Archivio di August 2006

Lover men

Monday 28 August 2006

Prima o poi doveva accadere mi diceva D.: quando uno legge tanti libri e in parte da un punto di vista professionale, comincia a perdere la purezza dell’approccio e a riconoscere in ogni testo qualcosa che ha già letto altrove. E’ sempre più difficile stupirsi. 

Magari ha ragione, e il dubbio mi viene soprattutto in questo momento che non ho più alcuna voglia di leggere, fatico sulla pagina e presto l’abbandono per inseguire pensieri distratti. 

E’ passato molto tempo da quando un libro mi ha davvero colpito. Se ci penso bene mi rendo conto che gli ultimi romanzi che mi hanno riconsegnato il piacere di stupirmi sono libri classificati come letteratura omosessuale: Il negro di Adolfo Caminha e L’uragano ha il tuo nome di Jaime Bayly. 

Essendo convinta che la classificazione delle opere letterarie per genere abbia un senso solo se posta in relazione allo studio dei testi per individuarne caratteristiche comuni e tracciare profili di tipo socio-letterari e non debba comportare giudizi di valore legati specificamente al riconoscimento di un’appartenenza ad un genere (anche perché a ben guardare tutti i romanzi appartengono ad un genere), di fronte alla definizione di letteratura omosessuale resto abbastanza fredda: non è mio interesse considerare un libro in merito all’extratesto, né seguendo la convinzione di Goffredo Parise per cui “ogni uomo, uno scrittore, un poeta, un artista è quello che è la sua sessualità”.

Per me un libro è un libro è un libro. 

Ma è innegabile che lo sguardo sul mondo possa essere diverso, non tanto se a scrivere un libro sia uno scrittore omosessuale, bensì se è la tematica trattata a riguardare l’omosessualità. Detto questo e fatti salvi tutti gli aspetti politici e sociali legati al riconoscimento dell’esistenza di una letteratura omosessuale – riparando in parte agli errori commessi nel passato quando si è tentato, soprattutto in Italia, di espungere dai testi e dalle considerazioni critiche sugli stessi, gli elementi culturali legati all’omosessualità: si pensi alle discussioni su Pier Paolo Pasolini e Sandro Penna, che spesso tendevano ad ignorare l’aspetto della sessualità come un mero accessorio biografico – in un’ultima analisi quello che m’interessa di un libro è che mi offra una particolare visione del mondo (necessariamente ficta) e una storia in cui annegare. 

E i due libri in questione hanno soddisfatto brillantemente queste mie esigenze.  

Il negro (Playground 2005, trad. it. di Vincenzo Barca), titolo originale “Bom-Crioulo”, è un romanzo scritto e pubblicato incredibilmente nel 1895 da un giovane ufficiale della marina brasiliana, Adolfo Caminha appunto, poi costretto a dimettersi (anche a causa delle sue idee libertarie sulla schiavitù), mentre il libro venne immediatamente messo all’indice e ostracizzato per la crudezza della prosa e lo scandalo destato dalla storia narrata. Infatti Il negro racconta della passione violenta tra Amaro (detto Bom-Crioulo), un erculeo marinaio sfuggito alla schiavitù e Aleixo, un giovanissimo ed efebico mozzo dagli occhi azzurri e i capelli biondi che accende nel temutissimo marinaio un desiderio irresistibile e incontrollabile che inevitabilmente condurrà entrambi verso un destino tragico. Il romanzo è un brillante esempio di naturalismo brasiliano, tanto che dopo decenni di oblio adesso è stato addirittura incluso nei programmi scolastici, è scritto con una prosa quasi cinematografica che focalizza l’attenzione sulle varie scene, accelerando e indugiando per tener desta l’attenzione, interrompendo l’azione nel momento topico per poi descriverne la fine lasciando al lettore il compito d’immaginarne l’evoluzione. Al tema dell’amore virile, si lega la denuncia dei metodi repressivi della marina militare dell’epoca, l’ipocrisia della mentalità borghese, la condanna della schiavitù e del razzismo. Ma tutto questo è più suggerito che urlato: in primo piano resta l’erotismo esasperato dei due uomini che stentano a riconoscere cosa succede, che non sanno come chiamare la voglia improvvisa e devastante che li coglie e si abbandonano ai sensi istintivamente, senza le sovrastrutture e le banalità del linguaggio dell’amore. Non c’è pudore nei corpi forti e potenti che lottano e desiderano, non c’è mortificazione nella sottomissione, non c’è rassegnazione nell’assunzione di un ruolo passivo. Il sesso è colto nei suoi aspetti più viscerali e scandalosi: la forza bruta, il possesso, la sopraffazione, la cieca gelosia, l’irrazionalità del desiderio che chiede solo di essere soddisfatto, la curiosità morbosa di cedere all’impulso: 

