Archivio di June 2007

Il romanzo d’ammore più d’ammore che ci sia

Saturday 30 June 2007

E’ Appuntamento nel tempo di Richard Matheson, uno dei miei regali di compleanno arrivati in anticipo, bellissimo e inatteso, soprattutto perché non lo conoscevo (non è nemmeno facilissimo da reperire).

Della produzione letteraria di Matheson ho letto i racconti, soprattutto uno meraviglioso in forma di poemetto di cui ho scritto qui (numero di maggio-giugno 2006), sul jazz e i demoni che agitano l’anima, e poi i romanzi Io sono leggenda e Tre millimetri al giorno, meravigliosi incubi su carta che raccontato in modo magistrale le angosce e le paranoie dell’uomo contemporaneo.

Ma non sapevo nulla di questo romanzo, per molti versi un unicum nell’opera dello scrittore americano, anche se non rinuncia all’idea del soprannaturale che irrompe nella vita di tutti i giorni, per svelarne i moti più reconditi e sotterranei e a un’impostazione fantasy che gli lascia grande libertà nell’azione narrativa.

Scritto nel 1975, vincitore nel 1976 del World Fantasy Award for Best Novel, Appuntamento nel tempo è stato tradotto in italiano solo venti anno dopo per Urania da Vittorio Curtoni – traduttore ufficiale di Matheson, su cui ha scritto anche numerosi articoli, tipo questo – è la storia di un amore atteso per tutta la vita, appassionato e struggente come solo i veri amori sanno essere, nei romanzi almeno.

Il titolo originale, “Bid time return” viene da un verso del Riccardo III di Shakespeare (atto III, scena II) che recita: “O call back yesterdays, bid time return”, ma nel 1980 dopo che dal libro è stato tratto il film Somewhere in Time con Christopher Reeves, “Somewhere in time” è diventato il titolo delle edizioni successivi del romanzo. Io naturalmente preferivo l’originale.

Il romanzo si apre come i vecchi classici dei secoli scorsi, in cui le vicende narrate venivano presentate come manoscritti ritrovati per caso o come testimonianze di seconda mano che venivano divulgate alla morte del testimone. Matheson immagina che sia il fratello della voce narrante, a rendere pubblica la vicenda scritta in prima persona e di aver avuto dei dubbi sulla legittimità dell’operazione ma di non aver potuto resistere alla tentazione di far conoscere al mondo quella storia incredibile, anche perché in realtà lui vuole credere che sia davvero accaduta.

Appuntamento nel tempo è dunque un romanzo d’amore, uno di quegli amori assoluti e profondi che travolgono tutto e tutto ricostruiscono. E’ la storia di un sentimento così forte da travalicare i limiti stessi della fisica, della ragione, del tempo, come se davvero avesse avuto ragione Alfieri con il suo “Volli, volli, fortissimamente volli” che rende tutto possibile se solo si sapessero ascoltare i desideri e si facesse tacere la ragione.

Matheson crea un personaggio, Richard Collier – 36 anni, sceneggiatore, malato di cancro – romantico e disperato che non ha mai incontrato la donna giusta d’amare e che quando la trova è disposto a tutto per non perderla, persino a perdersi lui stesso. S’innamora di lei vedendola in una vecchia foto appesa nelle vetrine di un negozio: quel viso bellissimo comincia a tormentarlo (“il volto più splendidamente delizioso che io abbia mai visto in vita mia. Mi sono innamorato di lei.”), ne insegue gli occhi, il profilo delle labbra e sente che qualcosa lo lega a lei (“è qualcosa più della bellezza. E’ l’espressione del suo viso che mi perseguita e mi conquista. Quell’espressione dolce e onesta.”). E’ una sensazione indefinibile, impossibile da spiegare, irrazionale eppure terribilmente concreta, lo prende allo stomaco, gli fa tremare le gambe, gli riscalda il petto (“Troppo peso per il cuore”). E’ la donna che ha sempre cercato e deve averla.

Ma Elise McKenna, questo il nome dell’incantevole ossessione di Richard, è un’attrice vissuta poco meno di cento anni prima, che proprio nello stesso albergo in cui alloggia il protagonista ha recitato in uno spettacolo teatrale. Lui allora comincia a ricostruirne la vita, fino al più piccolo dettaglio e guidato da un’irrefrenabile passione, con la pervicacia di chi sa mettere in gioco tutto per ciò che vuole davvero, riesce a incontrarla, e qui arriva la magia, il soprannaturale, la fantascienza, ma non servono grandi sforzi di fantasia, Matheson è bravo a pretendere la sospensione dell’incredulità dal suo lettore, nemmeno te la chiede, se la prende e basta.

Così i due amanti a spasso nel tempo s’incontrano e Richard scopre che anche lei lo stava aspettando: “Sono morta per rinascere tra le tue braccia sotto forma di donna” gli sussurra.

Mi fermo qui con la trama perché il romanzo è avvincente e ogni piccolo dettaglio merita di essere scoperto attraverso la scrittura vivida e potente di Matheson che scegliendo di ricorrere alla prima persona, alla forma diaristica e al monologo interiore riesce a far empatizzare il lettore col protagonista e a fargli vivere attimo per attimo il suo tormento e la sua estasi. Sappiamo tutto di Richard, cosa pensa, cosa vuole, come desidera, come a volte si arrende e altre reagisce, e lo stile asseconda questi stati di esaltazione e depressione con momenti febbrili resi da frasi lunghe e sincopate che si accavallano e si rincorrono o periodi brevi, secchi, quasi delle sentenze di morte.

