Archivio di April 2008

Sempre sul pezzo!

Wednesday 23 April 2008

Domenica sera, dopo un week-end trascorso a fare ricerche, interviste e a scrivere quasi 25000 battute (se si fa eccezione per le performances culinarie e le pause strategiche tese a rassicurare mio marito sulla mia persistenza in vita), ho consegnato – tra l’altro – un’inchiesta a tutta pagina, sul fenomeno delle persone scomparse (in particolare i bimbi svaniti nel nulla negli ultimi trent’anni) e mi sono concentrata soprattutto sull’analisi delle cifre e delle statistiche che individuano la questione, con raffronti col passato e con la situazione estera: dati e cifre al 31 dicembre 2007. Il pezzo andrà in stampa nei prossimi giorni, ma è già stato impaginato.

Bene. Proprio Ieri, c’è stata la presentazione della relazione semestrale sulla attività dell’ufficio del Commissaio straordinario del Governo per le persona scomparse, Gennaro (Rino) Monaco, con statistiche aggiornate (a ieri notte credo!).

Naturalmente ora i miei articoli sull’argomento sembrano scritti da una pazza che gioca coi numeri al lotto! Quando si dice il tempismo.

Reddite quae sunt Anobiis

Monday 21 April 2008

Adesso, io ho più volte ironizzato su Anobii – e a ragione per lo più – però quando ci vuole, ci vuole e quindi riporto uno scambio di battute tra me (in corsivo) e un’utente del sito, circa Il cuore è un cacciatore solitario di Carson McCullers, di cui ho parlato anche qui.

Le osservazioni di Lal – non conosco il suo nome, mi spiace – sono convincenti, ben argomentate, interessanti e mi va di riportarle sul blog anche se totalmente in contrapposizione alle mie, ma il confronto intelligente mi piace. Intelligente, eh.

"Quando Carson scrisse questo libro aveva solo 23 anni. Da questo punto di vista, puramente anagrafico, il romanzo è straordinario. Mi fa piacere che Einaudi intenda pubblicare tutta l’ opera di Carson, a partire da questo romanzo "giovane". Certo l’ affermazione strillata in quarta di copertina che McCullers e Flannery O’ Connor abbiano cambiato il corso della letteratura americana è esagerata, anche se è indubbio che entrambe furono ottime scrittrici. Ma questo libro mi fa pensare alla letteratura americana e a quanto l’ America si identifichi profondamente nella propria letteratura. O meglio, non c’è scrittore americano che non abbia servito al meglio il suo paese, criticando con spirito libero, vigilando sulla sua coscienza e allo stesso tempo amandolo senza riserve. Pensate a che rapporto diverso c’è tra gli scrittori europei e i propri paesi d’origine. Mi astengo dal parlare dei nostri narratori italiani ( non li chiamo scrittori e anche "narratore" è un insulto ai veri narratori. Tuttavia in qualche modo vanno chiamati. Come li chiameresti tu, voi ?). Torniamo a Carson. Scrivi che la sua scrittura è rigida, rigorosamente semplice. Non è straordinario che a quell’ età, dove è istintiva la via barocca allo scrivere, la ridondanza ,il compiacimento di sè, Carson scelga la strada del rigore, della semplicità ? In realtà Carson è una ragazza del profondo Sud degli Stati Uniti, dove la questione nera è viva e scottante, dove la povertà, l’ indigenza, il divario di classe è sotto gli occhi di tutti. E se è vero che Carson è profondamente autobiografica, è vero che dalla finestra della sua casa a Columbus, Georgia, poteva vedere gli operai andare e ritornare al lavoro nelle fabbriche di cotone. Per questo, conoscendo la fatica, la stanchezza, la disperazione di quegli uomini lei li accoglie nel "Cuore è un cacciatore solitario" e poichè ama i diversi, essendo lei stessa diversa ( gli piacevano gli uomini ma amava le donne ), pone al centro del "Cuore", come protagonista, il sordomuto Jack, figura di grande potenza espressiva e allegorica. E l’ ambientazione rurale di cui fai cenno è anch’essa autobiografia, ricordo. Sono ricordi veri il caldo afoso, la luce rovente di una giornata estiva, la noia, la monotonia, la desolazione delle piccole cittadine del Sud, dove l’ anima imputridisce e la fuga è l’ ultima speranza. Chi vive li sogna incantato la neve. Come Capote, che condivideva con lei il sogno della neve e che nascostamente la copiava. Il titolo è brutto, dici: trovo che sia un titolo fortemente evocativo. C’è una storia sul titolo: lei voleva chiamarlo "Il Muto", in onore al protagonista. L’editore fu più bravo ( almeno quella volta ) e trovò un titolo che è una delle ragioni del successo del libro: cuore e solitudine, indicando le due realtà alle quali la sensibilità della giovane scrittrice rimarrà per sempre fedele."

