Archivio di November 2008

Ancora sull’editoria italiana

Sunday 30 November 2008

Per la pagina culturale del “Corriere Nazionale“, curata da Stefania Nardini (e ne approfitto per segnalare l’imminente uscita del suo romanzo Gli scheletri di via Duomo per Pironti, poi magari ne riparliamo), è partito – da tempo in realtà – un viaggio alla scoperta dei vari universi editoriali del nostro panorama culturale. I primi articoli si occupavano dello stato dell’editoria italiana, ma di questo si è già discusso, gli altri invece del fotoromanzo, dei periodici femminili, della narrativa per ragazzi, della III pagina dei quotidiani e and so far. Magari v’interessano.

Per quanto riguarda lo stato dell’editoria italiana, voglio segnalare solo alcune cifre, a parte il dato della pubblicazione di circa 170 libri al giorno. 

Sebbene la tiratura media per ogni titolo si mantenga vicina alle cinquemila copie (che diventano circa seimila per i titoli stranieri), quasi il 60% dei titoli stampati non vende neanche una copia. D’altronde, ogni mese nascono circa settanta editori (abbiamo al momento in Italia circa ottomila sigle editoriale attive, ma sono molte meno quelle distribuite a livello nazionale); ma il 90% dei soldi che si guadagnano coi libri è territorio di caccia di non più di una ventina di aziende (legate perlopiù ai grandi gruppi: Mondadori, RCS, De Agostini e Messaggerie italiane). Il che significa che abbiamo circa settemiladuecentottanta aziende a spartirsi il 10% di un fatturato annuo che, nel 2006, è stato di 3,7 miliardi di euro; in pratica mentre le venti grandi sigle dell’editoria italiana lottano per un bottino complessivo di 3,33 miliardi l’anno, i piccoli editori che restano vivacchiano in un serbatoio che rende complessivamente trecentosettanta milioni di euro; per un fatturato medio di poco più di cinquantamila euro l’anno per ciascun editore: briciole.

Qualcuno penserà al sommerso. Ma nell’editoria non esiste. Il mercato dei libri vive del tutto allo scoperto: il canale distributivo è quello delle librerie, e, ulteriormente, delle edicole e della grande distribuzione di generi vari (supermercati). Si tratta di aree sorvegliatissime che non consentono margini di evasione all’editore. Ad esse va ad aggiungersi il mercato, in forte espansione, della vendita di libri via Internet: dove però è più difficile tirar le somme, perché nuovo e usato si mescolano senza soluzione di continuità.

In questo scenario convulso, in cui centinaia di aziende nascono e muoiono nell’alba di un mattino, e far tornare i conti è sempre più difficile, cosa decide la pubblicazione, o la ristampa, di un testo? Quali sono i criteri per cui un editore sceglie di stampare questo o quello, e – avendolo stampato – di distribuirlo e promuoverlo con maggiore o minore dedizione? Perché il mercato dei libri ammette margini di spreco inimmaginabili in qualsiasi altro settore? Non è certo difficile pensare a cosa avverrebbe se, in un’azienda agroalimentare o in un pastificio, il 35% dei prodotti risultasse fallimentare alla prova del mercato. Perché, dunque, ciò che in qualsiasi altro settore sarebbe oggetto di massima preoccupazione, nel mercato dei libri è dato per scontato?

Continuiamo con le cifre per provare a far luce sul mercato dei libri in Italia. Sempre secondo l’annuale “Rapporto sullo stato editoria” dell’Associazione Italiana Editori, nell’ultimo decennio il numero dei lettori è sceso dal 42 al 37% della popolazione attiva. Il mercato dei libri è una “nicchia”: basti pensare che il 2% della popolazione adulta acquista il 23% dei volumi; l’Italia è al tredicesimo posto in Europa per la spesa pro-capite nei libri, con meno di sessantacinque euro l’anno; e il costo medio dei libri è, da noi, più alto che ovunque in Europa. Ogni anno poco meno della metà dei libri in commercio vende in media una sola copia e circa trentamila titoli vanno al macero. Deficitaria è la legislazione: gli editori dei libri e periodici di cultura sono assimilati, sul piano fiscale e amministrativo, all’editoria quotidiana e periodica di informazione (sola eccezione è la Regione Sardegna che fin dai primi anni Cinquanta un intervento legislativo specifico in materia di editoria libraria: la legge regionale n° 35 del 1952).

