Archivio di April 2006

Caos e dintorni

Sunday 30 April 2006

Chi volesse accaparrarsi uno dei libri sommersi e sconosciuti, Ai margini del caos di Franco Ricciardiello (se n’era parlato qui) può recarsi presso la Libreria Bookcity a Roma, dove ho scoperto proprio ieri che ci sono almeno 6 copie nuove di zecca a solo 1,50 euro. Questo è quanto riguardo il caos.

Per i dintorni informo il gentile pubblico che è (finalmente) uscito il nuovo numero di Medicine Show. Su nazione indiana potete leggere il bellissimo articolo di Armando Trivellini sull’ultimo album di Vinicio Capossela. Niccolò Borella intervista Jim Kerr che mi dicono sia il leader dei Simple MindsMario Desiati ricorda Edoardo De Candia, il ”pittore matto di Lecce”. Lapo Boschi dai tetti di Zurigo ascolta un concerto dei Plaid (è necessario che dica che non ho la minima idea di chi siano?). Davide Malesi scrive un bel pezzo sull’ultimo cd doppio di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti (già membro degli Avion Travel), Musica nuda 2 e ne tesse l’elogio (con qualche minima riserva). Su questo – sull’elogio, non sulla riserva – avrei qualcosa da dire ma magari se ne riparla. Giorgia Meschini continua le sue lezioni di canto. Nella rubrica “I libri di Mrs Hills” parlo del primo libro di John Williams, Cardiff Dead, publicato da Scritturapura edizioni. Bernardino Sassoli recensisce l’ultimo album di  Prince, mentre Leonardo Colombati ricorda “Sign o’ the times” e si preoccupa dello stato in cui versa Britney Spears. E poi ancora: uno speciale sui re del soul (Charles, Cooke, Redding, Gaye, Brown); notizie su Springsteen (poteva mancare? purtroppo no), Gang, Fortis, Radiohead, Replacements, Eno, Who, U2, Korn, Pixies, Depeche Mode, Weller.

Il Supplemento di questo numero – riservato agli iscritti alla Newsletter – è ”KATE BUSH: Mangia la musica”.

Per visualizzare il numero in uscita nella sua versione integrale (con immagini) in pdf vai al sito di Medicine Show. Se vuoi scaricarlo nella versione “leggera” (senza immagini) in Word, clicca qui:MEDICINE SHOW marzo-prile 2006

Liberi tutti

Wednesday 26 April 2006

Quando si parla di autori italiani del ‘900, per esaltarli o denigrarli poco importa, nel mucchio si pescano sempre gli stessi scrittori (o poeti), come fossero ricevute del lotto che si conservano anche dopo l’estrazione, per giocarli di nuovo continuando a sperare. Immancabilmente Pasolini, Gadda, Sciascia, Landolfi, Calvino, Buzzati. A volte Vittorini, Pavese, Brancati o Bianciardi. Più raramente Fenoglio, Tozzi, Pratolini, e pochi altri ancora. Mai e ancora mai a qualcuno viene in mente di ricordare, neppure per sbaglio o banale distrazione, Libero Bigiaretti, che dunque non solo non è un convenuto di ferro ma nemmeno compare nel triste e ingrato elenco dei minori, quelli di cui si parla en passant, una spolveratina appena prima di relegarli nuovamente nell’oblio.

Spazzato via, dimenticato.

Eppure nessun altro ha attraversato cinquant’anni di letteratura e storia d’Italia, cogliendone umori e contraddizioni come quest’autore (nonché acuto critico militante) marchigiano ma romano d’azione, che ha seguito tutte le stagioni della narrativa italiana, riproducendole nelle sue numerose opere. I suoi esordi si mescolano infatti all’ermetismo poetico, nelle raccolte di versi “Ore e stagioni” (1936) e “Care ombre” (1939).

Si affaccia poi alla narrativa nel 1942 con Esterina, in cui cede al sentimentalismo, ma si salva in extremis per l’acuta disamina dei rapporti tra uomo e donna provenienti da diversa estrazione sociale ma sopratutto da un’opposta concezione dell’esistenza.

