Archivio di June 2009

Pronti, partenza, via!

Friday 26 June 2009

E siamo partiti da poco e già mi sembrano ore.

Che poi per me guidare in fondo è sempre stato un piacere

così decido da solo dove mi devo fermare

ma qui mi pare che fermarsi sia come morire

 

Daniele Silvestri

 

 

Questo per dirvi che vado via per qualche giorno e al mio ritorno vorrei trovare tutto come l’ho lasciato. O forse no.

 

Poesie: una è arcaica (cit.), lo so

Sunday 21 June 2009

Mangio troppa cioccolata e leggo troppa poesia ultimamente.

Non mi fa bene.

 

Pace non trovo e non ho da far guerra,
e temo e spero; ed ardo e son un ghiaccio;
e volo sopra ‘l cielo e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto ‘l mondo abbraccio.

 

Francesco Petrarca, “Pace non trovo”

 

 

La sete è spenta, la fame placata,
E lungo il cuore ho uno spacco

 

Dylan Thomas, “Cerca la carne sulle ossa”


Vampe

Monday 15 June 2009

Sarà che mi prende spesso una nostalgia canaglia in questi giorni, sarà che l’estate entra nel vivo mentre io rimpiango la dolcezza dell’autunno, sarà che ne parlavamo proprio giorni fa, qualunque sia il motivo, stanotte ho riletto Un bellissimo novembre di Ercole Patti e ho deciso che dovreste leggerlo anche voi, o almeno che dovevo provare a convincervi a farlo.

 

Un bellissimo novembre è stato scritto in cinquanta giorni, nel rifugio di Patti a Pozzillo, vicino a Catania, dove si rinchiudeva l’estate a scrivere in solitudine. Ha ottenuto la candidatura allo Strega nel 1967, sostenuto da Elsa Morante e Mario Pannunzio, ma ebbe la peggio con Anna Maria Ortese che vinse con Poveri e semplici.

Ha scritto di Ercole Patti Montale: “l’ispirazione spesso sembra morderlo come una tarantola, scuoterlo da un sonno atavico e in quei momenti è impossibile scrivere meglio di lui, con più scaltra misura, con gusto più perfetto”.

 

Un bellissimo novembre considerato a ragione il capolavoro di Patti, e rappresenta una svolta nella sua produzione che fino a questo romanzo era caratterizzata da una scrittura diaristica, aneddotica, fortemente descrittiva. Del resto Patti era un giornalista e un critico cinematografico prima di cominciare a scrivere saggi e narrativa nel 1933.

 

La storia di Un bellissimo novembre è semplice, quasi banale: Cettina e Nino sono zia e nipote  travolti da una passione clandestina e incestuosa sullo sfondo della campagna catanese degli anni ’20.

 

“La zia Cettina aveva messo un vestito chiaro piuttosto corto; quando si sedette le si scoprirono le ginocchia. Nino seduto accanto a lei sentiva il desiderio tenero e struggente di accarezzargliele perdutamente in quel clima angoscioso di Catania nel quale se la sentiva sfuggire”

 

E’ esattamente l’autunno del 1925 e nasce così, col turbamento di un quindicenne una storia carnale e struggente che ha tutti i sapori della tragedia.

 

Novembre in Sicilia è dolce come uno di quei vini liquorosi che si producono laggiù, e i suoi colori esaltano la bellezza di quella terra complicata. E’ una Sicilia in costume, pigra, seducente, profumata. Sembra quasi complice del fuoco che scoppia improvviso tra i due ragazzi: è come una miccia che innesca un ordigno, il languore dell’autunno isolano.

Nella narrazione di Patti la natura, il clima e il paesaggio diventano protagonisti della storia, tanto da essere descritti in assonanza agli umori e ai percorsi psicologici che seguono i personaggi.

 

E’ un’altra epoca, un altro mondo –la letteratura di Patti è sempre in bilico tra il verismo ottocentesco e le nuove tendenze del ventesimo secolo – ma tutto è così vivo e realistico da non sfumare nel ricordo; i gesti, le azioni, i suoni dei due amanti sono universali perché raccontati attraverso i sensi: occhi che guardano febbricitanti, mani che sfiorano nervose, nasi che fiutano l’odore dei corpi, orecchie che ascoltano i passi furtivi, bocche che bruciano lembi di pelle.