  

“Cominciava ad avvertire nel sangue istinti mai sperimentati, una specie di volontà innata di abbandonarsi ai capricci del negro, di cedergli perché facesse di lui ciò che voleva, un rilassamento dei nervi, una vertigine di passività. 

«Dai, fai presto», mormorò impulsivamente voltandosi. E il delitto contro natura fu consumato” (p. 42) 

  

Caminha, che non ha precedenti cui ispirarsi, a volte cade nello stereotipo, ad esempio il negro primitivo e violento, ma il romanzo ha una forza e una sensualità che erompono dalla pagina per avvinghiare il lettore in un vero e proprio corpo a corpo, e in questo un elogio va sicuramente all’ottimo traduttore Vincenzo Barca che sa rendere egregiamente tutta la violenta voluttà di queste pagine. Altro che letteratura erotica. In confronto, a parte De Sade, tutto ciò che è stato scritto sull’erotismo e il sesso sembra roba per educande con leggeri turbamenti.

Peccato che Caminha sia morto a soli 29 anni di tubercolosi. Sono sempre i migliori che se ne vanno. 

Del libro di Bayly, che ha un titolo bellissimo, ne riparliamo. 

Sympathy for the devil

Sunday 27 August 2006

Capita di avvertire delle affinità con persone che nemmeno conosciamo, sentimenti di profonda amicizia, intesa nel senso che i greci davano a questa parola. Al momento per esempio mi sento molto vicina alla cugina di sua moglie.

Peraltro io ho una guida sportiva. Ci tengo. Chi viene in auto con me un po’ meno, forse.

Viaggio in Sicilia #5

Friday 18 August 2006

15 agosto, 7.30    Buon ferragosto! 

Come vedi mi sono svegliata presto questa mattina: il treno è alle 9.05 e la colazione qui è servita solo dalle 8 in poi, così dobbiamo essere pronti ad andare verso le 8.40. Forse però abbiamo esagerato con la fretta: ho messo la sveglia alle 6.30 e adesso si aspetta e ho sonno, oltre ad una fame incommensurabile. Arriveremo per le 12 a Messina, oggi è festa grande, la città si prepara alla processione della Vara, una macchina santa formata da una serie di statue di santi e angeli disposti a piramide con in cima la Madonna Assunta in cielo, che viene trainata da centinaia di persone per diversi km a piedi scalzi sull’asfalto, ognuno di loro ha fatto un voto che la Madonna ha esaudito, molti sono galeotti convertiti. E’ impressionante, si respira un’atmosfera mistica e gonfia di superstizione mista a fede incrollabile. Da bambina mi veniva da piangere ogni volta, sentivo un angoscia che mi montava dentro e si gonfiava ad ogni strattone dato alle corde per spostare la Madonna in avanti e alla fine non resistevo e mi scioglievo in lacrime senza capirne il motivo. Sono anni che non assisto alla processione ormai, ma qualcosa mi dice che ancora oggi l’angoscia avrebbe la meglio su di me. Del ferragosto messinese così, mi godo solo il Gigante e la Gigantessa, Mata e Grifone, simboli della città, grandi e belli, statue di gesso portati in trionfo da una sfilata di carretti siciliani. Durante l’anno ne puoi scorgere le teste passando davanti ad un magazzino in periferia, mi dispiace vederli così, ma poi il 13 riacquistano il dominio sulla città e s’impongono con la loro maestosità. La leggenda dice che grifone si nutriva di carne umana, lui è un moro, un infedele e lei l’ha convertito e gli ha fatto apprezzare il sapore della carne animale e probabilmente anche delle verdure già che c’era. Dovrei raccontarti poi di Dina e Clarenza, della Madonna della Lettera, della Chiesa di Montalto e di altre decine di storie e leggende e miracoli che costellano la vita di questa mia bellissima città. Ma non ho tempo ora. Devo avvertire i miei per dirgli quando arriveremo. 