L’assenza di politiche di sostegno al libro è quasi totale, malgrado l’editoria libraria valga complessivamente 4,4 miliardi di euro e costituisca (con il suo 28,7%) il principale comparto dell’industria dei contenuti. La prassi prevede, semmai, elargizioni “a pioggia” (come facilmente accade in Italia: mai elargizione di finanziamenti basati su progetti, ma rimedi per tappare i buchi). Un esempio è la circolare n. 7 del 30 marzo 2005, che concede “ulteriori contributi, in conto interessi, per i mutui agevolati in favore dell’editoria libraria, per opere di elevato valore culturale, ai sensi dell’articolo 34 della legge 416/1981”. L’agevolazione è concessa previo parere di una Commissione di esperti che esamina i programmi editoriali indicati nella domanda di finanziamento: viene spontaneo, qui, domandarsi come facciano questi “esperti” – scelti con quali criteri, poi? – a valutare programmi così fitti, nella radicale impossibilità di leggere anche una minima parte dei volumi proposti dagli editori.

Ma anche questo contributo è in via di sparizione: in base alla proroga disposta dall’articolo 2 della legge 549/1995, l’anno finanziario 2005 è stato l’ultimo a vedere in atto l’erogazione del contributo, sebbene la previsione di sostegno era di 10 anni.

Da qui, un circolo vizioso senza scampo: si legge di meno, e i libri costano sempre di più. I prezzi alti scoraggiano lettori neofiti e non-lettori, inclini a considerare il libro un articolo di lusso. E, per i piccoli editori, subentra il dramma della promozione: con margini così risicati, eventuali costi pubblicitari si fanno insostenibili. L’esposizione in libreria è penalizzata: autori meno noti, grafica poco accattivante, sovrabbondanza di proposte fanno sì che il piccolo editore sia, sugli scaffali di vendita, non di rado invisibile. Non sorprenderà, dunque, che tali piccoli editori abbiano un invenduto del 95%. La legge (articolo 74, comma 1, lettera c, del Dpr 633/72) che disciplina l’applicazione dell’Iva sui prodotti editoriali cartacei, poi, impone una valorizzazione “coatta” del magazzino in relazione al prezzo di copertina, e finisce col tassare l’invenduto anziché il reddito. Il macero è dunque l’ovvio destino dei libri poco o per nulla venduti: se gli editori non li distruggessero, quei volumi si trasformerebbero in tasse. Si stamperanno, perciò, diecimila copie di un libro che ne venderà forse tremila – se andrà bene -; in relazione a queste ultime, si calcolerà il prezzo di copertina al netto dei costi distributivi che, rasentando il 60%, sono fra i più alti in assoluto rispetto a qualsiasi altra “merce”.

In un mercato così drogato, un libro esposto sugli scaffali di una libreria, vale meno di un altro destinato a diventare carta straccia, con buona pace degli italiani: popolo di navigatori, poeti, scrittori e soprattutto non-lettori. 

 

NB

Gli articoli in questione sono stati scritti prima dell’annuale fiera dell’editoria di Francoforte dalla quale sono emerse delle cifre leggermente modificate, che però non cambiano la sostanza del discorso. In pratica nel 2007 sono aumentate le vendite di libri con un 5% in più nei supermercati, il 36% in più nella vendita on line (più 36 per cento) e un 12% in più edicola. Le case editrici sono circa 2901 e il fatturato è cresciuto di circa un punto percentuale. 


Il pomo(doro) della discordia

Sunday 16 November 2008

Se voi voleste saperne di più sugli Ogm, sulla coltivazione delle zucchine, sulla qualità dei pomodori o sul buco dell’ozono, a chi vi rivolgereste? A un critico letterario, autorevole e colto, che cura una rubrica su un quotidiano, ma competente di agronomia, chimica, fisica più o meno quanto voi? O ad un esperto del settore, uno scienziato, un tecnico, magari procurandovi qualche dispensa specializzata o almeno l’ultimo numero di “Focus” et similia? Spero che la risposta venga spontanea e che la domanda vi appaia puramente retorica.
Spieghiamoci meglio.
Se nonostante la scarsa conoscenza di un argomento, chessò, per esempio delle tecniche di coltivazione di un ortaggio, quel tale critico di cui sopra, volesse comunque scrivere un pezzo – magari nostalgico -, sui pomodori che si mangiavano una volta; e scrivesse queste sue riflessioni in un elzeviro, come vi porreste davanti al suo scritto? Leggereste il pezzo con gusto, perché il critico ha una bella penna e fa un uso felice dell’ironia e della retorica? Prendereste per oro colato quello che scrive e smettereste di mangiare pomodori? O v’indignereste invece, perché si è permesso dall’alto della sua ignoranza di scrivere un pezzo, dichiaratamente letterario (dato il mezzo che veicola le parole del critico, cioè l’elzeviro), su un argomento che non conosce?

