Archivio di September 2006

Avanti popolo! (del giallo)

Tuesday 26 September 2006

Nel 1996 le Éditions Payot & Rivages raccolsero in un volume a cura di Doug Headline e François Guérif, le recensioni di Jean Patrick Manchette pubblicate in gran parte sulle riviste “Charlie Mensuel” e “Polar” tra il 1976 e il 1995. All’inizio di quest’estate Chroniques – questo il titolo originale dell’opera – è stato tradotto da Marco Bellini per le Edizioni Cargo, con il titolo poco accattivante di Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero.

Leggere Manchette che parla di letteratura, in particolare della letteratura cosiddetta “di genere”, è un’esperienza assimilabile all’ascoltare Napoleone che discetta di strategie militari. L’impressione immediata è che Manchette abbia letto tutto ciò che è stato pubblicato dal Don Chisciotte in poi (non solo gialli, thriller o noir, che sono il centro delle sue riflessioni in Le ombre inquiete) e così per suffragare le critiche ai libri e le convinzioni su politica, letteratura e vita egli passa da Edgar Allan Poe a Lewis Carrol, da Albert Camus a Louis Ferdinand Celine e Raymond Queneau citando opportunamente anche Herman Melville, Francis Scott Fitzgerald e persino Leon Tolstoj. Il nostro uomo sa di cosa parla e non manca di farlo notare con ironia e piglio militante.

In uno dei primi scritti Manchette sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco e invita il lettore a mettersi l’animo in pace perché l’epoca d’oro del giallo inizia e si chiude con il ventennio di Chandler, Hammet e Cain, quando il giallo era “il lamento della creatura oppressa e il cuore di un mondo senza cuore”. Tutto ciò che viene dopo è riscrittura, imitazione, scialba ripetizione. E conia anche la definizione di “neogiallo” per il noir alla francese e l’hard-boiled all’americana pubblicati dopo i maestri.

E’ bene chiarire anzitutto che quando nelle Ombre inquiete Manchette scrive “giallo”, il termine utilizzato dal traduttore non si riferisce al “poliziesco ad enigma” di scuola inglese – non vuole nemmeno sentir nominare Agatha Christie – ma intende il polar (termine che deriva dalla contrazione tra literature e policier e che almeno per la letteratura francese è diventato sinonimo di narrazione criminale), che insiste piuttosto sul realismo sociale e di denuncia e si colora di sfumature talmente varie da comprendere il romanzo d’indagine e congiungersi col noir. E Manchette spiega bene la differenza: nel poliziesco classico “il delitto turba l’ordine del Diritto, che bisogna restaurare scoprendo il colpevole ed ‘eliminandolo’ dalla scena sociale”, laddove nel giallo, che coincide col romanzo criminale violento e realista americano, “il male domina storicamente il mondo” perché non risiede nella natura umana, ma nella provvisoria organizzazione sociale, e dunque dopo il delitto non c’è alcun ordine giusto da preservare. Ecco perché Manchette considera il giallo – morti Tolstoj e Dostoevskij – come l’unica grande letteratura morale della nostra epoca: Chandler ed Hammett denunciano la crisi della società, i loro investigatori sono uomini disperati e amareggiati che sanno di non poter combattere il male da soli eppure cercano di restare “migliori in un mondo peggiore” (per dirla con Chandler). Ed è per questo che solo la letteratura “di genere” prodotta nel ventennio dal ’29 al ‘50 è il vero giallo (o noir), perché è letteratura della crisi: romanzo della critica sociale violenta che nasce dagli squilibri creati dal fallimento dell’ideologia comunista, dagli effetti di quella che Manchette chiama controrivoluzione, con l’avvento delle dittature, la fine del movimento operaio e della lotta proletaria, la vittoria del capitalismo.

E in questo contesto “giallo” non è sinonimo di poliziesco ma di noir violento. Così anche La falena, Il postino suona sempre due volte o Mildred di James M. Cain, che non sono polizieschi in senso stretto, rientrano nondimeno nel giallo perché raccontano un mondo in cui la morale è sconfitta dalla crisi economica e dagli stravolgimenti della storia e i personaggi che li animano sono uomini e donne in balia delle loro passioni.

La visione di Manchette è quindi fortemente politica, forse troppo. Ritiene indegni di essere considerati gialli e quindi vera letteratura a tutti gli effetti, quei romanzi che non si oppongono alla mentalità capitalistica, che non denunciano lo sfruttamento della classe operaia e l’abbrutimento che nasce dalla povertà e dalla miseria. Con ciò Manchette dimentica che la letteratura, persino quella “di genere”, è anche altro: e di tanto in tanto è lo stesso autore a riconoscerlo ironizzando sulle sue prese di posizione marcatamente marxiste.
Il povero Auguste Le Breton ad esempio, considerato un caposcuola del noir francese, sarebbe per Manchette un bluff per quel linguaggio gergale inventato di sana pianta e per il romanticismo d’accatto delle sue storie che isolerebbe l’universo della malavita staccandolo dalla realtà.

