Archivio di November 2006

Cupio dissolvi

Sunday 26 November 2006

In Sheppey, la sua ultima commedia, William Somerset Maugham (prima di Roberto Vecchioni) riprende una vecchia leggenda mediorientale e svela che noi tutti abbiamo un appuntamento a Samarra:
 
“C’era a Bagdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per fare provviste. E il servo ritornò ben presto, pallido e tremante, e disse: «Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la morte ad urtarmi. Mi guardò e mi fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo ed io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la morte non potrà trovarmi.» Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse fra la folla. «Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?» mi chiese avvicinandosi. «Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa» risposi. «Fui stupita di vederlo a Bagdad poiché avevo un appuntamento col lui questa notte a Samarra.»”
 
 
Samarra (da non confondere con Samara che si trova in Russia) non è un brutto posto per morire. (Peraltro se uno ci va adesso, con tutto quello che affligge l’Iraq, ci sono molte possibilità che l’appuntamento dia i suoi frutti).

   
 
Partendo proprio dal racconto di Maugham, John O’Hara, giovane reporter squattrinato, inizia un romanzo e ne invia i primi capitoli a tre editori accompagnandoli con una breve descrizione della sua precaria esistenza: una camera ammobiliata con un letto che fa anche da scrivania  e una cronica mancanza di denaro che gli impedisce di poter continuare a scrivere. Uno degli editori intuendo la qualità della storia e della scrittura gli invia un assegno e il romanzo viene pubblicato nel 1934 col titolo di Appointment in Samarra.
Nasce così un classico della letteratura americana: recentemente la “Modern Library” lo ha incluso nella lista dei cento migliori libri in lingua inglese del ventesimo secolo e il “Time” lo ha annoverato fra i cento migliori romanzi in lingua inglese di tutti i tempi.
Appuntamento a Samarra racconta gli ultimi tre giorni di vita del giovane Julian English, brillante rappresentante di una generazione attiva e ambiziosa, cresciuto nella provincia americana degli anni ’30 e totalmente assorbito dai riti della vita cittadina, tra ricevimenti e gite all’aperto, rapporti di buon vicinato, ipocrisia da circolo privato e rapporti clientelari opprimenti come la stretta di un cobra.
Julian dirige un’azienda che ha creato dal nulla, è sposato con la bella Caroline che lo ama ma lo vorrebbe meno insofferente alla mediocrità del loro ambiente, è adorato dalla madre e stimato con riserva dal padre che lo considera una testa calda, ma soprattutto è uno dei personaggi più in vista della comunità cui appartiene: sempre invitato alle feste, amico di tutti, in affari con molti.
Una vita tranquilla, così tranquilla sa sembrare anestetizzata e resistere alla morale da quattro soldi che domina l’esistenza sempre uguale di Gibbsville – la cittadina immaginaria dove si svolge la vicenda – non è semplice, soprattutto quando l’alcool rende più sinceri e meno accorti. E una sera Julian esplode, si ribella al conformismo, all’opportunismo, alle convenzioni e scaglia in faccia a Harry Reilly, altro notabile del suo gruppo, una bibita ghiacciata, obbedendo ad un gesto improvviso ma non inaspettato, visto che il tipo gli sta antipatico e a fatica lo ha tollerato sino ad allora.
E’ l’inizio della fine, Julian si è suicidato socialmente ancora prima di morire davvero.
Svelare il finale della storia non è una cattiveria da parte mia perché sin dalle prime pagine Appuntamento a Samarra si denuncia come la descrizione della lunga e inesorabile marcia di Julian verso la morte. La scelta stessa del titolo, che nell’introduzione alla prima edizione del romanzo, O’Hara svela non essere piaciuto a nessuno (da Dorothy Parker al suo editore), serve a rendere l’idea dell’inevitabilità della morte del protagonista.
Perché è diventato un reietto, un paria, ha violato le regole, non è stato al gioco e quindi deve morire. La cosa straordinaria è che Julian fa tutto da solo. Le catene del conformismo sono così serrate attorno a lui e dentro di lui, che comincia a vedere nemici e complotti ovunque. Il suo gesto ha sconvolto l’intera Gibbsville, ma se Julian avesse dimostrato un minimo di pentimento sarebbe stato riaccolto a braccia aperte in seno alla comunità. Lo stesso Reilly non ha dato eccessivo peso all’episodio, in fondo Julian è giovane e poi quando beve non è più se stesso. Ma Caroline comincia a pressarlo, i suoi genitori sono preoccupati, la gente gli chiede cosa mai gli sia successo e lui lascia fluire tutto il malessere accumulato nel corso di un’intera esistenza, lascia che l’angoscia e la rabbia lo posseggano e inanella una serie di stupidaggini dopo l’altra, fino a farsi lasciare dalla moglie ed espellere dal club di cui è socio, cosa gli resta da fare alla fine se non morire per liberarsi da tutto e tutti? O forse solo per scappare?
Il ritmo della storia è inesorabile, pagina dopo pagina Julian manifesta un insano desiderio di morte, ogni suo gesto, ogni sua parola è un colpo inferto alla sua posizione sociale, al suo matrimonio e alla sua stessa vita. E’ la messa in scena della deliberata discesa agli inferi di un uomo che non può più accettare di vivere secondo regole che non riconosce e a ogni passo sprofonda sempre più nell’abisso.
 
