Archivio di May 2006

Promesse

Monday 29 May 2006

Pietro Grossi, men che trentenne fiorentino – formatosi alla scrittura presso la “Scuola Holden” di Alessandro Baricco e lanciato dall’editore Sellerio – con Pugni ha confezionato un esordio che colpisce per originalità e maturità narrativa.
Spesso gli esordienti, soprattutto se giovani come Grossi, tendono ad eccedere nel sentimentalismo e a proporre visioni ombelicali del mondo o, per converso, sguazzano nelle mode (letterarie e non) del momento pur di colpire, conquistare lettori e far parlare di sé, non con la forza delle proprie storie e della propria scrittura, ma in forza di un can-can mediatico.
In controtendenza, Grossi non rincorre un troppo facile (e ormai trito) approccio giovanilista o sensazionalista, ma lascia che siano le storie che ha da raccontarci e il suo talento a lavorare per lui, concedendo ben poco alla spettacolarizzazione. Nessuna caduta, in queste tre prove, nel lirismo “di maniera” o nell’introspezione da quattro soldi, ma una scrittura precisa e netta, fatta di descrizioni stringate e pennellate sapienti e uno stile fluido accompagnato da una buona capacità di gestire i dialoghi. Grossi sembra aver assimilato – pur con qualche ingenuità facilmente perdonabile, quale la scelta di ricorrere spesso a soprannomi e nomi stranieri per i suoi personaggi o la vaghezza di riferimenti riguardo ai luoghi in cui si svolgono le vicende – la lezione dei maestri toscani (suoi corregionali), da Tozzi a Pratolini, ma anche il pragmatismo degli scrittori americani del secolo scorso che lui stesso ammette di venerare.
I tre racconti che danno corpo a Pugni – “Boxe”, “Cavalli” e “La scimmia” – tracciano un percorso iniziatico ed esistenziale che conduce al di là del confine tra adolescenza e età adulta; un percorso imperniato sul confronto con l’altro-da-sé, con quel doppio che da Eschilo in poi non ha mancato di dominare come tema principale di larga parte della letteratura mondiale. Ciascuno di essi è, infatti, basato sull’incontro-scontro tra un protagonista e il suo deuteragonista: che assume di volta in volta i panni di un pugile avversario in “Boxe”, di un fratello in “Cavalli”, e di un amico d’infanzia ne “La scimmia”.
Nel primo dei tre racconti, forse il migliore della raccolta, il protagonista è un giovane chiamato “il Ballerino”: un classico “bravo ragazzo” con le ali ancora tarpate dalle aspettative dei genitori, che s’illude di potersene emancipare allenandosi sul ring di una palestra ove sembra danzare leggero e invincibile tanto da diventare una leggenda. Ma in realtà – come scoprirà incontrando “la Capra”, un ragazzo sordomuto che vede in lui un rivale da sconfiggere per affermarsi – anche la boxe è stata finora per il Ballerino un luogo di fuga dalla realtà, di rinuncia a misurarsi con il mondo esterno. E alla fine, il protagonista capirà che solo sporcandosi le mani con la vita potrà crescere e diventare uomo.
In “Cavalli”, due fratelli diversi per attitudini e aspirazioni ma assai legati, lasciano i giochi dell’infanzia e rinunciano alla loro innocenza, quando decidono di seguire ognuno la propria strada e di separarsi per andare incontro alla vita contando soltanto sulle proprie forze. “Cavalli” è il racconto di un apprendistato, una vera e propria iniziazione allo stare al mondo e alla difficoltà di decidere del proprio destino.
Infine, nell’ultimo racconto, “La scimmia”, la partita si gioca tra due amici – Nico e Piero – inseparabili nell’adolescenza e diventati, col passare degli anni, quasi estranei. Nico scoprirà l’insensatezza di una vita che scorre in attesa che squilli il cellulare e in interminabili partite a Subbuteo, quando si ritroverà di fronte Piero il quale ha abdicato al mondo reale che non lo soddisfa, chiudendosi nella sua stanza e diventando una scimmia. L’esplicita ed esibita rinuncia alla vita di Piero sembra, agli occhi del lettore, addirittura meno folle di quella “sospensione dalla vita” che Nico ha scelto inconsciamente di operare nella sua esistenza fatta di attese e riti quotidiani. Questo “La scimmia” è il più ambizioso dei tre racconti, ma è anche il meno riuscito perché si ha la sensazione, leggendo, che verso il finale sia “mancato il fiato” all’autore: Grossi sembra non dire fino in fondo quanto avrebbe voluto (o forse non era completamente chiaro nemmeno a lui). D’altronde il tema non è dei più maneggevoli e l’autore riesce comunque a non far precipitare i suoi personaggi nell’abisso delle macchiette e a far sembrare non solo plausibile, ma anche comprensibile, che un ragazzo, ricco, amato, pieno di potenzialità e possibilità, rinunci al suo futuro e ricorra alla follia come scelta di vita.
Pietro Grossi pare suggerire tre soluzioni a chi s’appresta a diventare uomo (o anche donna, sebbene questi tre racconti siano coniugati al maschile); tre diversi modi d’entrare nel mondo adulto: assaporandone difficoltà e successi, studiarne e carpirne i movimenti sotterranei per decidere da che parte stare;o, infine, rifuggirlo per crearsene uno proprio, al di fuori di ogni regola e di ogni conformismo.
Quale sia la strada che si scelga di percorrere, l’autore sembra sostenere che il mestiere di vivere sia un eterno confronto con l’altro, e che solo l’identificazione (o l’opposizione) con il proprio doppio consenta di riconoscere se stessi e il proprio destino. Dal processo di specchiamento nell’altro, ciascuno acquista consapevolezza di sé o anche solo una maggiore comprensione delle cose umane.
La mente corre immediata agli ussari Féraud e D’Hubert di Joseph Conrad (I duellanti, 1908) che – guardacaso – non si conclude con la morte né il trionfo di uno sull’altro (anche se formalmente D’Hubert avrà la meglio e decide di non uccidere il rivale), ma con l’acquisita consapevolezza che la percezione del sé non può prescindere dal rapporto con l’altro, anche quando quest’altro è un nemico, un fantasma che tormenta, una ossessione. E come nel racconto del grande scrittore polacco, anche nelle tre storie di Pugni i protagonisti, anzi il protagonista e il suo deuteragonista, son l’uno l’altra faccia dell’altro e possono esistere (e vincere o soccombere) soltanto insieme.
(Tutto questo è precedente alla sua candidatura allo Strega. Lasciatemi bullare un po’).


