Archivio di October 2006

Con le parole di Faulkner

Tuesday 31 October 2006

Adelphi ha ridato alle stampe un’opera straordinaria da tempo assente dalle librerie italiane: Santuario di William Faulkner. Un romanzo potente, dolente, gotico a tratti, modernista. Un poliziesco, se proprio vogliamo ricondurlo ad una categoria. Addirittura André Malraux scrisse di Santuario: “è l’irruzione della tragedia greca nel romanzo poliziesco”.
 
Tempo fa raccogliendo materiale che mi serviva per recensirlo, mi sono imbattuta in un’intervista rilasciata da Faulkner nel 1956 a Jean Stein (
qui il testo integrale).Alcuni estratti mi sembrano illuminanti:
 
JS: Che giudizio ha di se stesso come scrittore?
WF: Se io non fossi esistito, qualcun altro avrebbe scritto quello che ho scritto io, quello che hanno scritto Hemingway e
Dostoevskij e tutti gli altri.
JS: Allora la mancanza di sicurezza, felicità, onore, potrebbe essere un fattore importante nella creatività di un artista?
WF: No. Questi fattori sono importanti solo perla sua pace e il suo appagamento, e l’arte non ha niente a che vedere con la pace e l’appagamento.
 
JS: E allora quale dovrebbe essere l’ambiente ideale per un artista?
WF: L’arte non ha niente a che vedere nemmeno con l’ambiente; il posto in cui ci si trova non ha nessuna importanza. Se si riferisce a me, il miglior lavoro che mi sia mai stato offerto è stato quello di proprietario di un bordello. 
 

JS: Esiste una formula da seguire per diventare un buon romanziere?
WF: Novantanove per cento talento… novantanove per cento disciplina… novantanove per cento lavoro. Non devi mai essere soddisfatto di quello che fai: potresti sempre farlo meglio. Devi sempre sognare e mirare più in alto di quanto sai di poter fare. Non devi preoccuparti solo di essere migliore dei tuoi contemporanei o dei tuoi predecessori. Cerca di essere migliore di te stesso. L’artista è una creatura guidata dai demoni. Non sa perché questi scelgano proprio lui, e di solito è troppo occupato per chiederselo. È completamente amorale, per cui non esiterà a rapinare, prendere in prestito, elemosinare o rubare da tutto e da tutti, pur di portare a termine la sua opera.

Il venerdi del villaggio

Saturday 28 October 2006

“Io non so come il mondo mi vedrà un giorno. Per quanto mi riguarda, mi sembra di essere un ragazzo che gioca sulla spiaggia e trova di tanto in tanto una pietra o una conchiglia, più belli del solito, mentre il grande oceano della verità resta sconosciuto davanti a me.”

Le parole di Newton, ispirate ad un sano understatement intellettuale mi sembrano illuminanti e molto in tono con i discorsi di questi giorni, soprattutto se si consideriamo che sono state scritte nei Principia, il testo in cui lo scienziato formula le quattro regole metodologiche dalle quali la scienza autentica non può prescindere. La frase l’ho trovata in epigrafe ai Simulanti, l’ultimo romanzo di Alfred Bester, scovato in un chioschetto di libri usati nei pressi di Piazza della Repubblica proprio ieri sera. Il bugigattolo, gestito da un tipo in gamba che pare sapere tutto di letteratura e cinema e che ne parla appassionatamente, cela tra i suoi scaffali tesori e rarità.

Lasciati a malincuore libri e chiacchiere ho visto al Cinema Moderno – in una sala con il tetto affrescato – “The departed” di Martin Scorsese. Mi è parso un gran film, anche se il cinema non è il mio campo. Ma alla fine, infuriata con sceneggiatore e regista e con Davide che approvava ammirato ed estasiato l’epilogo della vicenda, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto scrisse una volta Edmund Wilson a Francis Scott Fitzgerald: “la gente ama il lieto fine”. E io più di altri evidentemente.

