Archivio di October 2007

Ridon le nubi sopra le tombe antiche*

Wednesday 31 October 2007

Sarà questo tempo. Saranno i pensieri che mi perseguitano. Saranno le milioni di cose che devo fare in questo periodo. Sarà il fatto che ultimamente mi attira di tutto tranne i libri. Sarà quel che sarà, ma il fatto è che non ci sto tanto con la testa, mi sono persa tra le nubi.

Tutto questo per dire che è uscito il secondo numero di nubi (aperiodico permamente di chiacchiere sui fumetti) da un’idea e con la cura di Boris Battaglia e Spari d’inchiostro e che dentro c’è anche un mio pezzullo. Lo so, di fumetti non capisco niente. Lo so, non bisognerebbe mai scrivere di qualcosa che non si conosce. Lo so, ne ho letti pochissimi e nemmeno mi piacciono, cosa ne parlo a fare? E infatti ho scritto un pezzo sul perchè non leggo fumetti. E poi me l’hanno chiesto, eh!

 

UPDATE PER PIGRI (come lui)

It’s not my cup of tea

E’ stata una cosa che ho capito leggendo “S.”, di Gipi: una graphic novel in cui le immagini, più che tese a produrre il contesto dell’azione, e a descrivere l’azione stessa – come in genere accade nei fumetti, che si tratti di comic strips vecchia maniera, o di next-gen series – erano subordinate ad accompagnare il testo. In un certo senso, il percorso della narrazione il lettore lo capiva leggendo le poche parole che c’erano lì: le immagini, pur onnipresenti, servivano a contestualizzare, a illustrare, ad accompagnare. Pochi dialoghi, molte didascalie.

E’ stata una delle rare volte in cui sono riuscita a finire una storia a fumetti, senza cedere alla noia molto prima della fine.Prima di “S.”, solo “From Hell” aveva avuto questo onore: ma avevo letto quel librone come in trance, catturata dalla conversazione che c’è tra due personaggi all’inizio, a mo’ di introduzione. Quella conversazione, il mio fidanzato, che di fumetti è patito, me l’aveva fatta leggere praticamente per forza, come fa ogni tanto con qualche pagina di fumetto che lo emoziona in particolar modo. Non so se l’avete presente: ci sono due uomini, due amici, che passeggiano insieme. Uno dei due ha fama di profeta, ovvero di essere uno che di quando in quando è visitato da visioni, le quali poi puntualmente si avverano. A un certo punto il profeta confessa che non è vero niente, lui le visioni non ce le ha mai avute, s’è sempre inventato tutto, lo faceva per un qualche sciocco motivo (che adesso io non rammento: per sembrare interessante, forse?). L’altro dice allora: “Ma no, non può essere così, le tue visioni si sono sempre avverate”. E a questo punto il falso profeta, il ciarlatano, risponde: “Già, in effetti è strano, questa è una cosa che non sono mai riuscito a spiegarmi”. Segue brivido (della sottoscritta) e lettura in apnea di tutto il mattone (“From Hell” è un mattone, veramente, perfetto per pareggiare le gambe del tavolo). Lettura che, aggiungo, ho affrontato imprecando a ogni passo perché se quello fosse stato un romanzo avrei faticato molto meno.

Il dover correlare le parole alle immagini mi disturbava, mi affaticava, a tratti addirittura mi angosciava (tra l’altro “From Hell” è disegnato con un tratto che angoscioso è dir poco). Ma il punto è: per me le parole e le immagini, viaggiano separate. Ci sono delle ragioni, credo. Non è pura idiosincrasia. Vediamo se riesco a spiegarmi.

Secondo me prima di tutto non si può dire: “Leggo un fumetto”. Poi, una come me, che ha imparato a leggere su libri-senza-figure (diversamente dai tanti la cui palestra, da ragazzini perlomeno, furono i libri illustrati); una come me dicevo, che peraltro non sopporta quegli odiosissimi romanzi postmoderni in cui si sprecano pagine con simboli, innesti di foto e disegni, qualche fumetto, addirittura righi di pentagramma o fotocopie di post-it; una come me insomma, si aspetta di poter seguire la storia portando il segno, seguendo le figura da destra a sinistra e poi di andare a capo e di “leggere” quello che succede, di avere delle parole che raccontino: questo significa leggere, per una come me.