 

Nino e Cettina, come tutti gli altri protagonisti di Patti, “vogliono fare il pieno della vita” – secondo le parole di Vittorini – e rifuggono da esistenze piane per calarsi totalmente in esperienze di senso, tuttavia mentre Nino s’innamora, è geloso, diventa ossessivo, Cettina si concede e si ritrae, si dona totalmente ma con superficialità, si abbandona alla passione ma senza una reale partecipazione emotiva. E’ crudele, bellissima, irrazionale come la natura che li circonda.

E proprio in un insistito simbolismo si trova forse la chiave di lettura di Un bellissimo novembre: Cettina impersonifica la natura, così importante per l’opera di Patti; la passione è una via di fuga; il sesso un mezzo per annullarsi; l’autunno è la stagione del sonno, delle foglie cadute, della fine degli amori estivi, ma nel romanzo è anche la fine dell’infanzia per Nino, della sua innocenza. La fine di tutto.

 

Patti sceglie con cura le parole, crea l’attesa del primo incontro e in un sensuale crescendo conduce il lettore a un epilogo che non che può che essere definitivo: il piacere è tutto, è impossibile resistergli ma presto mostra il suo lato oscuro, perché nessuna passione arde da sola: o si esaurisce o divampa fino a distruggere ciò che incontra.  

Sulla nera nera terra

Saturday 13 June 2009

E gli uomini e le donne come talpe cieche

le costole continuano a intrecciare

e desideri muti travolgono le loro vite

sulla terra nudi e bisognosi

e continuano a lasciarsi ciechi storpi e soli

sulla nera nera terra a cercare

sulla nera nera terra a cercare

sulla faccia della terra a cercare

 

 

Finisce così “La faccia della terra”, la bellissima ballata che Vinicio Capossela ha scritto ispirandosi ai Racconti dell’Ohio (1919) di Sherwood Anderson, facendone in musica, una sintesi perfetta: con “il reverendo col suo calesse”, “la maestra inquieta”, Enoch che “aveva molti amici che gli affollavano la testa in una stanza”, il telegrafista che “un giorno prese moglie” ed Edna che invece “si prese un amante”. Capossela coglie l’aspetto fondamentale di questi racconti: fulminanti ritratti di un’umanità varia che si dibatte per sopravvivere finché all’improvviso non alza la testa e prova ad afferrare con forza la vita per piegarla nel verso giusto.

 

Tutte le storie girano intorno a George Willar, giovane cronista del giornale locale di Winesburg, la cittadina immaginaria ispirata a Clyde dov’è lo scrittore è cresciuto. George guarda i suoi concittadini e ne vede dipanarsi le storie in eventi banali e quotidiani che di colpo si aprono all’infinito, al mistero, al soprannaturale. Ma non è l’irrealtà a dominare i racconti, anzi, tutto è molto reale, realistico, più vero del vero che vediamo, perché più profondo, svelato e rivelato senza clamore, ma con una grande e umanissima curiosità.

 

La narrazione è veloce, diretta, immediata, ed è magistrale l’uso che Anderson fa delle immagini per creare quell’allucinante atmosfera tipica dello stato mentale sempre un po’ alterato dei personaggi.

 

Provate a leggere questi racconti e subito dopo L’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e avrete una visione d’insieme della parabola di ogni uomo su questa terra, del suo eterno peregrinare, ma anche della sua straordinaria vitalità.

 

Poi provate a leggere qualcosa a caso di Ernest Hemingway, William Faulkner, Thomas Wolfe e John Steinbeck, soprattutto i loro primi lavori e vi sarà chiaro come ciascuno di loro abbia un gran debito di riconoscenza e d’ispirazione con Sherwood Anderson.

E’ stato Anderson a far pubblicare il primo libro di Faulkner e a suggerirgli di scrivere del suo sud e delle cose che conosceva bene (e addirittura, l’ingrato, geniale Faulkner è anche il protagonista di un commovente racconto di Anderson intitolato “A Meeting South“).

Anni dopo Convinse Hemingway a scrivere romanzi e ad andarsene a Parigi per entrare in contatto col bel mondo letterario degli esuli americani di lusso; poi consigliò Wolfe circa la strada da seguire per la sua narrativa e a distanza, con i suoi libri, influenzò Steinbeck, che ne riprese l’interesse per la psicologia e le reazioni emotive dei personaggi.