Ancora.

Con il precipitare delle cose sotto il regime fascista e soprattutto alla fine del conflitto, Bigiaretti sposa l’estetica neorealista, per reazione al decadentismo di maniera e a quella retorica fascista che chiama “il teatro dei fez, delle camicie nere, delle fusciacche e dei pugnali”. Appartiene a questa fase Carlone (1950) che racconta la storia di un uomo che partecipa sentitamente alle lacerazioni e alle divisioni interne al nostro paese, portandosi dietro il proprio bagaglio di primitive e poco realistiche idee di giustizia sociale, inculcategli da un anarchico cappellaio.

In seguito Bigiaretti si converte al surrealismo (con Uccidi o muori (1958) e Abitare altrove, otto racconti i cui protagonisti si muovono in un mondo fantastico, quasi irreale), per il diffuso bisogno di superare l’approccio ideologico del neorealismo e tentare strade nuove, almeno per l’Italia che non aveva conosciuto il fermento tutto francese del gruppo di Breton e soci, schiacciata com’era in quegli anni dalla pseudo-cultura di regime.

Ma nelle sue opere è possibile rintracciare di volta in volta l’autobiografismo, lo psicologismo, la narrativa di stampo borghese (I figli del 1974) e per converso anche quella di “matrice industriale” in cui affronta il tema della spersonalizzazione delle relazioni sociali a causa del pesante condizionamento tecnologico cui è sottoposto l’uomo e del suo disagio nella società capitalistica e automatizzata. Nascono così Il congresso (1963), che analizza il rapporto tra un intellettuale e alcuni operai, e Dalla donna alla luna (1972) in cui, mentre rinnova il linguaggio poetico, alterando i toni della prosa fino ad allora sempre pacati e ricorrendo ad un’inusuale (per lui) veemenza stilistica, racconta il delirio di un uomo che medita piano di sterminio per liberare il mondo dall’oppressione e dall’ingiustizia sociale. 

Eclettico Bigiaretti.

Egli stesso ha scritto della sua narrativa: «come ho fatto la rosolia nell’età infantile, così nel ’35 inalavo un’ermetizzante aura poetica. Nei primi anni ’40 m’infatuai della sfaccettatura dei sentimenti. Dopo il ’45 ho fatto, a mio modo, il neorealismo. Ho avuto poi una o più ricadute di psicologismo, sono stato tentato dal romanzo aziendale e psicologico, dalla poetica del parlato e dell’oggettività».

Libero Bigiaretti è stato dunque, un testimone attendibile del proprio tempo, ha saputo raccontare con disarmante sincerità la borghesia italiana tra fascismo e dopoguerra e non ha disdegnato peraltro di riflettere anche sulla figura dell’intellettuale – ne Le indulgenze (1966) con la cronaca minuziosa e spietata di una lunga serata in un salotto artistico-letterario o ancora in Esercizi di dattilografia, in cui ripercorre la propria vita di scrittore e critico – producendosi in un’amara ed ironica denuncia della fatuità e della falsità dell’ambiente intellettuale sopratutto romano, svelando il vero volto di un mondo in cui affarismo e mercificazione venivano spacciati per arte e cultura.

Direttore dell’ufficio stampa dell’Olivetti a Ivrea. Fondatore a Roma nel ’44 con Corrado Alvaro e Francesco Jovine del “Sindacato nazionale degli Scrittori”. Vincitore del Premio Marzotto con I figli nel 1954 e del Premio Viareggio nel 1968 per La controfigura. Traduttore per la casa editrice Giunti di classici per ragazzi come Il giro del mondo in 80 giorni, Le avventure di Tom Sawyer, L’isola del tesoro (tutti ristampati nel 2001). Interlocutore prediletto tra il 1932 e il 1990 di tanti esponenti della cultura novecentesca – da Giorgio Caproni a Mario Luzi – con i quali ha coltivato assidui rapporti epistolari, raccolti in un carteggio composto da oltre settecento lettere, ricco di riflessioni, giudizi e spunti critici, donato dallo scrittore ad Alfredo Luzi nel 1986.

