Archivio di December 2006

Fanno dei giri immensi… e prima o poi ti toccano!

Wednesday 27 December 2006

Orazio m’invita a giocare con lui e poiché sono ancora presa dallo spirito natalizio, accetto volentierti e rilancio la palla a Davide Malesi, Davide Fent e Vincenzo. Speriamo che vada meglio dell’ultima volta che ho preso parte a una catena virtuale.

Il gioco funziona così: prendere il libro più vicino. Sfogliare sino a pagina 123. Contare le prime 5 frasi della pagina. Riportare nel blog le 3 frasi seguenti. Suggerire il gioco ad altri 3.

Il mio libro più vicino è The Company They Kept: Writers on Unforgettable Friendships. (Si trova su una pila di quattro libri in realtà quindi dovendo scegliere il più vicino e non quello che sto leggendo in questo momento ero in difficoltà, ma voci attendibili mi hanno detto che il più vicino è quello in cima). Inoltre visto che il libro in questione me l’ha fatto avere Nazzareno, passo autocraticamente la palla del gioco anche a lui.

Ecco qui il mio brano:

He never took time “off” as a poet, like some American writers who like to say that they do other things apart from writing: farm, fish.

No help from his body, the whale’s

warm-hearted blubber, foundering down

leagues of ocean, gasping whitness.

The barbed hooks fester.

 

Visto che ci siamo parliamone!

The Company They Kept: Writers on Unforgettable Friendships (a cura di Robert B. Silvers e Barbara Epstein) è un libro edito da “The New York Review of Books” – di cui Silvers e la Epstein sono stati redattori per oltre 40’anni – che raccoglie i ricordi di ventisette straordinarie amicizie tra scrittori, poeti, compositori e scienziati. Per esempio Saul Bellow scrive del suo rapporto con John Cheever, Derek Walcott parla di Robert Lowell che a sua volta parla di Randall Jarrell, Susan Sontag racconta dell’amicizia con Paul Goodman, Larry McMurtry ricorda Ken Kesey, Seamus Heaney scrive di Thomas Flanagan, Joseph Brodsky di Isaiah Berlin, Caroline Blackwood di Sir Francis Bacon e Anna Akhmatova di Amedeo Modigliani. I vari contributi sono stati pubblicati nel corso degli ultimi quarant’anni sulla New York Review of Books e mostrano ai lettori aspetti personali e a volte insoliti di uomini e donne conosciuti attraverso le loro opere. Si scopre così grazie a Stanley Kunitz che Theodore Roethke giocava a tennis con accanimento e Elisabeth Hardwinck svela che Mary Mccarthy non faceva macinare a nessun i suoi chicchi di caffè.

Spesso le biografie di uomini (e donne) illustri rimestano nel torbido e rivelano dietro la leggenda un essere umano che non è all’altezza delle aspettative del pubblico e della sua opera, in queste pagine invece i racconti sono affettuosi e divertenti, gli aneddoti curiosi e piacevoli da leggere. Così l‘essenza del volume si può sintetizzare con le parole che Robert Oppenheimer usa per raccontare la sua amicizia con Albert Einstein: “As always, the myth has its charms; but the truth is far more beautiful.”  

(Il brano in questione è tratto dal saggio di Derek Walcott su Robert Lowell).

 

 