Con Appuntamento a Samarra O’Hara viene celebrato come il cantore della provincia americana degli anni ’30, proprio come Fitzgerald, che l’ammirava, era il creatore dell’età del jazz. Entrambi denunciano un malessere, la solitudine e il dolore dell’esistenza e allo stesso modo i loro romanzi parlano (a dieci anni di distanza l’uno dall’altro) di una generazione sbandata, senza scopi, priva di veri ideali per cui combattere.
Ciò che li divide però è lo stile: O’Hara ricorre ad una scrittura ruvida secca, decisa, basata sul dialogo e senza concessioni ai compiacimenti letterari, tipica dell’hard blod fiction in cui eccelleva Hemingway. Non solo non c’è sentimentalismo nelle sue pagine, nessuna tensione ideale al bello scrivere, ma si assiste a una insolita (per l’epoca) crudezza espressiva, per cui ad esempio si parla di sesso con una scioccante franchezza.
La mera cronaca dei fatti rende il ritratto della vita della provincia americana in Appuntamento a Samarra tremendamente spietato: viene fuori una piccola borghesia gretta, meschina, chiusa nelle proprie tradizioni e poca disposta ad accettare l’anticonformismo o una visione diversa dell’esistenza: a Gibbsville “un party è una cosa talmente importante da assumere l’aspetto di un vero affare di stato”. Contano i soldi e le apparenze, bisogna rispettare le regole e non sgarrare, mai tradire il gruppo a cui si appartiene, mai cercare di uscirne e soprattutto non alterarne gli equilibri. Tutti assistono all’autodistruzione di Julian e nessuno muove un dito, dentro di loro probabilmente pensano che se la sia cercata e che la sua morte possa essere l’unica soluzione accettabile perché le cose tornino com’erano prima.
E O’Hara conosceva bene quell’universo: Ernest Hemingway – che pure non gli risparmiò critiche e frecciate per la sua arroganza (e non a torto probabilmente, se pensiamo che la sua biografia curata da Geoffrey Wolff s’intitola The Art of Burning Bridges, ossia “L’arte di bruciarsi i ponti alle spalle”)  – scrisse del romanzo, “se volete leggere un libro scritto da un autore che sa esattamente di cosa sta parlando e ne parla meravigliosamente bene, leggete Appuntamento a Samarra”.
Gibbsville infatti è in realtà Pottsville, la città in cui è nato lo scrittore e Julian è un po’ il suo alter ego (come lo sarà successivamente Jim Malloy protagonista di parecchi suoi racconti e romanzi in cui scappa dalla provincia asfittica per cercare fama e successo nelle metropoli).
Accanto alla denuncia delle aberrazioni sociali della vita in provincia, che palesemente O’Hara considera come un’anticamera della morte, il romanzo è anche una lunga riflessione sull’alcool come unico rimedio alla solitudine e ai problemi esistenziali e sugli effetti della dipendenza psicologica. Per questo O’Hara è considerato uno dei maggiori esponenti dell’Hangover generation, di quella corrente letteraria americana che nei suoi romanzi parlava del malessere tipico di chi ha appena superato una sbornia, scegliendo come protagonisti uomini pieni di whisky dediti all’autodistruzione e al fallimento.
Questa tendenza è perfettamente rappresentata in un’altra opera importante di O’Hara, Prediche e acqua minerale, il cui titolo deriva da due versi di una poesia di George Lord Byron: “Si abbiano vino e donne, riso e giubilo / Prediche e acqua minerale l’indomani”.
Ma in Prediche e acqua minerale forse O’Hara era più ottimista di quanto lo fosse al tempo di Appuntamento a Samarra e non concede a Julian nessuna predica, né acqua e tanto meno un domani: ha un appuntamento con il destino a cui non può mancare.