Pietro Grossi, Pugni, pp. 187, euro 12,00, Sellerio, 2006 (dal numero di Stilos, attualmente in edicola).

I wish I were there

Wednesday 24 May 2006

Sheffield May 18 2006

…and I wish I were her.

Ad libitum

Tuesday 23 May 2006
Se io fossi un grande scrittore disseminerei la mia casa di romanzi incompiuti, inediti, bozze, appunti, manoscritti, persino di pizzini nascosti nelle tasche delle mie giacche da camera di seta. Lo farei pensando ai miei lettori, per consolarli della perdita che subiranno con la mia morte, per poterli sorprendere di nuovo, per regalare loro ancora gioie inaspettate.
Una volta che uno scrittore muore, la sua opera si cristallizza, i suoi biografi o i critici si rassegnano a parlare sempre delle stesse cose, condannati a fingere di aver scoperto nuovi particolari in un testo che hanno sezionato già infinte volte come i migliori tra gli anatomopatologi. Per non parlare poi degli editori, che quando non si perdono qualche autore per strada, come accade da noi per Caldwell, molto di Faulkner, tutto di Bigiaretti, Renzo Rosso o Bernari, fanno i salti mortali per rinverdire un testo riproponendolo in una nuova “fresca” traduzione (che vorrà mai dire poi? E se quella di prima era così stantia, vecchia, becera, perché non l’hanno modificata prima?) o semplicemente gli cambiano la copertina, come per Tenera è la notte (Einaudi, 2006).
E che dire dei lettori? Che consumano quelle pagine, mandate ormai a memoria, illudendosi di trovarci sempre nuovi spunti.
Ecco, io scriverei anche per i posteri più posteri, in previsione dell’immortalità nel senso più vero della parola: non in quello storicizzato della “corrispondenza di amorosi sensi”, ma mi preoccuperei di esserci sempre, di essere vivo tra i vivi (so di parlare al maschile, ma lo scrittore per me è uomo, non tanto e non solo in relazione al sesso, bensì come categoria di pensiero). Così aggiungerei una postilla nel mio testamento, che come una mappa del tesoro consenta di localizzare i miei capolavori perduti e designerei qualcuno – naturalmente una persona giuridica che si presuppone non deperibile – perché periodicamente e a distanza di anni ritrovi uno dei miei scritti e lo pubblichi.
Nessuno mi toglierà dalla testa che Truman Capote non abbia rimuginato qualcosa del genere, quando ha mentito riguardo al suo primo romanzo giurando e spergiurando di averlo dato alle fiamme (che teatralità!), mentre invece l’aveva nascosto (dimenticato?) tra le vecchie carte nella sua vecchia casa di Brooklyn.
L’ambizioso, vanesio, geniale Capote poteva volersi arrendere all’oblio? O anche solo a diventare materiale da archivio?
Non credo proprio.
E così – dopo i tre capitoli di Preghiere esaudite (pubblicati nel 1987, a tre anni dalla morte dello scrittore e ben ventuno anni dopo la firma del contratto con cui si era impegnato a consegnare il romanzo nel 1968) – ecco che poco più di due anni fa spunta un altro romanzo, Summer crossing scritto nel 1943 all’età di 19 anni e poi – parrebbe – abbandonato in favore di Altre voci, altre stanze (1948), il suo esordio editoriale (se si escludono la precoce collaborazione con il “New Yorker”, da cui è stato licenziato per aver offeso Robert Frost e i racconti pubblicati su “Harper’s Bazaar”), un successo clamoroso con cui tenta di esorcizzare i suoi demoni, come afferma lui stesso.