Semplicemente Buon Natale

Friday 22 December 2006

Il mio albero di Natale

A spasso col demonio

Tuesday 19 December 2006

Jorge de Sena è una delle voci più importanti della letteratura portoghese, una complessa figura di intellettuale, critico, romanziere e poeta, della generazione successiva al più famoso Fernando Pessoa, di cui fu grande studioso.
Oppositore del regime di Salazar nel 1959, Jorge de Sena, coinvolto in un fallito colpo di stato, approfitta dell’invito a partecipare a un congresso di studi a Bahia, per esiliarsi volontariamente in Brasile e poi negli Stati Uniti, in California, dove insegnerà Letteratura per il resto della vita.
Tutta la produzione letteraria di de Sena è un invito a svegliarsi rivolto alle coscienze dei suoi connazionali, un’ininterrotta provocazione diretta a far prendere atto della meschinità e della barbarie che domina la società portoghese ma anche il mondo tutto. E proprio in questo senso le sue raccolte di racconti più famose, “Andanças do demónio” del 1960 e le “Novas Andanças do Demónio”, nel 1966 – riunite nel 1977 con il titolo di “Andanças antigas e Novas Andanças do Demónio” – introducono il demonio come elemento perturbatore, presenza viva e attiva che de Sena immagina di sguinzagliare dietro ai portoghesi che gli appaiono sempre più sbandati e rassegnati alla grettezza.
La casa editrice
Empiria ha ora riproposto in un volume curato da Vincenzo Barca, una selezione di quei racconti sotto il titolo di Scorribande del demonio. Sono sette storie scritte tra il 1944 e il 1964, alcune rivisitate per la pubblicazione del 1977, che presentano i temi più vari e le più diverse tecniche di narrazione: da un racconto natalizio (“Motivo per il quale Papà Natale ha la barba bianca”), alla storia di un’amicizia tra un uomo e un pesce (“Storia del pesce papero”) che pare la rivisitazione antiepica del “Vecchio e il mare” di Hemingway, fino a un racconto d’atmosfera metafisica (“Il treno delle undici”) in cui un assassino coinvolge i passeggeri di un treno in uno strano viaggio scandito da amplessi, tentativi di seduzione e abbandono ai sensi. In “Mare di pietre” (che come scrive Luciana Stegagno Picchio nella prefazione al volume, trae spunto dalla Leggenda aurea di Jacopo da Varazze, sull’evangelizzazione dei Sassoni) invece l’argomento è religioso, almeno in apparenza: un frate per salvare la propria vita e soprattutto l’anima dei suoi aguzzini continua a raccontare loro di Dio e dei Santi, della retta via e della salvezza, eppure i ragazzi lo lasciano libero solo quando lui fa parlare le pietre. In realtà questo è un racconto sulla fede, non solo religiosa, e sulla necessità di un miracolo, uno qualsiasi, un prodigio, una magia anche, per trovare ancora delle motivazioni per vivere e sperare. E la fede è al centro anche del racconto che chiude le scorribande demoniache dell’Empiria, “Super flumina Babylonis” (dall’attacco del salmo 137 della bibbia che evoca la tragedia vissuta dal  popolo ebraico durante la distruzione di Gerusalemme). E’ la storia di un poeta (ispirata alla vita del poeta portoghese Luís Vaz de Camões) distrutto nel fisico e nell’anima dal vizio e dal pentimento, dal dissidio tra carne e spirito ma soprattutto dal bigottismo della sua vecchia madre che lo condanna per la vita dissoluta e l’abbandono ai sensi. Ma è anche il racconto di una vocazione, quella della poesia che domina un’intera vita e torna prepotente quando tutto sembra perduto. La poesia come demone interiore che logora e vivifica.
E si torna al demonio e alle sue scorribande. In questi racconti il demonio non assume sembianze umane, si aggira sulla carta di solito invisibile a volte più manifesto, ma la sua presenza si avverte nella descrizione di rumori, odori, gesti, aneliti di vento e attraverso una scrittura fortemente visiva e visionaria, con cui Jorge de Sena immagina la sua opera perturbatrice. Nel seguire il demonio a spasso per il mondo, con queste storie intrise di realismo fantastico raccontate col registro alto di chi rifiuta il “facile” e il “popolare”, l’autore invoca quasi il demonio perché a suo avviso alle anime dei portoghesi serve un’influenza che operando il male, facendole perdere, costringendole a dannarsi, produca il bene restituendo loro la libertà, liberandoli dall’ipocrisia: in fondo per il bene si sono compiute stragi e combattute guerre, forse seguendo il male qualcosa cambierà. E inoltre sembra dire de Sena: tutto è preferibile all’odore di muffa e di stantio di una vita senza spasimi e sogni. Persino la dannazione.

Di Jorge de Sena se n’era parlato anche qui tempo fa.

 

Jorge de Sena, Scorribande del demonio, Introduzione di Luciana Stegagno Picchio – Trad. it e cura di Vincenzo Barca con Carlo Vittorio Cattaneo, 2006, pp. 125, € 12,00

Dal numero di Stilos da oggi in edicola

 

 

Perdona loro, perché non sanno quello che dicono

Tuesday 12 December 2006

Lo ammetto in questi giorni non ho nulla da fare.

Allora, prima di proseguire nella lettura di questo post sarebbe forse il caso, se non si ha dimestichezza con termini come copy-right, copy-left e creative commons, approfondire l’argomento perché non ho voglia di spiegarlo. Quello che posso fare però è consigliarvi di leggere qui o qui o qui.