Tanto meno al Manchette critico militante piacciono i piazzisti: Hadley Chase, Peter Cheyney o Mickey Spillane che non descrivono il male delle moderne società occidentali – l’intreccio inestricabile tra potere politico e interessi criminali – ma con le loro storie cruente, sadiche, artificiose fanno dell’iperrealismo e rinunciano a schierarsi.
I soli a salvarsi sarebbero Ross McDonald, Donald Westlake, Ed McBain, William Riley Burnett e David Goodis – cui dedica interessanti monografie, come del resto fa con Chandler o Hammett – che danno respiro a un genere ormai in decadenza cui si può solo guardare con rimpianto.
Ma anche quando si lancia nelle invettive più radicali (notevole la sua disamina del mercato editoriale) e nelle stroncature più violente, Manchette mantiene il tono ironico di chi si diverte un mondo e il lettore non può che seguirlo nei suoi percorsi narrativi e prendere nota dei nomi di autori, titoli di romanzi, collane editoriali, riviste o saggi che sciorina a memoria come il più efficace dei bollettini letterari.

Così il lettore può godersi una gustosa disamina del ruolo dell’alcool nei libri gialli, una scrupolosa lezione sui calibri delle armi da fuoco e sulle differenze tra le varie armi leggere, sapidi aneddoti sugli innesti tra cinema e letteratura e persino una tirata maschilista sulle scrittrici che – sostiene candidamente Manchette – giocoforza scrivono “romanzi di suspense” e non gialli, perché il giallo adotta il punto di vista del criminale, mentre il romanzo di suspense parte dalla vittima e nessuno sarebbe più qualificato di una donna per conoscere il punto di vista delle vittime. Pur volendo sorvolare sullo sciovinismo dell’osservazione, si potrebbe comunque obiettare che se Cain con i suoi romanzi non polizieschi, si veda La falena, è da annoverare nei giallisti, allo stesso modo non si dovrebbe escludere Flannery O’Connor che racconta il Sud disperato e violento prostrato dalla crisi economica del ’29.

Sono peccati veniali questi però, che si perdonano facilmente ad uno scrittore così abile e geniale che anche quando parla di letteratura, anziché produrre narrativa, non perde di vista i suoi lettori, rivolgendosi spesso direttamente a loro, e li avvinghia alla pagina con l’inconfondibile stile asciutto e pungente del situazionista d’assalto spinto dal desiderio di vedere riconosciuta la grandezza della letteratura “di genere”.


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L’uragano Ignatius (II parte)