Una volta a casa mi sono consolata leggendo Ginger man di J. P. Donleavy, appena pubblicato da Neri Pozza per l’efficace traduzione di Massimo Ortelio: un libro scandaloso e irriverente – tanto che in Italia è stato tradotto per la prima volta da Luciano Bianciardi per Feltrinelli in una versione censurata – e con un protagonista talmente esplosivo, meschino, romantico, egocentrico e oltraggioso da essere adorabile e consegnare il suo autore, alla sua prima prova, alla storia della letteratura mondiale. Donleavy scrive le avventure di Sebastian Dangerfield, uno studente americano bloccato a Dublino, alternando prima e terza persona: le voci si confondono, discorso indiretto e dialoghi sono confusi nel testo, la punteggiatura sovverte ogni regola e segue l’impeto dei sentimenti, mentre la lingua si modifica in continuazione per sostenere la prosa vibrante dell’autore che dalle vette del lirismo più commovente s’inabissa nella crudezza della volgarità dei bassifondi e della degradazione cui può giungere l’uomo, se disperato o in preda ad ira funesta.  

Ecco un saggio di questa scrittura virulenta e potente di cui riparleremo naturalmente:

… E strofinò la pelle contro quella di lui. E scivolò con il corpo nel suo e disse che era pronta e che in qualche modo l’aveva sempre saputo, ogni giorno mentre aspettava il tram, col freddo, insopportabile, da sola, affamata d’amore per settimane, il corpo bagnato, per Sebastian, e stanotte tutto il vapore della lavanderia mi è uscito dal cuore, sono pronta, il mio ventre trabocca. Cara Chris, l’amore dilaga davvero dalle tue labbra scure! Ascolta, il canto gregoriano che arriva dal fondo della strada, dalla cattedrale di St Patrick. Non è lontano da qui. Con la lingua piegata lei gli soffiò un alito umido nell’orecchio. Il tuo fiato caldo è come la brezza sensuale di un pomeriggio d’estate a Westchester, in America. In Pondfield Road sdraiato supino ad ascoltare musca che entrava nella finestra dal cortile. Ero giovane e solo, allora. Hai freddo Sebastian, muoviti piano, più piano, ti sento tutto sai, ma non lascerò che tu venga come un sole al tramonto, con il mio corpo di femmina che palpita stillando latte dorato. Guarda gli olivi e i fiumi, mille Sebastian mille, ti sento e ti prendo e spingo, sento il tuo cuore che pompa, cara Chris, perché il tuo collo preme sul mio braccio. Ascolta le campane di Cristo…

 

 

Come il cacio sui maccheroni

Tuesday 24 October 2006

Siccome il caso non è acqua e il caos non è da meno, oggi le coincidenze hanno giocato a rimpiattino e sono accadute cose due cose che hanno vaghi legami con quanto si è discusso in questi giorni da queste parti.

Sul numero di “Stilos” da oggi in edicola ci sono tre pagine intere dedicate alla critica letteraria e in particolare alla questione delle stroncature: si dibatte se il critico a cui non è piaciuto un libro debba stroncarlo o semplicemente ignorarlo. Lo spunto, per un argomento come questo da sempre attuale nella critica letteraria, viene dal volume Sul banco dei cattivi, una raccolta di quattro saggi scritti da alcuni tra i più noti critici italiani che stroncano alcuni scrittori di successo. Ho letto quasi tutto il libro in libreria e molto ne sapevo ancora prima che venisse pubblicato, per cui ho un’idea precisa sull’operazione ma non mi dilungo su questo adesso perché fuorviante. In generale però non mi ha appassionato e soprattutto non mi ha convinto della sua utilità.

Tornando a “Stilos”, tra tutti gli interventi raccolti quello che mi ha trovato più concorde è stato – incredibilmente, visto che non condivido mai nemmeno una virgola di ciò che scrive – quello di Andrea Cortellessa che sostiene: “Io mi sono dato una regola: stroncare non ciò che è inutile o sopravvalutato ­… ma solo ciò che considero dannoso” (e naturalmente dopo cita come esempio da stroncare solo in alcune occasioni, Alessandro Baricco, i cui libri sembrano la migliore palestra con cui un critico possa allenarsi. Tanto che ai raduni di critici letterari secondo me sarebbe il caso di istituire il torneo annuale di “Tiro al Baricco”).

Il discorso di Cortellessa mi convince e lo condivido da sempre: un libro inutile, sciapo, privo di vigore o interesse va passato sotto silenzio perché ininfluente, non si può segnalarlo ai lettori e non ha senso stroncarlo perché sarebbe una perdita di tempo e un’azione inutile verso un’opera senza futuro e senza seguito. Un critico deve occuparsi – con un’accezione negativa – di tutto ciò che è dannoso, di quei libri che portano avanti istanze sbagliate, tendenze pericolose o che possano fungere da modelli fuorvianti. Il critico è come un mietitore che deve separare il grano dal loglio ma non si cura delle piccole impurità che verrano spazzate via dal vento o dalla lavorazione successiva.