4 x 7

Sunday 19 November 2006

Settimana piena di lavoro, impegni, affanni e libri, perché leggere se non altro è un modo comodo d’impiegare il tempo quando se ne ha poco. Se come passione avessi il tennis non potrei in nessun modo praticarlo, un libro si legge pure in metro tra uno spostamento e l’altro.
Pare una pubblicità progresso. Tant’è.
 
Comunque, il primo romanzo è Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist (Marsilio):
 
Tutti i bambini un po’ scafati lo sanno: non bisogna mai accordare a qualcuno che non si conosce il permesso di entrare a casa: potrebbe trattarsi di un vampiro.
I cugini di Dracula infatti non possono accedere ai luoghi dove non siano stati espressamente invitati e il titolo del best seller svedese (opera prima) di John Ajvide Lindqvist, Lasciami entrare, deriva proprio da questa leggenda.
E’ la storia di un’amicizia tra un ragazzino solitario e problematico e un vampiro asessuato e dodicenne condannato per l’eternità a nutrirsi di sangue umano. Ma il permesso di entrare del titolo è anche una richiesta di apertura al mondo, per lasciare che accada qualcosa, che qualcosa cambi. I personaggi di questo romanzo, ognuno con una propria storia che s’incrocia alle altre lungo una raccapricciante scia di sangue, sono individui emarginati, soli, incompresi, che nemmeno cercano più un riscatto, ma solo la vendetta o l’oblio.

In Lasciami entrare però i mostri non sono solo quelli che succhiano il sangue, ma gli adulti egoisti che non ascoltano i bambini, quelli che cercano nell’alcool una scappatoia, quelli che i bambini li amano troppo, di un amore malato che gli ruba l’infanzia, e persino ragazzini pieni di odio che non vedono l’ora di prendersela con chi è diverso e più debole di loro.
Le atmosfere orrorifiche dei classici del genere inglesi o tedeschi si mescolano ad una morbosità tutta moderna, in cui la paura ha radici in comune con le pulsioni sessuali in un mix che farebbe la felicità di Freud, e a una tenerezza mai esibita che riscatta lo squallore e l’abiezione che regnano in tutta la storia.

Originale è la scelta dell’autore di presentare i vampiri nella loro vita quotidiana, fuori da luoghi comuni o superstizioni: se i vampiri esistessero vivrebbero probabilmente nel modo descritto da Lindqvist.


Nello stesso invio da parte della Marsilio c’era anche Bungee Jumping di Gero Giglio: la storia di due ragazzini che cercano insieme la libertà da un mondo che ha rubato loro l’infanzia ma non tutti i sogni e cercano un riscatto allo squallore delle loro vite fuggendo e lanciandosi in un volo liberatorio alla fine del quale, toccando terra cercheranno di ricominciare.

Il romanzo di Giglio ha alcuni tratti in comune con quello di Lindqvist ma non la stessa qualità.

In realtà il libro non è scritto male, le pagine scorrono, si legge in un’ora più o meno. La storia qualche problema invece lo pone. Ammetto la mia difficoltà e il pregiudizio nei confronti di libri che associano i bambini al sesso e alla depravazione, a meno che non siano saggi o inchieste giornalistiche. Ancora oggi non riesco a tollerare di vedere in libreria Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci.

Detto questo per amore di onestà, penso che se da una parte il libro non sia per niente originale, perché di bambini con problemi familiari e storie di soprusi alle spalle è piena la letteratura (come non pensare a Dickens per esempio?), dall’altra è vero pure che l’originalità non è sempre necessaria. In fondo continuiamo a raccontarci più o meno le stesse storie da millenni, Omero e Shakespeare hanno già detto e scritto di tutto.

