Archivio di June 2008

Di libri e giornali

Wednesday 18 June 2008

E’ la memoria il tema principale dei diversi racconti che s’intrecciano nell’ultimo romanzo della scrittrice polacca Olga Tokarczuk tradotto in Italia, Casa di giorno, casa di notte, pubblicato dalle “Edizioni Fahrenheit 451” e tradotto da Raffaella Belletti, arrivato dopo i racconti di Che Guevara e altri racconti per la “Forum Edizioni” e il romanzo “Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli” edito da E/o.
E’ la memoria da tenere viva con il racconto orale, le leggende, le storie raccontate mentre si pelano le patate o si accudisce l’orto, perché è un patrimonio condiviso, l’elemento unificatore in un mondo che si va disgregando.

Olga Tokarczuk ambienta il suo romanzo polifonico nel piccolo villaggio di Nowa Ruda, tra le montagne della Bassa Slesia, una regione al confine tra Polonia, Germania e Repubblica Ceca: un posto che sembra dominato dall’ombra, quella lunga del crepuscolo, in cui domina l’autunno e tutto è ricoperto di bruma. E’ qui che la scrittrice vive e forse è proprio lei la narratrice del romanzo che cerca di ricomporre i vari ricordi dei concittadini in un unico quadro per tracciare la storia dell’intera comunità. Lasciando poi la parola ai suoi personaggi, la Tokarczuk mescola accurate ricostruzioni storiche (come il racconto della vita e del martirio di Kummernis , diventata Santa Vilgerfortis) ai banali aneddoti quotidiani che hanno per protagonisti i suoi vicini. Racconta le paure, i dolori, le bizzarrie e gli amori, di questa minuscola porzione di terra, ma così facendo in realtà coglie gli aspetti più vari, le inquietudini e le ansie dell’umanità intera.

Le storie di Marta, Krysia, Kummernis, Marek Marek e di tutti gli altri, tutte appartenenti a diverse epoche storiche, s’incastrano una nell’altra, s’interrompono per lasciare posto alle altre e poi riprendono per continuare con quella narrazione semplice e disadorna, vicina alla lingua parlata, eppure lirica nella profondità che la contraddistingue, nella commozione che suscita nel lettore, che gli amanti della scrittrice polacca hanno imparato a conoscere.

E sono molti gli estimatori della Tokarczuk, che è considerata la voce più interessante della nuova letteratura polacca. Nata nel 1962, Olga comincia a pubblicare i suoi primi racconti nel 1979, mentre nel 1989 esordisce come poetessa e nel 1993 da alle stampe il suo primo romanzo, a cui seguiranno altri racconti e altri romanzi, tutti tradotti in 19 lingue, molti dei quali le hanno procurato numerosi premi letterari.

 

Per Irene

Sul “Corriere Nazionale” di domenica scorsa.

Sempre in tema di pezzulli miei, sul periodico “La Tribuna“, ci sono due pagine, tra le altre che ho curato, che mi sono particolarmente divertita a scrivere: una sui “convertiti” della politica (numero del 30 Maggio, pag. 30), in cui sputtano un po’ Celentano, e l’altra sul tradimento e le sentenze della Corte di Cassazione (numero del 15 giugno, pag. 11): agli italiani la fedeltà, sta davvero stretta. Pare.

Workers do it better

Sunday 15 June 2008

Per quanto ami la letteratura e l’arte, una parte di me è fortemente legata alla precisione della matematica, perché 2+2 fa sempre 4 e nessuno può sottrarsi a questa legge predicando il soggettivismo o invocando la libertà di pensiero per seminare incertezza e disinformazione, spesso strumentali.

Per questo sono incredibilmente attratta dai dati e dalle cifre e prima di parlare di qualsiasi fenomeno, sociale, storico, culturale o anche solo letterario che sia, io mi documento e poi traggo le mie conclusioni. E si scoprono sempre delle cose interessanti.

Per esempio sto curando un’inchiesta sullo stato della narrativa per ragazzi nel nostro paese e insieme a qualche sorpresa (i bambini da 0 a 5 anni leggono più di ogni altra fascia d’età, e nel segmento di mercato riservato ai ragazzi – da 0 a 14 anni – sostengono da soli tutto l’indotto) e molte conferme (il tasso percentuale di lettori cala col crescere dell’età), ci si imbatte in cifre, che con l’argomento non c’entrano niente, a prima vista, ma che sollevano lo spirito perché permettono di togliersi più di qualche sassolino dalla scarpa.

Ho scoperto che le famiglie di operai destinano all’acquisto di libri, la stessa quota del budget familiare (0,67%) dei dirigenti e liberi professionisti e più di quanto facciano i lavoratori autonomi. Con buona pace di chi sostiene che chi proviene da una famiglia proletaria non ha facile accesso alla cultura o parte svantaggiato o non ha gli strumenti di base per farsi largo nel mondo, e di coloro che pensano addirittura, che per parlare di cultura agli operai, sia necessario usare parole o metodi diversi rispetto a quelli che si usano, chessò, per gli studenti universitari, per gli avvocati o per gli ingegneri, categorie notoriamente tutte molto colte o amanti della letteratura(!). In realtà l’attenzione verso i libri è minima in ogni fascia sociale, ma gli operai in qualche caso sono un po’ più accorti.