Saturday 23 September 2006

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Nel suo Discorso sul metodo ad un certo punto Cartesio afferma: “Non si potrebbe immaginar nulla di tanto strano e di così poco credibile che non sia stato detto da qualche filosofo”. (Riprendendo quanto sostenuto secoli prima da Cicerone: “Non c’è niente di così ridicolo che non sia stato detto da qualche filosofo”).
Mi sono sempre parsi giudizi poco generosi nei confronti della filosofia e dei filosofi, del resto sono convinta che ci sia un urgente bisogno di qualcuno che s’interroghi sui massimi sistemi e tenti di tracciare profili di verità sul mondo e la sua esistenza. E che ci sia bisogno di guide, modelli, ispiratori: George Santayana aveva scelto la Loreley di Gli uomini preferiscono le bionde; P.B. Jones, protagonista delle Preghiere esaudite di Truman Capote, la piccola Florie Rotondo; io ho eletto a mio mentore Ignatius Reylly*.
Profondo conoscitore di Boezio e alacre censore dei degenerati costumi americani, Ignatius, laureato in Storia e filosofia medievale, mi ha iniziata alla strenua ricerca della Teologia e della Geometria nel mondo, senza le quali l’universo è destinato a soccombere e precipitare nella Geenna. E’ il mio maestro e come potrebbe essere altrimenti? Ignatius odia Doris Day e la birra. E’ un seguace di San Tommaso e un fan dell’orso Yoghi. Divora tutto il giorno snack al cioccolato. Ritiene i grandi magazzini dei luoghi di perdizione. Sostiene che alzarsi presto per andare a lavorare sia contrario ad ogni etica e pensandoci bene il lavoro stesso è un’istituzione barbara che impedisce di coltivare la propria vita interiore. Certo mi lasciano perplessa il suo rapporto con l’igiene e il sesso, ma chi non ha difetti scagli la prima pietra.
Ignatius ha il suo bel daffare per portare la ragione e l’ordine in un mondo dominato dal caos e dalla degenerazione, tanto che lo stress che gli deriva dalla sua benemerita azione moralizzatrice, causa una sgradevole chiusura della sua valvola pilorica: è una missione pericolosa la sua, ma qualcuno deve pur portarla avanti. E’ circondato da una società che è morta ormai e non lo sa. Gente superficiale e volgare che spreca il suo tempo giocando a bowling – a cominciare da quella debosciata dalla madre che per risolvere i suoi problemi economici lo ha strappato alla sua grande opera accusatoria del Ventesimo secolo, per costringerlo a lavorare -, frequentando locali di dubbia moralità, travestendosi per chissà quali loschi scopi come l’agente Mancuso, il poliziotto che si è messo in testa di coglierlo in fragranza di reato (quale poi?) per poterlo sbattere dentro o partecipando a manifestazioni e atti dimostrativi che dietro la facciata dell’impegno politico, nascondono invece la volontà perversa di abbandonarsi ad orge e ammucchiate bibliche, come nel caso della sua ex-fidanzata Myrna, che non manca mai di attentare alla sua castità. Del resto ha imparato a diffidare di una donna che inizia sempre le lettere che gli invia con “Egregi signori”: una palese dimostrazione dello stato di profonda confusione mentale e morale in cui versa.
Ma Ignatius è forte nelle sue convinzioni e non consentirà a nessuno di piegarlo e di assorbirlo in un sistema (naturalmente) degenerato.
John Kennedy Toole in Una banda d’idioti (edito da Marco y Marcos con la strepitosa traduzione di Luciana Bianciardi) ha creato con Ignatius Reylly un personaggio gigantesco e non solo nelle proporzioni fisiche, visto che lo descrive come una massa incontenibile di grasso ballonzolante. Con il suo consunto berretto verde con la visiera, la camicia di flanella lercia come il cencio di un lustrascarpe, i suoi occhietti gialli che scrutano sconcertati un mondo che li disgusta, Ignatius domina la pagina come il più grande dei mattatori a teatro e la sua presenza permane viva e vivida nel lettore anche dopo aver chiuso il libro. E’ il nemico pubblico numero uno, una forza della natura che si muove con la lentezza e la grazia di un pachiderma, un antieroe che combatte contro tutti e si riconosce in un’unica causa: la sua. Le sue teorie sul mondo e sulla vita sono strampalate e geniali – come quella che consentirebbe di eliminare la guerra una volta che i militari finalmente riconoscessero la propria omosessualità dal momento che “tutto verrebbe risolto nei cessi delle Nazioni Unite”) – talmente folli dunque che potrebbero anche funzionare e ogni volta sono come dei pugni tirati in faccia ai suoi concittadini e agli americani votati al perbenismo d’accatto, al conformismo, al puritanesimo di ritorno. Ignatius è un inno alla libertà, persino alla libertà di essere antipatici, saccenti, meschini, egoisti, infantili, misantropi, tutto pur di non soccombere alla mediocrità, di non seguire la massa come una pecora in un gregge, di non morire uguale tra gli uguali e quindi invisibile. Non per nulla il titolo del libro è ispirato ad una frase di Johnatan Swift la quale campeggia anche in epigrafe al romanzo: “Quando nel mondo appare un vero genio lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui”.
Toole ci conduce in una New Orleans animata da personaggi così grotteschi ed eventi talmente paradossali che sembrano verosimili. Mentre Ignatius se ne va a spasso cercando di sopravvivere all’assenza della Teologia e della Geometria intorno a lui, Toole descrive una città che col jazz e il blues è entrata nell’immaginario collettivo e ne prende colori e suoni per stravolgerli, mostrandoli come li vede Ignatius, li scrosta dal mito e dal luogo comune e ne rivela l’essenza. La banda d’idioti che ruota intorno al suo protagonista funziona come una specie di “spalla corale” che animando situazioni surreali e comiche, consente all’autore di utilizzare il registro grottesco e l’ironia beffarda per fustigare le coscienze dell’America produttiva e mostrare la pochezza di una società dedita al consumismo sfrenato che sfrutta le minoranze e i poveri, che discrimina i diversi, che premia i profittatori e gli ipocriti.
Una banda d’idioti è una farsa falstaffiana costruita su incessanti invenzioni narrative, improvvise illuminazioni, continui cambi di scena e capovolgimenti di fronte che nascono e muoiono però, tutti nella maestosa ed ingombrante presenza d’Ignatius che resta sul palcoscenico anche quando non è previsto dal copione, perché tutto promana da lui e dalla sua visione dell’universo e a lui alla fine torna. E’ gigantesco Ignatius, lo dicevo all’inizio, di suo sarebbe un emerito idiota, ma il mondo gretto e meschino in cui si trova costretto a vivere lo esalta e ne fa un genio (incompreso) che capeggia una congrega di imbecilli*.

 

*Pare che io sia in buona compagnia: anche Anthony Burgess, e Leonardo DiCaprio amano alla follia il nostro Ignatius. * Nel 1982 il romanzo era stato pubblicato da Rizzoli con il itolo di Una congrega di fissati.

Non è Zsa Zsa Gabor!*

Wednesday 20 September 2006

Ho dovuto leggerlo due volte L’altra Ester di Magda Szabò. La prima volta mi aveva infastidito, la protagonista m’inquietava come quelle bambole di porcellana dalle guance rosa e gli occhi fissi che potrebbero animarsi da un momento all’altro e saltarti alla gola come in un brutto horror di serie B. Però sentivo che qualcosa c’era. La Szabò mi ha incollato alle sue pagine ma quando sono arrivata alla fine di questo romanzo (come mi succede anche con ogni libro di Saul Bellow), non sapevo dire se mi fosse piaciuto o meno. Ma sapevo che qualcosa c’era. E così l’ho riletto il giorno dopo, daccapo.

