da mi pa’ farte mondo,
te ghè i so s-cjochi ‘ncaponii te ‘a carne.
Li sento, ca reposso in parte,
li sètaro tel sono a madurarse.
Mai no dirò tel vento dee parole
s’ i’ m’ha destruto o s’ i’ t’ha fato ‘l fiore.
 
(Luigi Bressan)
 
 

Fuori di me per farti mondo, / hai i suoi scoppi accapponati nella carne. / Li sento, riposando accanto a te, / li sotterro nel sonno a maturare. / Mai dirò nel vento delle parole / se m’hanno distrutto o se t’hanno fatto il fiore. 
 
 
 
Scoperta grazie a Maurizio Crosetti.

Un po’ di tutto (e niente)

Saturday 18 March 2006

Mel chiede ai suoi lettori di elencare i loro dieci brani jazz preferiti. Io ho risposto, ma ancora non conoscevo questo pezzo che adesso metterei sicuramente in classifica. Non so al posto di quale altra però.

King invece lancia un curioso concorso di poesia bucolica, dagli esiti esilaranti. Come membro della giuria, tra i lavori arrivati in redazione, sostengo fortemente Il mulo, leggere per credere.

Ricordo ancora il sondaggio di Leonardo sui migliori romanzi americani. (Ne ho presi fin’ora ben 5 su 10!).

Davide critica quest’iniziativa. E io sono molto d’accordo. E lo sono di più soprattutto dopo l’ultima presa di posizione contro il presunto “marketting” di Antonio D’orrico (recensore del Corriere della Sera e del Magazine del Corriere) e il suo ultimo capolavoro (dal titolo raccapricciante), non perché non pensi che possa essere vero che D’orrico abbia esaltato un romanzo di un amico a prescindere dal suo valore (e devo dire che la cosa nememno mi scandalizza più di tanto), ma perché prima di parlare di qualsiasi libro bisognerebbe leggerlo (anzi, sarebbe il caso di parlare di qualsiasi cosa con cognizione di causa). E poi ancora perché da esternazioni del genere si generano sempre commenti tipo questo “la critica letteraria è piena di servigi o vendette personali trasformate in scritti di “critica” o “informazione” letterarie” – di una tale Gemma Gaetani che ho scoperto aver scritto uno dei libri più brutti della storia dell’editoria (non della letteratura, si badi bene). Naturalmente l’ho letto, altrimenti non ne parlerei (Io!), non tutto perché è insostenibile, ma ne l’ho letto un bel po’.

E infine ancora Medicine Show! Dal numero di gennaio-febbraio estraggo questo:

Harry ti presento Art

di Alberto Ragni

La fotografia di un uomo riccioluto e sorridente, seduto davanti al mare, con accanto un tavolino e un bicchiere; e il disegno di un’automobile con due passeggeri, uno alla guida e l’altro addormentato dietro, su uno sfondo giallo grano. Sono le copertine di “Watermark”, di Art Garfunkel, e “Nilsson sings Newman”, di Harry Nilsson.

Il primo, si sa, è sempre stato visto come la metà sfigata di Simon & Garfunkel. Voce delicata, aspetto slavato, da solo non ha mai combinato granchè. Per di più, i pezzi li scriveva quell’altro, e li arrangiava anche da sè. Lui ci metteva giusto il controcanto, un po’ di chitarra d’accompagnamento, oltre a quel tipo di bellezza un po’ esangue, che con le ragazze poteva sempre servire.

Il secondo è conosciuto da noi soprattutto per una canzone, Everybody’s talkin’ – il tema di Un uomo da marciapiede – e altrove per aver suscitato l’ammirazione dei Beatles (John Lennon se lo portò anche come pianista in tour con la Plastic band di Yoko Ono), ed essere splendidamente morto d’infarto, nel sonno, dopo una vita di eccessi. L’addio alla musica l’aveva dato componendo la colonna sonora di Popeye, il film di Altman con Robin Williams/Braccio di ferro: non proprio un’uscita di scena memorabile. Insomma, due stelle minori.

Eppure dentro questi dischi, tributo a due monumenti della canzone americana, Jimmy Webb e Randy Newman, ci sono meraviglie. Operazioni simili abbondano nella storia del jazz, dove si reinventa la musica altrui per statuto, ma hanno mai fatto la ricchezza del pop. Perciò “Watermark” e “Nilsson sings Newman”, sebbene registrati a sette anni di distanza, suonano come album gemelli, pieni di melodie incantevoli e con due interpreti in stato di grazia.