Ma a parte il fatto che ci sono fumetti che invece hanno le immagini in sequenza diversa da quella canonica, si aggiunga la difficoltà dello scoprire che non c’è molto testo al quale attaccarsi: e che quello che c’è – mi pare – è poco letterario, sbrigativo, raffazzonato addirittura. Le parole che galleggiano dentro a certi balloons a volte sembrano scritte da bambini delle elementari che giocano a fare i gradassi: caso emblematico, certi fumetti iperspettacolari che ingabbiano, in una grafica rutilante, dialoghi al limite del patetico, “Witchblade”, un nome su tutti.

Spesso i patiti del genere mi dicono: “Nei fumetti devi leggere le immagini”, come se fosse la cosa più normale del mondo, leggere le immagini. E come si fa? Ci sono tutte quelle figure, quei disegni, quei simboli convenzionali e poi le onomatopee che ci si aspetta che io riconosca, e poi chi l’ha detto che io veda nelle immagini quello che ci vede un altro? Ho sfogliato i fumetti di Frank Miller una volta, e ne ho ricavato una sensazione straniante, mi arrivava una rappresentazione abnorme, alienata, del contesto narrato: i personaggi sembravano caricature e parlavano come caricature. Un vago ricordo: c’era questa ragazza che fissava un tipo che a sua volta la guardava con concupiscenza. Almeno, a me sembrava un’attenzione concupiscente, invece alla riga sotto – lo so che si dice strip ma non sono del ramo quindi lasciatemi sciolta nell’espressione – il tipo la uccide e probabilmente (almeno voglio sperarlo) se non avessi fiondato il fumetto lontano da me continuando a leggerlo, avrei ben capito perché la ragazza è stata aggredita, ma ciò che conta è che quel fumetto a me suggeriva una cosa totalmente diversa da quella che invece era l’intenzione del suo autore e da quanto aveva colto invece il mio fidanzato (per esempio). Non sono stata in grado di interpretare quel disegno perché, evidentemente, quel linguaggio non mi appartiene.

Ora, io sono una “lettrice forte”, leggo una quantità inusitata di libri, dunque: com’è possibile ch’io non sappia leggere un fumetto, se davvero libri e fumetti si possono leggere allo stesso modo? Se fosse vero, sarebbe un fatto ben curioso. Ma la questione è che i fumetti non si devono leggere, la decodifica dei simboli opera sul piano visuale, le immagini vanno analizzate, interpretate, e contestualizzate: leggere un libro non è lo stesso che leggere un fumetto, non dico che sia meglio, ma è sicuramente diverso.

Se i fumetti si dovessero leggere, chi potrebbe spiegare un lavoro come quello di John Arne Sæterøy, in arte Jason, celebre fumettista norvegese che spesso ricorre a “fumetti muti”, ossia completamente privi di testo? A me non risulta esistano libri muti, in letteratura, e questo perché il libro “è” il testo, non ci sono teorie critiche e semiologiche e semiotiche che tengano a mio avviso. Il fumetto invece è l’immagine, il disegno, la striscia e può vivere senza testo. Per questo a me non interessa, perché non sono una patita dell’immagine, perché ho bisogno di percepire la storia, non di vederla; ho bisogno di immaginare i personaggi di un racconto, non di vederli materializzati davanti ai miei occhi. L’immagine mi toglie molto del piacere della storia. Il racconto, per essere tale, è orale o scritto, mai disegnato, tanto meno filmato.

Dico solo che per me è così, non penso assolutamente che il fumetto sia un’arte inferiore alla letteratura, solo che non è la mia arte: e non sono nemmeno arti gemelle se proprio devo dire la mia. Forse il fumetto è più vicino al cinema, per nulla alla pittura. Perché un quadro è immobile, statico, ed esiste nel momento in cui il soggetto rappresentato, figura, paesaggio o oggetto che sia, viene fermato nel tempo dall’occhio e dal gesto del pittore: non c’è bisogno di un “prima” e di un “dopo”, e dipende solo dalla bravura e dal talento dell’artista infondere la vita in quel soggetto, al di là dell’istante preciso iscritto nella raffigurazione. Il fumetto invece è un lavoro in sequenza, progredisce, si muove nello spazio e nello tempo, arriva e finisce. Come i film.