E alla fine per Matheson è chiaro che l’amore sia una cosa complicata di per sé e che non serva viaggiare nel tempo perché sia un’esperienza assoluta e totalizzante. Tutti ci siamo sentiti come Richard quando un amore finisce o quando crediamo di doverci rinunciare: “Non mi sono mai sentito così vuoto in vita mia. Così talmente privo di scopo. Con uno stato d’animo del genere si muore. La voglia di vivere è tutto. Quando scompare quella, scompare anche il corpo. Sono sospeso nel nulla. Come il personaggio di un cartone animato cade un dirupo balza nel vuoto ma continua a correre per un po’ in aria, prima di accorgersene. Io me ne sono accorto. Adesso comincio a cadere”.

Chi ha voglia di crescere alzi la mano

Tuesday 26 June 2007

Hai presente quel film, “Da grande“, uscito alla fine degli anni ’80 in cui bimbo desidera così tanto crescere da svegliarsi una mattina trasformato in un adulto (e l’adulto è Renato Pozzetto)? O la versione americana con Tom Hanks, “Big“? Ecco, entrambi i film s’ispirano a questo romanzo pubblicato nel 1925 con il titolo originale di Thunder on the Left, letteralmente tradotto in Italia da Enrico Piceni come Tuono a sinistra, scritto da Christopher Morley, scrittore e giornalista americano d’origine inglese.

Il romanzo racconta una favola surreale, ammantata di magia e grazia misteriosa, che soddisfa in pieno il desiderio espresso dal suo autore che in una lettera all’editore inglese del libro, scrisse di volere che “tutto apparisse come attraverso un velo di luce lunare”.

E ogni cosa in questa storia è avvolto da una luce soffusa e delicata, dolcemente briosa come possono esserlo i raggi di luna.

Morley stesso, ancora nella lettera al suo editore, ammette l’assoluta impossibilità di raccontare bene la storia di Tuono a sinistra, perché la vicenda narrata potrebbe essere un sogno, una magia, un viaggio nel tempo, un’allucinazione, tute queste cose insieme o nessuna di esse, ed al lettore è concessa la più ampia libertà di decidere cosa farne di queste pagine e stabilire cosa sta leggendo.

Tutto nasce da un gioco di bambini, che incuriositi dal mondo degli adulti decidono di spiarli per riuscire a penetrarne i segreti e risalire alle ragioni che sottendono alle assurde regole che impongono loro. Uno di loro, Martino, il più sensibile forse, si ritrova catapultato nel futuro e rivede i suoi amici adulti e squarcia il velo di mistero che avvolge le esistenze di chi ha dimenticato di essere stato bambino. E a questo punto la favola si tinge di colori più accesi, la fantasia si mescola all’angoscia per la scoperta di un mondo incomprensibile in cui si tralascia il gioco, la libertà, la spensieratezza uniformandosi a leggi ipocrite che mortificano l’iniziativa e ogni fervore creativo.

Il futuro per Martino/Giorgio in realtà non è ciò che dovrà venire, ma un universo parallelo che incuriosisce, spaventa e lascia delusi. Quel tuono a sinistra del titolo, che è il fato o la consapevolezza del destino che incombe, costituisce il confine tra l’infanzia (e la sua innocenza) e gli adulti incapaci di sognare e di realizzare ciò in cui credevano da bambini. Tuono a sinistra è un romanzo che parla agli adulti con la voce dei bambini che sono stati per mostrare la spietatezza di una vita che sacrifica la magia e l’incanto ed esclude tutto quello che rende piacevole vivere, in nome di una presunta necessità di crescere.

La lingua di Morley è poetica senza essere lirica, delicata senza melassa, acuta ma priva di spietatezza e la struttura della vicenda, basata su continui rimandi tra i due mondi come in un perpetuo gioco di specchi, cela simbolismi e significati nascosti che ognuno può divertirsi a cercare senza che la vicenda perda d’intensità se letta per il solo gusto di godersi un racconto ben scritto.

Il mio passaggio preferito: Giorgio ha appena baciato Joyce, che non sa nulla di lui e del suo segreto, anche se intuisce qualcosa e si stanno innamorando, lui naturalmente come può innamorarsi un bambino cresciuto solo di statura.

“Giorgio” ella mormorò “farò tutto quello che vorrai.” Egli la guardò. “Mi piacerebbe” disse “che tutti se la ridessero dei fabbri ferrai”.

 

Questo post è dedicato al mio Peter Pan preferito, che alla fine è cresciuto ma non si è dimenticato dell’isola che non c’è.

Apocalittici e (dis)integrati

Friday 22 June 2007

L’idea che la letteratura italiana avesse qualcosa da offrirmi – al di là dei miei soliti Verga, Pirandello, Sciascia, Brancati e pochissimi altri -, qualcosa che potesse reggere il confronto con i grandi scrittori statunitensi (su tutti), francesi, inglesi, tedeschi e russi con cui mi ero formata, mi è balenata improvvisa leggendo la quarta di copertina e le prime cinque pagine di un libello, quasi introvabile ormai, che sin dalla sua stesura ha vissuto vicende complicate.

Si tratta dell’Ombra del suicidio. Lo strano Conserti di Carlo Bernari.

Il romanzo, di poco più di 100 pagine, scritto nel 1936 è rimasto per anni nascosto da qualche parte nella casa di Bernari, finché nel 1993 il figlio Enrico non l’ha ritrovato (insieme a una prima bozza di “Tre operai“- esordio letterario di Bernari nonché suo libro più famoso – risalente al 1928 e avente come titolo “Gli stracci”) e l’ha fatto pubblicare da Newton Compton nei famosi “100 pagine a mille lire” (che ora sulle bancarelle dell’usato vengono rivenduti a 1 euro: il 100% di redemption!).