E dopo questa metafora campestre della quale so già che mi pentirò amaramente passiamo all’altro evento (si fa per dire)  di oggi.

La Marcosymarcos mi ha gentilmente inviato una copia di Tagliando i capelli, una raccolta di racconti di Ring Lardner, grande scrittore americano, amato dal Giovane Holden e stimato da Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway e Edmund Wilson per citare solo alcuni dei suoi sostenitori. Su Lardner, che è considerato anche uno dei fondatori del giornalismo americano moderno, ci torno anche perché devo recensirlo per bene, adesso però mi preme parlare della sua scrittura.

Lardner non volle mai parlare si se stesso come di uno “scrittore”, continuò a definirsi per tutta la vita un “newspaper man”, uomo della stampa, giornalista. Non si è mai voluto cimentare con un romanzo, ha continuato a scrivere racconti e bozzetti per riviste e giornali e raccolte di novelle, cercando di mantenere un profilo basso che celava però un grande talento. Lardner scrive come la gente parla. Più esattamente come parlavano gli americani agli inizi del ‘900. Ne prende il gergo, le espressioni locali, i tic linguistici, i birignao, le frivolezze e le ostentazioni e ci costruisce su storie divertenti e ironiche, leggere ma potenti come una palla da baseball nell’aria. D’altronde una delle sue raccolte di racconti più famosa è You know me Al del 1916, in cui racconta le peripezie di Jack Keefe, un giocatore di baseball semiprofessionista.

Lardner ignora tutte le regole grammaticali e sintattiche della sua lingua (onore al merito a Daniele Benati che ha saputo rendere magnificamente in italiano, tutto l’estro di una penna così ribelle) e gioca con la costruzione delle frasi e la punteggiatura. I suoi personaggi sono caratterizzati dalle parole che usano, dal mondo di pronunciarle e di disporle in un discorso, dalle ripetizioni. Parlano a ruota libera, si sovrappongono: è il trionfo della parola. Sono racconti scritti e costruiti – e qui sta la grandezza, nella capacità di dissimulare dietro l’apparente semplicità, un gran lavoro di cesello e di ricerca sulla comunicazione orale – per essere letti a voce alta e sorbirli tutti d’un fiato. E allora tra uno strafalcione e una scorrettezza grammaticale, tra un termine improprio e un tormentone ripetuto ad libitum (come lo “you know me Al” di Jack Keef), tra gli slogan dei cronisti sportivi e il sensazionalismo dei giornalisti, Lardner costruisce un’umanità variegata e frenetica che parlandosi addosso racconta tutta l’America del tempo. 

 

Cronache dalla provincia profonda

Sunday 22 October 2006

Per una serata un piccolo paese in provincia di Latina diventa il centro del mondo (letterario) e tutti i discorsi triti e ritriti, evidentemente mai abbastanza sviscerati, sulla letteratura divampano come fuochi fatui. Andiamo con ordine.

Un’associazione culturale – Il gruppo Spleen – ha bandito un concorso letterario dal titolo “Labirinti urbani” che voleva “dar voce alle città facendole parlare attraverso i racconti degli abitanti”. Al concorso potevano essere iscritti “racconti di massimo quindicimila battute spazi inclusi”, che avessero come tema “la città, labirinti urbani e labirinti umani”.
Hanno partecipato esordienti della provincia pontina (e non solo), molti dei quali – ma questo si scopre dopo il verdetto visto che i testi sono stati presentati alla giuria in forma anonima, fanno capo ad un’altra associazione – l’
anonimascrittori – il cui esponente più noto è lo scrittore Antonio Pennacchi, che non ha partecipato al concorso.
La premiazione prevedeva l’assegnazione ai primi 5 classificati di buoni spesa in libri presso la libreria Voland, del mio libraio di fiducia.
La giuria – di cui io non ho fatto parte, sebbene abbia letto tutti i testi in concorso – esamina i testi e li trova tremendi: non solo privi di qualsiasi dignità letteraria ma addirittura sgrammaticati e scritti in un italiano approssimato e illeggibile. Inoltre la maggior parte sono anche fuori tema.
Leggere per credere.
Si decide allora di non assegnare il primo premio.