Vorrei credere che anche a un tale quesito la risposta possa giungere spontanea, ma non m’illudo.
E infatti c’è un libro di recente pubblicazione, il quale parte dai pomodori del famoso critico e poi allarga il discorso fino a considerare, in un calderone omnicomprensivo: gli Ogm, Slow food, le culture biologiche, l’ambientalismo, la bio-etica, la percezione comune della scienza e persino l’umanesimo imperante (?) assimilato a nuova inquisizione.

Il libro è Scienza e sentimento di Antonio Pascale (Einaudi, pagg. 156, euro 9), mentre il critico in questione è Pietro Citati che scrisse un articolo su “Repubblica” dell’8 agosto 2006, dedicato ai pomodori di oggi in cui sosteneva ch’essi valgono poco o nulla. Pascale si prende la briga di rispondere (anche) a Citati col suo nuovo libro e accusa il critico di essere completamente digiuno – ma che sorpresa! – di nozioni di “tecnica agronomica, genetica, genetica sperimentale, fisiologia delle piante coltivate, zootecnia, tecniche di diserbo, chimica e chimica del suolo, biochimica, conservazione del prodotto coltivato, meteorologia”. Confesso di avere anche io le stesse lacune: ciò significa che non potrò più scrivere nulla, a proposito di pomodori, in vita mia? Ciò mi atterrisce. Dopotutto, Lucrezio nel De rerum natura scriveva di naufragi e di episodi bucolici, pur non essendo uomo di mare né di campagna.
Citati, che ha un bel caratterino, ha voluto rispondere da par suo a Pascale, anche se – fino all’uscita di Scienza e sentimento – egli tutto ignorava dello scrittore campano, perfino il nome; ciò che egli stesso polemicamente sottolinea dalle colonne di “Repubblica” del 12 Novembre:

“Ricevo un libro di Antonio Pascale,. Non so assolutamente chi sia Antonio Pascale, sebbene possegga – così almeno afferma – solide conoscenze scientifiche”.

E con il suo solito stile corrosivo e impietoso Citati arriva persino a definire “melensissimo” il libro di Pascale, e a bacchettarlo dandogli del “pasticcione” perché ha sbagliato a scrivere il nome del paese in cui passava le vacanza da ragazzino; infine, con un ultimo solenne colpo di mannaia, l’arguto critico sentenzia:

“Dunque, non sa leggere. E, se non sa leggere, dubito che si intenda di pomodori e di qualsiasi cosa dell’ universo. Se non sa leggere, non sa scrivere”.

Io conosco invece Pascale: mi sono sorbita tre dei suoi libri, compreso l’ultimo, e ho davvero faticato a finirli. Invece adoro Citati, anche quando non sono d’accordo con ciò che scrive, perché leggerlo mi diverte comunque. Ed è questo il punto.
Pascale rimprovera agli intellettuali, agli elzeviristi, agli scrittori che esprimono opinioni sui giornali di essere approssimativi; ma soprattutto di assecondare la retorica comune, di lasciarsi andare al sentimentalismo, di subordinare l’approfondimento di una data questione, scientifica in particolare, al bello scrivere, alla tensione letteraria, al gusto dell’arguzia fine a se stessa. Scrive che essi ricorrono al sapere nostalgico e che “il sapere nostalgico fa uso, quando si trova a giudicare la contemporaneità, di canoni estranei ai sentimenti dell’epoca e allora, quel tipo di sapere rischia di fondare un sistema conoscitivo inquisitorio. Colui che giudica in tal senso non conosce il tema attuale e rischia di semplificare un problema complesso. Tuttavia questo sapere nostalgico ha il vantaggio di piacere al grande pubblico. È consolatorio e riunisce tutti sotto la protezione dell’ovvio”.

Ciò che Pascale non comprende, in realtà, è che non è compito degli scrittori – a meno che non siano autori di manuali, o divulgatori – quello di diffondere conoscenze specifiche, di descrivere le tecniche proprie della zootecnica, o di qualsiasi altra disciplina. Ma soprattutto non comprende che una dissertazione sui diserbanti più efficaci, non è quello che i lettori si aspettano da un elzeviro, da un corsivo, da un fogliettone. Chi legge Citati, sapendo chi è Citati, si aspetta una bella prosa, una battuta ironica, una critica sapida su un libro; oppure, un commento sul fatto del giorno che offra qualche spunto di riflessione; ma nessuna verità, tanto meno scientifica.
Pascale sembra voler contrapporre l’umanesimo alla scienza, quasi a voler definire la scienza come l’unica portatrice di un vero pensiero laico e libero. Ma è una battaglia inutile, priva di significato e di fondamento: la storia insegna che umanesimo e scienza non sono contrapposti ma indipendenti, ciascuno nel suo campo. E, dunque, che ognuno faccia il proprio mestiere (visto che lui è così fiero della sua formazione agronomica, mi verrebbe quasi voglia di dirgli di non scrivere libri e di dedicarsi alla coltivazione diretta, ma mi trattengo)!