L’ombra del suicidio doveva essere il secondo romanzo di Bernari e continuare l’indagine dello scrittore sugli stati di alienazione della società industriale e sulle ambiguità morali ed esistenziali del suo tempo. In effetti la figura del protagonista doveva servire come base per il romanzo Era l’anno del sole quieto che poi pubblicherà nel 1964, una lucidissima analisi delle cause che hanno portato al fallimento delle politiche industriali nel mezzogiorno d’Italia. Ma non ne fece nulla e il libro restò nascosto e dimenticato.

Lo strano Conserti è un impiegato di una grande azienda che in un certo momento della sua vita decide di ribellarsi al meccanismo oppressivo del potere e comincia a corrodere dall’interno gli ingranaggi che muovono il baraccone industriale entro cui si dibatte. Si mette alle costole del grande capo – “Lui”, “il Grande Amministratore” – che getta nel panico i suoi dipendenti al suo apparire, che crea il gelo anche solo a nominarlo, che fa scattare tutti sull’attenti come soldatini di piombo:

“Quando la porta dell’ufficio si aprì, gli impiegati, rimasti fino ad allora ad oziare tra paste e caffè, saltarono sull’attenti: era il Grande Amministratore in persona a visitarli, l’uomo che non avevano mai incontrato, ma che, nonostante ciò, popolava la meschina fantasia piccolo-borghese di tutti loro. Soltanto uno, l’anarchico, il fiero Conserti, non cedette all’elettrizzante atmosfera sollevata dalla visita, restandosene immobile, chiuso nei suoi pensieri.”

Inizia così questo curioso libretto che non sfigurerebbe accanto a uno dei romanzi di Kafka o di Duremmatt, per quelle sue atmosfere cupe dalle sfumature metafisiche, quello stile ombratile e ossessivo che crea pathos e attesa e quella lingua così inesorabilmente monocorde da diventare assordante e sincopata mentre si procede nella lettura.

Conserti è la voce del Sud sfruttato dalla borghesia settentrionale scesa lungo lo stivale per succhiarne l’energia vitale e fagocitarne le forze giovani e produttive. E’ il vendicatore di tutte le vittime della burocrazia. E’ la mano armata di tutti gli individui oppressi da una società fondata sul profitto che cancella tutto ciò di cui non ha bisogno e ingloba il resto, privandolo dello slancio, della personalità, della vita.

E’ impietoso Bernari, forse un po’ ingenuo a rileggerlo col senno di poi, ma sicuramente ci aveva visto lungo. Già agli inizi del ‘900 denunciava la società dei consumi e la commistione tra politica e finanza. Il suo è un atto di accusa contro i poteri forti che producono desideri fittizi, li soddisfano e nel farlo ti portano via tutto. Nel libro ogni cosa viene dal Grande Amministratore: lui produce tutto, gestisce tutto, fornisce tutto e alla fine toglie tutto. E i dipendenti non sono altro che anelli di una catena invisibile e stretta che li accomuna in un desolante destino di alienazione e frustrazione. Eppure a parte lo strano Conserti nessuno se ne accorge, lui è come Cassandra, come il profeta che urla nel deserto, fino alla resa dei conti finali, che per ovvie ragioni non vi racconto.

Un’ultima cosa, da quanto ho scritto sembrerebbe che si tratti di un libro noioso, deprimente, ansiogeno. Non è così. Bernari non ha scritto una specie di 1984, né un novello Processo. L’ombra del suicidio. Lo strano Conserti è un romanzo breve pieno di momenti oscuri che a tratti s’illumina e strappa qualche sorriso amaro persino e che si regge su una struttura complessa in cui si rintracciano molti generi del romanzo, dal giallo, al realismo sociale, a una rivisitazione del gotico e diversi registri stilistici: dall’esistenzialismo, alla nouvelle vague all’apologo morale.

Com’è successo che questo libro sia finito nel dimenticatoio, ritrovato e poi obliato ancora?

Nella figura del Grande Amministratore e nelle sue vicende si ritroveranno poi i tratti di un paio di personaggi dei giorni nostri: giochiamo a chi li riconosce prima?

Dolente declinare

Wednesday 20 June 2007

Fino a martedì prossimo in edicola c’è l’ultimo numero di “Stilos” con un mio pezzo su Raffaele Crovi, poco più di un profilo dell’uomo e della sua opera: è l’articolo più brutto che io abbia mai scritto. E sapevo che lo sarebbe stato già mentre lo portavo a termine. Il fatto è che di scriverlo non me ne fregava nulla, di Crovi me ne importava ancora meno, con tutto il rispetto per la sua carriera e i suoi lavori.
E’ un pezzullo dignitoso, dice quello che deve dire, ho scritto quello che mi è stato richiesto, non nei contenuti naturalmente perché non è un’elegia, ma nel tono da redazionale e non ci ho messo nemmeno una virgola che non pensassi davvero. Ma è un brutto articolo, privo di verve, insipido, piatto, poco partecipato. Si sente che non volevo scriverlo davvero.

Poi tramite il blog di Gian Paolo Serino apprendo che per Guanda (trad. it. Simona Viciani e prefazione di Giuseppe Conte) è appena uscita una raccolta di poesie (postume) e scritti di Charles Bukowski, che contiene un testo inedito, da cui prende il titolo l’intero libro: E così vorresti fare lo scrittore?