Tornando al discorso della narrativa per ragazzi, non è nemmeno vero che questo dato dell’AIE (Associazione Italiana Editori) relativo al 2006, non abbia implicazioni con la mia inchiesta. Infatti, gli esperti del settore dicono che un piccolo lettore resta tale se supportato dalla famiglia, se trova libri in casa, se è sollecitato a leggere e in questo, la spesa familiare destinata ai libri è fondamentale.

Dovrò ringraziare mio padre. O forse no, perché senza tutti quei soldi spesi per i libri, a quest’ora avrei un’auto che regge il minimo senza spegnersi!

Update: qui. Tanto sono in ferie fino a martedi e ho del tempo libero.

Recensione sentimentale

Tuesday 10 June 2008

Ieri ho letto un libro sorprendente. E bellissimo. Se non mi ostinassi sempre a voler essere coerente con quello che dico, stavolta griderei al capolavoro, ma è più forte di me e quindi mi limito a scommettere sul libro e sulla sua fortuna nel tempo.

Sto parlando di Déjà-vu romanzo d’esordio dell’inglese Tom McCarthy, vincitore del “Believer Book Award 2007″ (non ancora aggiornato con la vittoria di McCarthy) e inserito tra i migliori libri dell’anno secondo il “New York Times”. E pure secondo me, anzi tra i migliori degli ultimi 10 anni direi.

Pubblicato da Isbn con la fantastica traduzione di Anna Mioni – una vera fuoriclasse nel suo campo – Déjà-vu è un romanzo ossessivo, spesso claustrofobico, ambiguo fino al disorientamento e originale nel modo di affrontare un tema spesso abusato in letteratura, quello della memoria e dell’importanza dei ricordi per l’identità di ogni individuo.

Ma della trama e delle caratteristiche di stile e scrittura del romanzo, come dei significati allegorici e di critica sociale che sottendono alla narrazione, ne riparleremo sicuramente, quello che al momento mi colpisce è che da tempo un romanzo non catturava così prepotentemente la mia attenzione, me n’è piaciuto molto più di uno ultimamente, ma nessuno mi ha preso così tanto: l’ho letto nel tempo di due brevi viaggi in metro e uno in treno (di quaranta minuti) e ho rischiato di scendere alla fermata sbagliata, un classico. Ma soprattutto sono stata completamente affascinata dall’abilità dell’autore nel rendere completamente accettabili,  al di fuori di una vera e propria comprensione o partecipazione razionale, atteggiamenti, sensazioni, pensieri, moti dell’inconscio che esulano dalla normalità banalmente intesa e condivisa.

Il protagonista per una serie di vicissitudini è un uomo inquieto sino all’ossessione, estraneo al mondo che lo circonda, chiuso nella ricerca inquietante di attimi di perfezione che gli diano sollievo. La sua vita si esaurisce in una continua coazione a ripetere gesti e movimenti, per renderli il più possibili fluidi, spontanei, naturali, leggeri. Ha perso molto della esistenza precedente in seguito a un terribile incidente e per sopravvivere ha bisogno di aggrapparsi ai pochi ricordi che la mente gli restituisce, senza nemmeno sapere se quei ricordi siano veri o semplici sensazioni, visioni, sogni. Questo poco importa, sono perfetti e quindi vanno ripetuti ad libitum.

C’è un altro aspetto che ha molto poco a che fare con la letteratura che mi rende caro questo libro e che senza inficiare il giudizio sulla sua qualità, lo arricchisce. Io conosco molto bene una persona così complessa da essere assolutamente semplice nei suoi bisogni: sempre gli stessi riti, gli stessi gesti per ogni attività, la richiesta continua che non avvengano cambiamenti nella routine quotidiana, l’ossessione per alcuni particolari, il sollievo per i programmi rispettati al millesimo, la necessità che alcuni attimi siano perfetti, secondo una visione tutta personale della perfezione. All’inizio da fuori, non si comprendono questi aspetti, sembrano piccoli indicatori di una vena di follia, e in realtà non si arrivano mai a capire fino in fondo, ma poi li si accetta e lentamente si entra nel “piano” e se ne intravede l’ordine irrazionale che lo presiede. Tutti a nostro modo, cerchiamo di rendere la vita il più “comoda” possibile secondo le nostre esigenze, no?

E il romanzo di Mccarthy ha saputo rendere benissimo questi aspetti, senza ricorrere a una scrittura artificiale o sperimentale, normalizzandoli quasi con uno stile vibrante e spesso veloce, ma mai eccessivo: il protagonista non è un pazzo che insegue delle chimere, è un uomo che cerca di non soccombere.

Intorno c’è dell’altro, la critica alla società e al potere del denaro, ma se ne riparla.