Ci sarà caos per le strade e mio padre sarà nervoso perché Ferragosto anche per lui è sacro: passeggiata mattutina, messa, sosta in pasticceria, pranzo abbondante e speciale (che di solito prevede “pasta incaciata” cioè maccheroni al forno e poii ripassati sul fuoco vivo dentro una pentola dai bordi altissimi e disposti a strati, conditi con formaggio, ragù, melenzane, mortadella a tocchetti, piselli e poi pollo al forno con patate al rosmarino, insalata russa e i dolci presi prima, Bianco e nero o Lulu dipende da cosa ha trovato, a volte tutti e due). Figurati quindi quanta voglia ha di venire a mezzogiorno ad aspettarci alla stazione.

Penso che nel pomeriggio me ne andrò al mare, sperando che sia bello. Ieri mi sono un po’ abbronzata sullo scoglio.   

15 agosto, 9.40   

Sono sul treno, un diretto che sembra un eurostar, sono sorpresa! E pare che sia anche in orario.
L’avevo detto che il b&b non mi convinceva: era molto bello e pulito ma indovina? Stamattina gli è rimasta una sola “B”: niente colazione! Non c’era nessuno, e nessuno con cui protestare, ero senza parole. Abbiamo fatto l’errore di pagare ieri sera e così stamattina nessuno si è presentato. Sono imbufalita, appena a casa scriverò un’email di protesta e andrò su tutti i siti che recensiscono i b&b e gli farò una pubblicità così negativa che gli verrà voglia di chiudere per la vergogna. Solo la colazione al bar in piazza Archimede mi ha riconciliato in parte col mondo. Peraltro c’eravamo solo noi e un gruppo di vecchietti con i loro caffè, i giornali e la filosofia dell’isolano che ha visto tutto e tutto sa e si gode la dolcezza del mattutino ferragostano, molle e languido come una donna dopo l’amore. Hanno fatto a gara a chi doveva cedermi il posto migliore per non stare al sole, per passarmi il giornale e offrirmi il caffè, “anche a lui naturalmente” ha detto uno indicandomi con sufficienza D. E un signore più intraprendente degli altri forse ingannato dal mio accento ha detto mentre passavo rivolto al suo vicino: “Eh nel continente le donne sono un’altra cosa”. Allora mi sono fermata e gli ho detto quasi all’orecchio “veramente sono nata a Messina” e lui ridendo “Qualcosa c’era” come a dire che in fondo l’aveva sempre sospettato. Io adoro questi posti! Dove la trovi gente così?
Il treno è partito spaccando il minuto, passeremo dalla costa, sfileranno davanti ai miei occhi il mare limpido e le scogliere, le palazzine liberty dei paesini di mare, le villette a schiera e assisterò da una posizione privilegiata alla vita di chi è in vacanza
e di chi vive qui tutto l’anno ignorando forse quanto sia fortunato. O forse no: se nasci qui la Sicilia te la senti dentro con tutto ciò che comporta.
Mi metto a leggere un po’ adesso, anche per non consumare le batterie del
portatile, dopo torno credo. In realtà in questi giorni non ho quasi letto, mi ero portata cinque libri, ma li ho lasciati in valigia tutto il tempo: a volte la vita è meglio della letteratura.
 

