Archivio di March 2007

Lettore=consumatore

Monday 19 March 2007

Sul supplemento domenicale del “Sole 24 ore” di oggi, tra gli altri, c’era un articolo di Stefano Salis che mi ha quasi commosso, intitolato “Consumatori di cultura”. Si tratta di una recensione dell’ultimo libro di Donald Sassoon, storico inglese, docente di Storia europea comparata al “Queen Mary College” di Londra, The Culture of the Europeans. From 1800 to the present (pubblicato nel settembre scorso dalla “Harper Collins”), un saggio sullo stato della cultura europea.

 

Ne riparliamo presto, ma per ora riporto solo un paio di brani del libro che mi hanno colpito: 

 

“Non sono affatto d’accordo con chi criminalizza la commistione di cultura e mercato. Se lo chiedessimo a Michelangelo, lui che aveva conquistato il più importante mercato culturale dell’epoca, non direbbe mai che si tratta di un patto scellerato. Chi dipinge un quadro, scrive un libro o compone un brano musicale vuole comunicare qualcosa a qualcuno: tutti gli immortali di fronte ai quali ci genuflettiamo oggi, i Mozart, i Beethoven, volevano il massimo numero di consumatori.”

Poi sulla cultura alta e su quella popolare scrive ancora: “Mi hanno rimproverato di non avere scritto abbastanza di Proust. Ma qui non sono in gioco i valori artistici, né tantomeno i miei gusti personali: io sono uno storico, sarebbe come discutere se le crociate sono belle o brutte. La cultura alta è tale solo perché è così definita dall’élite che detiene appunto il privilegio della definizione. Oggi l’élite è più ampia e meno unita, per difendere i propri privilegi è tentata dal populismo. Ecco allora che c’è chi sostiene che le masse abbiano sempre ragione, dunque Barbara Cartland sia un genio, i Beatles meglio di Mozart, e Il Codice da Vinci un capolavoro. All’estremo opposto c’è chi, come Harold Bloom, stila elenchi della cultura “buona”: quella che piace a lui, e chi vuole appartenere all’élite si adegui”.

Chi ha a che fare con me, sa perché mi sono quasi commossa leggendo queste parole (concedetemi l’iperbole) sebbene non le sottoscriva tutte e tutte con la stessa intensità; agli altri mi riservo di spiegarlo, sebbene possano fare tranquillamente a meno di saperlo.

Ci torniamo su comunque.

Come bolle di sapone

Saturday 10 March 2007

A proposito di umiltà.

(Con “a proposito” mi riferisco a discorsi tenuti in conversazioni private, scambi di email, scazzi virtuali e non, pensieri inespressi, non qui, non ora almeno).

Comunque. 

Si diceva: a proposito di umiltà, riporto una parte dell’intervista rilasciata a me e Davide da José Rico Direitinho. Dice Direitinho: “i grandi scrittori sono un problema matematico: il Portogallo è un paese piccolo, con una popolazione proporzionale al territorio, per questo la probabilità di avere scrittori eccezionali è la stessa di quella di avere politici onesti: ne compare uno ogni tanto; quello che rimane sono delle bolle di sapone che servono per animare la festa”.

E dire che Direitinho è uno scrittore amatissimo in Portogallo, un vero caso editoriale, “incoronato” addirittura da Saramago.

Un’altra risposta molto bella mi è parsa questa: “quello che non ho invece è una visione ingenua della vita, che mi è sempre sembrata uno spettacolo tragico – nel senso teatrale del termine – anche perché quando cala il sipario nessuno esce vivo dal palcoscenico”.

L’intervista verrà pubblicata su “Stilos” ad accompagnare la recensione dell’ultimo libro dell’autore portoghese tradotto in italiano (dopo Breviario degli istanti malvagi uscito per Einaudi nel 2005): L’orologio degli angeli (trad. it. Vincenzo Barca, “Edizoni Cavallo di ferro“), un intenso romanzo storico, sullo sfondo di un Portogallo martoriato da una sanguinosa lotta interna, in cui si consuma il dramma di due uomini divisi da una donna, dalla guerra, dalla storia. E’ il racconto di un’autopunizione, del sacrificio estremo come liberazione, di un dolore così intollerabile da non lasciare scampo se non nel pensiero della fine, che è quindi auspicata, cercata, auto-inflitta nel modo più crudele e suggestivo. Sorprendente la scrittura: curata, vibrante, potente, a sostenere uno stile molto personale che vira da sfumature di verismo a tratti visionari di realismo magico. Molto bravo Vincenzo Barca a rendere fluida in italiano una lingua complessa e densa e a restituire una musicalità costantemente ricercata dall’autore, come tratto distintivo della sua opera.