L’altra Ester è un (altro) libro sommerso e quasi sconosciuto.
Non solo perché non viene ristampato in Italia dal 1964 (con una prima edizione Feltrinelli tradotta da Lia Sessi e una successiva diffusione con il “Club degli editori”); e nemmeno perché è opera di una scrittrice che non è molto conosciuta in Italia e solo di recente è tornata alla ribalta dell’editoria nostrana con la pubblicazione per Einaudi del romanzo
La porta (1987) con cui ha anche vinto il Premio Mondello come miglior romanzo straniero nel 2005.
In realtà L’altra Ester è un romanzo sommerso e sconosciuto anche nella materia che lo anima, nelle trame che ne riempiono le pagine, in quei moti dell’animo per nulla esibiti, ma dalla profondità violenta e impetuosa, che scuotono la protagonista, Ester Encsy, per tutto il corso della sua esistenza.
La storia è raccontata in prima persona da Ester che si rivolge all’uomo che ama, accorata, ansiosa di spiegargli e di mostrarsi a lui.
Affermata attrice teatrale, ricca, famosa, amata, Ester ripercorre la sua vita dall’infanzia (all’adolescenza) – giorni di umiliazione, miserie, sacrifici – sino ai giorni da cui prende l’avvio il romanzo, quando adulta e stanca, nel momento più drammatico della sua vita ripensa al suo passato per cercare di comprendere il presente e ravvisare in tempi lontani la causa della sua sofferenza.
La narrazione procede tra continui flash-back e salti temporali tra presente, passato remoto e all’imperfetto dei giorni che precedono la rievocazione dei ricordi. Ester richiama alla memoria aneddoti anche crudi con la pacatezza di chi ha visto tutto e niente la stupisce ma in ogni sua parola si percepisce un odio freddo, quasi misurato, che esplode solo in alcuni episodi e contamina tutta la sua vita come un veleno mortale. Anche l’amore ne è oscurato. Ester non si lascia andare, mente, o peggio tace. Non consente a nessuno di permeare lo strato di acciaio che si porta addosso come le mura di una fortezza. Quando piange, lo fa per rabbia. Quando ride è isterica. Quando parla dissimula le emozioni. E’ sincera solo quando recita. Solo quando interpreta qualcun altro è se stessa. Ecco l’altra Ester. Dietro la diva, c’è una donna che mangia fino alla nausea perché deve ancora saziare la fame di quando era bambina. Nella donna ricca vive quella che nasconde tutti i soldi in scatole che tiene in casa per poterli contare come Paperone. Nella padrona di casa c’è ancora una bambina che prova soggezione per la sua domestica perché conosce la fatica dei lavori meno gratificanti. Accanto all’amante c’è una ragazza che usa il sesso come merce di scambio o come ringraziamento per chi le usa una gentilezza o la favorisce. E l’altra Ester è anche quella bambina nata da una nobile famiglia di avvocati caduta in disgrazia, che subisce il disagio di portare un nome importante che rende la miseria ancora più misera, per orgoglio, per la difesa di un prestigio che non è più supportato dal denaro, ma si nutre dell’illusione che non accenttando la povertà riconoscendo di aver bisogno d’aiuto, allora forse non avrà la meglio e non tutto sarà perduto.
Però l’altra Ester è anche Angela, il suo alter ego e la sua nemesi. Angela, amata, bellissima, dolce, sensibile. Angela che ha un cerbiatto, dolci squisiti a pranzo, bellissimi vestiti, gli sguardi degli ammiratori, le attenzioni dei familiari. Angela che incrocia continuamente la strada di Ester, che le toglie tutto per il solo fatto di averlo senza dover faticare, fino alla beffa più grande che non svelerò per non togliere il gusto della sorpresa, in verità non proprio inattesa. E comunque non sono tanto la trama o l’intreccio e nemmeno il finale a rendere questo romanzo profondamente vivo e vibrante, ma una scrittura così precisa e puntigliosa quasi, da rendere sino alle minuzie la psicologia della protagonista. Con poche parole ma nette e lucide, Magda Szabò segue i percorsi psicologici del suo personaggio, ne espone l’interiorità complessa e ripiegata nel passato, isolata a vivere il momento della rivalsa e a coltivare il suo odio sordo e muto. Ogni frase – sussurrata – grida vendetta. La narrazione è di tipo intimista ma non si crogiola nella contemplazione del sé, esplora l’animo di Ester ponendolo costantemente in relazione al mondo che la circonda, contestualizzando ogni emozione nella dimensione sociale e storica in cui la prova: la crisi economica, il regime, la guerra. La Szabò costruisce un racconto che procede per aneddoti e ricordi ma si realizza appieno nelle atmosfere, nella descrizione di ambienti e gesti che evocano sentimenti di rara intensità. Il libro è un susseguirsi d’immagini, di epifanie, di momenti chiavi che influiscono sul presente e gravano sull’attimo che esiste come una sentenza. Ester mentre insegue la sua riscossa, nutre il suo odio verso Angela, si nasconde nell’altra se stessa per sfuggire al suo passato, non fa che riviverlo come nella legge del contrappasso e si condanna senza appello.

*
Per anni, ingannata dall’assonanza dei cognomi (e per una mia incapacità di ricordare particolari come nomi, date, titoli, autori e altre inezie simili), ho creduto che Magda Szabò e Zsa Zsa Gabor fossero la stessa persona. Adesso so.