Dovrebbero bastare questi pochi elementi della sua storia artistica e della sua vicenda personale di uomo notoriamente garbato e fine intellettuale ad assicurargli un posto nella memoria e nella considerazione di chi si occupa di letteratura e ne studia cambiamenti e tendenze. Invece Libero Bigiaretti continua ad essere colpevolmente ignorato da chi anima il dibattito culturale nel nostro paese. Fa eccezione la sua città natale, Matelica, che gli ha intitolato un premio letterario e la biblioteca comunale e qualche amico vero.

E dire che Bigiaretti confidava nella letteratura tanto da scrivere in uno degli Esercizi di dattilografia che proprio la letteratura è l’unico mezzo “per non morire del tutto, per essere rammentato e rammentare lui stesso”.

Se ne riparla.

L’insostenibile leggerezza

Friday 21 April 2006

“è talmente pelle e pelle soltanto che non si sa di che parlare con lei. Sa baciare e ridere, e basta.”

da Figli di Libero Bigiaretti, p. 146, Vallecchi, 1974.

 

 

Scott&Dick

Tuesday 18 April 2006

Einaudi ha da poco riproposto Tenera è la notte, ultimo romanzo pubblicato in vita da Francis Scott Fitzgerald, con una veste grafica più vivace e una nuova copertina, che al “Sogno” di Picasso sostituisce il quadro di Edward Hopper “Summer Evening”, mantenendo però sia la traduzione che le note introduttive di Fernanda Pivano: d’altronde, chi meglio di lei?
Scritto nove anni dopo Il grande Gatsby, in venti mesi di lavoro (dal luglio del 1932 al febbraio del 1934) e successivamente rimaneggiato almeno dodici volte senza mai approdare ad una versione definitiva, Tenera è la notte (dai versi dell’ “Ode all’usignolo” di John Keats “Already with thee! Tender is the night”) è il romanzo a cui Fitzgerald aveva affidato tutti i suoi sogni: «È ora di scrivere un romanzo che incontri il favore di critici e pubblico, per poi ritornare a New York e farmi vezzeggiare con cene e festeggiamenti dalla migliore società». L’autore non fu profeta, perché il libro incontrò un’accoglienza glaciale presso i lettori e i critici che invece avevano osannato Il grande Gatsby, al punto da indurre Fitzgerald a scrivere alla moglie Zelda, ricoverata in clinica dopo un tentativo di suicidio: «Lasciami ripetere che non voglio tu abbia tanto commercio col mio libro, è un’opera malinconica e sembra aver inquietato la maggior parte dei recensori» (Caro Scott, carissima Zelda. Le lettere d’amore di F. Scott e Zelda Fitzgerald, “La tartaruga” 2003).
Non era il momento più adatto quello, per la storia raccontata in Tenera è la notte: la tragica vicenda di un amore devastante, crudele ed esigente e della dolorosa discesa agli inferi di un uomo che ha smarrito se stesso per inseguire le proprie ambizioni, sullo sfondo di una società edonista e frivola, dedita al lusso e al divertimento. Quel mondo giaceva da tempo sotto le macerie del sogno americano infranto dalla Grande Crisi del ’29 e per di più Fitzgerald, con i suoi romanzi precedenti e i racconti, era ormai prigioniero della sua stessa fama, costretto nello stereotipo di cantore dei roaring twenties e simbolo di quella generazione mondana, che si ribellava alla pruderie vittoriana e inneggiava alla rivoluzione dei costumi e alla liberazione sessuale.
La storia di Tenera è la notte inizia una mattina del 1925 “sulla bella costa della riviera francese, a metà strada tra Marsiglia e il confine italiano” dove “sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso” (il “Gausse”). Ma in questo libro, più degli altri, la saldatura tra autobiografia e invenzione narrativa è così stretta che le radici della trama affondano in un momento autentico della vita di Francis Scott Fitzgerald: un ricevimento al Country Club di Montgomery, in Alabama, che ebbe luogo il 7 settembre del 1918. In quella sera lontana, il giovane e squattrinato sottotenente Francis Scott Fitzgerald di stanza a Camp Sheridan, conosce Zelda Seyre, una bellissima ragazza bionda di diciotto anni e se ne innamora perdutamente. Ma Zelda era il modello della vera flappers, colei che “vuole quello che vuole quando lo vuole”, e pur ricambiando il suo amore, dopo qualche mese decide d’interrompere il loro “fidanzamento non ufficiale” poiché Scott non è in grado di garantirle un tenore di vita “appropriato”. Alla rottura Fitzgerald reagisce ubriacandosi, finché non decide di riconquistarla e finisce un romanzo che avrebbe dovuto essere un bestseller e procurargli abbastanza denaro e fama da poter offrire a Zelda ciò che si aspettava. Non aveva sbagliato i suoi conti stavolta, e così il 26 marzo del 1920 pubblica con la casa editrice Scribners “This side of Paradise” (Di qua dal Paradiso) e il 3 aprile sposa Zelda a New York.
Nasce così la coppia più leggendaria dell’epoca: “Intorno a loro aleggiava una specie di innocenza dorata e tutti e due erano inesorabilmente belli”, scriveva John Dos Passos qualche anno dopo. Con la loro vita disinibita e sfarzosa (Scott fu per lungo tempo lo scrittore più pagato d’America) i due diventano il simbolo di un’epoca mitica, che dallo stesso Fitzgerald prenderà il nome di “Età del jazz”. Ma per la coppia di giovani dèi metropolitani il crepuscolo è dietro l’angolo: dopo un soggiorno in Costa Azzurra, Scott e Zelda conoscono la disfatta, l’insuccesso e il tradimento.