Scrive Hank in questa poesia:

“Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal
cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e pretenzioso,
non farti consumare dall’autocompiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da
sé e continuerà
finché tu morirai o morirà in
te.
non c’è altro modo.
e non c’è mai stato”

Questi versi sciolti, rudi e sincopati come suo solito, compongono il manifesto di tutta l’opera poetica e narrativa di Charles Bukowski e illustrano al lettore la sua idea della scrittura e dell’ispirazione creativa. La letteratura come urgenza, come spinta interiore, un magma che deve esondare. La poesia quale fuoco che arde e cerca spazi per la propria combustione. L’arroganza dell’artista che scrive per sé e non deve cercare approvazione. La solitudine di chi è destinato a vivere per scrivere, spesso senza riuscire a scrivere per vivere.

Non ho mai condiviso l’idea della letteratura come sacro fuoco cui non si resiste, non credo nell’ispirazione come puro istinto creativo, né in una scrittura ribalda e vitale che esuli dal controllo tecnico e della riflessione pragmatica. Persino Hank non è tutto sensibilità e ardore come molti pensano.
La grande letteratura filtra, addomestica senza edulcorare, incanala lo slancio artistico nell’ambito della ricerca della perfezione che in quanto tale non può essere immediata e spontanea.
Eppure non riesco a non condividere ogni singolo verso di questa poesia con l’esibita ricerca di quell’estatico spasmo di cui parla W. Walsh a proposito del “Kubla Khan” di Coleridge. Che senso ha scrivere di qualcosa che non c’interessa? Vale per la narrativa e per la poesia come per la critica o il giornalismo.
E’ ispirazione o attitudine? Volontà o urgenza? O chi è davvero bravo rende vivo anche ciò che non gli piace o di cui non ha interesse a parlare? Bisogna partecipare della propria scrittura e dell’oggetto della propria scrittura (e qui penso soprattutto al critico o al recensore)? O sono sciocchezze da aspiranti poetastri imbevuti di romanticismo?

Io ho delle idee un po’ sfumate in merito, ché di solito chi dice di scrivere col cuore in realtà scrive coi piedi, ma poi leggo poesie come questa e ci ripenso. E soprattutto, quando scrivo cose come quel profilo di Crovi di cui sopra, ho la certezza che io non posso scrivere per dovere o per tener fede a un contratto (anche se non mi si chiede di tradire la mia onestà intellettuale). Dunque, sono spiacente ma mi conviene già declinare l’offerta che prima o poi mi farà il “Corriere” per una rubrica fissa di Elzeviri in “Terza Pagina”, perché io non so scrivere a comando. Non insistete prego.

Andando per libri

Monday 18 June 2007

Era un po’ che non facevo un giro in libreria solo per dare un’occhiata, di solito so sempre quello che voglio e comunque ultimamente ci vado sempre meno. Ieri però mi sono presa del tempo e ho riscoperto una libreria a Latina (“Libreria Candido” si chiama) che negli ultimi anni mi aveva deluso per via delle scelte poco interessanti e per nulla originali che aveva fatto: sempre i soliti 4 editori, classici e best-sellers in bella mostra, un’infinità di guide turistiche, manuali vari e inutili libri sul territorio pontino.

Adesso invece il magazzino è stato rimpolpato e forse hanno cambiato la persona che si occupa dei contatti con i distributori perché ci ho trovato titoli curiosi e moltissimi libri di piccole case editrici.

Ho scoperto così che la Rosellina Archinto Editore ha pubblicato un libro di Truman Capote che non conoscevo, Una casa a Brooklyn Heights: poco più di 50 pagine in cui Capote racconta la vita in questo piccolo angolo di New York con le sue case coloniali, gli spazi verdi, i personaggi eccentrici e un po’ naives. Proprio in questa casa Capote scrisse alcuni dei suoi libri migliori e molti anni dopo quelle stesse mura antiche hanno restituito un inedito pubblicato l’anno scorso da Garzanti, Un incontro d’estate, di cui si è già parlato. Sul sito di Minimumfax si può leggere un’intervista rilasciata da Capote a Pati Hill proprio nel salotto del suo appartamento a Brooklyn Heights che secondo la giornalista rispecchiava molto la personalità del suo proprietario.

Sempre nello spazio dedicato all’Archinto ho divorato (in piedi) 84, Charing Cross Road, appena ristampato, il libro d’esordio (1970) della scrittrice statunitense Helene Hanff in cui viene raccolta la lunga corrispondenza epistolare tra l’autrice e gli impiegati di una libreria antiquaria londinese nell’arco di vent’anni (dal 1949 al 1969). La Hanff si rivolge alla “Marks & Co.” per reperire antichi testi del ‘700 e lentamente l’amore per i libri trasforma un rapporto tra acquirente e venditori in un’intima amicizia. Particolare è il legame con Frank Doel, un commesso che lei definisce “l’unica creatura al mondo che mi capisce”. La Hanff riesce a recarsi a Londra dai suoi librai solo per seguire l’edizione inglese del suo libro, ma a quel tempo la libreria ha già chiuso i battenti e Frank è morto da tempo. (Del viaggio all’84 di Charing Cross Road racconterà poi nel romanzo autobiografico The Duchess of Bloomsbury Street del 1973). 84, Charing Cross Road è un libricino delizioso, pieno di amore per i libri e di curiosità verso la vita, non solo un percorso per iniziati o topi da biblioteca, ma soprattutto la storia di un’affinità elettiva che travalica lo spazio e il fisico (certo io speravo che alla fine si sarebbero incontrati e innamorati, ma non sempre il lieto fine ci è concesso). Nel 1987 è stato tratto anche un film dal libro, con la regia di David Hugh Jones e Anne Bancroft e Anthony Hopkins nei ruoli dei protagonisti della vicenda.