Adesso, andate qui – e mi spiace essere caduta di nuovo nella tentazione di leggere questo blog visto che ogni volta m’irrito, per quella pseudo critica letteraria fatta per slogan, le provocazioni gratuite, le frasi a effetto, le finte battaglie da Cavaliere-delle-lettere-senza-macchia-e-senza-paura – e riflettete.

In pratica i Wu Ming sono accusati di voler guadagnare dal frutto del loro lavoro – e cito: “I Wu Ming, quindi, regalano sì le loro opere a lettori e navigatori internet, ma vendono alle aziende, editori e giornali, la loro firma”-; di non aver scoperto l’acqua calda e di utilizzarla nonostante questo; e soprattutto di far sapere a tutti – ottenendo pubblicità per il loro progetto: Che ovvove! Che cosa volgave! – che i loro libri sono gratuitamente scaricabili da privati, purché in caso di utilizzo di alcune parti (sempre senza scopo di lucro) venga citata la fonte. Ma sono dei miserabili! Degli abietti! Gente senza morale e etica. Si aspettano di essere pagati per il loro lavoro? Si promuovono e portano avanti l’idea del copy-left? Io li condannerei al rogo per questo. Senza scherzi.

Adesso io dico, ma è davvero così necessario rendersi ridicoli pur di scrivere un articolo? E questo vale anche per i commentatori, che sono impagabili. Mica si deve essere d’accordo sul copy-left, mica ti debbono piacere per forza i libri dei Wu Ming – a me per esempio, è piaciuto molto New Thing ed è pure un progetto solista, mentre gli altri non sono propriamente il mio genere – mica devi farteli stare simpatici umanamente a tutti i costi. Però.
Però cambiare le carte in tavola così è un modo poco obiettivo di fare informazione, e quanto alla critica letteraria manco a parlarne.

Peraltro mutatis mutandis stando così cose secondo la “Serino&Co.”, se presti la tua faccia per un’iniziativa benefica legata a una fondazione creata da te, dovresti essere arrestato per conflitto d’interessi. Inoltre, cito ancora: “I lettori, quindi, da una parte ringraziano per il “copyleft”, ma dall’altra sono azionisti inconsapevoli di un’operazione più commerciale che culturale. I Wu Ming ringraziano. E intanto (…) guadagnano come e più di ogni altro scrittore”. In pratica se sei uno scrittore, per essere considerato onesto e idealista dalla “Serino&Co.”, te devi morì dde fame.

Sapevatelo!

UP DATE

Andrea Nobile chiede a Wu Ming 1 nei commenti, perché invece di pubblicare con Einaudi il collettivo non si fondi una propria casa editrice (ecchecevò! peraltro pare – e figurati se non lo diceva – che st’Andrea Nobili abbia davvero fondato una casa editrice e se ce l’ha fatta lui…) e non si autoproducono come il notissimissimo (avoja!) Massimo Del Papa, che è un altro affezionato commentatore e membro della premiata “Serino&Co.”. E io che notoriamente sono maliziosa  non posso fare a meno di pensare 1) perché dovrebbero? 2) mica autoprodursi è una bella cosa per forza e non è che se ti stampi i tuoi libri e li vendi porta a porta sei fico e nobile, e se hai una casa editrice alle spalle sei uno sporco capitalista e un truffaldino. Dietro le pretese di libertà e le gioie dell’autoproduzione c’è quasi sempre una sola ragione: i tuoi libri non li ha voluti pubblicare nessuno. Non che io voglia insinuare che sia così anche per il notissimissimo Massimo Del Papa eh. No, no, no e no sia chiaro!

Serino chiede sempre a Wu Ming 1 – che a volte pare non avere un’occupazione perchè sta sempre a rispondere e intervenire in rete anche per gli altri quattro – e cito again: “perchè non continuare la lotta per il copyleft e devolvere tutti i diritti alla lotta stessa? Comprendo che chi scrive debba anche guadagnare, ma perchè non guadagnare col proprio nome e cognome?” che già la domanda non è molto intelligente di per sè, ma siccome non c’è mai limite al peggio, alla risposta di Wu Ming che si fa pure i conti in tasca (come peraltro hanno sempre fatto tutti i Wu Ming sul loro sito) e pazientemente fa notare che “Wu Ming” è un nome collettivo come quello delle rock band e che non fanno volontariato ma ci campano con i soldi dei loro libri – i soldi? che volgavità! – il solito Andrea Nobili chiosa: “Il dubbio che mi viene è perché vedersi osannati ed in testa alle classifiche faccia gola pure a voi”. Insomma si chiede sgomento l’Andrea Nobili, uno scrive i libri e pretende di pubblicarli e di avere pure successo? Roba da pazzi! E per finire il notissimissimo Massimo Del Papa tira fuori Berlusconi. Champagne!