I fumetti si basano su questa sequenzialità, si basano sulla capacità dell’immagine di migrare da un riquadro all’altro, da una pagina all’altra; si basano sull’uso dello spazio nelle tavole: non solo in ciascuna tavola presa a sé, ma nella progressione delle stesse. In tutto questo il testo perde valore, e si finisce col trascurarlo. Se non c’è un testo che valga la pena di essere letto, dunque, in che modo si possono “leggere” i fumetti?A me poi non piacciono nemmeno i libri che abusano di tecniche prettamente cinematografiche, non credo nelle commistioni.

Ma non voglio divagare. Mi è stato chiesto di spiegare perché non leggo fumetti, mica lo so se sono riuscita a farlo. Forse c’è da dire solo che il fumetto, come amano dire gli anglofoni, is not my cup of tea. Possiamo farcene, tutti, una ragione credo.   

 

* Un verso della poesia “Egle” di Giosuè Carducci

Critica da Bar dello Sport

Monday 29 October 2007

Rileggendo Opera aperta di Umberto Eco ho ritrovato un aneddoto divertente circa il rapporto tra autore e critica (nel caso specifico ancora più emblematico perché Eco è un critico – o meglio uno studioso – tra critici).
Scrive Eco nell’introduzione al libro: “Mi ricordo che Vittorio Saltini, recensendo il mio intervento del Menabò sull’Espresso (l’Espresso allora era la roccaforte dell’antisperimentalismo), mi beccò su una frase in cui apprezzavo un verso di Cendrars dove si paragonavano le donne amate a dei semafori sotto la pioggia, e osservava pressapoco che io ero tipo da avere reazioni erotiche solo sui semafori, per cui nel dibattito io gli rispondevo che a una critica così si poteva obbiettare solo invitandolo a mandarmi sua sorella. Questo per dire il clima.”

A me ‘sta cosa mi ha fatto molto ridere. Alle critiche o si risponde con ironia come ha fatto Eco – che forse qualche motivo per tirarsela ce l’ha – o come ha detto Capote in un’intervista alla Paris Review, si scrivono lunghe lettere a chi stronca un proprio libro, che poi si buttano senza mai spedirle.

Quanto a Opera aperta magari ci torniamo su, non ho ancora deciso se essere d’accordo con Eco, o esserlo in parte o proprio per nulla.

Questo non parla di tante cose

Tuesday 23 October 2007

Avvertenza: questo post è quasi privo di link e rinvii ad altre pagine web per evitare polemiche da “trashback”.  *

Mi sono arrivate un paio di mail molto minacciose e molto poco simpatiche, da parte di due tipi a cui evidentemente serve l’intervento di un professionista – ma di uno bravo eh – che mi accusavano in pratica di aver fatto chiudere un blog a causa di un mio commento (non capendo a cosa si riferisse ho letto poi che l’autrice del blog cita diverse volte quel commento nel suo “post di commiato”, ma fa poi un discorso più generale che prescinde da quello che ho detto io, o meglio di ciò che del mio discorso lei ha percepito).

Dunque, si sa che il mio ego può raggiungere vette inverosimili di autocompiacimento, però una simile responsabilità non me la prendo (per di più il mio commento non era nemmeno rivolto direttamente all’autrice in questione, e in generale può anche dispiacermi che qualcuno si senta ferito a tal punto, ma certo non da me) e per questo avevo in mente un sagacissimo post sulla differenza tra un testo con valore estetico e letterario e uno che ha mero valore documentale, discorso che sarebbe stato sempre distante dalla polemica in corso. Avrei voluto parlare dell’arroganza di chiunque pubblichi alcunché, visto che implicitamente ritiene che sia di un qualche interesse per qualcun altro (altrimenti lo terrebbe nel suo sacrosanto cassetto inchiavardato, come direbbe mia nonna).

E se credessi nella pur minima importanza dei blog, mi riferirei pure ai blog, il mio su tutti.

Mi sarebbe piaciuto spiegare infine, come sia mia ferma convinzione che in nessun caso il contenuto di un testo possa consentirgli la sacralità e l’intoccabilità. Per esempio ho sempre ritenuto Il diario di Anna Frank poco interessante e gli preferisco come opera letteraria, e anche come opera testimoniale, Un sacchetto di biglie di Joffo per esempio o L’amico ritrovato di Uhlman e soprattutto A voce alta di Bernhard Schilnk. Dovrei per questo subire accuse di filo-nazismo? O di scarso rispetto per l’Olocausto? O peggio, di non esserne interessata?