In quel meraviglioso albergo rosa sulla Côte d’Azur la vita e la finzione si mescolano e Fitzgerald, raccontando la storia dei coniugi Dick e Nicole Diver, rivela il dramma del suo matrimonio e ripercorre il dissidio esistenziale e morale da cui scaturisce tutta la sua narrativa.
Il primo personaggio a comparire sulla scena di Tenera è la notte, è Rosemary Hoyt, giovane stellina del cinema nata per lavorare sfruttando la sua bellezza. Fitzgerald gioca con la suspense ed inganna il lettore facendogli credere che Mary sia la protagonista della storia. In realtà sono i Diver, una giovane coppia di americani che vive in una villa vicina al “Gausse”, il motore della vicenda. Dick e Nicole sembrano catalizzare tutto ciò che li circonda assorbendolo nella loro sfera di influenza e innalzandolo al loro livello: “i Diver rappresentavano esteriormente l’evoluzione massima di una classe e quasi tutti gli altri sembravano goffi accanto a loro.”
Ma la perfezione non esiste e Fitzgerald ha imparato presto la lezione. In fondo Dick non è altro che il suo alter ego sulla pagina e Nicole la trasposizione letteraria della sua amata Zelda con tutte le fragilità, le crudeltà e le follie che hanno avvelenato il loro matrimonio. Nicole come lei, è una schizofrenica di cui Dick giovane e promettente psichiatra si innamora, rinunciando ad una brillante carriera in Svizzera per seguirla. E’ l’inizio della fine. Dick ama Nicole certo, e continua ad amarla anche quando la tradirà con Rosemary, e l’amerà ancora dopo che il loro matrimonio sarò naufragato e persino quando lei lo lascerà per rifarsi una vita e lui si perderà da qualche parte nello stato di New York. Per Fitzgerald però l’amore, come la vita, nasconde sempre un lato oscuro, esso vive della stessa frenesia della ricerca, della tensione verso qualcosa ed inevitabilmente naufraga nell’incapacità di salvarsi.
Nicole è ricca e Dick è ambizioso, “pensava di voler essere buono, voleva essere gentile, voleva essere coraggioso e saggio” eppure si è lasciato comprare dalla famiglia di lei perché le stesse accanto, la seguisse sempre e l’amasse anche un po’. Dick e Nicole, come Scott e Zelda vivono un’esistenza dorata, un’unica festa ininterrotta tra cocktail, abiti sfavillanti ed eccessi, alla ricerca ossessiva di una felicità che non riescono a trovare e alla fine si smarriscono tra le macerie dei loro sogni.
Tenera è la notte è la storia del dissolvimento di un mondo dalla superficie dorata ma dal nucleo marcio, il canto del cigno di una generazione dannata dal collasso morale di un intero stile di vita. Ma c’è di più. Fitzgerald conosce l’effimera felicità che deriva dalla corsa al lusso e al raggiungimento di un posto nel “bel mondo”, e ricorrendo allo stile flaubertiano dell’impersonalità ne descrive tutta la forza venefica. La voce dello scrittore mentre mette in scena questi uomini e queste donne costantemente in bilico tra miseria e felicità, dramma e illusione, raggiunge le altezze dolenti della denuncia del potere distruttivo del denaro, della bramosia che corrode, dell’ambizione sfrenata che frustra e annienta.
C’è tutto Fitzgerald in Tenera è la notte, la vita, i sogni, le illusioni: nella dedica sul libro ad un amico ebbe a scrivere: «Se ti è piaciuto Il grande Gatsby, per grazia di Dio leggi questo. Gatsby fu un tour de force, ma questo è una confessione di fede».
Non si può dunque affrontare un romanzo di Fitzgerald senza riferirsi al contesto sociale che l’ha influenzato o alle sue vicende personali, né si può prescindere dalla totale adesione dello scrittore al pragmatismo che informa tutta la letteratura americana della prima metà del secolo scorso. L’ultima frase degli appunti preparatori a The Last Tycoon (rimasto incompiuto, ma riordinato da Edmund Wilson nel ‘41), è quasi un manifesto della sua poetica: “il personaggio è azione”, intendendo con questo che lo scrittore, deve raccontare la vita, sintetizzandola attraverso le azioni dei personaggi, che soffrono, piangono e si muovono sulla pagina. E i caratteri di Fitzgerald sono così vivi e vitali che non si lasciano descrivere o spiegare ma si raccontano attraverso i gesti e le frasi che pronunciano.
Leggendo Tenera è la notte, però – come gli altri suoi romanzi e i racconti – conviene poi dimenticarsi di tutto questo per lasciarsi conquistare da una lingua lussureggiante e concisa allo stesso tempo (l’aggettivazione plurima e il ricorso a giri di frasi al limite dell’affettazione sono sempre al servizio della musicalità del periodo: “per un momento lei visse nel luminoso mondo azzurro degli occhi di lui”), e da un’ineguagliabile maestria nell’uso e nella combinazione di sostantivi, aggettivi e avverbi (“orge di affetto”) per costruire un’atmosfera, rendere al meglio profumi e caratteri (“la sua voce […] corteggiava il mondo”, scrive riferendosi a Dick).
Parafrasando Dashiell Hammett ne Il falcone Maltese, la narrativa di Francis Scott Fitzgerald è fatta “dello stesso materiale dei sogni”: magnifica, decadente, tragica.