E poi non ho ragione io a dire che i libri fanno male? Soprattutto a chi ne parla e li scrive.

L’amore al paese d’ottobre

Tuesday 12 December 2006

Riponete pure ogni spirito voyeuristico perché non è un post sui fatti miei. Non è il blog giusto per queste cose. E’ semplicemente un post sull’amore raccontato da Ray Bradbury e poi filtrato in immagini. 

Anche se a volte non sembra, io adoro la rete. Soprattutto quando succedono cose come questa

In pratica avevo scritto un post su un cortometraggio ispirato al mio racconto preferito di Ray Bradbury, “A story of love” (tradotto in italiano arbitrariamente con “Tempo fermo” che peraltro svela molto del finale, qui e ciccando sul tasto “Next” in alto potete leggerne la traduzione fotocopiata direttamente dalla bellissima raccolta Molto dopo mezzanotte da Davide).  In calce al post avevo espresso il desiderio di vedere il cortometraggio. Esattamente un anno dopo, il regista del film, Maurizio Scala, mi ha scovato e dopo un paio di mail si è offerto di inviarmi il dvd. E finalmente l’ho visto! 

Il corto, premiato a numerosi festival, mantiene tutta l’atmosfera rarefatta del racconto, la poesia della scrittura di Bradbury è resa dalle immagini nitide e vagamente sognanti del video, l’ambientazione (Linguaglossa) è perfetta, e la scelta degli attori non poteva essere migliore, soprattutto l’attrice (Corinna Lo castro) che interpreta la protagonista femminile della storia è grandiosa. Quando leggevo il racconto io la immaginavo proprio così. La cosa notevole è che Maurizio Scala ha saputo rendere un tema delicato come il primo amore e soprattutto un amore complicato dalla differenza d’età (una differenza abissale quasi), senza cedimenti pruriginosi o ipocrisie. Ha saputo mantenere la visione lirica e romantica di Bradbury per cui l’amore è una cosa meravigliosa che si accompagna sempre allo stupore e al languore malinconico. 

I campi lunghi e i primi piani o le carrellate, sono gestiti con maestria e pudore, quasi per non disturbare il sentimento che cresce via via nei protagonisti, mentre tutto il resto del mondo che resta come una quinta teatrale sullo sfondo continua a muoversi e il tempo per loro si ferma.   

Ps 

Maurizio mi ha inviato altri due corti, “Molto dopo mezzanotte”, da un altro racconti di Bradbury e “Uomini in gabbia”, un monologo quasi teatrale sulla reclusione che tocca a tutti noi e sull’impossibilità di scegliere della nostra vita sino in fondo anche stando al di fuori delle gabbie. Se avete la possibilità seguitelo perché è molto, molto bravo. 

Alla fiera dell’est II

Sunday 10 December 2006

Alla fine la nausea da sovraesposizione ha avuto la meglio: troppa gente, troppo caos, troppi libri. Mi aggiravo per gli stand sbuffando e scuotendo la testa, salmodiando improperi. Si poteva legittimamente pensare che io fossi il grado 0 dell’analfabetismo e che non avessi mai aperto un libro in vita mia. E quando durante una pausa dal tour infernale mi sono lasciata cadere scompostamente su una sedia nello spazio dedicato a Fahrenheit e istigata dalle sciocchezze proferite da Sinibaldi e dai suoi ospiti, ho inveito a voce troppo alta contro i libri e chi li legge, più di qualcuno mi ha guardata male e se non fossero stati tutti così educati e compresi nel loro ruolo di colti visitatori nel tempio dell’editoria, mi avrebbero volentieri scaraventato fuori come un molesto ubriaco in un bar. 