Summer crossing dunque è stato ritrovato sessant’anni dopo la stesura (e a venti dalla morte del suo autore) tra carte e documenti messi all’asta da “Sotheby’s” su incarico di un parente del custode di un vecchio appartamento di Capote e poi acquistato da “Random House” dopo l’autenticazione della fondazione Capote, pubblicato in America nel 2005 e arrivato in Italia in questi giorni per Garzanti nella traduzione di Stefania Cherchi, col titolo di Incontro d’estate.
Sin qui la fredda cronaca dei fatti. Che sono prescindibili e anche un po’ noiosi.
Quello che conta invece è il romanzo, breve ma denso come un frullato mischiato alla panna montata. Una delizia che riempie gli occhi e l’anima per la delicatezza della storia, che resta soffice e dolce anche quando si tinge di grigio e poi di un rosso sangue talmente scuro da sembrare nero. Ma non è un noir: solo una storia d’amore, bellissima e struggente come l’amore stesso.
Non racconterò la trama perché è semplice ed essenziale e i personaggi sono abbozzati e forse un po’ stereotipati (in fondo è l’opera di un adolescente), ma covano dentro i semi della grandezza, e poi se tutti gli esordi fossero così, non avremmo bisogno di opere mature.
Grady e Clyde nel giro di un’estate scoprono il sesso, l’amore, l’illusione e il disincanto. Vivono la felicità e la disperazione con l’intensità di amanti consumati nell’immediatezza di una stagione. Sono giovani e un po’ cinici, al modo di chi è ingenuo ma intelligente, moderni, poco sentimentali, precoci. Come tutti i personaggi di Capote, anche questi novelli Romeo e Giulietta si portano addosso una spessa coltre di sensualità tra le cui pieghe si annida la vita. E’ la seduzione il motore del mondo, che c’entri il sesso o l’intrigo o la fascinazione verbale, il mondo è percepito dalla mente e poi vissuto attraverso i sensi. Grady è una ragazza “a cui sta per succedere qualcosa” e lei lo sa, l’avverte ma quando Clyde l’abbraccia, ruba per lei delle violette o la guarda ogni resistenza si scioglie al tocco di quelle mani acerbamente virili, le paure passano, le convenienze non contano, la ragione è trascurabile come i moniti del grillo parlante.
Capote segue il deflagrare di questo amore con una scrittura che è allo stesso tempo rigogliosa (mentre lo leggevo mi risuonava nella mente il “gorgeous” di Fitzgerald) e delicata.
E’ discreto, non irrompe sulla pagina, li fa parlare, fa in modo che si scoprano lentamente anche se si danno tutto subito, interviene per esaltare dei particolari con quel suo stile ironico ed elegante, descrive espressioni e gesti come pochi al mondo: “il signor McNeal quando parlava lo faceva con il tono di chi fa una puntata a poker”; “era facile farsi un’impressione di ciò che stava dicendo perché ogni sillaba si portava dietro, in un potente ma sommesso borbottìo di acceleratore premuto a metà, la miccia a lenta combustione della sua mascolinità”; e ancora: “negli occhi collocati in modo sensazionale nel bel viso struccato […] si concentrava tutta l’atmosfera”.
In queste pagine c’è tutto il mestiere e il talento di uno scrittore meraviglioso e acuto (Norman Mailer, che notoriamente aveva una buona parola per tutti, non potè che definirlo “the most perfect writer of my generation”, dopo averlo duramente attaccato anni prima) capace di racchiudere interi universi in una frase e di riassumere nelle poche perfette, battute di un paragrafo il mistero dell’amore.
Non che ci voglia molto a svelarlo: in fondo cos’è l’amore nell’arco del tempo, se non lo spazio assoluto e infinito di un bacio?
Un’ultima cosa: sia beninteso che io mica ci giurerei tanto che prima o poi da qualche parte non compaiano gli altri capitoli di Preghiere esaudire che Capote si ostinava a dire di aver scritto e che nessuno fin’ora ha trovato.