su Stilos dell’11 aprile

All’ombra delle fanciulle in fiore

Saturday 15 April 2006

Di fronte all’enorme successo de Il gruppo – oltre cinque milioni di copie vendute – Norman Mailer non trovò di meglio che accusare Mary McCarthy dalle pagine della “New York Review of Books” di avere scritto «un libro per signore», degno del «miglior romanzo che, nelle loro segrete ambizioni, gli editori di riviste femminili abbiano mai concepito». Un caso di invidia mal celata naturalmente, tanto che, mutatis mutandis, si potrebbe tranquillamente dedicare all’acido scrittore americano una caustica osservazione della stessa McCarthy per cui: se non si riesce a tirare fuori niente da Guerra e pace «c’è sempre la ricetta di Tolstoj per fare una squisita marmellata di fragole». Il gruppo ambientato a NewYork tra la presidenza Roosevelt e l’epoca di Eisenhower,
è un romanzo sorprendente, non fosse altro perché fa un certo effetto leggere nel 2006 un libro concepito nel 1954 (e pubblicato solo nel 1963) che già dalle prime pagine affronta argomenti come la contraccezione femminile, l’orgasmo ed il sesso per il sesso senza giri di parole o metafore zuccherose. Un romanzo coraggioso e effervescente più di tanti altri, che ancora oggi si nascondono dietro eufemismi e ipocrite pruderie, questo di Mary McCarthy, scrittrice polemista e giornalista americana di origine irlandese, riproposto da Einaudi dopo anni di assenza dagli scaffali italiani, in una nuova e fresca traduzione a cura di Elena Dal Pra.