Il fatto è che eventi come questo mi fanno turbinare decine di domande e riflessioni e più di tutto alla fine mi infastidisce l’ipocrita tendenza a non voler ammettere che il libro è un prodotto, che l’editoria è un mercato regolato da tutte le leggi economiche e sociali che presiedono alle imprese finanziarie, che il lettore è un consumatore. Nascondersi dietro la passione e la vocazione è solo un modo per sentirsi speciali e migliori, non è quasi mai sinonimo di qualità. Tutto questo mi fa pensare a Baricco e alle sue invasioni barbariche. In realtà molte cose che hanno a che fare con i libri mi fanno pensare a Baricco ultimamente, dopo aver letto I Barbari, e mi scopro sempre più d’accordo con lui (con tutti i problemi legati a un’eccessiva semplificazione dei fatti) e sempre più irritata nei confronti di chi vorrebbe fare dell’editoria una cittadella inaccessibile ed elitaria. Allo stesso tempo mi rifiuto di considerare come valide, proposte alternative all’editoria tradizionale che non garantiscano (almeno) quel minimo di selezione che impedisce a chiunque di pubblicare la propria lista della spesa in nome di una imprecisata libertà di espressione. 

In effetti si potrebbe dire che avrei fatto meglio a restare a casa, tanto lo sapevo già che la Fiera et similia su di me non hanno alcun effetto positivo. Epperò.  Se fossi rimasta a casa non avrei probabilmente conosciuto loro e scovato questi meravigliosi libri: 1, 2, 3 e soprattutto “In viaggio da sola e con qualcuno” che Davide ha regalato a me e “Le vie incantate di Parigi” che mi ha sottratto dalle mani per prenderselo lui. 

La Fbe è una piccola casa editrice, fondata solo nel 2003 e costruita su un progetto ben definito e edizioni curate che non fanno lievitare i prezzi dei volumi.

Me ne sono innamorata.

Una menzione anche per la casa editrice Mattioli1885 – che ha una bellissima collana di libri in formato moleskine e caratterizzati da un font tutto originale – per la Cavallo di Ferro – molto amata dal mio libraio soprattutto per questo volume – e la Morellini Editore che ha una collana molto elegante di letteratura africana, lui si è preso questo libro.   

Mi chiedo il senso della presenza di Minimumfax, Sellerio, Fanucci e Fazi alla Fiera della piccola e media editoria che dovrebbe dare spazio a case editrici poco conosciute e distribuite. 

 

Chiacchiere e distintivo

Tuesday 5 December 2006

Avevo detto che ne avremmo riparlato, ed eccoci qua.

Al giovane Holden Caulfield che non amava quasi niente, Ring Lardner piaceva, un suo racconto l’aveva addirittura “lasciato secco”. Eppure si dice che il suo creatore Jerome David Salinger non considerasse Lardner nemmeno uno scrittore.
Poco male.
Perché Lardner godeva dell’ammirazione di Virginia Woolf, Francis Scott Fitzgerald (che lo esortò a pubblicare il famoso “
How to Write Short Stories” (1924), ovvero “Come si scrivono racconti” che è il suo primo libro di successo), Sherwood Anderson (i cui racconti sono a volte accostati a quelli umoristici di Lardner, come se fossero il risvolto drammatico della stessa medaglia), Ernest Hemingway, Edmund Wilson. Eppure in Italia –  com’è accaduto per altri scrittori americani del calibro di Erskine Caldwell, Jim Thompson, Cornell Woolrich – Lardner non ha mai avuto molta notorietà: fu Longanesi a pubblicare negli anni ’50 una raccolta intitolata “Il meglio di Ring Lardner” per poi ristamparlo a distanza di trent’anni. L’esempio fu seguito solo dall’editore Tranchida negli anni ’90 con le raccolte “Chi ha fatto le carte”, “Mi manca il respiro” e “Americani”. Nient’altro fino alla fresca pubblicazione per Marcos y Marcos di “Tagliando i capelli”, silloge di dieci racconti tradotti da Daniele Benati.

Ring Lardner veniva dal giornalismo ed addirittura è considerato uno dei fondatori del giornalismo americano moderno. E’ stato un grande cronista sportivo e il baseball soprattutto torna spesso nei suoi racconti. Non ha mai scritto romanzi, forse pensava che la tensione della sua prosa e la levità delle sue storie non avrebbero retto in un contesto di più ampio respiro. Probabilmente si sbagliava. Però è certo che questa è la ragione per cui non ha mai voluto parlare di sé come di uno “scrittore” e ha continuato a definirsi per tutta la vita un “newspaper man”, uomo della stampa, giornalista prestato alle lettere per scrivere racconti e bozzetti su riviste e giornali.
Lardner prosegue la tradizione americana del racconto umoristico, erede di Mark Twain, assieme a James Thurber, Ogden Nash, Damon Runyon e tutti quegli scrittori che attraverso l’umorismo inventarono il carattere del popolo americano e usarono l’ironia per criticare il potere e scuotere con le risa le coscienze talora addormentate dei loro connazionali.