 Perché si fa fatica a scindere il discorso estetico su un testo da mere questioni etiche? Perché si finisce con l’interpretare un discorso sul testo come un attacco all’autore e alle sue idee? Se si facesse un maggiore ricorso alla finzione, eliminando l’io dalla letteratura o dissolvendolo nella finzione forse nessuno si sentirebbe toccato nella propria sensibilità e si potrebbero criticare dei libri senza essere accusati di crudeltà mentale. 

Comunque di tutto questo non parlerò, anzi non parlerò ancora, visto che sono cose che predico da sempre, perché nel frattempo ho saputo che è uscito l’ultimo vero capolavoro delle patrie lettere a firma di Rossano Fiunda per le benemerite Edizioni Stacchia. E’ un’opera travolgente questa del Fiunda, innovativa, psichedelica e pure ultrapsichica. L’unico Cavaliere che davvero conti nel nostra paese ha colpito ancora! Accattatevillo! 

Ah (quasi dimenticavo: ubi maior minor cessat), sono usciti proprio oggi altri due libri (di minor peso naturalmente del romanzo rivoluzionario del Fiunda, ma visto che gli autori sono degli amici riservo loro almeno un trafiletto): Sempre cara mi fu quest’ernia al colon – il libro dei Fincipt a cura di Alessandro Bonino e Stefano Andreoli – e Il sangue degli altri di Antonio Pagliaro. Questi sfogliateli almeno: tengono famiglia ‘sti ragazzi!

* trashback non è un errore, eh, è voluto.

Un cacciavite è un cacciavite è un cacciavite è un cacciavite. E se anche ci mangi il gelato sei te che hai problemi, non è il cacciavite a non avere una funzione specifica

Tuesday 16 October 2007

“Per noi pragmatisti, l’idea che vi sia quel qualcosa di cui un testo dato tratta veramente, qualcosa che verrà rivelato dall’applicazione rigorosa di un metodo, questa idea – dicevo – è sbagliata come l’idea aristotelica che vi sia qualcosa che realmente e intrinsecamente è una sostanza, in opposizione a ciò che è, solo in apparenza, per accidente o relazionalmente. [] Ma l’opposizione all’idea che i testi trattino veramente di qualcosa in particolare, è anche un’opposizione nei confronti dell’idea che un’interpretazione particolare potrebbe, grazie presumibilmente al proprio rispetto della “coerenza interna del testo”, azzeccare cosa sia quel qualcosa. Più in generale, si tratta dell’opposizione all’idea che il testo possa dirci qualcosa riguardo a ciò che esso vuole []. Dal mio punto di vista, è come se mi si dicesse che l’uso che faccio del cacciavite per avvitare le viti è “imposto dal cacciavite stesso”, mentre l’uso che ne faccio per forzare dei pacchi di cartone è dovuto alla “caparbia imposizione della mia soggettività”. 

Tratto da Interpretazione e sovrainterpretazione. Un dibattito con Richard Rorthy, Jonathan Culler e Christine Brooke-Rose, a cura di Stefan collini, Bompiani 2004

 Queste parole di Rorthy mi hanno fatto venire l’orticaria. 

Richard Rorty, filosofo pragmatista autore del libro La filosofia e lo specchio della natura, interviene così al dibattito sulle Tanner Lectures di Umberto Eco nel 1990 a Cambridge, e contesta le osservazioni del semiologo riguardo la contrapposizione tra interpretazione – che per Eco è un’analisi del testo che deve tener conto dei principi di coerenza ed economia del testo stesso – e sovrainterpretazione – tutte quelle elucubrazioni su un testo che sono incoerenti e poco economiche – e soprattutto la sua arringa contro le teorie reader oriented, ossia quelle posizioni della dottrina che riconoscono al lettore la massima libertà nell’interpretazione dei testi fino quasi a non tener conto della lettera degli stessi. 

