Archivio di May 2008

Fa caldo e io no

Wednesday 28 May 2008

Prima o poi torno, se questo caldo non mi finisce. Intanto, qui (http://nuke.ilsottoscritto.it/Default.aspx?tabid=802). (Quando riuscirò a inserire correttamente i link nei post, lo farò!)

La cura dell’acqua

Sunday 18 May 2008

Ishmael Kidder ha una figlia, Lane, ha solo undici anni. Un giorno qualcuno la violenta e poi l’uccide. Lui deve identificarne il cadavere. C’è un uomo, Ronnie (o W), su cui si concentrano i maggiori sospetti, ma poche prove per incriminarlo. Ishmael straziato e accecato dall’ira rapisce Ronnie (o W) e comincia a torturarlo. Lo sottopone a ogni genere di violenza, psicologica e fisica e intanto racconta e scrive della sua bambina, della sua ex moglie, dei suoi successi di scrittore di romanzi rosa, di come ha vissuto subito dopo la morte di Lane. E inveisce contro Bush, la sua amministrazione, i suoi metodi. Eppure li usa anche lui, con W: soprattutto la terribile “cura dell’acqua”, una tortura concepita e attuata per dare alla vittima la sensazione costante di annegare. Non fa lo stesso l’America con i presunti terroristi, dopotutto? Non li isola e li sevizia finché non confessano persino di aver ucciso Kennedy? Se questi sono i metodi della più grande democrazia del mondo, perché non può seguirli anche un padre disperato e accecato dall’odio?

Questa è a grandi linee, la storia de La cura dell’acqua, il secondo libro di Percival Everett uscito per la casa editrice romana “Nutrimenti” (mentre Cancellazione, era stato pubblicato da "Instar Libri") con la brillante e virtuosa traduzione di Marco Rossari.
La cura dell’acqua è un libro sulla vendetta e sul dolore, ma anche un anomalo pamphlet di protesta, un grido d’allarme per la perdita della misura, del senso del limite, del discernimento tra ciò che è giusto e sbagliato. Un atto d’accusa contro l’America e contro la società che si uniforma e tace, e contro quel sogno americano che sempre più spesso assume i connotati dell’incubo.
Lo stile è quello di Everett, personalissimo, ipercolto, sincopato, ricco di metafore e giochi linguistici, acute riflessioni sulla vita e sull’uomo, dialoghi immaginari tra grandi filosofi, battute salaci. La narrazione si sviluppa per appunti sparsi, frammenti, tessere di un mosaico che non si ricompone.
Si ride e si piange, ma perlopiù ci s’impietrisce di fronte all’orrore di ciò che l’uomo può diventare.  
 
 
Sul primo numero di "No tag"

Il doppio velo

Tuesday 13 May 2008

In un bellissimo saggio (La potenza del falso, Donzelli, 2004), Arturo Mazzarella scrive che il “processo di formazione della realtà si congiunge puntualmente con la deformazione della realtà medesima” e cita in proposito Novalis, Borges e soprattutto Paul Valéry, con la sua Piccola lettera sui miti in cui si legge: “il falso sia di sostegno al vero e il vero si dia il falso per antenato, per causa, per autore, per origine, e per fine, senza eccezione né rimedio – e il vero generi quel falso da cui pretende d’essere a sua volta generato”.

Realtà e finzione sono dunque complementari in letteratura, inscindibili, un’endiadi e non un ossimoro.
La lezione sembra ben chiara a Francesco Ceccamea – classe 1978, nato e cresciuto a Vetralla (Viterbo), professione “segretaria” – che nel suo libro d’esordio, Silenzi vietati (Avagliano) porta alle estreme conseguenze questo assioma e sforna il primo reality letterario, com’è stato definito da Massimo Onofri, il noto critico letterario che è anche un personaggio del libro.
 