La narrativa americana (e non solo) non sarebbe la stessa senza Anderson. Fu anche un vivace promotore della vita culturale e letteraria di quel periodo, tanto che a partire dal 1924 animò a New Orleans un salotto letterario a cui parteciparono tra gli altri Faulkner naturalmente e poi Carl Sandburg ed Edmund Wilson.

Nei Racconti dell’Ohio – che alla fine costituiscono un unicum, una grande storia ad episodi sulla provincia americana, anche perché l’autore ha adottato l’espediente narrativo di far apparire un elemento o un personaggio in una storia, per poi riprenderli in quella successiva sia allo scopo di cambiare la prospettiva del racconto che per tracciargli intorno un fil rouge – ma anche nei romanzi, Anderson, uomo di un’estrema sensibilità e di profonda fragilità emotiva, comunica il grande interesse per l’uomo e la sua esistenza. Vedeva il mondo che lo circondava come un intricato canovaccio intessuto di storie e aneddoti, nelle quali andava cercando un significato, un disegno recondito, un’illuminazione di senso che squarciasse il buio di esistenze grigie e monotone o le giustificasse.

 

Scrive nella bellissima introduzione a The Triumph of the egg (un’altra raccolta di racconti che però non so se sia stata tradotta in italiano):

 

Le storie son persone che seggono sulla soglia di casa / della mia mente. / E’ freddo fuori: seggono attendendo. / Guardo dalla finestra / le storie hanno fredde le mani. / Le loro mani gelano. / Un racconto basso e robusto si alza e batte la braccia. / Ha il naso rosso e ha due denti d’oro. / Io sono un uomo sfinito e le mie mani tremano. / Dovrei sedere su di una panca come un sarto. / Dovrei intessere caldi tessuti dalle fila / del mio pensiero. / Le storie dovrebbero essere rivestite. / Esse gelano sulla soglia di casa della mia mente.

 

Le storie erano dentro di lui, intorno a lui e sentiva l’urgenza di raccontarle, tanto da avere anche un sogno ricorrente: “Quando sono molto stanco vado a letto  e spesso cado in un mezzo sogno. Vedo tutta una serie di volti sorridenti, volti tristi, volti stanchi, volti fiduciosi e ho come la sensazione che tutti questi volti appartengano a persone che mi chiedono di raccontare le loro storie”.

Per questo un giorno, a 36 anni, lasciò la sua famiglia, la sua casa, il lavoro e sparì nei campi per 96 ore e quando tornò era diverso, in uno stato di febbrile esaltazione che poi lo portò ad abbandonare tutto definitivamente e a mettersi a scrivere.

 

Ma non pensate che fosse un pazzo o un esaltato. C’era in lui una svagata irrequietezza, un’incontenibile incapacità di rassegnarsi alle regole del vivere convenzionale, un’infantile attrazione verso la primitività: era solo uno scrittore che conosceva il labile confine tra ciò che è ritenuto normale e quello che invece si pensa che non lo sia e ha colmato il vuoto in mezzo con la letteratura.

Grande letteratura.

Insonnia in versi sciolti

Thursday 11 June 2009

Non dormo e leggo poesie mimetiche:  





La stazione  

Il mio non arrivo nella città di N.

è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito

con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire

all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.

E’ scesa molta gente.

L’assenza della mia persona

si avviava verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito

frettolosamente

in quella fretta.

A una è corso incontro

qualcuno che non conoscevo,

ma lei lo ha riconosciuto

immediatamente.

Si sono scambiati

un bacio non nostro,

intanto si è perduta

una valigia non mia.

La stazione della città di N.

ha superato bene la prova

di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto.

I particolari si muovevano

sui binari designati.

E’ avvenuto perfino

l’incontro fissato.

Fuori dalla portata

della nostra presenza.

Nel paradiso perduto

della probabilità.

Altrove.

Altrove.

Come risuonano queste piccole parole.

 

————————————

 

Gli sono troppo vicina

Gli sono troppo vicina perché mi sogni.

Non volo su di lui, non fuggo da lui

sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.

Non con la mia voce canta il pesce nella rete.

Non dal mio dito rotola l’anello.

Sono troppo vicina. La grande casa brucia

senza che io chiami aiuto. Troppo vicina

perché la campana suoni sul mio capello.

Troppo vicina per entrare come un ospite

dinanzi a cui si scostano i muri.