Il sud, la disperazione, lo squallore di vita in attesa di un evento risolutore che non arriverà mai, la polvere e la decandenza, li hanno raccontato in tanti in America in quegli anni e la questione autobiografica, come sempre in letteratura, è solo una componente aneddotica, non una questione di valore: Steinbeck, Caldwell e la O’connor meglio di lei secondo me (e non solo secondo me). L’accostamento con Capote è quanto meno azzardato a mio avviso, ma mica ho detto che è scarsa, solo che la giovane età non mi suscita alcuna ammirazione, non è Radiguet né Rimbaud e il suo stile manca di pathos, ma l’ho già scritto. Sul titol: ognuno c’ha i suoi gusti no? A me fa venire in mentela Tamaro e Coehlo 🙂

"E’ vero che la giovane età non è sinonimo di grande letteratura, nè tanto meno l’ autobiografismo. E’ vero, e l’ ho detto che è azzardato affermare che McCullers e per me anche Flannery O’ Connors ,rivoluzionarono la letteratura del primo Novecento. Ma anche loro fecero parte di quel gran fiume di letteratura americana che raggiunse l’ Europa nel primo dopoguerra. A me arrivarono negli anni dell’ adolescenza e contribuirono ad aprirmi il cervello. Leggevo Carson, e gli altri, e quella lingua secca e rapida come una frustata, mi faceva conoscere un modo di fare letteratura che mi era totalmente estraneo. E poi avevo quindici anni e in quel mondo fermo e asfittico degli anni 50-60 c’erano domande, in quei libri e risposte, che mi intrigavano fortemente. E più tardi volli conoscere le vite di Carson e le altre e capii il contesto in cui vissero e scrissero. Sono molto più giovane di te, credo, e in quegli anni, era interessante e indispensabile conoscere come vivevano e scrivevano donne di talento, in Italia misconosciute e non di rado appiccicate nell’ album delle "scrittrici minori". Non voglio fare un peana femminista, sarebbe stupidamente fuori luogo e fuori tempo. Ma Carson era una bella persona e una brava scrittrice e allora perchè no ? Fu lei che affermò con sicurezza che non c’è niente di umano, che lo scrittore possa allontanare da sè: se esiste al mondo un uomo umiliato, perseguitato, oltraggiato, ecco, allora ci deve essere uno scrittore che sappia identificarsi con lui e ricrearlo. E dargli la parola. Anche, soprattutto, quando sia muto. Perchè per lo scrittore la parola salva. So che la letteratura salvifica ti fa arrotare i denti. Vabbè, posso capirti. Anche a me, spesso e volentieri. Ma non stiamo parlando di una predica dal pulpito. Per quel che guarda Capote è vero che si conobbero, a New York, in una compagnia eterogenea, che andava da Anais Nin a Salvador Dalì a Auden, a Leonard Bernstein e appunto Capote. Fu accusato, nel suo periodo post Kansas, quando tutti gli volsero le spalle, di aver preso idee e "copiato" e non solo da Carson. Quanto vale la parola di Capote e quella di McCullers ? Io una risposta l’ avrei. Diavolo, mi hai fatto passare un pomeriggio insolito."

Quasi quasi le darei ragione. Quasi.