Divagando dalla nuda cronaca dei fatti, vorrei sottolineare come questi pseudo-racconti siano emblematici della maggior parte dei testi che partecipano a concorsi letterari, che vengono inviati alle riviste o ai gruppi che si offrono di commentare le opere prime e a quelli che vengono diffusi sul web (e a me tocca leggerne parecchi purtroppo).
I testi di aspiranti scrittori, presentano spesso problemi linguistici, grammaticali, sintattici. La gran parte sono afflitti da abuso di metafore, da prestiti dialettali discutibili o da un uso incosciente e nefasto di espressioni gergali, da imitazioni sconnesse del flusso di coscienza di Joyce o dalla violenza espressiva di Céline o Selby Jr. e da un insostenibile eccesso descrittivo. Il discorso è sempre il solito: spesso si scrive perché si vuol dire qualcosa e non perché si ha qualcosa da dire. Molti scrivono per soddisfare la propria vanità e non perché abbiano effettivamente i mezzi per farlo. Perlopiù si scrive perché si attribuisce al proprio mondo interiore un valore o un interesse che nemmeno Freud gli riconoscerebbe. E soprattutto si scrive senza alcuno spirito autocritico.

Premesso ciò, appare chiaro perché si sia scatenata la rissa – metaforicamente parlando, quasi – di fronte alla decisione della giuria di non assegnare il primo premio sottolineando come nessuno dei testi fosse veramente valido e indicando i gravi problemi del materiale inviato.
Invito alla lettura dei messaggi sul forum dell’anonimascrittori
per avere un’idea delle reazioni seguite alla serata di premiazione.
Naturalmente nessuno l’ha presa bene, pochi alla fine hanno fatto autocritica (onore al merito!), molti si sono lanciati in attacchi personali e insulti ai giurati.
Ma tutto questo non è fondamentale.

Ciò che mi ha veramente colpito è stata un’affermazione di Pennacchi, presente alla serata e sul forum, che scagliandosi contro la decisione della giuria e rivolgendosi direttamente ai suoi protetti afferma: alla giuria “non gliene è fregato niente della ‘rappresentazione’, dei sentimenti e delle emozioni dei vostri testi”.
Le parole di Pennacchi fanno il paio con un’altra affermazione di uno dei membri dell’anonimascrittori riguardo i criteri minimi per la partecipazione al concorso e quelli per una corretta valutazione: “il fatto è che dipende dal PERCHE’ viene fatto un concorso, almeno secondo me. C’è la questione della qualità, certo, ma ci sono anche altre questioni.”

Adesso io mi domando: perché in un concorso letterario – ma lo stesso si può dire per l’editor (o un lettore) di una casa editrice che legge un dattiloscritto che chiede si propone per la pubblicazione o un lettore/acquirente che entra in libreria per spendere i suoi soldi – la giuria si dovrebbe preoccupare delle emozioni degli autori dei testi in concorso quando quel testo è mal scritto, noioso, incomprensibile e pure fuori tema? Le emozioni di per sé sono letterarie? I sentimenti si raccontano da soli?
E poi: se non è la qualità a fungere da discriminante in un concorso, cos’è allora che conta?

Ultimo punto discusso sia nel corso della premiazione che sul solito forum: la scrittura sul web. Alcuni sostenevano che la giuria avesse bocciato implicitamente tutti i testi partecipanti perché non ha tenuto conto delle modalità della scrittura da web, come se per scrivere per la rete o sulla rete valessero regole diverse dalla scrittura proveniente da altri mezzi espressivi o con altri strumenti e soprattutto come se per la scrittura sul web non fosse richiesta la qualità.
Ma in particolare io mi chiedo: cos’è la scrittura sul web?
E poi: si ha chiara la distinzione tra letteratura e scrittura?
E tra autore e scrittore?

Mi viene in mente l’acida battuta che il poeta Matthew Prior ha dedicato ad un suo rivale: ”tenetelo lontano da carta, penna e inchiostro; così potrà smettere di scrivere e imparerà a pensare”.

Not the right stuff

Tuesday 17 October 2006

Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…
Sono intorno a me ma non parlano con me… Sono come me ma si sentono meglio…

 

Tutti conosciamo almeno un Radical Scioc. Lui e lui ce li raccontano così.

Un applauso per Dario

Monday 16 October 2006

Per questo. E per altro che riguarda me e questo blog, non essendo espertissima della materia.