Cosa sarebbe della nostra letteratura senza il gusto per la retorica comune (scriveva Cicerone: “Non considero eloquenza quella che non ottiene apprezzamento”), senza il sentimentalismo, senza il rimpianto per i tempi andati, persino senza il facile ricorso al sapere nostalgico? Cosa sarebbe stato della terza pagina dei giornali senza gli elzeviri di Emilio Cecchi, Piero Chiara, Dino Buzzati, Ennio Flaiano (il più nostalgico di tutti)?
Io non c’ero all’epoca, eppure se devo pensare a grandi pezzi di letteratura, penso ai “Due autisti” di Buzzati, o ai “Pesci rossi” di Cecchi, penso alla “romana meditazione” del cavallo protagonista di un pezzo di Flaiano in cui lo scrittore si ritrova a discutere della natura, dei cavalli e delle macchine, concludendo che “Ciò che è natura non finisce. Cioè, speriamolo”.
E cosa dire degli Improvvisi per macchina da scrivere di Giorgio Manganelli? In uno dei testi raccolti nel volume pubblicato da Adelphi e originariamente su un quotidiano, credo “Il Messaggero”, Manganelli si mette nei panni di Re Erode e minimizza la tragicità della strage degli innocenti, stigmatizzando a un tempo l’istituzione dell’Anno del fanciullo (1979). Naturalmente il tono è ironico, l’autore mostra di detestare i bambini, ma la sua volontà non è quella di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dell’infanzia: Manganelli scrive un pezzo di letteratura, gioca con le parole e i significati, stravolge la retorica stessa, ribalta il senso comune, mistifica, si prodiga in un mero esercizio di stile il cui unico scopo è deliziare il lettore che nei cinque minuti in cui legge le sue parole, gode, sorride, si diletta: assolve quindi, al compito primario della letteratura, in forma lunga o breve che sia, in barba a chiunque sostenga, come fa Pascale, il valore civile o persino divulgativo della letteratura.

Cecchi, Buzzati, Flaiano, Manganelli, e – unico superstite – Citati: nessuno di loro ha mai voluto dispensare assiomi esistenziali o leggi fisiche immutabili, ma nel migliore dei casi rivelare qualcosa di più sull’uomo e sulla società in cui viviamo esercitando un’arte, quella della scrittura, che spesso basta a se stessa, e – sebbene la cosa a Pascale non piaccia – la società in cui viviamo oggi è così travagliata, problematica, conflittuale, decadente, che tutti i giorni ci ritroviamo a rimpiangere il sapore di quei pomodori che non ci sono più. E tra un Pascale che parla di “nostro disciplinare di produzione” e un Citati che esalta i pomodori di Cervo Ligure – non sbagliate a scriverlo, per carità! – scrivendo della “gioiosa ed ansiosa velocità della giovinezza” e descrivendolo come “il frutto supremo del mediterraneo: indorato, accarezzato, amato dal sole, […] la pelle delicata, i semi, il profumo squisito, il colore, degno di Chardin e di Veronese. […] Insieme al cattolicesimo, costituiva l’essenza della civiltà mediterranea: stemperava gli eccessi ascetici della religione, invocava indulgenza per i nostri peccati, ricordava che noi siamo in primo luogo, corpi”, sceglierò Citati tutti i giorni, e due volte la domenica (cit.).

Il crimine paga, e a volte scrive

Sunday 2 November 2008

Assalti a furgoni blindati. Rapine in banca. Commercio di stupefacenti. Sfruttamento della prostituzione.
Non sono pochi i lettori che amano il torbido, e che si lasciano affascinare dal racconto di esistenze sbandate, violente, o più semplicemente vissute aldilà delle regole del consorzio civile. Specie poi se a raccontarle, spesso in prima persona, sono individui che sono stati davvero “dall’altra parte della barricata”: autentici malviventi che, diventati scrittori, conquistano fama e status sociale.