Viaggio in Sicilia #4

Thursday 17 August 2006

14 agosto, 14.00
Dopo colazione come ti dicevo sono andata al mare, o meglio allo “Scoglio”. Ho indossato la mia mise da vacanziera – bikini nero, maglia nera con costume in vista, gonna sgarzola con scritte ammiccanti e infradito d’ordinanza che fanno tanto inorridire D. ma sono così comode. Il tutto accompagnato da un’enorme borsa mare arancione a fiori bianchi ricolma di libri, giornali, asciugamani, acqua, borsetta per cellulare, penne, lucidalabbra, portafogli, crema solare, e altro che al momento non ricordo – e me ne sono andata a sdraiarmi su questo scoglio enorme sospeso tra mare e terra, a strapiombo sull’acqua, baciato dal sole e sferzato da una brezza gentile. I flutti s’infrangono alla base, e gli schizzi arrivavano fino a me, sembra di essere in paradiso. Non ho resistito molto perché stare al sole senza immergermi non mi piace e oggi l’acqua era troppo mossa per avventurarsi nelle insenature, però è stato meraviglioso. Guardavo alla Grecia da dov’ero, non si vede naturalmente ma potevo intuirla.
Ho subito un tentativo di rimorchio da un cinquantenne playboy che dopo avermi fissato per un’oretta ha approfittato dell’assenza temporanea di D. per farsi avanti e cominciare a cincischiare. Ogni due parole che diceva era tutto un “lei è bellissima” – “con i suoi occhi così profondi” – “sapevo che lei era siciliana, ha i colori di questa terra” e così via complimentando, tutto il repertorio insomma, ma devo dire che lo faceva con classe e nonchalance, l’ho scoraggiato dopo un po’, ma prima mi sono goduta i complimenti.
Quando Brancati descriveva i suoi uomini inventando il “gallismo”, o meglio dando un nome ad un’attitudine che esiste da sempre, non esagerava nemmeno un po’ nel tratteggiare l’indole sfacciatamente sensuale dei siciliani. Di una cosa sono convinta: nessuna donna può dire di sapere cosa significhi essere davvero desiderata se non è stata guardata almeno una volta con concupiscenza da un siciliano. E allo stesso modo non può avere alcuna idea di cosa significhi essere spogliata con gli occhi, inchiodata da uno sguardo, indagata dal movimento rapace di una testa che scatta a fissarti mentre passi. C’è qualcosa nell’aria, in questo caldo torrido, nell’umidità, nell’abitudine alla bellezza e alla privazione anche, nel sangue che si mescola, nell’orgoglio di resistere alla dominazione e di trarne vantaggio, nel piacere di risorgere sempre, che rende questi uomini passionali e ardenti. Amano le donne, tutte e con tutte sono galanti e gentili, riconoscono loro una supremazia, ne omaggiano la femminilità, ne venerano la voluttà. E sai cosa mi sorprende? Che la maggior parte delle volte gli approcci non sono altro che una manifestazione d’apprezzamento, non ci sono altri fini immediati. E non chiedono accettazione o accordo, ma s’impongono fermi e cortesi, perché sanno che resistere ad un’ammirazione che nulla vuole in cambio è impossibile. Inevitabilmente sorriderai, concederai uno sguardo lusingato, scambierai due parole.

Lasciato lo scoglio al mare, abbiamo fatto una lunga passeggiata tra i vicoletti di Ortigia, lì dove si svolge il mercato: gli ambulanti bannianu – cioè richiamano i clienti urlando slogan o ripetendo litanie in rima – si rivolgono direttamente ad ognuno che sfila davanti al loro banco e mostrando le mani piene di uva o di tentacoli di polpo fresco ti invitano all’acquisto. E’ un tripudio di odori, aromi, rumori e colori. I mazzetti di rosmarino, l’aglio rosso, le cipolle bianche, le melanzane così grosse e viola da sembrare dipinte. Tutto ha un sapore diverso qui, più pieno, gustoso, rotondo, mi viene voglia di cucinare, di preparare sughi ed intingoli, di pulire quel pesce appena strappato al mare, di immergere le mani nei sacchi di pistacchi, di giocare con gli acini di uva nera, così allungati e stretti che sembrano orecchini. Guardavo un pescivendolo contrattare con una signora e mi è venuto in mente che questi ambulanti siciliani e immigrati sono i diretti discendenti di quei mercanti greci che si sono spinti su queste coste alla ricerca di nuovi posti con cui commerciare e luoghi da colonizzare. Qui il tempo sembra sempre sospeso, e tutto è in bilico tra occidente ed oriente, nord e sud del mondo e pure l’identità isolana è per ben delineata e riconoscibile. Non basterebbe guardare solo alla bellezza per evitare i conflitti? So che non è così, ma quando mi trovo in questi luoghi non posso fare a meno di pensare che la bellezza salverà il mondo, come dice l’ultimo dei formalisti, Todorov, sebbene di solito io pensi che sia fortemente rincoglionito ormai.14 agosto, 00.30