E visto che ci sono grazie anche a lui che ha sistemato la gran parte degli optional che si vedono qui e anche a lui che ci voleva provare, ma per problemi tecnici non ne ha avuto modo.

Le idee a volte vagano nell’aria: 1, 2, 3, 4

 

Lover man II

Tuesday 10 October 2006

Jaime Bayly, presentatore televisivo prima a Lima e poi a Miami, brillante giornalista e scrittore molto amato nel mondo, è uno degli esponenti di spicco del nuovo corso della letteratura sudamericana (con Mario Mendoza, Roberto Bolaño e il suo maestro Mario Vargas Llosa, almeno negli ultimi anni) che ha rifiutato il realismo magico e il mito della terra del bon savage in cui realizzare le vecchie utopie di stampo europeo, per raccontare finalmente la modernità e recuperare l’aspetto più caratteristico dell’America Latina: il mestizaje, l’ibridismo, la mistura di popoli e culture. Con i suoi nove romanzi – l’esordio avviene nel 1994 con No se lo digas a nadie (Non dirlo a nessuno, Sellerio 2003) – Bayly racconta la borghesia ricca e bigotta della capitale peruviana, pronta a colpire chiunque si mostri diverso e abbia il coraggio di vivere la propria vita sfidando le convenzioni, ma soprattutto traccia un percorso profondamente personale in cui segue i suoi personaggi, tutti connotati da esperienze autobiografiche, nella scoperta e soprattutto nell’accettazione della propria sessualità. Nell’ultimo libro dal bellissimo titolo L’uragano ha il tuo nome (El huracán lleva tu nombre, 2004), Bayly conclude il ciclo iniziato dieci anni prima e racconta la storia di Gabriel Barrios, giovane conduttore televisivo, con aspirazioni letterarie, fortemente diviso tra i condizionamenti che gli vengono dalla società omofoba e razzista in cui è cresciuto e il desiderio di vivere apertamente la proprio omosessualità. A complicare le cose arriva come un uragano l’amore tenero e sconvolgente per la bellissima Sofia, che definisce “una droga buona che mi fa ridere”, e gli offre una vita lontana da quella Lima opprimente e polverosa che odia tanto e la prospettiva di ricominciare negli Stati Uniti, di abbandonare il lavoro in televisione che lo degrada e lo umilia, di iniziare a pensare seriamente alla sua carriera di scrittore. Gabriel decide di partire con lei, ma lentamente si accorge che pur amandola, la loro vita insieme sarebbe una menzogna, significherebbe continuare a fingere e reprimere i suoi veri desideri, accettando di soccombere alla stessa asfittica ipocrisia che lo spinge a fuggire da Lima. Così il romanzo descrive la profonda crisi del protagonista costantemente in bilico tra emozioni distinte e contrapposte, in preda allo smarrimento di chi è in cerca della propria identità e che è destinato a perdersi prima di ritrovarsi. Tra Lima, Miami e Washington, passando per Madrid e Parigi, Gabriel compie anche un lungo viaggio dentro se stesso per scoprirsi di volta in volta egoista, infantile, fragile, ambizioso. Nemmeno l’amore può imporsi sulla volontà e gli istinti più profondi e soprattutto mai può cambiare la natura di chi ne è oggetto, sembra sostenere il libro. Anche se poi la tesi verrà smentita dalla nascita di una bimba che dice Gabriel “mi educherà all’amore”. La narrazione tutta in prima persona, segue il flusso di pensieri di Gabriel e i pochi dialoghi sono riportati in corsivo e diluiti nel testo. Il lettore ha così la sensazione di entrare direttamente nella coscienza del giovane, crudelmente esposta ed esibita sulla pagina. La scrittura quasi febbrile restituisce un senso di urgenza, il dissidio interiore del protagonista, la sua corsa disperata verso qualcosa, il bisogno di riconoscersi e di appropriarsi della propria identità. E se a volte è il fastidio a dominare la lettura, un sentimento di rivolta per la costante indecisione di Gabriel, per la sua incapacità di mettersi seriamente in gioco, per l’estenuante rincorrersi di pentimenti e rimorsi e per l’eccesso di ripetizioni, alla fine è chiaro che l’intento di Bayly è proprio quello di non nascondere nulla del suo protagonista, di far partecipare il lettore del suo dramma, perché possa comprenderlo e giungere con lui alle sue stesse conclusioni, riassunte in una frase (in epigrafe al libro) di Roberto Bolaño: “L’amore non porta mai niente di buono. L’amore porta sempre qualcosa di meglio”. L’uragano ha il tuo nome però è anche un atto d’amore verso la letteratura e un’implicita dichiarazione programmatica da parte di Bayly che sembra sostenere che scrivere è una terapia, un modo per esorcizzare i propri fantasmi, uno strumento per entrare in contatto con il proprio io più profondo e conoscersi per poter vivere più consapevolmente la propria esistenza. Fa dire a Gabriel parlando del suo romanzo: “Lì posso essere tutto quello che loro hanno soffocato con quel misto così nocivo di omofobia e zelo religioso”. Che Bayly abbia ragione o meno non ha importanza, è il suo modo d’intendere la letteratura e per lui funziona a meraviglia.