I nomi sono parecchi. A cominciare dal famosissimo Edward Bunker, che dopo il successo di Cane mangia cane e Educazione di una canaglia, entrambi durissimi e autobiografici, ha addirittura lavorato con il cinema (celebre la sua consulenza per “Heat” di Michael Mann e la comparsata ne “Le iene” di Quentin Tarantino). Ogni ambito professionale criminoso ha avuto i suoi narratori: il gangster Harry Grey, autore del celebre A mano armata che ispirò il Sergio Leone di “C’era una volta in America”, e che sarebbe ora di ristampare; il magnaccia e truffatore Iceberg Slim, che nei libri Il pappa e Trick Baby racconta, in un linguaggio crudo e spiccio, le sue imprese di delinquente da quattro soldi; fino al fascinoso Abdel Hafed Benotman, rapinatore, trent’anni di galera e tre best seller, molto amato in Francia, recidivo, osannato dalla critica e con nessuna voglia di redimersi.

Ma ci sono anche quelli che svelano la propria carriera nella malavita organizzata evitando i toni clamorosi ed esagitati, e svuotandola di ogni epos: come Dave Courtney, che nell’autobiografia Fermate il mondo ammonisce il lettore: “Quando un delinquente o un gangster è a casa, è una persona come tutte le altre. Immagino che altre persone famose a casa loro siano gente perfettamente normale. Non credo che Madonna scenda a colazione ogni mattina dimenandosi in modo osceno davanti alla donna delle pulizie.”

E gli italiani? In questo scenario affollato di brutti ceffi spesso e volentieri dotati di belle penne, gli scrittori del Bel Paese non sfigurano né sembrano affetti da complessi di inferiorità, anche perché in Italia il racconto della vita in galera ha un precedente illustre, da antologia scolastica: il Silvio Pellico de Le mie prigioni, ovviamente. Gli scrittori italiani, da lì in poi, non hanno mai considerato un handicap il fatto di avere guai con la giustizia: si pensi a Filippo Tommaso Marinetti che, quando fu processato per il suo Mafarka (prosciolto in prima istanza, ma condannato in appello e cassazione) non se ne vergognò mai, e anzi sbandierò la faccenda ai quattro venti con spirito propagandistico. Dall’esperienza del travaglio giudiziario e del carcere traggono linfa anche gli scritti di intellettuali raffinati come Antonio Gramsci, condizionati dalla prigionia al punto da elaborare complesse riflessioni concettuali su di essa. Ma è chiaro che per pensatori di questo calibro il discorso è più articolato: Gramsci avrebbe scritto comunque e dovunque; i guai con la giustizia che ha avuto non sono stati la linfa propulsiva del suo discorso, ma hanno semmai lasciato dei segni tali da renderne più acute, e profonde, le riflessioni.

Diverso è il discorso se si parla di quegli autentici criminali che, avendo vissuto esistenze in qualche modo interessanti per il lettore anzitutto in virtù della componente criminosa, producono testi autobiografici talora destinati a grande successo: si pensi a Ormai è fatta!, del famoso “bandito gentile” Horst Fantazzini, racconto autobiografico diventato un piccolo libro di culto; a L’ultimo colpo di Horst Fantazzini, scritto dalla sua ultima compagna Patrizia “Pralina” Diamante, in cui l’autrice rievoca il loro intenso rapporto e racconta la vita del suo uomo, spiegando le scelte che lo hanno portato alla morte. E, a parte il famoso Fantazzini che riempì le cronache della sua epoca, si pensi a Luciano Lutring, il Solista del Mitra che, dopo una fruttuosa carriera criminale, ha scritto libri che attingono ampiamente alla sua esperienza diretta come Una storia da dimenticare e Catene spezzate. O, ancora, si pensi al malavitoso Bruno Brancher, figura epica della “mala” milanese e autore di libri fortemente letterari come Tre monete d’oro, non una vera e propria autobiografia ma piuttosto un veemente flusso di scrittura che certamente attinge all’esperienza dell’autore, ma non si esaurisce con essa.

Oggi Luciano Lutring è un uomo mite, che va regolarmente a Messa e ogni tanto, per ringraziare di essere vivo entra in chiesa, mette dieci euro nella scatola delle offerte e accende tutte le candeline disponibili; è un padre affettuoso che vive con le figlie gemelle. Bruno Brancher, da rapinatore che era, è diventato un apprezzato scrittore di libri e teatro, e un prezioso testimone dei suoi tempi. E perfino in un errore giudiziario, come quello che ha fatto di Massimo Carlotto un carcerato e un uomo in fuga, può forse trovare linfa vitale il talento: oggi Carlotto è un apprezzato scrittore di noir, che anche dei fatti della sua vita ha raccontato nel libro autobiografico Il fuggiasco.
Che la letteratura a volte, serva a qualcosa?

Pubblicato, in 2 diverse versioni, sul Corriere Nazionale e sulla Tribuna qualche tempo fa