L’uragano Ignatius (I parte)

Friday 15 September 2006

La mia fissazione per l’opera omnia degli scrittori che adoro, mi costringe a leggere di ognuno di loro anche le opere minori, quelle peggiori e persino i libri incompiuti. Devo leggere ogni singola parola che hanno scritto.
Così, fedele a me stessa, ho letto Poodle Springs l’ultimo romanzo iniziato da Raymond Chandler prima di morire e poi completato da Robert B. Parker.
Avrei dovuto desistere e resistere.
Chandler era riuscito a scrivere solo i primi 4 capitoli del libro, meno di venti pagine. In pratica nel libro Marlowe si è sposato – con una ricca ereditiera conosciuta nell’investigazione che è al centro del suo capolavoro, Il lungo addio – si è trasferito in un quartiere lussuoso fuori Los Angeles e lotta ogni giorno per mantenersi libero e indipendente dal denaro della consorte e affermare la propria “maschia” autonomia. La trama delle indagini di cui si occupa è ininfluente, è solo intreccio e deduzioni che non restituiscono nulla dello stile chandleriano e ancora meno del suo meraviglioso personaggio, “un uomo migliore in un mondo peggiore”. L’ironia sottile di Chandler è soppiantata da un umorismo forzato spesso di bassa lega, la seduzione e l’attrazione che c’è tra marito e moglie è troppo ostentata. Nessuna splendida descrizione, nessuna riflessione nichilista ma con una punta di speranza, nessuna lezione morale. Mi domando che bisogna c’era di finirlo.
Ma non è di questo che volevo parlare. Partivo dal fatto che pur avendo letto tutti gli altri romanzi di Chandler volevo conoscere anche Poodle Springs per avere un quadro totale della sua opera. E in effetti la cosa più logica è che uno scrittore si qualifichi per tutti i libri che ha scritto, che la sua opera venga analizzata alla luce di tutta la sua produzione. Pensavo pure però che ci sono scrittori che s’impongono al pubblico e agli addetti ai lavori anche per i libri che non hanno scritto, le storie che non hanno pensato, i personaggi che non hanno creato.
E questo mi ha portato a John Kennedy Toole. (Così assolvo anche ad un impegno preso, sperando di non deludere l’interessato).

John kennedy Toole, si è suicidato a 32 anni. E i motivi per cui ha compiuto questo gesto non riguardano nessun altro che lui. Quello che riguarda noi però, è che ha lasciato solo due romanzi – per cui ha vinto il Pulitzer alla memoria nel 1981 – inediti fin quando è stato in vita, e una volta letti ed apprezzati, non si può evitare di chiedersi cos’altro ci avrebbe riservato, quali altre meraviglie avrebbe tirato fuori dal suo cilindro magico.
Ha scritto il primo libro a 16 anni, La bibbia al neon, uno strambo romanzo di formazione lungo le strade del profondo sud americano negli anni ’40. Il protagonista è David, un bambino che descrive in modo allo stesso tempo ingenuo e disincantato la vita in una piccola cittadina di provincia – dominata dall’insegna al neon che identifica l’edificio della Chiesa locale, “The Bible” – in cui per essere cristiani si devono pagare le quote associative al Pastore, non si parla di sesso, si badano alle apparenze e dove tutti fingono e reprimono desideri, emozioni, istinti. Il libro comincia dalla fine, dall’addio di David a quel microscopico universo asfissiante e avvilente, mentre se ne allontana su un treno dalla destinazione sconosciuta. L’importante è fuggire dalle vecchie bigotte, dai predicatori che sfruttano le debolezze della gente per il loro tornaconto, dai fondamentalisti religiosi, dagli affetti delusi, dalla miseria, dal vizio nascosto sotto lo spauracchio del peccato. David fugge anche da se stesso, dall’uomo che rischia di diventare se restasse laggiù, dalla rabbia che gli monta dentro per la menzogna e l’inganno che regola la vita dei suoi concittadini, per l’ignoranza che ha fatto andare via sua zia Mae, sciantosa e piena di scandalosa voglia di vivere a sessant’anni, per la follia che ha colpito sua madre.
E’ un romanzo d’esordio dalla forza straordinaria, acerbo in alcuni punti, ma commovente e profondamente icastico. Racconta una certa America che esiste ancora oggi e probabilmente descrive un mondo più familiare di quello che pensiamo, più vicino di quanto possa far credere l’oceano che ci separa dagli States.
La bibbia al neon, per le note e complesse vicende editoriali che accompagnano l’opera di Toole, è stato pubblicato nel 1989 a venti anni esatti dalla morte del suo autore e poco meno di una decina di anni dopo l’uscita del suo secondo straordinario romanzo, Una banda d’idioti (o Una congrega di fissati, scherzi delle libere traduzioni). In entrambi i romanzi Toole sferza crudelmente il suo paese, costantemente in bilico tra la grandezza del sogno americano e le meschinità di un popolo in cerca d’identità e radici che spesso crede di trovarle in valori sbagliati e ideali da quattro soldi.
E la critica sociale diventa ancora più aspra e dura, soprattutto perché trasfigurata nel grottesco, in Una banda d’idioti, ma ne riparliamo.