Il gruppo è la storia corale di otto giovani donne, simbolo di un’intera generazione alle prese con l’emancipazione (in una sorta di protofemminismo all’acqua di rose) e il nuovo corso della società statunitense: siamo infatti nell’America del “New Deal”, tempo di dinamismo e ripresa economica, in cui tutti si rimboccano le maniche per risollevare le sorti di una nazione al collasso dopo la crisi del ’29 e la “Grande Depressione“. Nel giugno del 1933, mentre il neo-presidente Franklin Delano Roosevelt stipula un patto con i suoi elettori e incalza il popolo americano perché reagisca («l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa» dice durante il suo discorso inaugurale il 4 marzo di quello stesso anno), le otto fanciulle in fiore de Il gruppo, appena laureate al prestigioso Vassar College si trovano a fare i conti per la prima volta con il mondo adulto e non avranno vita facile. Kay, Dottie, Lakey, Priss, Polly, Helena, Libby e Pokey – “il gruppo” appunto – diversissime tra loro per attitudini, origini e aspirazioni, accumunate dal desiderio di cambiare le cose (ostentamente anticonformiste, ma in realtà tutte disperatamente borghesi) lasciano il college rincorrendo ognuna il proprio destino che le condurrà a vivere esistenze separate senza mai perdersi definitivamente di vista. Alcune di loro si realizzeranno nel lavoro e nella vita privata, si sposeranno e avranno dei figli. Altre si condanneranno all’infelicità con scelte sbagliate.

Tra queste Kay, la più esplosiva e ambiziosa del gruppo, che sposa un giovane commediografo che le rovinerà la vita. E Dottie, protagonista di una gustosissima scena di “sesso senza amore” che ha scandalizzato l’America puritana (in cui la Mccarthy racconta nei minimi particolari la sua prima volta con un uomo appena conosciuto, suggerendo che il sesso possa anche essere divertente e soddisfacente pur senza l’intervento del romanticismo à la Peynet), che alle fine diventa la rassegnata moglie di un ricco magnate. Lakey infine, la più bella, la più colta e la più invidiata, lascia l’America per specializzarsi in Storia dell’Arte in Europa e torna qualche anno dopo ancora più bella, colta ed invidiata in compagnia di una baronessa tedesca, la sua amante.

Tutte le ragazze del Vassar fanno i conti con i loro errori e le disfatte personali, tanto da cercare ogni volta nel gruppo una legittimazione, un ricovero, a volte persino uno specchio attraverso il quale guardare bene in se stesse. Mary Maccarthy si diverte a mettere in scena queste giovani donne inesperte e piene di belle speranze che forti di un’educazione ad alto livello si illudono di poter conquistare il mondo, ma si ritrovano a combattere con tradimenti, impieghi insoddisfacenti, svezzamenti complicati e una generalizzata assenza d’amore.

Il gruppo che in Inghilterra fu addirittura censurato, è scritto con una lingua rapida e tagliente che non teme di chiamare ogni cosa col suo nome e mescola gravità e freschezza, tragedia e frivolezza da settimanale di moda in un mix micidiale che tritura l’ipocrisia borghese e scuote le menti intorpidite dal puritanesimo e dall’iperattivisimo del boom economico. Allo stesso tempo mostra alle future femministe la via da non seguire per le proprie rivendicazioni: rincorrere l’emancipazione e lottare per i diritti lesi da una società maschilista non può prescindere dalla femminilità né comportare la rinuncia all’amore. Mary McCarhty smentisce così uno degli insegnamenti impartiti al Vassar College alle otto del gruppo (ma anche alla stessa Mary che alla fonte di quel tempo liberal si è formata davvero): «Imparare a vivere senza l’amore se ci si vuole convivere». L’autrice l’ha imparato a sue spese, passando da un letto ad un altro e sposando uomini di cui non era innamorata (tra cui Edmund Wilson, potente critico del New Yorker, editor e scrittore, il primo a sostenere la generazione perduta di Fitzgerald, Hemingway, Dorothy Parker, Dos Passos), per poi ritrovarsi insoddisfatta, disperata e sola.