Non lo dico mai apertamente, ma faccio un’eccezione per L’orologio degli angeli e lo scrivo: è un libro da leggere. Assolutamente da leggere.

Si cambia!

Sunday 4 March 2007

Vi piace la nuova immagine che anima il blog? A me da morire. E mi piace anche perché è stata fatta apposta per me da Edo Grandinetti, un gran talento per la grafica, per cui grazie Edo. 

Ne approfitto per ringraziare ancora Dario che mi ospita e mi permette di essere on line e Alessandro che mi aiuta a capirci qualcosa di come funziona il blog, la rete, l’html.

Mica preferirete l’altra no?

Festina lente

Thursday 1 March 2007

Ho la febbre da giorni ormai e non riesco a scrivere o leggere, perché mi stanco e perdo il filo e tutta sembra intollerabile. L’unico libro che ho tenuto vicino al letto in questi giorni –  tra telefoni vari, fazzoletti, penne, bottiglie d’acqua, compresse, spray e giochi per la Play Station rubata a mio fratello – è Il viaggiatore lento di Enrique Vila-Matas, un libro che raccoglie alcuni suoi articoli critici su letteratura e altri aspetti della vita culturale raccolti tra il 1968 e il 1992.

E’ un libro fatto di capitoli brevi e aneddoti fulminei, incontri veloci con città, persone e miti veri o inventati, lo si può leggere un po’ alla volta, lentamente, assecondandone il titolo. E’ un percorso un po’ folle (articolato dall’autore in tre diversi itinerari: il viaggio all’estero, la passeggiata nel quartiere di sempre e il vagabondaggio letterario) tra gli amori dello scrittore spagnolo, su tutti la letteratura, quella che crea mondi e non si limita a specchiarsi in quello che c’è già. Quella letteratura che è una grande menzogna e che è tanto più grande quanto più riesce a convincere del suo inganno, un enorme complotto contro la realtà. “La letteratura ci permette di capire la vita – scrive – ma, proprio per questo, ci esclude dalla vita” e non è questo forse il suo compito, aggiungo io? Distrarre per la durata di un intero libro, sviare, allontanare, divertire, nel senso originario del termine.

Vila-Matas poi, parla delle sue impressioni su Francoforte e Barcellona, di pittura, di uno strano libraio svedese, di cinema, del suo amore per Borges e Kafka e parla soprattutto di scrittura: “ignoravo che per essere scrittore bisognava scrivere, e per di più, scrivere come minimo molto bene, qualcosa per cui bisognava armarsi di coraggio e, soprattutto, di una pazienza infinita, quella pazienza infinita”. E continua citando Oscar Wilde: “ho trascorso tutta la mattina a correggere le bozze di una mia poesia, e ho tolto una virgola. Nel pomeriggio, l’ho rimessa”; e poi Truman Capote: “all’inizio era molto divertente. Smise di esserlo quando scoprii la differenza tra scrivere bene e scrivere male; in seguito feci un’altra scoperta ancora più allarmante: la differenza tra scrivere bene e la verta arte; è sottile, ma brutale”; e ancora Danilo Kiš: “la letteratura è innalzamento. E non ispirazione, per carità. Innalzamento. Epifania joyciana. E’ l’istante in cui si ha l’impressione che, in tutta la nullità dell’uomo e della vita, ci siamo comunque alcuni momenti privilegiati, di cui bisogna approfittare. E’ un dono di Dio o del Diavolo, poco importante, ma è un dono supremo”.

Con buona pace di chi pensa che “scrivere col cuore”, fregandosene di tecnica e abilità con le parole, sia un pregio. Ebbene, non lo è.