Adesso io sono anche più estremista di Eco e non riconosco nemmeno la possibilità che non si arrivi a una verità del testo – mentre lui sostiene che ci possano essere più interpretazioni (ma non infinite, contrariamente alle dottrine reader oriented) – e tanto meno posso riconoscere che aveva ragione Nietzsche quando sostiene che non esistono fatti ma solo interpretazioni. E ancora, non riconosco un ruolo attivo al lettore che si limita a fruire di un’opera, traendone conclusioni, sensazioni, emozioni, riflessioni che non rientrano nel processo creativo o produttivo dell’opera e dunque non hanno rilevanza perché non la modificano in alcun modo. Non credo nemmeno all’idea di “opera aperta”. E se posso concedere che forse l’intentio auctoris spesso non coincida con l’intentio operis, nondimeno un qualche ruolo a ‘st’autore nell’identificazione del senso del testo dobbiamo darglielo.  

Mi riconosco nella rigidità formale dello strutturalismo e nella scomposizione del testo nelle sue parti sul modello proposto da Propp in Morfologia della fiaba, ma la tendenza astorica degli strutturalisti mi perplime un po’.

Allo stesso tempo non posso accettare il relativismo post-strutturalista, per esempio il Barthes della Morte dell’autore (1968) o le istanze freudiane applicate al linguaggio e alla letteratura di Lacan, né le derive decostruzioniste: cosa vuol dire ribaltare le gerarchie come ritiene necessario Derrida? Come possono non aversi punti fermi? 

Mi piacciono i formalisti russi, ma mi spaventa quella che Paolo Nori tra in uno dei suoi romanzi chiama tra il serio e il faceto “la sindrome di Eichenbaum” riferendosi a Boris Eichenbaum, uno dei fondatori del formalismo che “che con tutta la sua notorietà e la sua scienza non era neanche capace di dire a sua moglie se il romanzo che aveva appena letto era bello o era brutto”. 

Mi piace anche Genette ma la sua idea della letteratura come dialettica tra ipertesti e ipotesti mi annoia.  

Non parliamo del post-modernismo: Baudrillard e la sua “perdita del reale” mi fa avvelenare. Che vuol dire perdita del significato? E poi quell’idea ripresa anche da Lyotard, della letteratura, tutta, come pastiche è inaccettabile. 

Sono in cerca di un’identità critica a quanto pare. O forse avrei dovuto smettere di studiare e ricercare anni fa, spesso tutte queste teorie mi sembrano solo un mucchio di parole sparse che non spostano di una virgola il mondo: riconoscere e identificare l’autore modello di un testo distinguendolo dal suo autore empirico e riuscire a farlo in qualità di lettore modello piuttosto che nelle vesti stracciate del lettore empirico, in che modo mi aiuta a dormire meglio la notte? E riconoscere una metafora da una metonimia, può sostenere la mia causa contro il prete che vuole le stelle di Natale al posto dei miei tulipani in Chiesa? Non credo, anche perché il mio prete è in punto di morte ma è testardo come un mulo. 

Ma una cosa almeno la so: se non sai come usare un cacciavite, il problema resta solo il tuo e non puoi ammorbare tutti gli altri.

Cosa mi passa per la testa(ta)

Tuesday 9 October 2007

Ormai è chiaro che Edo non ha nulla da fare nella vita, nulla di meglio che abbellire il mio blog. Così m’ha fatto il nuovo header: bello no? E poi a me l’autunno mi rigenera, mi rincuora, mi riabilita e quindi è giusto che si rinnovi anche il blog.

Dunque grazie a Edo (che spero prima o poi trovi qualcosa da fare perché essere il suo unico scopo nella vita mi pesa troppo) e Dario che gentile e paziente mi asseconda sempre.

L’autunno dicevo è la mia stagione (periodo di Natale a parte) – e forse s’era capito – e mi vengono anche delle ispirazioni al primo imbrunire di foglie. Per esempio sto pensando di smettere di scrivere di libri e ampliare i miei orizzonti. Ho appena scritto un pezzo sui fumetti per questi tipi qui (sarà sul numero due della rivista). Poi mi sono dedicata alla cucina e a questo proposito vi rendo noto che sto cercando disperatamente un cappello da chef grigio perla scuro e un grembiule dello stesso colore che non sembri una palandrana informe. Sono anche diventata un’esperta di abbinamenti di colori, stoffe e suppellettili varie, ho persino creato delle essenze decorative per gli ambienti con saponette e sabbia e pout-pourri che non mi facessero starnutire.