Mai più morirò così leggera,

così fuori dal corpo, così ignara,

come un tempo nel suo sogno. Troppo,

troppo vicina.

 

 


Wislawa Szymborska 

Appunti per un grande scrittore dimenticato

Wednesday 10 June 2009

Vittima di un oblio quasi assoluto in morte e di gran irriconoscenza in vita: Sherwood Anderson, maestro, mentore, guida, mecenate di tanti scrittori. Soprattutto William Faulkner e Ernest Hemingway gli dovevano molto. Eppure da loro ottenne derisione e dolore.

 

Le ultime parole che Anderson scrisse alla moglie furono queste: “Cornelia, c’è un ponte su un fiume con davanti delle traversine. Quando arriverò là sarò a posto. Scriverò tutto il giorno sotto il sole e il vento mi soffierà tra i capelli.

 

Racconta Fernanda Pivano: “Quando incontrai Ernest Hemingway nel 1948, una delle prime cose che mi disse fu che il problema della sua generazione di scrittori era stato quello di liberarsi dell’in-fluenza di Sherwood Anderson. La stessa cosa mi disse William Faulkner quando lo incontrai a Parigi nel 1952. Entrambi scelsero per liberarsene la forma più crudele, irridendolo con una satira (Torrents of Spring l’uno, Mosquitoes l’altro) che lo fece soffrire tutta la vita.

 

Ad Anderson entrambi dovevano i loro primi successi letterari, addirittura da lui Faulkner prese l’amore per la scrittura: «Vivevo a New Orleans facendo qualsiasi lavoro mi capitasse, per racimolare di tanto in tanto un po’di denaro. Incontrai Sherwood Anderson. Trascorrevamo i pomeriggi passeggiando insieme per la città e parlando con la gente. Poi, la sera, davanti a una o due bottiglie, lui parlava e io ascoltavo. Prima di mezzogiorno non lo vedevo mai. Restava in casa a lavorare. Decisi che se quella era la vita dello scrittore, lo sarei diventato anch’io. Così cominciai a scrivere il mio primo libro. E scoprii che scrivere era divertente.»

 

Forse è vero che per diventare grande bisogna uccidere i propri maestri. Ma è un processo crudele.

 

Scrive Charles Bukowski nel Capitano è fuori a pranzo: “Credo che Sherwood Anderson sia tra i più bravi a giocare con le parole come fossero pietre, o roba da mangiare. Lui dipinge le parole sulla carta. E sono così semplici che si sentono flussi di luce, porte che si aprono, pareti che luccicano. Si vedono tappeti, scarpe e dita. Lui ha le parole. Delizioso. Eppure sono come proiettili. Sanno buttarti giù. Sherwood Anderson ha l’istinto. Hemingway, invece, ce la mette tutta. Infatti nella sua scrittura si sente la fatica. Anderson sa ridere mentre ti dice qualcosa di serio. Hemingway non sa ridere! Uno che si alza alle sei del mattino per scrivere non può avere alcun senso dell’ umorismo. Vuole sconfiggere qualche cosa.”

 

Nel suo saggio su Anderson Pavese dice: “ Lo stile di Anderson! Non il dialetto crudo ancora troppo locale – come fanno qui da noi gli specialisti dialettali che, anche negli esempi più insigni, conservano sempre qualcosa di un po’ gretto – ma una nuova intramatura dell’inglese, tutta fatta d’idiotismi americani, di uno stile che non è più dialetto, ma linguaggio, ripensato, ricreato, poesia. Nel racconto scritto da Anderson sempre echeggia così il parlatore americano, l’uomo vivo.”

                    

Il suo epitaffio recita: “La vita, non la morte, è l’avventura più grande”. Ma sia la vita che la morte sono in debito con lui.