In pratica Silenzi vietati è un romanzo epistolare moderno, costituito dall’insieme delle e-mail inviate nell’arco di un anno, dal giovane Francesco al suo vecchio professore d’italiano, Massimo Onofri appunto. In questa corrispondenza, a senso unico, perché Onofri non risponde mai alle e-mail, Francesco dà vita a un monologo intenso, vibrante, divertente; una specie di confessione-fiume in cui oltre a sfogare le proprie frustrazioni e i turbamenti legati al rapporto con l’altro sesso, la famiglia, gli amici, la letteratura, Francesco fa nomi e cognomi di gente nota e meno nota, altri critici letterari, giornalisti, scrittori, vicini di casa, compagni di scuola, curiosi personaggi della provincia viterbese. Racconta di sé, delle sedute con il suo psicologo un po’ sopra le righe, degli scarsi e disastrosi approcci con le ragazze, della masturbazione che pratica con grande soddisfazione, delle fantasie incestuose su sua madre, e mentre scrive del marasma che lo circonda cerca di ordinarlo, di venirne a capo, di domarlo, senza risultato.
 
La scrittura di Ceccamea – in cui la velocità dell’espressione orale si mescola alla ricercatezza della parola scritta – spietata, vigorosa, venefica ribalta l’assunto ombelicale per cui scrivere dovrebbe essere meglio di una seduta psicanalitica, e si libera dagli spazi angusti della mera autobiografia, sia perché crea un cortocircuito finzionale che identifica il suo lettore ideale che ha carne e ossa, presupponendo quindi un pubblico reale e ben preciso, e soprattutto perché non inventa nulla, non trasfigura la verità, non crea la materia di cui parla, ma la plasma rigenerandola, come un abile artigiano.
 
Ed è bravo poi a sfuggire all’intimismo e al maledettismo che affliggono gran parte degli esordi letterari nostrani e allo stesso tempo a rifiutare l’onanismo intellettuale, così come strenuamente pratica invece quello sessuale. Non c’è redenzione, non c’è speranza, non c’è rimedio: i problemi di Francesco sono insormontabili, personalissimi, reconditi e forse anche genetici, eppure emergono prepotentemente dalla pagina e delineano la figura di un giovane come ce ne sono tanti, forse meno sensibili e meno consapevoli, ma tutti allo stesso modo piegati dal peso del mondo.
Mentre crocifigge se stesso sulla pubblica piazza, Ceccamea stigmatizza i vizi dell’intera provincia italiana e dell’ancora più provinciale vita culturale del paese.
 
La vita dell’autore, spiattellata in una manciata di pagine virtuali, diventa così letteratura, un’opera iperrealista. O meglio, la realtà filtrata dalla sua ironia (e dalla sua autoironia) pungente  diventa più vera del vero, tanto da sembrare pura finzione, ficta e quindi irrimediabilmente letteraria: ed è buona letteratura, come se ne vede poca nei romanzi dei nostri esordienti.  
 
 
Lunedi, qui.

Sottovoce

Friday 9 May 2008

Non sarò fisicamente in Fiera a Torino – e mi spiace per i vari inviti rifiutati ma dovendo scegliere, causa ferie e organizzazione familiare, tra un paio di giorni nel caos (e soprattutto overdose da libri e persone) e una settimana romantica a Siracusa tra mare e tragedie greche, non c’è stata storia – ma in spirito sarò presente con un pezzo su una nuova rivista che verrà presentata proprio oggi: "No tag/Sottovoce", free press culturale della Fastcomm Editoria Indipendente, realizzata da Paolo Pedrazzi (Eumeswill Edizioni) e diretta da Miriam Paola Agili, che arriverà a Torino in diecimila copie, mentre altre quarantamila saranno distribuite successivamente in librerie, stazioni, enoteche, ristoranti e pub.

L’articolo è una recensione dell’ultimo libro di Percival Everett pubblicato da Nutrimenti nella collana Greenwich, con la fantastica traduzione di Marco Rossari: La cura dell’acqua, un intenso romanzo (non-romanzo?) sul dolore.

Due libri. Tre aggettivi. Una segnalazione.

Wednesday 7 May 2008

Il primo libro: presuntuoso. Intollerabile. Pesante.