Quello che mi disturba di questo romanzo, a parte una tendenza al giovanilismo degna dei libri di Moccia (i tatuaggi, il rap, le prime cotte, le gare con gli amici, il desiderio di fuggire dagli adulti diventando presto dei loro), è l’insistenza su immagini di abuso psicologico e soprattutto sessuale sui bambini, la descrizione minuziosa di scene di violenza e depravazione. Mi chiedo a cosa serva? Perché una narrazione così esibita ed esplicita? Non è necessaria. Il tema esalta prepotente dalla pagina, questa non è una storia come un’altra, ferisce anche solo per il non detto e il suggerito, l’insistita ripetizione di immagini di bambini violati è superflua e mi fa sorgere il sospetto che sia strumentale, non tanto per scuotere le coscienze intorpidite quanto per far discutere del libro, scioccando e stimolando la possibile curiosità morbosa del lettore.

In questo libro non ci sono vampiri, ma mostri che non fanno certo meno paura. Forse anche di più.


Il terzo libro è una conferma: Il buio e il miele di Giovanni Arpino.

Sto lentamente procedendo alla lettura dell’opera omnia di questo autore e non mi ha deluso fin’ora, ma credo che Il buio e il miele sia il suo romanzo più bello.

Il caso ha voluto che io lo leggessi negli stessi giorni in cui si discuteva nuovamente della morte del romanzo (per esempio Andrea Cortellessa in Stilos in edicola fino a domani), un requiem che periodicamente celebra per forza di cose anche la morte del grande personaggio, quello che viene fuori dalla pagina, che vive, che crea l’azione come diceva Fitzgerald.

Già all’epoca in cui Arpino scrisse Il buio e il miele (1969), si dava per spacciato il romanzo eppure la storia dello scrittore, nato a Pola nel 1927 ma torinese d’adozione e per affinità, si fonda su un personaggio magnifico, potente, vivido: Fausto G. trentanovenne ufficiale dell’esercito congedato perché divenuto cieco in seguito allo scoppio di una bomba, per cui ha perso anche la mano sinistra, ribelle e spietato, deciso a morire e a non concedere nulla a se stesso o agli altri. Anche a chi lo ama come la giovane Sara, decisa ad averlo nonostante tutto. Nello spazio di un viaggio in treno da Torino a Napoli, il lettore condotto da una scrittura essenziale ma non priva di picchi e impennate d’improvviso lirismo, si lascia sedurre dalla personalità forte e dolente di Fausto che viene fuori quasi d’imperio da pochi cenni e veloci battute, ne avverte la disperazione, la rabbia, e persino la resa. Sembra che quel treno acceleri mentre la storia si svolge, anche quando il viaggio è finito e la vicenda si ferma a Napoli, tutto diventa febbrile, come la smania del lettore di sapere cosa sarà di Fausto e Sara.

Di Giovanni Arpino sicuramente ne riparliamo.

Mentre leggevo continuavo a pensare al personaggio di Al Pacino in “Scent of woman” e poi ho scoperto (mea culpa) che non solo quel film è stato ispirato al romanzo di Arpino ma anche “Profumo di donna” di Dino Risi con Vittorio Gassman, che non ho visto ancora e mi dicono sia persino più bello del remake americano.


L’ultimo libro della settimana (in realtà ce ne sono altri due: una raccolta di racconti di Cornell Woolrich, Per l’ultima volta, Kathleen e altri racconti trovata ieri ma che non ho ancora finito e un
libro abbastanza superfluo sulla linguistica) è Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder, un romanzo delizioso del 1927 che è valso al suo autore il primo Pulitzer, bissato poi con Piccola città. Il romanzo prende le mosse dal venerdì 20 luglio del 1714 “quando il più bel ponte del Perù si spezzò precipitando cinque viaggiatori nell’abisso”, in seguito alla sciagura Fra’ Ginepro un frate italiano, finito in Perù per convertire gli indiani s’improvvisa investigatore e s’imbarca nella curiosa impresa di scandagliare la vita delle cinque vittime per stabilire se “il Signore punisce così i malvagi oppure in tal modo chiama a sé gli innocenti”? Perché tra tutte le miglia di persone che nel corso della storia hanno attraversato quel ponte, sono morte proprio quelle 5 persone? Cosa si nasconde nella loro vita che possa giustificare questa fine? Erano buoni e meritevoli o cattivi e degni di condanna?
Wilder tramite le indagini di Fra’ Ginepro ricostruisce le esistenze dei morti e dedica a ciascuno di loro un ritratto particolareggiato spingendo sulla scena una vecchia marchesa egoista e ubriacona, un ragazzo disperato, un vecchio impresario e il figlioletto di un’attrice e attorno a ciascuno di essi si muove un caleidoscopio di personaggi esagerati, allegoria di un’intera società, su tutti Madre Pilar, una suora che fa da trait d’union tra le storie e vede nelle opere pie l’unico scopo della sua vita terrena.