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C’è del metodo in questa follia

Sunday 10 September 2006

Verso la fine dei suoi vagabondaggi, Holden (il protagonista del Giovane Holden di J. D.Salinger, naturalmente) dice che se ne andrà ad Ovest, troverà lavoro in una stazione di servizio e fingerà di essere sordomuto per risparmiarsi tutte le chiacchiere idiote e senza sugo della gente. Una fuga bella buona.
Questo brano mi è tornato subito in mente mentre leggevo del Capo Bromden in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey: anche Bromden, voce narrante, indiano grande e grosso rinchiuso da anni in un manicomio, sceglie di fingere di non parlare e sentire per diventare invisibile ed essere lasciato in pace (anche se in realtà è stata la gente a cominciare a credere che fosse sordo e lui gliel’ha semplicemente lasciato fare).
Un’altra cosa a cui pensavo addentrandomi nelle crudeltà ovattate del manicomio nell’Oregon in cui è ambientato il romanzo di Kesey, è il mito di Prometeo che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini e si condanna ad una fine tormentosa: cosa fa il rosso McMurphy se non restituire agli uomini sepolti in quel manicomio quello che gli era stato tolto? E non mette in gioco la sua vita per farlo, forse?
Mi piace quando la letteratura si nutre di rimandi, citazioni, riscritture come se fosse un lungo discorso ininterrotto.

Ma torniamo a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Il titolo è curioso, in lingua originale è One Flew Over the Cuckoo’s Nest. In inglese “cuckoo” oltre che cuculo significa anche folle e questo probabilmente deriva dal fatto che il cuculo è un uccello che non fa il nido e depone le sue uova all’interno del nido degli altri uccelli e quando l’uovo si schiude il piccolo del cuculo elimina la concorrenza sbarazzandosi dei fratellastri e ne prende il posto ingannando i genitori adottivi. Kesey non poteva trova un titolo migliore per la sua storia mi pare.
L’autore scrisse il libro dopo aver lavorato a lungo all’interno di un ospedale psichiatrico, spinto dalla curiosità di continuare la sua ricerca nel campo degli psicofarmaci e dell’Lsd.
Qualcuno volò sul nido del cuculo è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1962 ma in Italia arrivò solo nel 1976, dopo il successo straordinario del film che ne ha tratto Milos Forman e interpretato tra gli altri da un eccezionale Jack Nicholson.

Allora, la storia come già  anticipato è ambientata in un manicomio in Oregon, dove arriva un piccolo delinquente che per sfuggire alla detenzione in una fattoria correzionale si finge pazzo cercando di trascorrere nel modo più piacevole possibile i mesi di pena che gli restano da scontare. Ma ha fatto male i suoi conti.
L’ospedale psichiatrico è gestito da un’infermeria, Miss Ratched, inflessibile e crudele che tratta pazienti, medici ed inservienti come pedine sulla sua chiacchiera personale. Mac è un irlandese vitale e intelligente, arrogante e selvaggio come un cavallo che non accetta la disciplina repressiva che regna in corsia, né gli espedienti degni di un lager con cui i degenti vengono privati di ogni dignità e della possibilità di scegliere e così ingaggia un duello all’ultimo sangue con la terribile infermiera.
Ma la vittoria gli sorriderà solo pagando un prezzo altissimo. E non potrebbe essere altrimenti perché Mac non combatte solo contro la diabolica Miss Ratched: si scaglia contro un intero sistema che discrimina il diverso e cerca di annientarlo nell’illusione di ricondurlo ad una normalità che non esiste. Il suo nemico è il conformismo, la paura delle emozioni eccessive, la volontà di mantenere un ordine fittizio basato sull’eliminazione di ogni guizzo anticonvenzionale. Molti dei pazienti si sono autoreclusi nell’istituto perché non tolleravano le regole del vivere civile, non riuscivano a sostenere la pressione di una società che li voleva uguali agli altri e quindi invisibili. Altri invece sono stati internati da parenti incapaci di accettarne la diversità. Il Capo Bromden resta in ospedale perché ha una paura tremenda del mondo fuori, degli appartenenti alla “cricca” – la società dei consumi e del progresso che ha distrutto la sua tribù e la sua razza – pronti ad eliminare chi non la pensa come loro, come è successo a suo padre che non voleva cedere il loro villaggio. Rendle McMurphy come Prometeo restituisce ai reclusi il fuoco della dignità, la capacità di scegliere del proprio destino e la voglia di ridere. Racconta Bromden di Mac: “Sa infatti  che si deve ridere delle cose dalle quali si è feriti soltanto per mantenere l’equilibrio, soltanto per impedire che il mondo ti renda pazzo furioso. […] Sa che esiste un aspetto doloroso […] ma non vuole consentire alla sofferenza di cancellare l’umorismo, non più di quanto consenta all’umorismo di cancellare la sofferenza”.
Così Qualcuno volò sul nido del cuculo è in realtà una storia sulla resistenza: c’è un eroe che combatte per la libertà e ci sono oppressori e prigionieri, battaglie vinte e perse, una guerra combattuta in trincea, strategie e un ideale per cui vale la pena di morire.
La narrazione in prima persona di Bromden ha un tono fortemente onirico: tutto è avvolto da una nebbia costante (che si dissipa via via che Mac scardina il sistema mortificante dell’ospedale) e la vita in corsia è assimilata all’ingranaggio di una gigantesca macchina ricca di cavi elettrici comandata dalla Grande Infermiera (così il ragazzo chiama Miss Ratched).  Kesey asseconda la voce febbrile del narratore con una scrittura allucinata che accelera e rallenta secondo l’esaltazione o l’avvilimento del racconto. Si alternano momenti di poesia pura e fredde descrizioni di pratiche aberranti e scene di violenza insostenibili. Le parole aggrediscono il lettore per la loro forza espressiva e anche quando sono ironiche o divertite restituiscono il colore di un’umanità dolente ed offesa in cerca un riscatto.
 