E’ La notte gioca a dadi di Mario Lunetta, Newton Compton. Candidato allo Strega (ma non c’è da stupirsi, basta guardare le cinquine degli ultimi 5 anni, per avere un’idea del livello medio dei libri italiani in gara e non). Questo romanzo è un lungo giro intorno all’ego di uno scrittore ormai attempato, che in una calda notte romana rievoca fantasmi del passato, intreccia il presente solitario e insonne con un passato intenso e rimpianto. gioca col lettore a chi ce l’ha più lungo. Lo stile è ridondante, il monologo interiore del protagonista ammorba il lettore, le pagine dense, la poca punteggiatura, i periodi lunghi, quasi interminabili, rendono la lettura davvero complicata e faticosa, almeno quanto a ritmo (o meglio, a mancanza dello stesso) e interesse (o meglio, all’impossibilità di tenerlo desto). Non credo che la vicenda (vicenda?) sia autobiografica, spero proprio di no, per l’autore intendo, ma il tutto risulta insopportabilmente ombelicale, autoreferenziale, onanistico. Gli va riconosciuto il merito di essere riuscito a fare tutto questo con una storia inventata. Non è da tutti. (Uno dei personaggi, la donna amata e perduta dal protagonista, ha un nome davvero terribile, Fuscalda e lui la chiama Fusca e Alda, sdoppiandola in due donne diverse: mentre leggevo il libro, appena la nominava mi veniva l’orticaria!)

 

Il secondo libro: inaspettato. Intenso. Divertente.

Si tratta di Diciassette sillabe di Hisaye Yamamoto, Avagliano, (con la traduzione del bravissimo Roberto Cruciani). Qui uno dei racconti del libro, quello che ha l’incipit più efficace secondo me: ricorda molto l’inizio di Preghiere esaudite di Truman Capote, con la piccola Florie Rotondo. La Yamamoto è una scrittrice nippo-americana di seconda generazione (una nisei), scrive in americano naturalmente, la sua prosa non ha quasi più nulla dei caratteri propri della letteratura giapponese, ma non se ne distacca completamente. L’identità, l’integrazione, il razzismo, l’alienazione sono i temi principali dei suoi racconti, storie minime, patetiche o divertenti, commoventi a tratti, quasi banali finché un elemento dirompente non interviene a far esplodere le tensioni sotterranee e far precipitare la situazione. Piccoli terremoti narrativi. E’ lo stile, rapido, tagliente, ironico a sostenere la banalità delle storie fino al tracollo finale, e mentre le leggi non sembrano per nulla vicende qualunque. Poi ho imparato parecchie cose da questo libro, sulla situazione degli immigrati giapponesi in America negli anni ’40, sui campi di concentramento per i cittadini di origine nipponica, sul loro modo di vivere, sui rapporti con la popolazione americana prima e dopo i fatti di Pearl Harbour che inevitabilmente hanno profondamente segnato i rapporti tra le due comunità. Per approfondire l’argomento della letteratura asiatico-americana c’è un interessante saggio di Donatella Izzo, (Shake 2006): Suzie Wong non abita più qui. La letteratura delle minoranze asiatiche negli Stati Uniti, in cui tra l’altro viene analizzata anche l’opera della Yamamoto (contenuta tutta nel volume Avagliano).

 

La segnalazione

Grazie a lei, ho saputo che è uscito questo libro. In realtà anche l’autrice me l’ha fatta scoprire la mia apolide preferita e non vedevo l’ora che fosse tradotta in italiano e ora grazie alle Edizioni Fahrenheit 451 c’è!

Al fuoco! Al fuoco!

Monday 5 May 2008

Ieri è uscito questo di mio, qui.

"Chiudono i negozi tradizionali. 6 copie su 10 in Rete o al supermercato"; e ancora: "Il romanzo o il saggio di successo si compera al supermercato, in autostrada tra il pieno di benzina e il cappuccino, in edicola. O, con maggiore comodità, in Rete." ("Corriere della sera", 5 febbraio scorso, di Armando Torno)

Questi i titoli che periodicamente i quotidiani e le riviste letterarie pubblicano lanciando appelli accorati attraverso articoli sensazionalistici, lamentando – alternativamente – la scomparsa del libro cartaceo in favore degli e-book (i testi su supporti digitali), lo scarso livello di alfabetizzazione del nostro Paese e, dunque, il calo progressivo dei lettori, l’aumentato costo dei libri, la prossima fine dell’editoria tradizionale.