In giro

Tuesday 15 April 2008

Avrei 3 o 4 sassolini da togliermi – per esempio sputtanando gente da poco che rosica e non si da pace – ma è un periodo troppo ricco di soddisfazioni per farsi il sangue amaro. E quindi non pensiamoci.

Avrò una mia rubrica sui libri sommersi e sconosciuti (è una fissazione lo so). Il saggio non progredisce materialmente, ma nella mia mente è giĂ  tutto scritto. Nuove collaborazioni in vista. E poi è tornato Stilos, con un altro nome, Il sottoscritto, un sito tutto nuovo e un nuovo formato, per ora virtuale, ma presto tornerà su carta. (Avevo giĂ  parlato del Sottoscritto, ma all’epoca non si poteva dire che fosse Stilos rinnovato, ora invece…)

Comunque se volete leggermi (che il tempo d’aggiornare il blog per bene non ce l’ho al momento): qui (da pagina 13 a pagina 15) su Maurizio Matrone, scrittore poliziotto, e il suo ultimo romanzo, Il commissario incantato (Marcos Y Marcos).

E qui, negli ultimi 5 numeri (ma non mi ricordo bene le pagine).

E qui, qualche volta di domenica.

Ma la cosa piĂą importante è che ho deciso che prima o poi lascio il mondo dell’editoria, della critica letteraria e del giornalismo e mi dedico al catering, perchĂ© sono diventata una cuoca fenomenale! Provare per credere.

Sulle bandelle mai!

Monday 7 April 2008

 

Oggi chiacchieravo con un mio amico che dirige l’ufficio stampa di una casa editrice, in merito a un libro che mi aveva inviato in lettura, e di fronte al mio apprezzamento sul volume, ha detto (scherzando): "Allora è fatta, possiamo scriverlo quindi sulle fascette del libro" citando poi, le mie parole sintetizzate in uno slogan e aggiungendo il mio nome. Era uno scherzo ma un brivido mi ha percorso la schiena, mi sono passate davanti agli occhi tutte le fascette che ho letto in vita mia, con numeri di copie esagerate, giudizi generici applicabili a qualsiasi libro, iperboli, metafore campate in aria, commenti del cavolo che sembrano scritti con i generatori automatici di testo.

E quindi, lo dico a tutti voi: se mai diventerò un critico da fascetta di libri, sparatemi! Magari prima addormentatemi eh.

Fermi tutti!

Monday 7 April 2008

Sto leggendo il libro di un esordiente che mi piace molto. L’autore è ironico, autoironico, capace di scrivere in un italiano corretto e godibile, con un bel senso del ritmo narrativo e l’insolita (purtroppo) capacità di parlare dei fatti suoi come se fossero i fatti di tutti, o almeno creando l’illusione che possa fregarcene qualcosa di quello che gli accade. E a me interessa davvero. Almeno fino a questo momento.

Sono commossa!

La Torre di Babele I

Saturday 5 April 2008

Alla fine è crollata. Dopo aver sfidato le leggi della fisica per più di un mese, la torre di libri che campeggiava sul mio comodino ha ceduto e in un terribile tonfo, tutti i volumi affastellati l’uno sull’altro in equilibrio precario, si sono sparpagliati sul pavimento: riusciremo mai a sistemare tutti i libri negli scaffali? E poi dove li mettiamo tutti gli scaffali che servirebbero? E soprattutto che ci facciamo con tutti i libri nuovi che arrivano ogni mese?
E’ inutile che ci facciate sopra un pensierino, in qualche modo li sistemo, anche se dovessi impilarli sul pavimento!
Comunque nella torre c’erano libri già letti buoni per anobii, libri da rileggere, libri da studiare, libri regalati, libri scelti, libri ricevuti per lavoro, libri inviati direttamente dagli autori, libri inaspettati, libri desiderati, libri che mai nella vita avrei comprato.

Per ora ho ovviato al problema di trovargli una sistemazione, dividendoli in due parti sul comodino accanto al letto, anche perchĂ© in mezzo ci sono ancora libri che non ho letto. Quanto alla categoria a cui appartiene ciascuno dei libri, cercate d’indovinarlo da soli.