 

 

Piccoli autori crescono

Sunday 14 May 2006

Mia madre, che come me non butta via niente, mi ha costretto ad un tuffo nei ricordi, riesumando questa filostrocca che ho composto nel febbraio del 1980 (secondo l’infallibile archivio materno) all’età di 5 anni (non ancora compiuti eh, visto che sono nata in luglio. Ci tengo!).
 
 
Lo strano caso del serpente natante*
 
Un serpente senza dente
fece spaventare tutta la gente
che per correre ebbe un incidente.
Accorse un sergente deficiente
che prese il serpente
e lo buttò nel torrente,
con tutto il salvagente.
Ma s’impigliò nello sfollagente
e fu così che annegò il serpente.
 
 
 
Avevo un gran senso del ritmo e della rima. La cosa migliore che io abbia mai scritto. Promettevo bene, peccato che poi mi sia persa.
  
 
 
 
 
* natante, mi dicono, era una parola che avevo appena imparato leggendola su un giornale insieme a mia madre.

Festa mobile

Wednesday 10 May 2006

Allora, in questi giorni di caldo estivo cosa c’è di meglio di una bella piazza, di una serata animata da una brezza leggera e di un libro delizioso? Ebbene, voi che siete nei pressi di Cremona (o potete raggiungerla facilmente) potrete godere di tutto questo domani sera, sabato 20 maggio alle ore 18:30 presso la Piazza del Mercato, nei pressi del porticato di Palazzo Comunale (area Bar dei Portici). La “Libreria Del Convegno” e il “Bar dei Portici”, col patrocinio del Comune di Cremona hanno organizzato un incontro con Alberto Ragni per parlare del suo Orchestra Tramonti (Scritturapura edizioni, 2005).
La serata rientra nella rassegna “Convegno sotto i Portici“, che propone una serie di incontri tra editori e scrittori che si svolgeranno a Cremona a partire dal 12 Maggio fino a Domenica 11 Giugno presso il Bar Portici del Comune di Cremona.

Del perché andare a Piazza del Mercato ho appena detto, del perché leggere il romanzo si veda qui o qui, per esempio.