L’ultima scoperta del mio pomeriggio libresco è la raccolta di racconti Varietà di esilio di Mavis Gallant pubblicato da Rizzoli con una prefazione scritta dalla stessa autrice l’aprile scorso. Canadese trapiantata a Parigi, la Gallant 85 anni pieni di energia e brio feroce è diventata famosa in tarda età soprattutto con i suoi racconti (in tredici raccolte), tutti scritti con ironia sferzante e una certa freddezza di stile che sostiene però storie toccanti e intense, spesso incentrate sul tema dell’esilio, del distacco, della memoria di ciò che si è perso.

Varietà di esilio è il secondo libro della Gallant ad arrivare in Italia e raccoglie quattro racconti lunghi in cui l’esilio non è più geografico ma intimo, i personaggi di queste storie si perdono e si allontano da se stessi, fanno dei giri immensi senza meta e senza ritorno o restano in sospeso sempre in attesa, in cerca di qualcosa. Sono uomini e donne colti in brevi attimi, mentre compiono gesti all’apparenza insignificanti che invece si dimostrano definitivi, distratti e smarriti in balia della loro vita.

La prefazione da sola vale come un racconto: la Gallant è stizzosa e acuta, parla della creazione letteraria e della finzione come frutto delle esperienze filtrate dalla memoria, rievoca i momenti in cui ha concepito i vari racconti, riporta un aneddoto della vita di Anatole France e dopo aver quasi stabilito che “una cosa romanzesca è una bugia”, conclude: “Questo è ciò che penso oggi. Domani potrei credere in qualcosa di completamente diverso”.

Del resto è la stessa che ha scritto: “La letteratura non è né più né meno che una questione di vita e di morte”.

Incantevole!

Cos’è la letteratura?

Saturday 16 June 2007

E’ la luce verde che Gastby fissa nella notte fumando e allugando le braccia verso il molo.

«E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’é sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina…»

E’ la capacità di creare simboli e desideri.

Peccato che la vita non mantenga le promesse della letteratura.

 

 

Anche Flaubert m’annoia, a volte

Tuesday 12 June 2007

Se qualcuno si prendesse la briga di disegnare una curva su cui rappresentare graficamente le mie reazioni durante la lettura dei romanzi di Percival Everett (non posso farlo io che non sono capace di tenere in mano una matita senza spezzarne la punta), verrebbe fuori una sinusoide impazzita.

Ho letto Cancellazione (Instar Libri, trad. it. Marco Bosonetto) prima e ora Glifo (Nutrimenti, trad. it. Marco Rossari) cominciandoli carica di entusiasmo e curiosità. Avevo sentito faville di questo scrittore, ancora prima che arrivasse in Italia (sempre ultimi noi: il tipo ha già pubblicato 15 romanzi e numerosi tra racconti e poesie – oltre ad avere vinto decine di premi letterari – e noi lo scopriamo solo adesso). Ero curiosissima, l’avevo leggiucchiato in inglese, ma non è che la lingua di Everett sia così semplice da seguire, dunque attendevo la traduzione italiana.

Li inizio. Per entrambi mi esalto, ma poi lentamente l’entusiasmo cala, mi annoio. Poi un guizzo, una frase terribilmente cinica, una riflessione acuta e tagliente. Ironia e colpi bassi, sferzate al senso comune. Di nuovo noia, per quelle lunghe tirate filosofiche, quasi un’ostentazione, la fissazione per il linguaggio, i sememi, i simboli, i significati e i significanti. E ancora lampi di genio, una scrittura vivace, che incalza e corrompe. Troppo sperimentale. Eccessivamente tronfio. Geniale. Compiaciuto.

E infine di nuovo la curva s’impenna: quando la partita si capovolge, il cinismo diventa spietata osservazione del mondo, l’ironia rivela un’umanità profonda e dolente a cui i protagonisti cercano di non soccombere.

Raccontano storie diverse i due romanzi di Everett, ma le due curve di gradimento coinciderebbero in ogni punto.Un grande narratore Everett.E in fondo anche Flaubert mi annoia, a volte.

Qiualche estratto a gentile richiesta:  

Da Cancellazione:

“Mi chiamo Thelonius Ellison. E sono uno scrittore. Ammetterlo mi urta, al pensiero che la mia storia venga trovata e letta, perché le storie che hanno come protagonista uno scrittore non le ho mai sopportate. Così preferisco dire che sono anche, se non invece, qualcos’altro, cioè un figlio, un fratello, un pescatore, un amante dell’arte e un falegname. […] Sono Thelonius Ellison. Chiamatemi Monk” 

” Mi pareva di percepire la volontà delle foglie di cambiare colore.”

“Linda Mallory era l’essenza della scopata postmoderna. Aveva una consapevolezza talmente spiccata da sconfinare nella distrazione: contava gli orgasmi e non ne sentiva nessuno. Si preoccupava del proprio aspetto mentre faceva l’amore, di come cambiava la sua espressione mentre veniva, di averla troppo stretta, troppo larga [..] e provava anche il bisogno di esprimere tutte queste preoccupazioni nel corso dell’evento.”

 

Da Glifo:

“Comincerò con l’infinito. Era ed è la cosa a me più familiare. Sono un bambino e tutto ciò che vedo è infinitamente al di fuori della mia portata, della mia comprensione, della mia coscienza.”

“Avete dato per scontato che io fossi bianco? Leggendo, ho scoperto che se un personaggio è nero, a un certo punto deve per forza pettinarsi l’acconciatura afro, parlare per strada con un gergo scontato ed etnicamente identificabile, vivere in un certo quartiere [] Ma tu caro lettore sono pronto a scommettere che davi per scontato che io fossi bianco.”

“Con un  passato limitato, il presente non può avere molti significati. Questo almeno a dar retta alle mie letture. Per come la vedevo io, la qualità delle mie esperienze aveva già coperto il raggio d’azione di qualsiasi altra vita, per quanto lunga.”