Al momento pare che il tormentone più in voga sia quello sulla scomparsa inesorabile delle piccole librerie, surclassate dalla grande distribuzione, dalle edicole, dai supermercati, dagli spazi-libro negli uffici postali o nelle banche e – dulcis in fundo – dalla vendita on line.

Messa così, pare che ci sia davvero una rivoluzione in atto nel mondo della vendita libraria. Però, leggendo il bozzetto che accompagna l’articolo, e il cui titolo recita: "Lo scaffale più grande è online (e guadagna 30 milioni all’ anno)", scopriamo che "le librerie tradizionali indipendenti, ovvero quelle che non fanno parte delle oltre 700 librerie-catena, con più di 100 metri quadrati di superficie sono circa duemila e, di queste, il 26% ha più di 500 metri quadrati di superficie di vendita".

Duemila librerie indipendenti? Ma non stavano scomparendo?

In realtà i dati offrono un panorama diverso da quello che spesso ci viene propinato, con la volontà di trovare per forza una notizia laddove c’è appena un pettegolezzo.

Secondo il rapporto annuale sullo stato dell’editoria dell’Aie – l’Associazione italiana editori – le vendite in libreria rallentano, è vero, confermando nel 2006 una crescita vicina all’1%, decisamente più lenta rispetto a quanto avvenuto nel 2003 e nel 2004, (ma impercettibilmente migliore rispetto al 2005) e sicuramente le performance maggiori, dal punto di vista dello sviluppo, sono state quelle delle librerie di catena e con superficie maggiore rispetto al piccolo e medio libraio. Ma analizzando le cifre, l’acquisto in libreria rimane predominante per il 78% dei libri venduti. Comunque la difficoltà delle piccole librerie rispetto alle catene di negozi e della Grande Distribuzione Organizzata è in linea con quanto accade in altri ambiti commerciali.

C’è da valutare poi – stando ai dati raccolti in un convegno organizzato dall’ufficio studi dell’Aie nel 2006, intitolato "Il libro non è ancora arrivato a Eboli" – che sono quasi tredici milioni gli italiani che, vivendo in comuni di piccole dimensioni, non hanno accesso diretto ad una libreria: la maggioranza dei quali, circa il 59%, abita al Sud o nelle isole, e moltissimi casi risiede in Comuni che non superano i diecimila abitanti.

Il mercato della distribuzione online dei libri è cresciuto del 30%, ma incide sul mercato librario solo per il 4%. Inoltre, considerando la scarsa diffusione del computer e del collegamento a Internet nel nostro Paese, è difficile ipotizzare che il mercato acquisito dalla rete sia stato sottratto ai piccoli librai, perché altrimenti dovremmo operare un’identificazione perfetta tra internauti e lettori.

Inoltre la maggioranza dei siti di vendita on line, da Ibs a Maremagnum.com, individuano i loro punti di forza nella vendita di remainders e di libri che a causa del feroce turn over dei titoli pubblicati, spariscono presto dagli scaffali e dunque dal mercato delle librerie.

Che i libri si trovino anche al supermercato, all’autogrill e alle poste è un bene, visti i problemi di distribuzione che affliggono il nostro Paese. I requiem per la fine delle piccole librerie sono sicuramente immotivati, come lo è mettere sotto accusa la grande distribuzione o Internet perché, da un lato si dimentica così che l’apertura di una piccola libreria, anche se specialistica, non crea un nuovo mercato, ma sottrae clienti alle altre librerie; dall’altro si tralascia il fatto che il mercato librario italiano oggi è determinato dall’offerta più che dalla domanda.