 

Consigli per il tempo libero

Monday 8 May 2006

Qui si possono scaricare 5 vecchi supplementi di Medicine Show, la rivista con l’impaginazione più bella del mondo. Per riceverli tutti leggete qui.

Inoltre.
I promotori, fondatori, organizzatori, ideatori e quello che vi pare, di Medicine Show, Giulio Mozzi e Leonardi Colombati vi danno appuntamento Martedì 9 maggio, alle 22 all’Alpheus in Via del Commercio 36 a Roma, all’interno del Festival Martelive per parlare di Perceber.

I libri, gli euro, la polvere e i ciarlatani

Sunday 7 May 2006

Mentre si sta per concludere la kermesse del Salone del libro di Torino, io ho trascorso il pomeriggio in un mercatino dell’usato a Latina (l’unica manifestazione culturale che valga la pena di frequentare da queste parti, a meno di non essere ansiosi di celebrare la bonifica o la nascita di Mussolini) dove ho comprato sedici libri in ottimo stato (più la decina acquistati da Davide) pagandoli in media 1,20 euro.
Ecco la lista:
 
La nostra età di Oreste Del Buono (raccolta degli scritti autobiografici dell’autore)
Paese d’Ombre di Giuseppe Dessi

La Lega delle Dame per il trasferimento del Papato nelle Americhe di Aldo Alberti, un libro Sellerio che mi ha incuriosito anche se non ho ben capito se sia un romanzo, un saggio o un pamphlet o chissà cos’altro

Aurora di Stanislao Nievo, nipote del più famoso Ippolito
Ferito a morte di Raffaele La Capria
Uomo di conseguenza di Attilio Veraldi, uno dei libri dal titolo più bello
I giovedi della signora Giulia di Piero Chiara
Eutanasia di un amore di Giorgio Saviane 
L’attore di Mario Soldati
Tre operai Carlo Bernari
Le corna del diavolo di Piero Chiara
Le mille luci di New York di Jay McInerney
Un saggio sulla letteratura russa dall’800 al 1930
L’abbazia di Northanger di Jane Austen
Gli anni fulgenti di Miss Brodie di Muriel Spark
La formula di Origene di Johannes Mario Simmel, che non avevo mai sentito nominare ma ha una trama affascinante.
 
Non mi ricordo invece, di cosa è composto il bottino di Davide a parte Mosca sulla vodka di Venedikt Erofeev che ci siamo alacremente contesi, ma alla fine gliel’ho regalato.
 
Ricapitolando. Ho preso sedici libri, che potranno piacermi o meno ma ho voglia di leggerli tutti, e ho speso meno di venti euro.
Questo mi fa venire in mente che qualche tempo fa attendevo con ansia la distribuzione di Letture facoltative di
Wislawa Szymborska pubblicato, naturalmente, da Adelphi. Del libro sapevo tutto tranne il prezzo, così quando me lo sono ritrovato finalmente tra le  mani e ho letto la quarta di copertina, per dirla con Holden Caufield, sono rimasta secca leggendone il costo: 21 euro. Per me che non posso fare a meno di pensare anche in lire (del resto quando parlo penso le parole anche nel loro contrario, figuriamoci se non posso pensare ai prezzi anche in lire), 21 euro sono più di quarantamila lire: quasi il costo di una pizza per due da Roma in giù; sono tre biglietti del cinema a prezzo pieno; quasi il pieno di gpl per la mia auto; una maglia da battaglia come dice mia madre, presa con lo sconto; un quotidiano al giorno per venti giorni; e quasi venti libri usati. Dopo essermi intrattenuta in queste profonde riflessioni per qualche minuto, ho riposto il libro sullo scaffale e ho anche deciso che non acquisterò più libri che superino i 15 euro.
Intanto Letture Facoltative me lo sono letto in libreria un po’ per volta. E’ delizioso e magari ne riparliamo. Aspetto che qualcuno se ne disfi. Certo se fosse un libro Minimumfax della Collana Nichel (di cui salvo solo il molto bello 
La sacra fame dell’oro di Ernesto Aloia) sarebbe più facile trovarlo. Da Melbookstore per esempio ce li trovi quasi tutti dopo due mesi dalla pubblicazione. Ma loro lo sapranno?
 