Parole e proiettili

Sunday 7 June 2009

Parigi era viva. La capitale dell’arte nel ventesimo secolo di Gualtieri di San Lazzaro (Mondadori ‘66)

Il ventre del comunista di Antonio Faeti (Einaudi ‘99)

Il rovescio e il diritto di Albert Camus (Tascabili Bompiani ‘88)

Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (Einaudi ‘73)

Zanzare di Faulkner (Mondadori 1990)

Il giovane Holden di J. D. Salinger (Einaudi ‘61)

Il “Crucifige” e la democrazia di Gustavo Zagreberlsky (Einaudi ‘95)

Il vecchio con gli stivali di Vitaliano Brancati (Mondadori ‘71)

Quello col piede in bocca e altri racconti di Saul Bellow (Club dell’editore ‘87)

 

E’ questa la mia parte di bottino ottenuta dalla spedizione punitiva al mensile “Mercatino della memoria” di Latina, mercatino che io chiamerei invece della nostalgia criminale più che della memoria visto che è pieno di busti del duce, di elmetti di guerra, di pamphlet inneggianti al fascismo, di cartoline con slogan del ventennio e altre amenità del genere. E oggi tutto questo mi infastidiva più del solito vista l’ansia per le elezioni.

Ma la vita è piena di sorprese e in mezzo a tutti questi simboli di un passato inglorioso è emerso da una vecchia copia del Maestro e Margherita di Bulgakov (in una prestigiosa edizione Einaudi del ‘67) un foglietto ingiallito piegato in due e in mezzo una margherita e una frase, forse una dedica, vergata da una grafia elegante: “Nella mia vita un dolore che consuma, ma anche una segreta grazia che illumina. Il mio amore per te”.

Non lo so per certo, però qualcosa mi dice che probabilmente il latore del libro e il suo amore poco felice, non ce l’hanno mai avuto a casa un busto di Mussolini.


Prima e dopo la cura

Friday 5 June 2009

Ho letto Principianti di Raymond Carver e ho solo 3 cose da dire.

 

1)    non sono d’accordo con chi ha criticato l’operazione commerciale di Einaudi – e sia chiaro che passerà tempo prima che io riacquisti un solo libro di questa ex-gloriosa casa editrice dopo la censura perpetrata ai danni di Saramago: io non l’avrei comunque letto il suo libro perché Saramago mi appalla come il tennis, la musica new-age e le omelie in Chiesa, però deve essere libero di scrivere quello che vuole ed essere criticato solo se i suoi libri non sono buoni, non perché inveisce contro il Presidente del Consiglio del nostro paese, anzi, solo per questo gli darei il Nobel! –; dicevo, non sono d’accordo con chi ha criticato la scelta di Einadi di pubblicare i racconti originali di Raymond Carver prima che il suo editor Gordon Lish li editasse, tagliandone spesso più del 70%, perché quando uno scrittore diventa famoso si tirano fuori anche le sue liste della spesa figuriamoci se non possa essere interessante leggere le sue vere parole.

 

2)    Le critiche poi sono arrivate soprattutto da ambienti e personaggi vicini a Minimum fax o da intellettuali scrittori e critici che vedono Einaudi come il fumo negli occhi per motivi ideologici, salvo poi essere disposti a fare carte false per farsi pubblicare negli Struzzi. Non regge poi l’accusa di aver riproposto gli stessi racconti già pubblicati nel Meridiano su Carver, primo perché lì non c’erano tutti e secondo perché il Meridiano è un libro molto diverso da un tascabile o da un volume in brossura rigida, meno maneggevole e meno pratico, più costoso (promozioni escluse) e quindi meno appetibile commercialmente. 

 

 

3)    In genere io non sono contraria a un buon intervento di editing per un libro che qualcuno si prende la briga di pubblicare, figuriamoci! E mi spiace che in Italia editor bravi ce ne siano davvero pochi, però tagliare un libro o anche solo un racconto del 70% non è editare quel libro o quel racconto, è riscriverlo e quindi risalire all’opera originale è sicuramente una possibilità interessante anche dal punto di vista del critico letteraio e di un operatore editoriale in genere. E probabilmente Carver senza Lish non sarebbe diventato “Carver”, anche se ripeto, la sua fama in Italia è, in proporzione, più vasta di quella che ha in America, e allora forse i racconti dovevano essere firmati da entrambi, ad ogni modo io resto della medesima opinione: a me Carver continua ad apparire “letterariamente stitico” sia prima che dopo la cura Lish, per cui potevo pure risparmiarmi la (ri)lettura dei suoi racconti.