Il ponte di San Luis Rey è in realtà un libro sul destino e sulla verità dell’uomo, condotto con ironia e gusto per il paradosso, esilaranti soprattutto le lettere traboccanti di affetto stucchevole e forzato che la marchesa scrive alla figlia, restia a qualsiasi manifestazione di affettività e soprattutto ostile alla madre. 

E domani si ricomincia.

Finalmente!

Thursday 16 November 2006

Qui.

Una donna e il suo tempo

Thursday 9 November 2006

Emilia Salvioni, scrittrice e giornalista (fondatrice del periodico femminile “Serena”) in un’intervista a “Traguardo Azzurro” nel 1947, traccia una sorta d’amaro bilancio della sua vicenda letteraria e ammette: “La critica mi è stata abbastanza favorevole, il pubblico non mi ha né adottato né respinto. Il mio è stato un successo mediocre, più scoraggiante di un insuccesso”.
Una sintesi spietata e molto lucida che se da un lato denuncia il profondo scoramento della Salvioni che vede frustrate le sue ambizioni artistiche nonostante l’assoluta certezza del proprio talento, dall’altro testimonia una sottile capacità d’analisi e una notevole lungimiranza: le sue opere dopo un discreto ma non eclatante successo al momento della pubblicazione, hanno conosciuto un lungo periodo d’oblio interrotto solo da un paio d’anni grazie all’autorevole interessamento di Antonia Arslan (tra le altre cose “Premio Campiello” per il libro “La masseria delle allodole”, Rizzoli) e alla competenza di Carlo Caporossi già promotore della rinascita di Annie Vivanti (le cui opere sono ora riproposte dalla Sellerio).
Dopo Angeliche colline (1941) e Lavorare per vivere (1968) usciti per la casa editrice “Guerini e Associati”, è stato pubblicato da poco il romanzo Carlotta Varsi S.A per la “Canova Editore” a cura di Carlo Caporossi, con il patrocinio del comune di Pieve di Soligo che amministra l’intero archivio della scrittrice – che vi morì nel 1968 – e il finanziamento dell’Aidda (l’associazione delle donne imprenditrici e dirigenti d’azienda).
Emilia  Salvioni è stata una scrittrice versatile e prolifica, un’intellettuale impegnata e apprezzata (sono centinaia i suoi elzeviri pubblicati sulla stampa del tempo) e una delle maggiori rappresentanti della letteratura femminile del ‘900. Tuttavia alla sua vicenda editoriale probabilmente non ha giovato il carattere schivo e discreto, frutto di una radicata educazione cattolica (era nipote di Giuseppe Toniolo, uno dei massimi esponenti del cattolicesimo sociale) e di un’infanzia spartana, vissuta con un padre severo e burbero dopo la precoce morte della madre, e nemmeno la scelta di raccontare donne forti e spesso intraprendenti in un periodo poco disponibile all’emancipazione femminile, tanto da far relegare spesso i suoi romanzi tra i “libri per signorine”. 
Anche la protagonista di Carlotta Varzi S.A è una donna forte e indipendente. Il romanzo che nel  1941 le valse la segnalazione al concorso “Giornale d’Italia”, fu pubblicato dall’Editore Cappelli nel ’47 dopo una lunga trattativa con la Mondadori (ricostruita nel carteggio intercorso tra la scrittrice e il Grand’Ufficiale, reso pubblico per concessione della Fondazione Mondadori da Carlo Caporossi su “Veltro” nel 2004, Il carteggio fra Emilia Salvioni e Arnoldo Mondadori, a. XLVIII, 1-2, gennaio – aprile 2004).
Il romanzo racconta la storia inedita e coraggiosa di una donna che ottiene l’emancipazione inventandosi un ruolo da imprenditrice in un piccolo paese di provincia negli anni ’30 e le sue vicende si mescolano e s’intrecciano in modo inscindibile con quelle dei personaggi che le ruotano intorno e dell’intera comunità cui appartiene. La Salvioni costruisce una trama fitta di eventi e di storie che procedono in parallelo ma che diramano e procedono sempre da  Carlotta.