“Se mi è concesso, io dico che sono un sistema di lettura completo. Il mio significato è solo mio e voglio dire solo le cose che voglio dire, tutti gli altri significati possibili sono stati presi in considerazione e separati dal tutto.”

“In quanto narratore che racconta il suo stesso racconto e non quello di qualcun altro, posso togliervi l’illusione che il racconto sia pura fiction? […] Se volete che dica menzogne, eccovi la verità: la ricerca delle origini della ragione, della logica e del pensiero è ragionevole quanto la ricerca delle origini della funzione corporea chiamata defecazione.” 

Le parole che non hai letto

Friday 8 June 2007

Ha scritto il poeta inglese William H. Auden in “The Dyer’s Hand” (“Il jolly nel mazzo”, Garzanti, 1972): “Ci sono dei libri ingiustamente dimenticati, non ce ne sono di ingiustamente ricordati”. Se sulla seconda asserzione possono esserci legittimi dubbi, chi potrebbe smentire l’assunto che la precede?

Il mondo è pieno di libri dimenticati, sommersi e ormai sconosciuti, che spariscono dagli scaffali delle librerie per finire – quando va bene – sui banchi dei mercatini dell’usato e tra i remainders, a meno che qualche piccolo editore volenteroso non li salvi dall’oblio, spesso però con ristampe limitate nella tiratura, infelicemente esposte o mal distribuite. Sono libri sottratti al lettore: non solo testi minori di grandi artisti o di scrittori poco noti, ma opere ormai storicizzate che non vengono ristampate da decenni e capolavori stranieri che non vengono tradotti (o ri-tradotti).

Di recente l’Adelphi ha rispolverato “Santuario” di Faulkner, un classico moderno, che era irreperibile in libreria dall’edizione Garzanti dell’86. La Sellerio sta riconsegnando al pubblico i romanzi di William R. Burnett –  inventore della cosiddetta “caper novel” (ovvero romanzo della grande rapina) con “Giungla d’asfalto”, la cui ultima edizione pervenuta era del 1974 nei Gialli Mondadori –; le opere di Annie Vivanti, vivace scrittrice, nota soprattutto per la scabrosa relazione con Giosuè Carducci e, a più di vent’anni dalla morte, l’opera omnia del giornalista e narratore russo Sergej Dovlatov.

Per Neri Pozza è stato tradotto dopo oltre un trentennio il magnifico e scandaloso “Ginger man” dell’irlandese James P. Donleavy; mentre per Einaudi proprio negli ultimi anni sono uscite le prime edizione dei romanzi di Magda Szabò, scrittrice ungherese di fama mondiale, conosciuta in Italia per una sola opera (irreperibile, ça va sans dire), “L’altra Ester”, pubblicata da Feltrinelli nel 1964 e successivamente distribuita dal “Club degli editori”.

E ancora recuperando: Marcos y Marcos si sta dedicando al revival di Ring Lardner; Adelphi propone per la prima volta in Italia gli scritti dell’intensa e sfortunata autrice ucraina Irène Némirovsky; e Fazi scopre Dawn Powell, definita da Gore Vidal come “la nostra migliore scrittrice della seconda metà del secolo”.

Per giocare in casa, oltre allo sdoganamento del manualetto futurista di Filippo Tommaso Marinetti, “Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini”, ripubblicato da Vallecchi nel 2003 a novant’anni dall’esordio, ci pensano soprattutto i “Meridiani” Mondadori (insieme a corposi “Antimeridiani”) a riscoprire autori nostrani trascurati, da Luciano Bianciardi a Luigi Meneghello a Domenico Rea.

Questo elenco dimostra come a subire l’ostracismo del circolo editoriale siano anche grandi autori e opere ammirevoli; e come intere generazioni vengano private di letture che per i genitori e i nonni sono stati dei “classici”.

Gli esempi citati sono così dei veri e propri “recuperi letterari”, che però non esauriscono il panorama dei “sommersi e sconosciuti”.

Erskine Caldwell, scrittore americano esponente della cosiddetta “letteratura sociale”, ha venduto ottanta milioni di copie dei suoi libri nel mondo ed è stato tradotto in 43 lingue eppure in Italia al momento sono reperibili solo tre dei suoi innumerevoli romanzi, mentre di decine di racconti, diverse opere di nonfiction e una raccolta di poesie non si hanno tracce qui da noi. Sfortunata anche Pearl S. Buck, le cui opere – a parte qualche titolo sparso – non risultano pervenute dalle lontane edizioni Mondadori degli “Oscar” anni ‘70 e ‘80; ma ancor peggio è andata a Sinclair Lewis, del quale è stato pubblicato negli ultimi quarant’anni solo “Babbitt” (Tea, 1997).

Riflettori spenti dal ’74 per “Lascia che accada” di Paul Bowles, nell’olimpo degli scrittori americani insieme ai più grandi della sua generazione, da William Burroughs ad Allen Ginsberg, da Truman Capote a Tennesse Williams, più conosciuto forse per la paternità del “Tè nel deserto” sebbene meno maturo e solido del romanzo sommerso.

Quanti hanno letto Sherwood Anderson negli ultimi vent’anni? E “Jules e Jim” di Henri-Pierre Roché? E Jorge De Sena (vivamente consigliato il suo racconto “La finestra d’angolo” pubblicato oltre dieci anni fa da Sellerio, ma originariamente contenuto nella famosa raccolta “Scorribande del demonio”)? E  “La nobile arte di farsi dei nemici” del pittore James McNeill Whistler, classico della letteratura inglese oltreché acuta riflessione sull’arte e il suo rapporto con la critica, pubblicato solo nel 1988 dalla casa editrice Lubrica?