Allora date retta, lasciatevi prendere dalla dolcezza di Watermark, che si colora di jazz con il sassofono di Paul Desmond, di folk negli arpeggi di chitarra di David Crosby, e in All my love’s laughter spiega persino una coda di cornamuse che fa venire giù la neve a ferragosto. E dopo, salite senza paura sulla giostra del signor Nilsson.

Ci si può trovare il piglio da vaudeville di Vine street; un quadretto familiare come Love story, che è una perla di sarcastica devozione (“And some nights we’ll go out dancin’/If I’m not too tired”); e I’ll be home, per voce, pianoforte e coretto soul, romanticissima (“I’ll be here to comfort you/And see you through”), che sarebbe potuta benissimo uscire dalla penna di Jimmy Webb.

Così finisce che mentre uno l’ascolta non sa più se si trova davanti al mare, con un bicchiere a portata di mano, oppure in viaggio dentro una vecchia automobile polverosa, sotto un sole giallo grano.

Giungla d’asfalto, William Riley Burnett

Thursday 9 March 2006

Se si dovesse citare un romanzo in cui il crimine viene presentato come estrema chance di riscatto da una condizione miserevole, ai più verrebbe in mente, come giusto, Delitto e castigo di  Fëdor Mikhajlovic Dostoevskij. Ubi maior, minor cessat, va da sé. Eppure in seconda battuta sarebbe corretto e doveroso, pensare anche a Giungla d’asfalto di William Riley Burnett (adesso riproposto da Sellerio, dopo anni di oblio, nella collana “La memoria” per la traduzione di Francesco Romeo).

Giungla d’asfalto racconta le vicende di un gruppo di criminali convinti che “in fondo il delitto e’ solo una forma sinistra della lotta per la vita”; un altro modo per dire quello che sostiene anche Raskolnikov – “un solo male, cento azioni buone” – senza però, l’ipocrisia celata dietro la teoria degli uomini straordinari elaborata dal protagonista di Dostoevskij. 

Pubblicato nel 1949 – e subito adattato per il cinema nell’omonimo capolavoro di John Houston (“The asphalt jungle” del 1950) – è un romanzo importante a prescindere da ogni paragone; se ne ha la riprova se solo si pensi a quanto sia diventata comune l’espressione “giungla d’asfalto” per descrivere i cupi inferni metropolitani: non accade spesso di inventare modi di dire che si innestino così radicalmente nel linguaggio corrente (è successo a Francis Scott Fitzgerald con “big apple” o “jazz age” e a pochi altri). Il libro di Burnett poi, è stato il primo dei cosiddetti “caper novel” (ovvero romanzo della grande rapina) incentrato sul colpo che cambia la vita, che ti sistema per sempre. Ha inventato un genere dunque.

Burnett racconta la preparazione del colpo gobbo dal punto di vista dei criminali, li presenta uno ad uno, ne descrive caratteristiche e segreti, e di tutti rivela un’umanità disperata e segnata da un destino infausto per cui il crimine è l’approdo di esistenze miserande. L’ideatore del piano a prova di bomba – che prevede di impadronirsi di una partita di gioielli custodita nella cassaforte di una gioielleria – è Doc, appena uscito di galera, tedesco, freddo e calcolatore; a fiancheggiarlo in qualità di finanziatore c’è l’avvocato Alonzo Emmerich, potente uomo di mondo, losco e crapulone, ossessionato dall’idea della morte; a prestare i soldi all’avvocato della mala è lo strozzino Cobby. La manovalanza è affidata a: Dix, un tipo capace d’uccidere, che cova il desiderio di riappropriarsi del ranch in cui è cresciuto; al suo amico Gus, il barman gobbo e infine a Louis, insospettabile meccanico e padre di famiglia che per i suoi farebbe di tutto, anche rubare.

Burnett, con uno stile scarno e pungente, scrive una gangster story in cui ci sono i buoni e ci sono i cattivi ma, si è detto, sceglie di adottare il punto di vista dei cattivi e alla fine della fiera non si può non simpatizzare con loro. E proprio per descrivere quest’umanità condannata, l’autore relega l’esecuzione tecnica del “lavoro” sullo sfondo della vicenda e ciò che viene fuori davvero sono i personaggi: meschini, egoisti, privi di senso morale, eppure completamente e disperatamente umani, perché mossi da impulsi e passioni simili a quelle che animano ogni uomo. Così può capitare di capirli, di comprenderne le motivazioni, di compatirli anche. Sin dal loro apparire si palesano come uomini segnati da un destino crudele e avverso, per i quali non ci sarà riscatto. Il crimine non paga, nel loro caso, la giustizia li stritolerà nelle sue spire; ma è soprattutto la città, la giungla d’asfalto in cui vivono, coacervo infernale di cupidigia, illusioni e frustrazioni a condannarli, perché non offre soluzioni, non consente vie d’uscite, non permette di scegliere.