Scialbi anodini (che però funzionano)

Tuesday 5 September 2006

Sono nel pieno di quelli che un’antica maledizione cinese definisce tempi interessanti, e a dispetto di quello che può sembrare, non è una bella cosa (altrimenti l’aggetivo non verrebbe usato in una maledizione). E allora, per istinto di sopravvivenza, mi sono venuti in mente gli “scialbi anodini” di una poesia di Emily Dickinson.
 
Uno dei motivi per cui non credo molto nel potere terapeutico della letteratura – generalizzando e semplificando naturalmente – è che se si vuole star meglio con un libro, devi perdere un sacco di tempo a leggerlo. L’effetto non è immediato e nemmeno a breve termine, per provare un po’ di sollievo bisogna sciropparsi pagine su pagine e nel frattempo magari uno s’è suicidato scorticandosi a sangue con gli angoli delle edizioni in brossura rigida.
Allora, a parte i dolci alla panna e la nutella, la mia ricetta contro il malumore prevede la musica: basta selezionare il brano giusto e in tre minuti risolvi. E non sto parlando del jazz per una volta, ma di due canzoni che se cantate a squarciagola e a volume impossibile trasmettono delle scariche di adrenalina così potenti che non puoi che star meglio, anche non volendo. Almeno è così per me.

La prima è “The guns of Brixton” dei Clash:
When they kick at your front door
How you gonna come?
With your hands on your head
Or on the trigger of your gun
When the law break in
How you gonna go?
Shot down on the pavement
Or waiting on death row
You can crush us
You can bruise us
But you’ll have to answer to
Oh, the guns of Brixton
 
E’ impossibile resistere a questo reggae rivisitato in chiave rock-punk (un precursore del cross over?). Il basso che irrompe e cresce, le distorsioni delle corde e la batteria che imita i caricatori dei fucili, poi l’esplosione, come il martellare dei piedi di un plotone di energumeni incazzati pronto a spaccare tutto quello che trovano e a sparare per avere quello che vogliono. Ogni volta che l’ascolto mi passa la malinconia e partirei per l’America Latina come guerrigliera.
 
E poi “Voglia di gridare” di Daniele Silvestri
Il pezzo inizia in sordina con un tempo house in cui Daniele improvvisa un rap e poi prosegue con un riff di basso
La La Sol Si:
 
Ti è mai venuto in mente che a forza di gridare
la rabbia della gente non fa che aumentare
la forza certamente deriva dall’unione
ma il rischio è che la forza soverchi la ragione
Immagina uno slogan detto da una voce sola
è debole, ridicolo, è un uccello che non vola
ma lascia che si uniscano le voci di una folla
e allora avrai l’effetto di un aereo che decolla
 
e si passa al funky

La gente che grida parole violente
non vede, non sente, non pensa per niente
 
e poi in levare

Non mi devi giudicare male
anch’io ho tanta voglia di gridare
ma è del tuo coro che ho paura
perché lo slogan è fascista di natura
 
Liberatorio.
 
E poi si ricomincia, basso, funky e levare.
Quando applaudi in un teatro, quando preghi in una chiesa
quando canti in uno stadio oppure in una discoteca
Sei tu quello che canta, è il tuo fiato che esce
ma il suono intorno è immenso e cresce, cresce
Il numero è importante, dà peso alle parole
per questo tu ogni volta prima pensale da sole
e se ci trovi il minimo indizio di violenza
ricorda che si eleverà all’ennesima potenza.

 

I tempi dopo, continuano ad essere interessanti, ma forse sono più preparata ad affrontarli.
A ciascuno il suo, no?

Istruzioni per l’uso della vita

Sunday 3 September 2006

Come ho già detto non mi piacciono i libri che pretendono d’indicarti una strada. Quelli che vogliono mostrarti quanto sia bella la vita e come viverla. E nemmeno amo i romanzi che raccontano disgrazie o eventi tragici che poi aprono abissi di consapevolezza: mi piace pensare di saper apprezzare quello che ho finché ancora ce l’ho e non nel momento in cui lo perdo. In generale non credo nella scrittura terapeutica, tanto meno nella lettura illuminante. Però.

Un giorno qualcuno mi parla di Felice anno vecchio, di Marcelo Rubens Paiva, scrittore e giornalista brasiliano. Me ne parla per circa due anni, ne è entusiasta mentre io pur fidandomi del suo giudizio non credo che mi piacerà sapendo cosa racconta, e ci vuole tempo a trovarlo perché è un libro fuori catalogo che è complicato reperire anche nei reminders o sulle bancarelle dell’usato. Probabilmente in Italia non ha avuto lo stesso successo che ha incontrato invece nel resto del mondo: 36 edizioni e 500.000 copie solo in Brasile il primo anno di pubblicazione (1982) ed è arrivato in Italia nel 1988 per Feltrinelli con la traduzione di Anna Lamberti-Bocconi. Ma alla fine, una settimana fa lo trova e me lo regala.