Descrivendo le peripezie e le disavventure di queste fanciulle degli anni ‘30, Mary McCarthy ironizza sulla società americana del suo tempo e scrive in realtà un romanzo sul progresso, sulle illusioni legate alla ripresa economica e sui sogni infranti di una generazione rampante, negli anni ’30 come nei ’60 (allora) appena cominciati. Il gruppo è dunque un romanzo godibile che non risente del tempo e anche un affresco accurato e divertente di un’epoca non tanto lontana, uno studio sui cambiamenti occorsi al costume (dal sesso, alla famiglia, all’economia) raccontati da un punto di vista squisitamente femminile, con arguzia, lucidità, passione. E infinita grazia.

 

da Stilos del 28 marzo

Chi critica il critico?

Sunday 9 April 2006

Mercoledi 12 aprile alle ore 18, presenteremo presso la libreria Feltrinelli di Piazza della Repubblica, il n°13 di OrigineScritture in movimento.

Per l’occasione vi sarà un dibattito sulla mediazione sui libri, critica e giornalismo di terza pagina, che riprende il tema del numero che comprendeva infatti una lunga inchiesta sullo stato della critica letteraria nel nostro paese (“La critica è morta, viva la critica!”), animata dagli interventi di Benedetta Centovalli, Andrea Cortellessa, Giovanni Tesio, Giulio Ferroni, Carla Benedetti, Tiziano Scarpa, Jacopo De Michelis, Emanuele Trevi, Loredana Lipperini, Riccardo De Gennaro, Mario Fortunato, Filippo La Porta.

A parlarne con noi (Davide L. Malesi, Michele Infante – il direttore della rivista – et moi) ci saranno Mario Fortunato, Filippo La Porta, Loredana Lipperini e Riccardo De Gennaro.

In maniera assolutamente casuale in questi giorni mi è capitato di leggere qualche libro che in maniera più o meno diretta si occupava di critica e letteratura.

 Innanzittutto Il testo del romanzo di Giuliano Gramigna, uno strano romanzo non-romanzo in cui l’autore s’interroga sulla verità del testo e la sua interpretazione, sull’utilità e le possibilità della critica e sull’importanza dell’extratesto nella percezione di un’opera letteraria. C’è una voce narrante che è un critico letterario, ma anche uno scrittore insoddisfatto. C’è un libro che sfugge alla comprensione immediata e il cui autore è facilmente identificabile con il suo protagonista. C’è un incesto, immaginato, desiderato. Consumato? Non è dato saperlo. L’importante comunque non è seguire una trama che non c’è in realtà, ma osservare Gramigna che smonta un testo, che è ogni testo possibile, e gioca tra incastri e continui travasi da un piano di lettura all’altro.  

Non raccontarmi delle storie! Invece il bisogno è appunto di raccontare delle storie. O una storia? Il parlare comune degrada il raccontare a imbroglio, a trappola: vuoi raccontarmi delle storie ma io non ci casco. E’ scherzoso, forse indulgente ma sprezzante. Avendo un’anima semplice non si accorge che proprio il disprezzo è l’attrattiva del raccontare storie. […] Raccontare è imbarcarsi sulla scrittura, ed essa gravita liberamente cambiando di livello e di velocità; uno spermatozoo cieco condotto da precise regole biologiche.”  (Il testo del racconto, Giuliano Gramigna, Rizzoli 1975). 

Ho letto poi un libercolo pubblicato da Marcos Y Marcos anni fa, intitolato Leggere, recensire che contiene quattro brevi saggi di Virginia Woolf: “Letture” del 1919, “Lettere d’oggi” del 1930, “A proposito di libri” del 1931 e “Sulla recensione” del 1939.