Sono appena rientrata, stasera fa caldo, l’aria è un po’ umida ma sopportabilissima. Ho fatto il giro dei locali, godendo della movida siracusana, sono andata anche in un locale fighettissimo, di quelli con i divanetti bianchi all’aperto, le tende, le candele profumate, il bar molto fornito dotato persino di barman acrobata come Tom Cruise in “Cocktail”, il dj e il pavimento su strada fatto di sassi di Siena, posto nella corte di una Chiesa medievale sconsacrata alla fine di un vicolo ripidissimo che ho percorso sui tacchi a spillo: cosa che mi ha quasi ucciso!
In realtà il posto sarebbe intollerabilmente fighetto se si trovasse a Roma o Milano, qui a Siracusa è solo un posto carino, dove i cocktail costano poco e le persone che lo gestiscono sono adorabili. La musica era piacevole poi.
Ho dato scandalo col mio vestito giapponese: è troppo per questa Sicilia in cui si respira sensualità nelle gocce dell’umidità nell’aria e ci si turba facilmente.
Sono sfinita, alla fine ho camminato scalza per un pezzetto prima di arrivare al B&B.

Viaggio in Sicilia #3

Wednesday 16 August 2006

13 agosto, 21.00 Rieccomi, ho una fame! Dobbiamo ancora decidere dove mangiare ma penso che stasera opteremo per qualcosa da consumare al volo perché siamo troppo stanchi per goderci una cena al ristorante, tanto qui nelle rosticcerie si trovano sempre cose deliziose: gli arancini al ragù, la focaccia, i calzoni, i pizzolli di riso. Domani invece mi aspetta il mitico Mariano con i suoi spaghetti al nero di seppia, il polpo alla luciana, la ricotta aromatizzata al pistacchio, il mandorlato e lo zibibbo a concludere tutto…Ortigia è piena di ristoranti, osterie, trattorie, wine bar, caffè, gelaterie, ogni vicolo ha il suo ritrovo, magari più di uno e hanno nomi bellissimi: “Il cenacolo”, “Le Baronie”, “Le antiche Siracuse”, e anche i nomi delle vie e delle piazze mi piacciono molto, in omaggio all’antica Grecia e alla Magna Grecia, al Regno di Siracusa, quando questa terra governava una vasta porzione di mondo.   

14 agosto, 1.45    

Praticamente non mi sento più le gambe.
Ho camminato a lungo stasera e ho commesso l’errore d’indossare i miei sabot col tacco sottile, non altissimo ma bastardo. Sono a pezzi.
Siracusa è sempre uno spettacolo, l’aria è fresca adesso, tersa, la gente passeggia, chiacchiera, beve, fa musica per le strade e ogni piazzetta è gremita e chiassosa ma di un chiasso piacevole, vitale, divertente. E poi i palazzi illuminati alla perfezione, si stagliano ad ogni angolo a fare da sfondo ad incontri e scontri. Ho mangiato seduta sui gradini di un negozio “Furla”: una fetta di pizza alla norma (pomodoro, melanzane, ricotta salata e prosciutto cotto) e poi, in una deliziosa piazzetta intitolata a San Rocco, compresa tra una chiesa e un castello privato, ho preso un bicchiere di Nero d’avola che mi ha dato alla testa e adesso non mi sento proprio benissimo: mi gira tutto e mi brucia la bocca dello stomaco e ho una leggera euforia che mi fa avere voglia di ballare! C’era la musica a tutto volume, pezzi fusion diffusi all’esterno che invece di coprire il chiacchiericcio e le risate li accompagnavano e ne seguivano il ritmo. Avrei dovuto mangiare qualcosa con il vino, non sono abituata e il bicchiere era ricolmo, a Roma un calice non è più di un dito. Mi sa che farò bene ad andarmene a letto va.

‘Notte.  

14 agosto, 9.00   Buongiorno, non ti pare meravigliosa la vita? 

So che ti stavi preoccupando, per cui ti comunico che ho risolto il problema della colazione: viene servita in terrazza, con una vista sul mare e sui tetti di Siracusa così bella da riempire il cuore. Qui è fresco anche oggi ma il sole è caldo: un connubio da terra dell’età dell’oro. Abbiamo preso croissant caldi, caffè, fette di torte, panini al cioccolato, macedonia, succhi di frutta, il tutto gustato con l’aroma del mare nelle narici tra vasi di azalee e profumo di zagare.
Adesso mi sto preparando per andare al mare, o meglio allo Scoglio, un posto di Ortigia dove ci si sistema proprio su uno scoglio gigante a strapiombo su un’acqua limpida e tersa. E poi dopo pranzo mentre D. andrà a fare i biglietti per domani, ché andiamo al mare dai miei, io me ne starò un po’ in stanza a ripassare tutta la bellezza che mi ha riempito gli occhi e che non è semplice da custodire. 
  