E dulcis in fundo nessuno meglio di me ora conosce la differenza tra i tulipani olandesi d’importazione e quelli italiani di serra. Lo sapevate che se volete dei tulipani, molti tulipani eh, chessò, per addobbare una chiesa a dicembre, conviene rivolgersi a un vivaio? Perché se ricorrete a un comune fioraio quello s’inventa che i tulipani fioriscono d’estate e che ve li devono far arrivare da Amsterdam e ve li fanno pagare come i diamanti della regina Elisabetta in trasferta nei Paesi Bassi.
E potrei in ultimissimo anche riferire delle mie profonde attitudini verso la seta, il pizzo, il raso, le stecche di balena, gli strascichi, i veli, i bottoncini-no-che-poi-si-impigliano-da-qualche-parte-e-resti-in-guepierre e la sempre irrisolta questione: guanti si o guanti no?

Con tutte queste esperienze di vita e queste nuovi scenari pieni di conoscenza e sapere è chiaro che i libri, la letteratura, la critica passino in secondo piano, figuriamoci il blog. Mica c’ho tempo ormai per le quisquilie. Mi sto preparando per essere il primo chef, arredatore d’interni, vivaista con il velo del mondo.

Una cosa che abbia a che fare con i libri però la voglio scrivere: sto leggendo contemporaneamente un saggio di Albert Hourani dedicato alla Storia dei popoli arabi. Da Maometto ai nostri giorni (tanto per confermare la mia convinzione che si ha paura di quello che non si conosce o che non si vuole conoscere), Interpretazione e sovrainterpretazione di Eco (perché il fatto che qualcuno pensi di poter prescindere dal testo scritto in favore esclusivo della propria libera interpretazione di lettore o critico mi fa impazzire) e Oggi cucini tu di Antonella Clerici e Anna Moroni perché vorrei tanto sapere come si cucina un menù intero in soli 30 minuti come nella loro trasmissione.

Ecco. Adesso sapete perché non rispondo alle email, non aggiorno il blog e non lascio in giro i miei sagaci commenti di cui tutti sentono la mancanza.

Comunque leggo eh. Altrimenti come farei a sapere che Eìo con il suo alter ego straniero ha più citazioni degli aforismi di Oscar Wilde? Che La spostata ha cambiato casa e ora si fa chiamare Irene? Che Mel e Barbara scrivono su un altro blog? Che sta per arrivare il romanzo di Antonio e intanto c’è il sito? (Questo veramente lo sapevo anche prima) Che ha riaperto quello di Dhalgren? Che Alberto si è dato alle filastrocche? (Anche questo in realtà lo sapevo pure prima). Che Orazio  ha beccato un colossale due di picche, tanto colossale che le picche sembravano 8? Che pure Francesco  ora ha una favicon, che io ancora non la visualizzo ma mi fido? Che Gattostanco scrive a manetta, spesso di cose che non so manco che sono, ma mi diverte e che solo Louie lo batte in quantità? Che quando andrò a cena da G. mi sa che mi faccio portare una pizza, ché fa dei risotti con delle robe che non voglio nemmeno nominare? Che Andrea mi vuole fregare il fidanzato, il quale peraltro se ne va in giro di notte a fotografare le case di gente poco raccomandabile?

Leggo tutto e so tutto, solo che nella vita è questioni di priorità.

You’re Welcome!

Tuesday 2 October 2007

“Ben venuti, dico: in ispecie a quanti di voi condividono i miei progetti e soffrono dei miei stessi turbamenti, e partecipano di ciò che mi dà gioia, come si usa tra amici: unitevi a me in lieti conversari e mangiamo e beviamo, sia pure con moderazione, per non stordire la mente e non privarci della gioia di discorrere con sobrietà, che è la più grande. E a quelli di voi che dissentono da me sulle questioni della vita pubblica, sul più giusto modo di condurre gli affari di Stato, sulle azioni da compiere in questo o in quel frangente, dico: anche a voi, Ben venuti. Affrontiamo le nostre divergenze com’è d’uso tra persone che han riguardi le une per le altre, con la letizia che vien dal cibo che saprà darci ristoro, e dal vino che ci assisterà, ne ho certezza, nello smussare le asprezze dei nostri caratteri, di vecchie rivalità o mai sopiti dissapori. Se parleremo senz’odio e con cuore leggero, sono certo che ne verrà del bene per tutti. Nel migliore dei casi, sapremo trovare un accordo, e nel peggiore, ci separeremo da buoni avversari che a vicenda si rispettano. Infine, so che vi sono anche quelli che vengono a fare del male, o a contraddirmi con asprezza e senza riguardo, e non importa su quale tema, perché a certa gente un tema starà bene quanto un altro: essi qui si presentano a dare noia e fastidio per il puro e semplice gusto di contrastare uno che è stato il primo in Roma, e per la soddisfazione di porsi in inimicizia con me. Bene, a costoro non dico nulla: sanno già tutto”.