 E quanti sanno che “C’era una volta in America”, capolavoro di Sergio Leone, è l’adattamento cinematografico di un libro, “Mano armata” di Harry Grey, perdipiù largamente autobiografico? Molto pochi sicuramente, visto che l’ultima edizione italiana del libro è del 1983, per Longanesi.

Misconosciuto ai più è O’Henry (pseudonimo di William Sydney Porter), considerato il padre della moderna short story americana (ogni anno il miglior racconto statunitense viene addirittura premiato con il prestigioso riconoscimento che porta il suo nome), eppure pochissimi dei suoi racconti sono stati tradotti in italiano, tutti introvabili ormai ad eccezione di quelli raccolti in “Marionette” pubblicato da Tranchida Editore nel 1998, che a scavar bene nei mercatini dell’usato può saltar fuori all’improvviso.

Stessa sorte per l’omologo inglese di O’Henry: V. S. Pritchett, un genio della novella d’oltremanica che in Italia è presente con due soli racconti tradotti da Adelphi, già da tempo ormai. Ed è inutile chiedersi poi quanti conoscano La Formula di Origine di Johannes Mario Simmel, curioso romanzo ambientato subito dopo il bombardamento di Vienna del 1945, scritto nel 1949, pubblicato in Italia dalla Sonzogno alla fine degli anni ’60 e mai più ristampato. E “La camera cinese” di Vivian Connell? Una vera chicca da bibliofagi che meriterebbe un destino migliore: è stato pubblicato in Italia per l’ultima nel lontano 1967 da Garzanti.

Veniamo alle patrie lettere.

Molto più che attraverso i suoi romanzi, dalla “Controfigura” a “Esterina” a “Il congresso”, è leggendo “Le stanze” di Libero Bigiaretti – un non-romanzo di matrice autobiografica in cui l’autore attraverso la finzione narrativa ripercorre aneddoti e incontri della sua vita – che non si può fare a meno di chiedersi come sia stato possibile dimenticare quest’acuto scrittore marchigiano. E’ infatti con “Le stanze” che appare subito chiaro come Bigiaretti sia stato una figura centrale del nostro panorama culturale.

E che fine ha fatto Carlo Bernari? Se ormai non è più complicato reperire “Tre operai” (ristampato però solo di recente per gli Oscar Mondadori) la sua opera più importante, è invece del 1976 l’ultima edizione di “Domani e poi domani”, crudele storia di un amore impossibile sullo sfondo dei disordini causati dal fallimento della politica agraria nel Sud d’Italia; ed è quasi improbabile da scovare, persino tra i remainders, “L’ombra del suicidio”, pubblicato postumo da Newton Compton, straordinario romanzo breve dalle atmosfere vagamente kafkiane. Completamente dimenticato è anche “La dura spina” di Renzo Rosso, autore fortemente in debito con Italo Svevo, intenso romanzo incentrato sulla figura capricciosa e dolente di un artista, scritto in una prosa raffinata e lussuosa, che non meriterebbe l’oblio in cui è caduto.

Si pensi infine a Giorgio Saviane, Guido Piovene, Ottiero Ottieri, Giovanni Arpino, Carlo Castellaneta, Ernesto Ragazzoni, Mario Tobino, Giuseppe Antonio Borghese, Alberto Savinio, Giacomo Debenedetti, Bruno Tacconi, Lucio Mastronardi: quanti dei loro libri si trovano ancora nelle librerie italiane?

 E non sempre è necessario andare troppo lontano nel tempo per individuare libri (già) dimenticati.

Due esempi per tutti.

 Il primo è “Ai margini del caos” di Franco Ricciardiello: romanzo intelligente e sofisticato, premio Urania nel 1998 e poi scomparso dalle librerie a dispetto del buon successo di pubblico (13.500 copie vendute) e della pubblicazione in Francia per la casa editrice Flammarion. E poi “Tuta blu” di Tommaso di Ciaula, un commovente ritratto della condizione operaia, pubblicato da Feltrinelli nel 1978, accolto calorosamente da critica e pubblico, tradotto in tutt’Europa, riadattato per il teatro e per il cinema, e inspiegabilmente sparito per oltre trent’anni, fino alla recente ristampa con l’editore veneto Zambon: forse però questo libro merita qualcosa di più. 

Quanto alle cause che hanno costruito il “cimitero dei libri dimenticati” (al centro del fortunatissimo romanzo di Carlos Ruiz Zafón “L’ombra del vento”, Mondadori, 2004), se è pur vero che il mercato e la questione delle vendite incida in parte nelle scelte editoriali, e sebbene possano intervenire anche questioni inerenti i diritti d’autore ed eventuali problemi di traduzione, quello che influisce maggiormente sulla “scomparsa dei libri” è soprattutto la “memoria corta” degli operatori editoriali, coniugata ad una cultura del libro da fast-food: oggi in Italia vengono pubblicati circa 170 libri al giorno (fonte: Maria Novella De Luca, “La Repubblica”, 15 marzo 2007) – che nella maggioranza dei casi rimangono sugli scaffali per un tempo sempre più ridotto – e negli ultimi dieci anni sono stati ritirati dalla circolazione 377mila titoli. Con questi standard magari può sembrare complicato dedicarsi ad operazioni di “recupero” non in sintonia con le mode del momento, ma così facendo non si tiene conto del fatto che gli autori “sommersi e sconosciuti” sono nella stragrande maggioranza dei casi dei campioni, dei cavalli di razza su cui varrebbe la pena scommettere.