Viaggio in Sicilia #2

Wednesday 16 August 2006

13 agosto, 16.30

Sono sul treno per Siracusa, fa un caldo assurdo e l’aria condizionata non ne vuole sapere di funzionare. Sono sfinita. La visita al museo è stata troppo veloce, meritava almeno un paio d’ore e poi per andare in stazione ho dovuto percorrere quasi un km a piedi con trolley e borse varie perché non è passato il tram. La situazione dei trasporti qui in Sicilia è scandalosa. So già che a Siracusa spenderemo un patrimonio in taxi. Non mi lamenterò mai più della viabilità romana.
D. è stato carino a prendersi i miei bagagli, notoriamente più pesanti (porto con me anche cose che non metto mai, perché potrei aver voglia all’improvviso di indossarle) e pure la borsa del portatile, ma comunque è stata dura! Il treno ha più di un’ora di ritardo e per un viaggio di quasi tre ore per coprire meno di 200 km mi pare incredibile. Lasciare Messina mi ha straziato. Le palazzine Liberty, i motivi moreschi su balconi e facciate, i bovindi decorati e le finestre di vetro smerigliato e colorato sono una gioia per gli occhi. E poi le palme, le sirene delle navi che attraccano, il profumo delle focacce appena sfornate. La città si sta preparando per la festa di Ferragosto, sono anni che non vado alla processione della Vara. Poi te ne parlo.
Intanto mi preparo a rivedere Siracusa, solo il pensiero di tornare in una città così bella addolcisce il distacco dalla mia.

Stavolta abbiamo cambiato Bed&Breakfast, di solito scendiamo in uno su Corso Umberto, in una palazzina liberty di proprietà dei gestori, nobili decaduti. Le stanze sono deliziose, tutte ammobiliate con pezzi antichi e dettagli di gran gusto e la colazione poi è spettacolare, solo che è a quasi un km da Ortigia e spostarsi a piedi diventa faticoso. Così ne abbiamo preso uno centrale, proprio alle spalle di Piazza Archimede. La proprietaria però è antipaticissima, l’ho sentita al telefono e la volevo picchiare. Dall’accento pare una del continente, del nord del continente e mi spiace dirlo ma questo mi pare spiegare tutto! Noi qui abbiamo il sangue caldo e siamo stati dominati di popoli più diversi, siamo ospitali ed accoglienti, discreti ma calorosi.

13 agosto, 19.00

Sono arrivata.
E’ tutto come l’ultima volta che sono stata qui, del resto è passato poco più di un mese. Il taxi costa 10 € anche per portarti ad ottocento metri dalla stazione, autobus in giro non se ne vede quasi, la darsena risplende di sole e odora di mare e pesce, i palazzi ad Ortigia si ergono eleganti e bellissimi.
Adoro il Tempio di Apollo con le sue rovine stese accanto al mercato, lambito da una via piena di negozi lussuosi.
Arriviamo a Piazza Archimede, il taxi non può proseguire oltre, dobbiamo cercare di rintracciare il b&b e non ho voglia di chiamare i titolari. Ma non deve essere lontano. Mi chiamano loro e si confermano tutte le mie riserve: non saranno nella struttura, la dirigono a distanza, comunicano solo per telefono e per entrare in stanza (che è in una palazzina
deliziosa al centro di Ortigia a due passi da tutto) ho dovuto digitare un codice: mi sentivo Tom Cruise in “Mission impossible”, avevo paura che se l’avessi inserito sbagliato, visto che me l’ha detto una sola volta, mi avrebbero arrestato o la struttura si sarebbe autodisintegrata in cinque secondi. In compenso la stanza è carinissima e fresca dotata persino di tv satellitare. Mi chiedo solo dove venga servita la colazione e visto che non c’è nessuno a spiegarmelo andrò in ricognizione e al massimo li richiamo e li mando a quel paese via etere!