Il primo libro delle due nuove torri sorte dalle ceneri della prima, è I bei tempi dei brutti libri di Giovanni Raboni (Transeuropa 1993), una raccolta di suoi articoli pubblicati per lo piĂą sul “Messaggero” e “L’europeo”. Godibile per certi versi, per altri mi ha irritato non poco, per un mal celato snobismo d’altri tempi, per quella visione elitaria della letteratura che poco concede alla letteratura di genere, per quella idea di una letteratura di consumo contrapposta alla letteratura d’arte (ribadita proprio nell’articolo da cui prende il nome alla raccolta). E mi ha parecchio disturbato il gioco compiaciuto di Raboni che chiama in causa coppie di autori da contrapporre e tra cui scegliere, come se davvero si potessero paragonare Bontempelli e Savinio, Buzzati e Landolfi, Morselli e Chiara. E Borges, poi? Che non sarebbe un grande scrittore, ma solo un autore “con cui si viaggia nell’infinito a poco prezzo”? E la stroncatura della stroncatura?
Mi ha trovato totalmente d’accordo invece, il suo discorso sui giovani poeti – adattabile anche agli autori di narrativa – e che parte dall’idea di “disinformazione poetica”. Dice Raboni: «Tutti nascono con un bisogno di poesia; nessuno – nĂ© la scuola, nĂ© i mezzi d’informazione – fa nulla per spiegare che questo bisogno può essere soddisfatto attraverso un rapporto di fruizione con i testi prodotti da altri, a cominciare dai classici. Nessuno glielo spiega e, peggio, nessuno gli fornisce gli strumenti essenziali (di comprensione estetica e tecnica) senza i quali il rapporto non può nascere. Ed è per questo che la massa di chi “desidera” la poesia si incanala verso un patetico “fai da te”, fonte di frustrazione per chi lo pratica oltre che di indicibile noia per chi ne subisce le conseguenze».
Parole sante!

Sotto Raboni, assolutamente per caso, c’è ora un libercolo curato da Massimo Onofri Tre scrittori borghesi (Gaffi 2007), che è un omaggio a tre grandi scrittori italiani, Mario Soldati, Alberto Moravia e Guido Piovene, in occasione del centenario della loro nascita. Il libro è una raccolta di scritti di Onofri, pubblicati in occasioni e su testate tutte diverse, i quali però individuano un percorso critico unitario, teso a definire il concetto di narrativa borghese, e in particolare a indagare la Borghesia come condizione storica e culturale che agisce in diversi modi sulla letteratura, il tutto basato sulle somiglianze e sulle antinomie nell’opera dei tre scrittori. Onofri è come al solito arguto, ironico, ben documentato e soprattutto appassionato, gioca con le vite dei tre scrittori, li mette in relazione e in contrapposizione, li segue nei loro percorsi, di rimando in rimando, di citazione in citazione. Forse al libro non giovano però, la ripetizione di qualche aneddoto in articoli diversi, dovuta alla frammentarietà del materiale, né – a mio parere – i limiti all’analisi imposta dal progetto stesso del libro, ossia leggere l’intera opera di Soldati, Moravia e Piovene esclusivamente nell’ottica del loro essere borghesi.