Giungla d’asfalto, con la sua storia di un delitto e di un castigo che arriva puntuale ed inesorabile ha la forza di un cupo apologo morale, che sfuggendo alle convenzioni del genere, non offre però traditori, né una divisione manichea tra buoni e cattivi. Accanto alla banda di rapinatori infatti, appaiono investigatori, commissari e giornalisti, e tutti perseguono i propri obiettivi, fanno le loro scelte, giocano una partita personale: il fatto che poi si trovino su fronti contrapposti è un dettaglio, a tratti si ha la sensazione che i ruoli potrebbero anche essere invertiti, pur restando i personaggi identici. Tutti loro si dibattono nella giungla d’asfalto che li imprigiona e ognuno fa le sue mosse, per spietate che siano, mentre la civiltà è appena una lieve patina d’ipocrisia, una maschera, dietro la quale nascondersi.

A suo tempo il romanzo è stato accusato di aver idealizzato la figura del criminale. L’idea di rapinatori pronti ad uccidere che si commuovono al pensiero dei prati in cui correvano da bambini, doveva essere davvero disturbante per l’epoca. In realtà Burnett semplicemente conosce l’ambiente di cui parla, e lo descrive con un realismo tale che sa di prodigio (lui stesso riconoscerà in Flaubert e nel nostro Giovanni Verga i suoi riferimenti stilistici). E’ la tragedia ad interessarlo, il dramma epico di uomini che lottano per sopravvivere in un sistema che non è migliore di loro, ma a cui inevitabilmente soccombono. Sono nati dalla parte sbagliata, e ne hanno pagato il prezzo.

 da Stilos del 28 febbraio

NB Per la regola aurea in base alla quale “non se butta via niente”, questo pezzo è una rielaborazione di questo post.

Mississippi hot blues

Sunday 5 March 2006

L’ultima notte d’estate pare che sia una notte a cui prestare molta attenzione. Soprattutto se abitate nel sud degli Stati Uniti, magari vicino al Golfo del Messico, dove l’estate è subtropicale con giornate afose ed umide e notti che si succedono torride. Durante il giorno il caldo si accumula per lungo tempo finché proprio l’ultima notte  esplode incontrollato e si scatena in tutta un’ultima serie di violenti temporali che imperversano fino al giorno successivo. In zone piene di mistero e intrise di superstizioni e credenze come quelle del sud degli Stati Uniti tra l’Alabama e la Louisiana, si dice che l’umidità e l’elettricità rendano l’aria gravida di influssi anche sull’umore della gente a cui in questa notte può capitare di tutto. Le particelle elettrificate agiscono come stimolanti forse e allora si viene presi da una smania, un fermento per cui tutti si affrettano a concretizzare prima che sia troppo tardi, quello che hanno avuto in animo di fare durante tutta l’estate. Mi viene in mente la torbida relazione di “Brivido caldo”, l’atmosfera deve essere più o meno quella. Erskine Caldwell ci ha costruito un intero romanzo sulla fregola da fine estate, L’ultima notte d’estate appunto. E’ il diciannovesimo libro dell’autore americano, pubblicato nel 1963 ed uno dei suoi più originali. E’ la storia di una passione che si scatena proprio durante l’ultima notte d’estate e che resta inconsumata. Il racconto inizia con la descrizione minuziosa ma vivace di una sera di fine agosto, un venerdì pomeriggio, in cui sembra che il caldo estenuante debba ancora arrivare: quello vero intendo, che brucia dentro, infiamma, conturba. Caldwell c’introduce lentamente all’azione e ai personaggi, ha il tocco ispirato di un abile regista: con una ripresa dall’alto fa una panoramica sulla vita che anima un quartiere commerciale nei pressi del porto fluviale di un’immaginaria cittadina della Louisiana, e poi s’incunea in un ufficio, e avanza fino ad inquadrare in primo piano un uomo d’affari sui quaranta, belloccio, aitante, Brooks Inghram e poi si sposta sulla sua segretaria molto carina ed efficiente, Roma. Tutto scorre tranquillo, gli uffici stanno per chiudere, lei tra poco se ne tornerà dalla sua coinquilina a parlare di uomini e a farsi bella per la sera, magari incontrerà un tipo carino per passarci la notte. Lui invece raggiungerà sua moglie, e forse non litigheranno, forse lei non sarà così ubriaca da perdere il controllo e accetteranno anche qualche invito per la cena. Le cose andrebbero proprio così se quella che sta per scendere fosse una notte normale, ma è l’ultima notte d’estate – non dimenticatelo – e niente fila via liscio come al solito. Mentre sta per uscire, Brooks viene braccato da Roma che gli si struscia contro sinuosa ed irresistibile, lo vuole, l’ha sempre voluto e ha deciso di dirglielo adesso. Gli si offre seducente, lo implora di prenderla con quegli occhi lacustri e lui cerca di resisterle, davvero vorrebbe riuscirci, pensa a sua moglie, alla sua carriera. E poi in fondo è una brava persona non vuole approfittare della sua segretaria o tradire la sua famiglia. Ma quando una donna vuole qualcosa, chi può fermarla? E così si baciano, ancora prima di passare al tu, si baciano appassionatamente in un abbraccio bollente come l’aria che li circonda, un assaggio della notte che sta per calare e che trascorreranno insieme. Ma nemmeno questo va come deve andare, siamo sempre alla fine dell’estate, ricordate? E così si separano dandosi un appuntamento vago a casa di lei per la cena (e il dopocena naturalmente). Quello che succede non ve lo dico, ma posso dirvi che questo romanzo è sorprendente. Procede con il ritmo inesorabile del giallo, gli eventi s’incalzano uno via l’altro, imprevedibili e fatali. Persino i capitoli si succedono come tappe verso la soluzione di un mistero e i titoli indicano il cammino al lettore illustrando sempre il punto in cui si svolgerà l’azione e chi ne sarà il protagonista. Dialoghi serrati e descrizioni rapide seppur dettagliate animano un racconto in terza persona, in cui interviene di tanto in tanto una voce esterna, un io narrante intermittente di cui non conosciamo l’identità e nemmeno giurerei che si tratti sempre della stessa voce, a commentare, spiegare, giudicare: una sorta di coscienza collettiva che vigila sulla vicenda e puntualizza quando ce n’è bisogno. Caldwell in L’ultima notte d’estate si conferma come un autore dotato di una rara potenza narrativa e di un’efficace capacità di scandagliare i recessi più nascosti dell’animo umano in cui le passioni covano nascoste fino ad esplodere violente e letali in una qualsiasi ultima notte d’estate. 

Barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato

Friday 3 March 2006
Scott a Zelda, 26 aprile 1934

… e la sola tristezza è vivere senza di te… Tu e io siamo stati felici; non siamo stati felici una volta sola, siamo stati felici mille volte… Dimentica il passato – quella parte di esso che puoi dimenticare, e voltati e torna a nuoto da me, al tuo porto nei secoli dei secoli – anche se può sembrare un antro oscuro a volte, illuminato da torce di furore; è il rifugio migliore per te – vira dolcemente nelle acque dove navighi e fai rotta verso casa.

da Caro Scott, carissima Zelda. Le lettere d’amore di F. Scott e Zelda Fitzgerald, La Tartaruga, 2003.

A parole mie

Thursday 2 March 2006

Ho appena scoperto di essere stata plagiata: una tipa ha preso più o meno integralmente delle mie osservazioni su Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald spacciandole per sue in un sito in cui gli utenti si scambiano opinioni su prodotti vari.

In un primo momento, dopo la sorpresa, ho pensato che fosse fico essere plagiati: in fondo se qualcuno si appropria delle tue parole per rivendersele come proprio deve averci trovato qualcosa di bello, mi pareva lusinghiero. Dopo qualche minuto ho realizzato però che a causa di questa #@*%$£ non posso riciclare un paio di cose che volevo riprendere da quelle osservazioni di qualche anno fa (e il tempo trascorso si sente tutto) per una recensione che farò sulla nuova edizione Einaudi del romanzo. E questo mi ha fatto incazzare non poco.

Adesso mi tocca riscriverla tutta e per intero, mentre io scrivo sempre al risparmio, all’insegna del “non se butta via niente”, come per il maiale! Aah, dovrei essere meno brava mi sa, almeno per risparmiare tempo.

Baricco non ci sta!

Wednesday 1 March 2006

La critica sarà pure morta, ma se ne parla sempre moltissimo. Origine se n’è occupata ampiamente nell’ultimo numero con una bella inchiesta (che potete leggere a spizzichi e bocconi da Davide qui e da Loredana Lipperini qui e poi qui e ancora qui) e adesso grazie ad eìo tramite Spinoza ho saputo che Baricco si è ribellato a due dei maggiori critici italiani che non l’hanno ritenuto degno nemmeno di una bella stroncatura.

Adesso non ho tempo, né testa per parlarne diffusamente, ma non è che abbia poi così torto Baricco: bene o male, purché se ne parli ma in modo approfondito. Magari se ne riparla in tempi migliori.