Viaggio in Sicilia

Wednesday 16 August 2006

12 agosto, 22.30
 
Ciao,
siamo arrivati. Il viaggio è stato estenuante, la Salerno-Reggio Calabria è  un’immensa ferita che lacera l’Italia e divide il nord dal sud più del reddito procapite o dei dialetti. Ci abbiamo impiegato tre ore da Napoli a Salerno e per più di metà del tragitto il contachilometri non ha mai superato i 60 km\h.
Tutto le dodici  ore di questo percorso sfibrante, per chi come me torna alle sue origini, è un lungo trattenere il fiato per poi respirare una volta salita sul traghetto. Ho l’impressione che finora mi abbia tenuto in vita l’ossigeno pompato nei polmoni da una macchina e solo adesso li sento gonfiarsi di aria pura e tersa. Da Scilla a Cariddi sono tre chilometri di nostalgia e di attesa. Ogni bolla di schiuma prodotta dallo scafo è un ricordo che ti assale, un odore, un sapore, colori di cui stare per riappropriarti. La marcia di avvicinamento è lenta, dolcemente inesorabile: con lo sguardo abbracci il porto, Cristo Re, la panoramica, la passeggiata, la fiera piena di gente, i ristoranti sul litorale, il viavai delle auto, le luci da presepe che animano i monti sullo sfondo e le ville sulla costa come i palazzi più all’interno. E poi quel faro che ti guida e la Madonnina che ti accoglie.
Sono tornata a casa.
 
13 agosto, 1.20
 
Messina è un passaggio obbligatorio per chi arriva in Sicilia dal continente, come i siciliani chiamano il resto d’Italia. Penso che anche chi viene qui dalla Sardegna sia considerato un continentale, che forse è più sinonimo di non siciliano che un connotato geografico puro e semplice. E’ un passaggio obbligatorio ti dicevo, eppure non ci sono strutture ricettizie: i B&B quasi non esistono e gli alberghi si contano sulle dita di una mano e non sono all’altezza delle stelle che vantano. Siamo scesi al Jolly, sul porto, di fronte Piazza del Municipio che adesso è illuminata benissimo ed è una piazza da vivere. Qui domani metteranno il Gigante e la Gigantessa, poi magari ti racconto chi sono. L’albergo è pessimo, si fregia di un tenore che non mantiene, millanta promesse che disattende. La camera è angusta, sa di stantio, c’è la carta intestata su una scrivania di fronte alla porta, ci arrivi in tre passi, e il telefono in camera, e il frigobar e persino un bigliettino di benvenuto immerso in un vassoio ricolmo di caramelle, però il bagno è poco confortevole e il copriletto è di un tessuto sintetico e di un colore acceso ormai scolorito dall’uso. Le finestre sono sprangate. E dubito che prenotando nell’altro 4 stelle della città la situazione sia migliore. Forse non vogliono che ci si fermi qui. Si deve passare, guardare e non toccare, lasciare la città a chi ci vive. Però così muore ogni anno un po’.
 
Ho fatto una passeggiata notturna, siamo stati troppo tempo seduti in quell’auto. Fuori dall’albergo le considerazioni sulla città che muore e non accoglie un po’ si perdono. Sono stupita. Messina è bellissima, vitale e colorata era moltissimo che non la vedevo così. Negli ultimi due anni, in cui io me la sono persa, è diventata una città piena di posti e attrazioni, c’è gente per strada, musica, locali a la page.
Il Duomo è stato ristrutturato e con lui tutta una serie di palazzi storici e monumenti. Me ne sono innamorata di nuovo, come vedere l’amante per la prima volta dopo tanto tempo in cui lo si guardava senza vederlo. Non sarei tornata in albergo, avrei continuato a camminare, a guardare a meravigliarmi. In piazza Duomo sembra di stare a Capri, ma intorno c’è la storia e l’arte, la Fontana d’Orione, il Campanile (domani a mezzogiorno il leone tornerà a ruggire come ogni giorno da secoli), la Matrice, come chiamano il Duomo i messinesi).
Buonanotte

 

S

 

Smobilitazione

Thursday 10 August 2006

Grazie ad Eìo, che la pubblica su Spinoza – blog multiautore (e tra i multi dovrei essere anche io) ma che in realtà, come dice lui, è molto autore e pochi multi – leggo questa poesia di Proeta dedicata ai bimbi del Libano e nel caos frenetico di questi giorni, tra faccende da risolvere prima di partire, preparativi da fare, bagagli da organizzare, mi sono fermata a pensare che se piove mentre mi trovo al mare non è poi così grave.

Sabato parto e nel dovermi congedare scelgo le parole di Davide che lascia Roma come se fosse un’amante capricciosa e seducente. E io m’accodo a lui. In ogni senso.