Fictio idem operatur, quod veritas

Sunday 4 May 2008

Mentre cercavo le esatte parole di una citazione che mi serviva per recensire questo libro, mi sono imbattuta in un’affermazione di Paul Valéry, tratta dalla Piccola lettera sui miti (in Œuvres, edizione a cura di J. Hytier, Paris, Gallimard, 1957 e in All’inzio era la favola. Scritti sul mito con la traduzione di R. Gorgani e la cura di Gorgani e E. Franzini, Guerini Associati 1988), che anni fa ha contribuito a formare la mia idea di letteratura e ha influito non poco sul mio modo di concepire anche la critica alla letteratura.

Scriveva Valéry: «E’ una specie di legge assoluta che dovunque, in ogni luogo, in ogni periodo della civiltà, in ogni fede, all’interno di qualsiasi disciplina e in tutti i rapporti, il falso sia di sostegno al vero e il vero si dia il falso per antenato, per causa, per autore, per origine, e per fine, senza eccezione né rimedio – e il vero generi quel falso da cui pretende d’essere a sua volta generato. Ogni antichità, ogni causalità, ogni principio delle cose sono invenzioni favolose che obbediscono a leggi semplici»

Di rimando in rimando mi sono ricordata anche di un bellissimo saggio di Arturo Mazzarella: La potenza del falso. Illusione, favola e sogno nella modernità letteraria, (Donzelli, 2004) in cui l’autore esplora il ruolo della finzione in letteratura e il suo rapporto simbiotico con la realtà: in pratica la finzione deforma la realtà fino a ricrearla e non si da realtà che non sia finzione in letteratura e non c’è finzione che letterariamente, non diventi realtà.

 

Invito a leggere il commento che è stato inserito sotto la scheda del libro di Mazzarella su Ibs: pretestuoso e livoroso, sicuramente una critica motivata da questioni personali, come dimostra anche l’anonimato dietro cui si trincera l’autore. A parte il caso specifico, vien da chiedersi se mai sul serio accade che qualcuno acquisti (o, al contrario, scelga di non acquistare) un libro sulla scia dei commenti lasciati su Ibs o altrove (forum, blog, anobii), da gente che dimostra di non capire una mazza di letteratura e che – anche quando è intellettualmente onesta e non ha secondi fini – spara idiozie sui libri con l’arroganza del critico navigato. Ma il discorso ci porterebbe lontano e al momento ho i minuti contati.

Just a perfect (May)Day

Thursday 1 May 2008

A chi (ciecamente) rimprovera Francis Scott Fitzgerald di essere uno scrittore per ricchi, borghese, snob, superficiale, datato, consiglio la lettura di May Day, “Primo Maggio”, un intenso racconto lungo contenuto nella raccolta dei Racconti dell’età del jazz (1922)e pubblicato per la prima volta nel 1920 sulla rivista “Smart Set” di H. L. Mencken e George Jean Nathan.

Ambientato nella primavera del 1919, è un racconto complesso, quasi sperimentale a volte, naturalistico nel suo approccio alla narrazione, che segue quattro diverse vicende nell’arco di una notte sullo sfondo di una New York ubriaca e euforica, dopo la vittoria della prima guerra mondiale.
Fitzgerald nel 1920 aveva già individuato i prodromi del collasso dell’età del jazz, preannunciato la fine dei bagordi dei roaring twenties e intuito gli effetti che il socialismo avrebbe avuto sulla società americana del periodo.
Inoltre la struttura stessa del racconto, concepito con taglio cinematografico (camera eye), con continui salti da una vicenda all’altra, lunghi dialoghi diluiti nel testo, voci che si intersecano e si sovrappongono pur restando distinte e un lessico ricco e poco lineare, introduce uno stile e una tecnica narrativa che sarà poi ripresa e approfondita da Dos Passos, soprattutto nella Trilogia USA a partire dal 1930, e molti altri epigoni sino ai giorni nostri.  
Ma il primo fu Scott, come in molte altre cose.
 
Buon Primo Maggio.
 
"There had been a war fought and won and the great city of the conquering people was crossed with triumphal arches and vivid with thrown flowers of white, red, and rose."