Jaime Bayly, L’ uragano ha il tuo nome, trad. it. Angelo Morino e Antonio Torsello, 532 p., 16 €, Sellerio di Giorgianni, 2006

Su Stilos in edicola da oggi.

Benvenuta a me!

Sunday 8 October 2006

Eccoci qui, mi piace la casa nuova. Il resto resterà più o meno uguale. E anche la vecchia resterà dov’è.

Saluti ai miei condomini, grazie al padrone del palazzo e al mio vicino più vicino.

 

 

Un voto per la CDL

Sunday 8 October 2006

E’ ora di cambiare, basta con quest’irresponsabilità! Bisogna finirla con l’anarchia. Uno vuole la libertà di parola? Bene, se la prenda pure. Ma poi deve dare conto di quello che dice o scrive.
Per questo siamo lieti di presentare la campagna “Un voto per la CDL”: il nuovo corso del blog.

La CDL è la Commissione di Lettura, un organo indipendente che prenderà visione dei contenuti di questo blog ed esprimerà un voto sui libri che vengono presentati o recensiti. Attenzione: il voto è sul libro e non sul pezzo che ne parla, non siamo mica così liberali da esporci a palesi contestazioni. E sia chiaro nessuno verrà risarcito se ritiene incauto l’acquisto del libro commentato: poteva non fidarsi!
Il giudizio è assolutamente insindacabile e al momento totalmente anonimo perché per ora la commissione si compone di un solo membro: il Presidente, persona degna di stima, bibliofilo, cinefilo, musicologo il cui voto vale doppio a prescindere e che vuole lavorare nell’ombra per essere libero da pressioni e concentrarsi sul ruolo scomodo che ha scelto di ricoprire.
Ogni volta che il presidente leggerà uno dei libri citati, il post relativo verrà aggiornato con la votazione ed eventualmente con una breve motivazione. Il meccanismo di voto è retroattivo per cui verranno aggiornati anche i post precedenti.
Chi volesse far parte della CDL lasci pure un commento, mandi un’email, un piccione viaggiatore, un messaggio in bottiglia e verrà sottoposto ad un test di selezione, tenendo presente però che gli altri membri alla commissione non potranno essere anonimi. Per rendere tutto il più trasparente possibile, eccovi le domande del rigoroso test:

1) Quanto ti piace questo blog? Esprimi il tuo voto con una preferenza dal 7 al 10.

2) Qual è il più bel libro di formazione scritto da un americano tra il 1950 e il 1952?

3) Sei disposto/a a regalarmi la tua copia di un libro introvabile qualora lo volessi ardentemente?

 

Dichiaro aperto il televoto! O quello che è.

Siamo tutti malmostosi. Ma anche no

Friday 6 October 2006

Brekane, con grande presenza di spirito mi pare, ha cambiato il sottotitolo del suo blog da “Un blog che fa tristezza” in: “Un blog che fa tristezza. Un diario neanche dei migliori”, riprendendo quanto scritto da me in calce alla descrizione del suo testo per il GP07:   

Brèkane è il diario (più o meno sconnesso) di uno studente di lettere alle prese con: una tesi immensa sui poeti italiani del primo novecento, un relatore coi contorni del guru/santone, esami di dottorato, una madre impegnativa, una serie di amici inquieti e in fregola.

(Il ragazzo ha dei dubbi, glieli tolgo volentieri: è un diario senza se e senza ma, e nemmeno dei migliori)”   

Mi pare una notevole dimostrazione d’ironia a cui faccio tanto di cappello.