Il romanzo si apre con alcuni veloci cenni all’infanzia e all’adolescenza di Carlotta costretta dall’egoismo e dalla debolezza del padre, un vedovo risposatosi con una donna intrigante e avida, a una sequela di rinunce e sacrifici che la segneranno per sempre. Lasciato il collegio prende in mano le redini della bottega di famiglia e lavorando duramente con un inconscio desiderio di rivalsa si trova a creare e dirigere una vera attività industriale che cambierà profondamente anche la vita e l’economia del suo paese. Tutto ruoterà intorno alla fabbrica, anche gli affetti e l’amore.
Già nel titolo si preannuncia il tema del romanzo e si sottolinea l’originalità dell’ispirazione della Salvioni: Carlotta Varzi S.A, una donna e la sua azienda. Carlotta “è” il suo lavoro e concede rimasugli di sé solo alla sua famiglia, il marito – molto più grande di lei, sposato per necessità e dovere, e per cui nutre un profondo affetto più filiale che muliebre – e i due fratellastri che accudisce come una madre severa ma intenerita. Non ci sono margini per l’amore e la passione e quando li scorge nella figura giovane e dinoccolata di Giuliano, rinuncia consapevole del suo fallimento di donna sacrificata sull’altare dell’operosità e del dovere e lo lascia andare per non perdersi, per non abbandonarsi e restare ferma nel suo ruolo e responsabile verso la fabbrica, i fratellastri da sistemare e verso l’intero paese che si aspetta che lei sia sempre e comunque la “Vedova Varzi”: una roccia su cui costruire tutto. Giuliano penetra in quella roccia fino a trovarne il nucleo più intimo e molle, una femminilità frustrata per anni e un bisogno profondo di sentirsi felice e completa, e anche quando riesce a condurre Carlotta sull’orlo del cedimento e ne fa fiorire la bellezza e la sensualità, nulla può contro l’abitudine familiare e consolante del sacrificio.  
Ma a ben guardare, Carlotta forse non rinuncia solo in nome di un bene che ritiene superiore o per la paura di mettersi troppo in gioco, ma perché ha già rischiato troppo nel lavoro, nel rendersi indipendente e nell’emanciparsi per avere ancora forza e temerarietà da investire in altro. Il romanzo diventa dunque il racconto doloroso di un dissidio, della profonda lacerazione che ha accompagnato il cammino di molte donne che cercando la propria libertà e un’affermazione personale hanno scelto di sacrificare altri aspetti della loro vita: la storia di Carlotta è anche la loro storia, la storia di una donna che ha trovato l’emancipazione, senza cercarla, ma ha perduto i suoi sogni.
E’ il romanzo della maturità, in cui confluiscono tutti i temi più cari alla Salvioni: la posizione della donna nel mondo, l’etica quasi calvinista del lavoro, il senso del dovere e del sacrificio, il progresso sociale, la piccola borghesia di provincia, la solitudine e la ricerca della rispettabilità come una condizione di serenità interiore. Nella scena finale del romanzo, consumato il sacrificio con la rinuncia a Giuliano, Carlotta esclama tra le lacrime “Dio sia ringraziato!”, cercando di convincersi che restare fedele al suo ruolo di imprenditrice, vedova austera e morigerata, modello per i concittadini era la cosa migliore che potesse fare.
Emilia Salvioni utilizza una prosa scarna, quasi secca e brusca per rendere l’anima tormentata di Carlotta e l’ambiente meschino che la circonda. Senza ricorrere all’introspezione e usando spesso il discorso diretto, l’autrice non solo restituisce i pensieri e i sentimenti di Carlotta ma costruisce una fitta trama di particolari ed elementi che rendono vividi tutti i personaggi del romanzo, anche quelli minori, ognuno caratterizzato come la migliore delle miniature. La vivacità e la finezza di stile con cui tratteggia uomini e donne sulla scena si duplica nella resa eccezionale degli interni e degli ambienti in cui si muovono. E così ogni casa, ogni stabile, persino i luoghi aperti rivelano la volontà dell’autrice di contestualizzare precisamente la sua storia, di radicarla in un preciso momento storico e sociale, per renderla più concreta e viva.
 