Leggere contro

Tuesday 2 June 2009

Una delle cose che più mi diverte scrivere è una buona stroncatura. L’ho sempre detto, sono una sincera sostenitrice delle stroncature, quando non sono pretestuose ovviamente e solo se veramente motivate: per esempio, non vedo alcun motivo di stroncare un libro di Moccia, perché non aspira a restare nella storia della letteratura, è un libro fast-book che tra qualche anno nessuno ricorderà, cavalca una moda destinata a esaurirsi, parlarne male è come sparare sulla croce rossa, sarebbe più utile stroncare emuli e furbi sfruttatori del momento che si travestono da sacerdoti della letteratura. La stroncatura deve essere divertente, perfida e utile, perché stigmatizza un certo tipo di letteratura, di mal costume culturale, una tendenza deleteria per l’editoria tutta.

Ho l’impressione (ma non si è mai bravi giudici di se stessi) che io riesca a essere più efficace come stroncatrice che come recensore entusiasta, forse perché i miei entusiasmi sono rivolti per lo più a scrittori morti o dimenticati, sui viventi poco mi galvanizzo, specie se italiani. Ma qualcuno c’è, eh. Però vuoi mettere la creatività della stroncatura, quando è fatta con tutti i crismi?

 

E oggi ne ho scritta una che mi fa molto ridere e dalla controlibreria la riporto qui, così mi tolgo anche il pensiero di aggiornare quotidianamente il blog, come da impegni presi col mio psicanalista per guarire da un’endemica pigrizia e dall’asocialità galoppante.

 

Il libro è Adelmo torna da me di Teresa Ciabatti, Einaudi 2002

 

 

 

Titolo: Adelmo ha fatto bene ad andarsene

 

“Gli adolescenti vanno presi per mano e accompagnati nella burrasca della vita.”

 

Basterebbe questa frase a far concorrere di diritto il romanzo di Teresa Ciabatti al premio per l’esordio più imbarazzante della storia della letteratura italiana e non.

Ma l’autrice ci si mette di buona lena e ci offre altri notevoli appigli per portarla almeno sul podio.

Innanzitutto i nomi dei suoi protagonisti: Camilla, Lavinia e Adelmo, i quali solo per motivi d’anagrafe quindi, meriterebbero un sacco di mazzate. In realtà se le meritano anche per altre ragioni: sono personaggi irreali, scontati, banali e soprattutto l’io narrante, nonché protagonista, Camilla racchiude in se tutti i caratteri stereotipati della ragazza-bene romana, viziata, melodrammatica, romanticamente sciocca, giudiziosa il giusto per essere una rompicoglioni, ossessionata dalla dieta e dalle apparenze. E che dire della trama degna di uno di quei fotoromanzi da giornale per teen-agers? Niente. E infatti ne taccio.

Ma sono passati parecchi anni da quell’esordio e la Ciabatti è parecchio cresciuta e nel suo secondo romanzo, I giorni felici (Mondadori 2008), ha imparato la lezione, ma siccome questo è un libro che mi è abbastanza piaciuto, non ne parlo qui.

Succhiando fragole

Monday 1 June 2009

Attenzione: non è un post erotico, sebbene potrebbe sembrarlo: è che il titolo è importante per me e oggi non ho voglia di scervellarmi a pensarne uno che sia all’altezza dei soliti miei (che sono geniali!) e siccome mentre scrivo questo post sto davvero succhiando la panna dalle fragole (con panna), mi do al neo-neorealismo et voilà ecco il titolo a effetto.

 

 

Mi sono resa conto che non ho mai scritto diffusamente del mio libro preferito (una bambolina a te che hai indovinato qual è!), l’ho citato più volte, ne ho parlato vagamente, ma non ho mai spiegato perché è il mio libro preferito (dando per scontato che a qualcuno interessi saperlo, certo), e soprattutto non l’ho mai affrontato criticamente. Come si fa a essere equilibrati e obiettivi con un libro che si è amato così profondamente e a cui si è intimamente legati? Come posso essere professionale con qualcosa che ha accompagnato così fedelmente la mia vita? Come posso scriverne con lucidità?

 

E infatti non lo faccio, almeno per ora.

 

Mi limito a dire che il tizio che ha avuto la bella idea di scrivere un seguito de Il giovane Holden – e d’intitolarlo 60 Years Later: Coming Through the Rye, dedicandolo persino a “J.D Salinger: il il peggior bugiardo che tu abbia visto in tutta la tua vita” – io lo prenderei a calci per tutto il tragitto dalla Svezia agli Stati Uniti .*

 

 

 

* La strampalata biografia dell’autore, J. D. California(!), recita che il tipo in questione è uno svedese-americano.