Nell’ultimo scritto la Woolf polemizza col recensore e descrivendo com’è cambiato il suo ruolo nel corso degli (allora) ultimi cent’anni, ne decreta l’inutilità. Il recensore (e dunque la recensione) è inutile per lo scrittore in quanto “il valore più importante di una recensione consisteva nell’influenza esercitata su di lui come scrittore: gli forniva un parere competente sul suo lavoro, consentendogli di valutare grosso modo la misura della sua riuscita o del suo fallimento come artista. Questa funzione [nel corso del XX secolo, n.d.r.] è stata completamente distrutta dal moltiplicarsi delle recensioni. Ora che ha sua disposizione sessanta recensioni […] lo scrittore scopre che non esiste affatto un parere sul suo lavoro. La lode cancella il biasimo; e il biasimo cancella la lode. Sul suo lavoro si danno tanti pareri diversi quanti sono i recensori. […] E apprezza le recensioni soltanto per gli effetti che hanno sulla sua reputazione e sulle vendite”. La stessa recensione e quindi il suo autore, è altresì poco utile anche per il lettore perché egli “chiede al recensore di dirgli se la tal poesia o il tal romanzo sono belli o brutti, in modo di poter decidere se comprarli o meno. Sessanta recensioni gli assicurano contemporaneamente che quel libro è un capolavoro e… che non vale niente”.

La Woolf propone dunque l’istituzione di un “commentatore”, un professionista pagato dallo scrittore perché ne esamini il lavoro e gli dica cosa salvare e cosa cambiare senza l’assillo, per entrambi, del pubblico. In pratica la Woolf propone di eliminare la mediazione tra autore e lettore, perché inutile nelle modalità già viste, e di sfruttare le competenze (ora umiliate) del recensore per migliorare il lavoro degli scrittori con una sorta di consulenza privata ed approfondita.

Al di là della polemica e della sua fondatezza (della quale in parte sono persuasa) ciò che la Woolf contesta è soprattutto l’esibizionismo di recensore e scrittore, il primo costretto a far capriole per far vendere il suo prodotto e il secondo condannato a compiacere i suoi critici, ad improvvisarsi saltimbanco per divertire, stupire e conquistare l’attenzione di cui necessita per andare avanti ed alimentare il proprio ego. La cosa più interessante mi è sembrata però la distinzione che l’autrice opera tra critico e recensore. Critico sarebbe colui che “si occupava del passato e dei suoi principi” e “si prendeva tutto il tempo necessario”; recensore invece “colui che valuta i libri nuovi man mano che escono” e che sforna recensioni in tempi e con spazi ristretti per informare il pubblico, criticare in parte il libro e soprattutto renderne pubblica l’esistenza.  

Di morte della critica si parlava già settant’anni fa e se ne parlerà ancora tra settant’anni. Finché ci saranno scrittori, lettori ed editori, il critico continuerà ad esistere e con lui il recensore (perché io credo che esista una divisione tra le due figure), ma cambieranno – come sono già cambiate più volte – le modalità in cui la critica e la recensione verranno elaborate e poi proposte. Così com’è cambiato il romanzo, più volte dato per defunto e sempre rianimato in extremis.  

Nell’inchiesta sullo stato della critica letteraria quasi tutti i convenuti concordavano sulla vitalità della critica stessa pur riconoscendone la crisi, ed ognuno ne rintracciava in elementi diversi le cause. Il dibattito è aperto – e io credo – senza soluzione, come sempre sarà il tempo ad offrire la risposta definitiva, ma sul ruolo del critico (e anche del recensore) e sulla loro utilità, per dirla come Virginia Woolf, è solo la preparazione, l’autorevolezza, la credibilità conquistata sul campo, l’onestà intellettuale, l’umiltà di chi è consapevole di esercitare un mestiere e di doverlo svolgere nel migliore dei modi, ad avere un peso determinante. Tutto il resto rientra nella cultura del commento di cui parla Steiner.

Che Dio mi perdoni l’autocitazione! Ci si vede Mercoledi.