Lardner fustiga l’America del suo tempo mettendo in scena personaggi al limite dell’assurdo, rasentandolo senza caderci mai: storie di gente che non ascolta, vive per sapere cosa accade ai vicini, gode delle disgrazie altrui e non vede l’ora di raccontarle in giro, impone la propria visione del mondo e della vita a interlocutori attoniti e ridotti al silenzio da fiumi di parole.
In “Tagliando i capelli” Lardner fa ridere l’America di se stessa con una ragazzina che s’innamora ogni cinque minuti e poi vorrebbe morire per non dover affrontare la scelta tra l’uno e l’altro dei suoi cavalieri (“Mi manca il respiro”); con la logorrea di un barbiere più bravo nella maldicenza che nel lavoro di forbici (è il racconto che dà il nome alla raccolta). E poi una coppia in fuga da dall’ingombrante cortesia di vicini troppo solleciti (“Il signor e la signora Ci-pensiamo noi”); due signorine in viaggio in cerca di compagnia (“Dialoghi di viaggio”); un battitore dal comportamento folle (“Compagno di stanza”), e via discorrendo: una carrellata di tipi umani dei quali non si può fare a meno di ridere ma che in fondo hanno anche qualcosa di noi, dei nostri tic, delle nostre manie, dei nostri vezzi.

“Tagliando i capelli” è un libro picaresco, materico che dell’umorismo americano di Twain riprende la matrice orale e popolare, il gusto per il paradosso e la satira, l’attenzione alla quotidianità e la spinta all’esasperazione degli aspetti più macchiettistici dell’uomo, ma si distingue per il lavoro straordinario che Lardner compie sulla lingua e sul parlato per rendere più vere del vero le chiacchiere della gente e sottolinearne difetti e contraddizioni.
Lardner scrive come la gente parla. Più esattamente come parlavano gli americani agli inizi del ‘900. Ne prende il gergo, le espressioni locali, le aberrazioni linguistiche, le pedanterie, le frivolezze e le ostentazioni e ci costruisce intorno storie divertenti e ironiche, leggere e allo stesso tempo potenti come una palla da baseball lanciata in fuoricampo. D’altronde una delle sue raccolte più famose è “You know me Al” del 1916, in cui racconta le peripezie di Jack Keefe, un giocatore di baseball semiprofessionista che non fa che ripetere “Tu mi conosci Al”, come se questo giustificasse ogni sua azione.

Lardner si disfa di tutte le regole grammaticali e sintattiche della sua lingua (onore al merito a Daniele Benati che ha saputo rendere magnificamente in italiano tutto l’estro di una penna così ribelle) e gioca con la costruzione delle frasi e la punteggiatura. I suoi personaggi, caratterizzati più dalle parole che dalle azioni, chiacchierano a ruota libera, si sovrappongono, s’interrompono a vicenda e i dialoghi finiscono per diventare interminabili monologhi.

In “Tagliando i capelli”, come nelle altre  opere di Lardner, ci sono racconti scritti e costruiti – dice Benati – per essere letti a voce alta e sorbirli tutti d’un fiato. E qui sta la grandezza dello scrittore americano: nella capacità di dissimulare dietro l’apparente semplicità, un gran lavoro di cesello e di ricerca sulla comunicazione orale. E tra uno strafalcione e una scorrettezza grammaticale, tra un termine improprio e un tormentone ripetuto ad libitum, slogan dei cronisti sportivi o sospiri di adolescenti in calore, Lardner costruisce un’umanità variegata e frenetica che parlandosi addosso racconta tutta l’America del tempo. E non solo. 

 

Su “Stilos” in edicola da oggi

Controcorrente

Sunday 3 December 2006

Acquistare l’Unità presso un’edicola di Piazza Re di Roma il 2 dicembre? 1 €.
 
Aprirla sfacciatamente e sfogliarla attraversando (in direzione opposta) il corteo del Polo delle Libertà? Non ha prezzo.
 
 
 
 
(liberamente ispirato a una recente pubblicità della MasterCard)
 
 
Per inciso non erano nemmeno lontanamente 2 milioni i partecipanti.

 
 
 

UPDATE

Un resoconto più dettagliato dell’evento lo potete trovare qui. Mi limito ad aggiungere che a parte Repubblica e Il Foglio e qualche volta il Sole 24ore, leggo anche il Corriere e la Stampa. E’ vero che l’Unità non la compro mai, ma quanno ce vò ce vò.