Poi visto che sono sulla notizia e non ho nulla da fare al momento, appoggio l’idea che Paolo Rossi ha appena illustrato a “
Che tempo che fa” il programma di Fabio Fazio, e che vorrebbe attuare quando sarà eletto presidente della Repubblica: rendere illegale i libri. Certo l’ispirazione non è originale, Bradbury l’aveva già avuta decenni fa in Fahrenheit 451, ma la motivazione mi piace da morire: attirare alle lettura i giovani facendo leva sul senso del proibito. Del resto tutto ciò che rende piacevole la vita è proibita, o scandoloso. o pericoloso, o fa male alla salute. Perché non i libri?
 
Update
 
Smetterò di guardare Fazio dopo la vergognosa intervista con lodi sperticate e apprezzamenti a Paulo
Coelho (e non gli metto nemmeno il link). Per dirla con Brecht – parafrasandolo – beato quel popolo che non ha bisogno di guru.

Update2

Del costo dei libri e dei relativi problemi etici, economici e culturali se n’è parlato ultimamente anche sul blog di Maltese Narrazione.

Click

Wednesday 3 May 2006

Non per una forma di narcisistico snobismo ma solo per una cronica ed incolmabile mancanza di tempo, non guardo quasi mai la Tv. Il che mi dicono non sia una gran perdita. In questi giorni però quando sono a casa, qualsiasi cosa io stia facendo accendo il televisore e lascio che mi faccia da sottofondo. Aspetto di sentire che la voce più bella del mondo mi racconti una storia. E allora mi fermo, sospendo qualsiasi attività e mi metto in ascolto. E quella voce calda, profonda mi parla di uomini che vivono esperienze straordinarie, di ombre che prendono vita, pietanze che promuovono la conoscenza e di una folata di vento che solleva il velo opaco che nasconde la bellezza a chi non sa dove guardare. E’ il nuovo spot dell’Enel affidato al seduttivo Giancarlo Giannini che come un cantastorie ci spiega cosa c’è oltre il click dell’interruttore ed infatti il claim della campagna è proprio “L’energia va oltre ciò che vediamo”.
Poco importa che l’intento affabulatorio sia naturalmente quello di farmi smadonnare meno quando arriva la bolletta della luce o di suggestionarmi a tal punto da farmi scegliere Enel come gestore per l’erogazione della corrente elettrica, quando a luglio ci sarà la liberalizzazione del mercato, come già avviene per il gas. E’ il risultato artistico che conta, se è vero che la pubblicità è una nuova forma d’arte. E io credo che lo sia, anche se spesso non è all’altezza, ma in fondo in pittura c’è l’iperrealismo, in letteratura l’intimismo, in musica l’acid jazz, in architettura il funzionalismo: nessuna manifestazione della creatività è esente da brutture, dunque non vedo perché questo non possa valere anche per la pubblicità.
Quello che mi colpisce è come le immagini, bellissime ed evocative, siano secondarie alla narrazione, proprio in un’espressione in cui invece è ciò che si vede a contare: la televisione è il regno dell’esposto, dell’esibito, dell’espresso. La pubblicità usa la velocità dei fotogrammi, l’impatto dei colori e delle luci, le figure come veicolo di un messaggio che solo alla fine viene condensato in uno slogan. Non in questi tre spot. Quasi dei cortometraggi, anzi dei veri racconti supportati da immagini, in cui è la narrazione a prevalere, l’oralità, la capacità di richiamare alla mente mondi interi e vite ed esperienze. Giannini diventa un trovatore e senza effetti speciali, unicamente col suono ipnotico della sua voce e con la forza suggestiva delle storie, recupera la centralità del racconto nella vita e nella comunicazione.
Se la letteratura abdica sempre più spesso al mestiere di raccontare delle storie, ben venga la pubblicità anche per il tempo limitato di uno spot.
A chi non piace farsi raccontare delle favole?