Emilia Salvioni, “Carlotta Varzi S.A”, 302 p., 12 euro, Canova Edizioni, 2006 
 
Dal numero di “Stilos” in edicola
 

Oltre la cortina di ferro

Monday 6 November 2006

Mark Twain una volta scrisse che “la storia umoristica è americana, la storia comica è inglese, la storia spiritosa è francese”.

Mi domando se Twain abbia mai letto autori russi e cosa avrebbe detto di Sergej Dovlatov e dei suoi libri. L’umorismo di Dovlatov è eversivo, anarcoide, paradossale. E clandestino. La clandestinità ha giovato non solo alla costruzione del mito su Dovlatov, ma anche all’impatto dell’epos al contrario dei suoi racconti sui lettori. Sono storie che parlano di un’umanità allo sbando, colta nelle sue vicissitudini quotidiane mentre si scontrano con l’irrazionalità di una dittatura e  per questo non vengono pubblicati, ma circolano come samizdat (copie illegali passate di mano in mano) fino a che non lo scrittore, inviso al regime sovietico, non emigra nella Stati Uniti nel 1978 e inizia a raccoglierli in volumi. Nascono così libri prevalentemente a sfondo autobiografico, intrisi di humor e latori di un’irresistibile visione antiretorica della vita reale che gli conquistano il pubblico americano e lentamente anche quello sovietico ed europeo.

Dovlatov ricorre ad una narrazione aneddotica, basata sulla battuta veloce, il lampo di genio, una prosa essenziale che mescola il grottesco col filosofico, a metà strada tra Cecov e Bukowski e caratteri delineati da poche righe, maschere drammatiche e comiche insieme che restituiscono l’insensatezza della vita e la vanità dell’esistenza e capaci di subire angherie terribili e scordarle davanti a un bicchierino di vodka. Scrive Dovlatov rivolgendosi ai suoi lettori e mettendoli in guardia dai suoi romanzi: “in generale vi viene professata una sola, banale idea: che il mondo è assurdo”.

In Italia è Sellerio a pubblicare i libri di Sergej Dovlatov con le rimarchevoli traduzioni di Laura Salmon: Straniera (1991,1990), La valigia (1999), Compromesso (1996, 2000), Noialtri (2000), Regime speciale (2002), Il parco di Puskin (2004) e l’ultimo appena uscito La marcia dei solitari.

Nei libri precedenti Dovlatov raccontava le sue disavventure professionali e personali sotto il regime sovietico nell’Urss degli anni ’70, nella Marcia dei solitari invece ha raccolto i suoi editoriali, scritti per il giornale “Il Nuovo Americano”, un settimanale in lingua russa fondato a New York agli inizi degli anni ’80 assieme ad altri ebrei emigrati dall’URSS. Lo diresse per due anni, fino a che fu licenziato con l’accusa di non essere abbastanza anticomunista, di essere troppo poco ebreo e addirittura di aver criticato Solzenicyn. Tanto per non smentire la sua fama di intellettuale anticonformista, irriverente, antiretorico. Nel suo ultimo fondo prima di lasciare il giornale che aveva contributo a creare proprio nel paese in cui aveva scelto di emigrare in cerca di libertà. scrive: “il totalitarismo siete voi … e i mediocri vincono dappertutto“.

Pieno di umanità e fedele ad uno scanzonato senso morale che non gli consente di prendersi troppo sul serio e di dimenticare il lato buffo della vita, Dovlatov parla ancora oggi a tutti i lettori che si avvicinano a lui nella loro lingua, con le loro esperienze, nonostante da lui li dividano trent’anni di muri abbattuti e innalzati, di guerre finite e ricominciate altrove, di revisionismi vari e di ogni colore, di mediocrità dette, scritte, urlate come fossero verità.

Si legga Dovlatov per disintossicarsi.