E leggo la storia di un ventenne vitale e pieno di sogni che si rompe l’osso del collo imitando il tuffo di Zio Paperone nell’acqua bassa di un lago e in seguito deve confrontarsi con una sentenza peggiore(?) della morte a quell’età: la paralisi di gran parte del corpo. Marcelo, il protagonista e autore del libro, non realizza subito cosa gli è capitato, per un lungo periodo pensa che tornerà alla sua vita, a quella casa piena di gente come una comune, ai suoi studi, ai viaggi, alla musica, alle sue donne. Lentamente invece deve abituarsi alla realtà. Comincerà a cedere all’idea di dover convivere con la sua condizione, ad adattarsi, riconoscerà in ogni progresso una vittoria e nella lentezza con cui avviene ogni singolo cambiamento una sconfitta. Se la prende con Dio naturalmente e se la prende con se stesso. Ma non smette mai di raccontare. I fatti che gli accadono dopo l’incidente si intrecciano con episodi della sua vita precedente, anzi della sua vita e basta perché è sempre lui, Marcelo, anche se deve muoversi su una sedia a rotella, se gli fanno il bagno, se al cinema non può alzarsi per far passare gli altri spettatori che cercano di raggiungere i loro posti. E’ sempre la sua vita e cerca di amarla senza misticismo o rassegnazione, ma con la forza di un ragazzo di vent’anni che più dell’esistenza in se ama le cose che la riempiono. Marcelo Paiva non ha ricette per i suoi lettori. Non indulge al predicozzo da santone pret â porter. Non innalza un inno alla vita che vale la pena di essere vissuta a prescindere. Si limita a raccontare la sua storia con la freschezza e l’ingenuità di chi ha da poco superato l’adolescenza (il libro è stato scritto nel 1980 e pubblicato nell’82, quando l’autore aveva 23 anni) e deve fare i conti con qualcosa che è più grande di lui.

E allora ti dice di quando hanno portato via suo padre (il Brasile in quegli anni non è proprio un bel posto in cui vivere, c’è una dittatura), di come ha cominciato a suonare, di quella volta che ha fatto l’amore con la ragazza dei suoi sogni. La narrazione così, si sposta senza sosta dal presente al passato, con la rievocazione di ricordi ed episodi a cui si aggrappa pieno di speranza, finché scopre che il mondo di opportunità che credeva di avere davanti si è ristretto notevolmente e deve cominciare a ricostruirsi dei sogni, o a provarci almeno.

Felice anno vecchio è un libro pieno di musica e d’ironia, con l’energia del Brasile e il tocco esotico di chi ogni tanto si abbandona alla saudade. La scrittura è leggera e scivola via come una samba e il tono è seducente: ogni frase è pervasa da una sensualità che carezza e avvolge. Ci sono ormoni che gridano vendetta e istinti che si elevano a ragione, corpi che s’intrecciano anche in un letto d’ospedale, seni che si offrono, mani che palpano, bocche che si mangiano l’una l’altra. E’ la sua voglia di vivere ad essere voluttuosa ed erotica, appassionato è il modo in cui ama ogni donna (comprese sua madre e sua nonna) e la musica e il calcio e San Paolo. E allora non leggi la storia di uno che sta passando un guaio e vuole farti sentire uno schifo perché ti lamenti delle tue stupide sfighe senza pensare che c’è chi sta peggio di te. Non Marcelo. Lui ti sbatte in faccia la sua vita, com’era e com’è adesso, ti fa ridere, indignare, illanguidire e alla fine ti strazia perché non sa cosa l’aspetta e qualunque cosa sia non è sicuro che gli piacerà.  Sa solo che è difficile guardare avanti quando quello che si vuole è nel passato e allora non gli resta che augurarsi: felice anno vecchio. 

Cose da blogger

Friday 1 September 2006

Ogni tanto mi ricordo che c’ho un blog e devo fare le cose da blog. Così partecipo anche io ai Macchianera Blog Awards e per l’occasione indosso il mio vestito da sera Japanese Style. Nell’attesa che su Macchianera si decidano ad accettare il commento con le segnalazioni, metto qui le mie nominations 

 

Miglior blog letterario                       http://licenziamentodelpoeta.splinder.com

Miglior blog collettivo                       http://fantasticiquattro.blogspot.com

Miglior blog andato a puttane            http://blogdiscount.org 

Cattivo più temibile della blogosfera    http://artifiziale.splinder.com

Miglior blog giornalistico                    http://blog.repubblica.it/rblog/page/MCrosetti

Miglior podcast                               “Vado al massimo” di http://azioneparallela.splinder.com

Migliore blog umoristico                    http://culodritto.splinder.com 

Miglior blog politico                          http://www.insolitacommedia.it 

Miglior blog rivelazione                     http://proesie.splinder.com

Miglior photoblog                            http://www.flickr.com/photos/moto Migliore blog cinematografico               http://cinecitta.splinder.com 

Blogger dell’anno                            http://eiochemipensavo.diludovico.it


E poi una nominations per questo: http://cadavrexquis.typepad.com/cadavrexquis ma non so in che categoria inserirlo, fate vobis.

Visto che ci sono ringrazio chi ha votato me. Mera captatio benevolentiae.