Al terzo posto c’è Una bellezza russa e altri racconti (Adelphi 2008), un sontuoso volume a cura di Dmitri Nabokov, e con le traduzioni dello stesso Dmitri (figlio del grande scrittore), di Franca Pece, Anna Raffetto e Ugo Tessitore, che raccoglie tutta la produzione breve di Nabokov ad eccezione dei tredici racconti giĂ  inclusi nell’antologia La veneziana, sempre pubblicata da Adelphi nel 1992 a cura della bravissima Serena Vitale. I racconti, scritti in russo per lo piĂą nel periodo dell’esilio a Berlino e Parigi tra il 1921 e il 1940, e poi tradotti in inglese e raccolti in quattro sillogi uscite in periodi diversi, comprendono anche un inedito Nataša (che è con ogni probabilitĂ  il primo scritto da Nabokov) e due racconti – La parola (1923) e Pioggia di Pasqua (1925) – ritrovati negli ultimi anni e fino a oggi disponibili solo in lingua inglese.
Nabokov racconta storie di esuli, di profughi, malinconici e litigiosi, costantemente proiettati nel passato, verso la Madre Russia, l’infanzia, la memoria di quel che è stato, che non può che essere meraviglioso, desiderabile, commovente rispetto alla realtĂ  presente. E ai ricordi dei personaggi si aggiungono le madeleine dello stesso Nabokov che torna alla sua vita precedente l’emigrazione, gli studi inglesi, la vita da esule in Germania e in Francia e infine in America, che rappresenta il sogno di ricominciare. Racconti tutti diversi, favole, storie amare, ritratti tragici o divertenti, vicende orrorifiche, tutte raccontate con la sublime leggerezza di uno scrittore tormentato, che ha sempre saputo scandagliare gli accessi piĂą reconditi dell’animo umano e ironizzare sulla crudeltĂ  del destino. Forse come ha scritto Pietro Citati recensendo questo libro su Repubblica, la forma breve penalizza il magma creativo di Nabokov che si trova costretto nel limite delle poche pagine, ma di certo dopo aver letto ciascuno di questi racconti, la sensazione che si ha è la stessa che prova uno dei suoi personaggi, quando esclama: “vorrei capire da dove viene questa onda lunga di felicitĂ  che trasforma all’istante l’anima in qualcosa di immenso, trasparente e prezioso”.

Detto tra noi, io innalzerei un “Osanna” all’Adelphi che continua nella sua opera di riproposizione di testi dimenticati e ignoti di grandi scrittori, da Maugham a Faulkner passando per lo stesso Nabokov. Ora potrebbero concentrarsi anche su Steinbeck, Caldwell, O’connor, Lewis e perché no, anche sui racconti di O’Henry. (Oh, ma non sarà che da quelle parti qualcuno mi legge e ha colto il mio invito a riscoprire i sommersi e sconosciuti!?) (Qui ci andrebbe un’emoticon ma odio le faccette nei post!).

In quarta posizione si trova Il cuore è un cacciatore solitario di Carson McCullers (Stile Libero 2008, trad. it. Irene Brin). Avevo giĂ  letto un altro romanzo della McCullers, Riflessi in un occhio d’oro e sapevo che non era il mio genere: costantemente paragonata a Flannery O’connor, John Steinbeck, William Faulkner e Erskine Caldwell (sempre loro!), per l’ambientazione rurale dei suoi libri e la scelta di raccontare un’umanitĂ  dolente e disperata, in realtĂ  se ne distacca enormemente per una scrittura meramente referenziale, priva di originalitĂ  stilistica, eccessivamente votata a una rigorosa semplicitĂ , quasi minimalista, che toglie pathos alle sue storie. A parte il titolo raccapricciante, la storia raccontata in questo suo primo romanzo, che è anche il primo della riesumazione letteraria della McCullers ad opera di Stile Libero, gira intorno alle vicende di quattro persone, abitanti di una minuscola cittĂ  del Sud degli Stati Uniti, accomunati dall’impossibilitĂ  di comunicare e dal desiderio di evadere da una drammatica condizione di solitudine esistenziale. Al centro delle loro vite e del loro bisogno di fuggire dall’isolamento in cui versano, si trova un personaggio sordomuto (il signor Singer), a cui tutti si rivolgono attirati dal suo sorriso accogliente, che può concedere solo un dialogo a senso unico, frustrato quindi in un monologo che acuisce la desolazione delle loto vite.
La storia in sé, con alcuni inserti gotici, non sarebbe male, ma l’assenza di ritmo e di picchi espressivi della scrittura me l’hanno resa talmente pesante da non riuscire a finire il romanzo, e poi era troppo viva in me la noia provata nella lettura di Riflessi in un occhio d’oro, una vera martellata sulle gengive!

Continua…