Per mere ragioni di pragmatismo poi sarebbe bene cavalcare la tendenza alla riscoperta che s’intravede nel comportamento del lettore negli ultimi anni – forse sollecitato dall’uso dell’internet che favorisce lo scambio d’informazioni tra gli utenti (le vendite di libri on line sono salite di oltre il quaranta per cento nell’arco di cinque anni)-, che affolla le fiere e i negozietti dell’usato alla ricerca della “perla rara”. In questo senso si sono mossi piccoli editori come il già citato Tranchida, che per primo ha scoperto Ring Lardner; la Robin edizioni che ha una collana intitolata proprio “Libri ritrovati”; la Galaad edizioni che ha scoperto la statunitense Kate O’Flaherty Chopin (1850-1904), inedita in Italia ma molto famosa in patria; o Minimumfax che ha creato la collana “Miminum classics” in cui propongono soprattutto autori inediti che però vengono considerati ormai dei classici contemporanei da Richard Yates a John O’Hara (autore del bellissimo “Appuntamento a Samarra”).

Addirittura la Biblioteca comunale Renato Fucini di Empoli ha creato una sezione del sito internet dedicata alle segnalazioni degli utenti, chiamata “Libri belli e dannati”, dedicata “alla scoperta di libri dimenticati e sconosciuti, ma imperdibili”.

Sono decine le piccole case editrici che s’impegnano a liberare dalla polvere volumi da restituire al loro pubblico (ma il problema rimane sempre la distribuzione e la visibilità in libreria) forse perché convinti che perdersi per strada pezzi di storia della letteratura è un delitto che nessuna strategia di marketing può giustificare. O forse, più realisticamente, perché non hanno molto da perdere rischiando.

 Diceva Gesualdo Bufalino: “Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è fatica”. Ma pure trovarlo, a volte, dà il suo bel daffare.

Da Stilos del 29 Maggio

Frammenti

Wednesday 6 June 2007

“Germano posò le riviste sul tavolo e fissò di nuovo Linda.“Sei una nuova delle pulizie?”, le chiese.

“E’ la sorella di Corrado”, disse il Prete.

Germano si passò un dito sul naso spellato. “Ah. Quindi adesso se ne va anche lei”.

Mi intromisi. “Sì. Deve proprio”.

“Hmm… peccato”.

“Aveva bisogno che le pulissi qualcosa?”, disse Linda con un’aria da schiava.

La faccia di Germano cambiò colore. “Come? No, no. Sono a posto”, rispose.

Linda gli sorrire. “Lo facevo quasi gratis, eh?”.

Cap fece rimbalzare il cacciavite su un palmo. “Però, la ragazza”, disse.

Presi Linda per un braccio. “Va bene, l’affare è saltato. E’ ora che ci muoviamo”. Lei sorrise muta e si lasciò portare via, abbastanza in fretta da non dare il tempo al Prete di accompagnarci.”  

  Dal romanzo ancora in bozze di cui parlavo l’altro giorno. Mi spiace per voi che dovrete aspettare prima di leggerlo.

Bloggando un po’

Monday 4 June 2007

Qualcuno è arrivato sul mio blog digitando una via l’altra queste due chiavi di ricerca: 

“seia montanelli frustrata” e “seia montanelli innamorata di Paolo Nori” 

Dunque, spero che il primo volesse proprio scrivere frustrata e non “frustata” per non dovermi preoccupare pure di eventuali mie foto fetish in giro. Ad ogni modo mi chiedo a chi possa fregargliene qualcosa delle mie frustrazioni. Per accontentarlo gli faccio sapere che al momento mi frustra: 

1) avere in mente il ritornello di una canzone che mi piaceva da morire e che adesso non sopporto più e non riuscire a togliermela dalla mente (odio l’estate / che ha dato il suo profumo ad ogni fiore / l’estate che ha creato il nostro amore / per farmi poi morire di dolore); 

2) non sapere quando mi verrà consegnata la nuova casa;  

3) il nuovo sistema aziendale per i turni in ufficio, che sembra scritto in qualche codice marziano. Non so nemmeno se domani devo lavorare o meno; 

4) che le cose cambino sempre;

Sul mio innamoramento verso Paolo Nori, devo smentire il gossip, tanto che per un po’ di tempo letterariamente avevamo divorziato. Al momento siamo tornati a frequentarci, sarete i primi a conoscere eventuali sviluppi. Voi e Michele Cocuzza. (Sempre di lettere parlo, eh) 

Assolto il post sui referrers, continuiamo a bloggare.  

Sto leggendo un romanzo dal titolo bellissimo, e anche quello che ho letto fin’ora della storia mi sta piacendo molto (e non poteva essere altrimenti, conoscendo il suo autore). Non posso dire di più perché è ancora in bozze ma confido che presto trovi la via della pubblicazione.   

Mi sono arrivati a casa dei tulipani gialli stamattina, senza biglietto. Gialli come piacciono a me, e con i petali forti e tondeggianti sui bordi. Magari chi li ha mandati passa di qui, quindi grazie. 

Sto scrivendo un pezzo su un libro pubblicato da Marsilio, Un certo senso di Francesco Fagioli. Non ne vengo a capo: è uno di quei libri che appena li leggi ti viene da chiederti se l’abbia scritto un genio o se sia solo una gran puttanata. Propendo per una via di mezzo, non foss’altro che non credo molto nel genio e che di solito le puttanate le fiuto a distanze chilometriche, direi quindi che è un libro ben scritto e ben gestito, con sprazzi di originalità e qualche caduta di tono, ma non ho ancora preso una decisione. Mi viene voglia di non occuparmene, ma sento che qualcosa c’è.

Perché devo fare tutta ‘sta fatica per dei libri?