Queste sono le parole di un’iscrizione nella sala da convivio di Lucio Cornelio Silla. Con Davide stavamo pensando di farla incidere su una lastra di pietra decorativa nell’ingresso in modo che chiunque entri conosca subito le regole della Maison.

Per adesso la trascrivo qui, perché mi piace da morire e perché la retorica della contrapposizione oratoria a volte mi sfugge.

Nei confronti di chi viene “a fare del male, o a contraddirmi con asprezza e senza riguardo, e non importa su quale tema, perché a certa gente un tema starà bene quanto un altro” non posso garantire di oppore un minaccioso ed eloquente silenzio, ma ci proverò.

Comincio col non tacere di questa manifestazione, chiedendomi che senso abbia e in che modo la ghettizzazione; della scrittura femminile in un festival che è il trionfo kitsch del rosa e dei pessimi libri possa contribuire alle pari opportunità, visto che c’è il patrocinio del relativo ministero. Mah. (E sì, ho letto quasi tutti i libri che vengono presentati, la maggior parte li ho abbandonati a metà ma quel che ho letto è bastato. Questo per la precisoine).

Italians do it worst(?)

Monday 1 October 2007

Ricevo un’email da un mio amico che in un certo senso è “nel ramo” e mi scrive a proposito della letteratura italiana: “Gli italiani non hanno un cazzo da raccontare, porca miseria! Lo vogliamo dire!!! Sono sempre storie asfittiche, che puzzano di stantio, di quartieri romani o milanesi, insomma, porca zozza, storie da orizzonti che si fermano a 5 metri, e sbattono contro i panni stesi dell’altro palazzone. Storie di furberie, di frustrazioni e cazzate.
Ma vuoi mettere quanto hanno da scrivere gli statunitensi!!! Orizzonti vastissimi, proprio perché vasti lo sono già in senso geografico.Uno per esempio, come Cormac McCarthy mi dici in Italia se c’è mai stato?? Sul serio, dimmi se mi sfugge qualche nome. A noi al massimo ci tocca Gadda, che a me piace moltissimo, per carità, però si tratta sempre di androni, di trombe delle scale, di palazzi vecchi…di signore che vanno a fare la spesa a Piazza Vittorio ecc. ecc.”

Io sinceramente mica me la sento di dargli torto. Peraltro le ho sempre detto anche io queste cose, sebbene sia un po’ meno perentoria (almeno per il passato: Chiara, Bigiaretti, Tobino, Arpino, Cassola, Bianciardi, Brancati, Buzzati, Arpino) perché a volte le storie minime e gli orizzonti ristretti fanno grande letteratura. Quanto al nostro presente invece: sottoscrivo parola per parola. Ditelo anche a me se qualche nome mi è sfuggito (a parte le mie eccezioni che si conoscono già).

Tutto questo mi sembra ancora più vero adesso, dopo aver riletto Il buio oltre la siepe di Harper Lee: un bellissimo romanzo che racchiude l’universo intero, la vita, la morta, l’amicizia, l’amore, il razzismo, l’intolleranza, l’infanzia, la miseria, la cultura, i libri, i diritti civili, la giustizia, la solitudine, la famiglia. Ci sono risposte a domande che ci dimentichiamo di formulare in quelle pagine, ci sono argomenti che si danno per scontati, ci sono pensieri a cui dovremmo dedicarci almeno una volta al giorno. E anche io che predico sempre che i libri non rendono migliori e non cambiano il mondo, devo ammettere che leggere Il buio oltre la siepe magari aiuta.

NB

Nel titolo, l’uso di “worst” al posto del corretto “worse” è voluto eh.