Archivio di October 2009

Braccia rubate all’agricoltura

Monday 12 October 2009

Se leggendo il titolo del post aveste dato per scontato che anche stavolta me la prendessi con qualche esordiente tanto presuntuoso quanto privo di talento o in alternativa, con qualche sprovveduto scribacchino in cerca di pubblicazione, potete pure rilassarvi. Non ce l’ho nemmeno con uno di quegli autori pubblicati, magari anche più volte, che in un mondo migliore e più giusto starebbero in miniera a spaccarsi la schiena, invece di firmare contratti con case editrici.

Niente di tutto questo, le braccia indebitamente sottratte all’onesto lavoro agricolo sono le mie: grazie a Facebook ho appena scoperto di avere il pallino della coltivazione diretta. Non solo, sono una bravissima allevatrice di bestiame vario e un’abile potatrice di alberi, nonché esperta venditrice della merce prodotta.

In pratica sto giocando da giorni a Farmville, un’applicazione di FB per cui s’impersona un contadino e si costruisce la propria fattoria, e da giorni le mie ore sono scandite dai tempi di raccolta e semina delle colture, dalla potatura degli alberi, dalla gestione delle stalle e degli ovili, dall’adozione di strategie per aumentare capitale e macinare punti-moneta uni sugli altri. Mi capita di essere in ufficio e pensare alle mie fragole in balia delle intemperie, alla pecora nera che non riesco ad avere o a quei caspita di corvi che mangiano tutti i miei semi.

Lo so, ho bisogno di aiuto.

Comunque tutto ciò era per dire che in questi giorni di bucolico delirio mi sono riletta – inevitabilmente direi – In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto) (Milano,  Treves,  1931) di Achille (Festa) Campanile. (Lo so che Festa non c’è nel cognome dello scrittore romano, però io sono un po’ cialtrona a volte e tendo a sbagliare nomi di autori e titoli di libri e spesso mi capita di riferirmi a lui proprio come Achille Festa Campanile, quando non lo chiamo addirittura Pasquale Festa Campanile!).

Campanile è uno di quegli autori che si tende a considerare con malcelata spocchia perché scrive storie che fanno ridere: se fosse nato in Inghilterra o negli Stati Uniti starebbe nell’olimpo degli scrittori come Wodehouse, Jerome o Twain, ma qui da noi c’è sempre stata troppa gente che si è prodigata anche inconsapevolmente per farci ridere (gente come i calciatori o i politici): e poi, siamo o non siamo il paese del sole, del mare e degli spaghetti? Perché non dovremmo ridere e spesso? Quindi sembra una cosa facile strappare un sorriso o una risata da queste parti riempiendo pagine di libri. Eppure c’è risata e risata, quella di gusto, quella isterica e rancorosa, quella satirica, quella gelida che è quasi un ghigno e poi c’è quella intelligente che a volte, dopo averla espressa si tramuta in un silenzio malinconico o di riflessione anche amara. Ed è qui che agisce Campanile: Enzo Siciliano ha scritto che in lui “il riso, nell’attimo in cui scocca, è anche empio”. Sarebbe quindi meglio abbandonarla quella spocchia e leggere Campanile senza pregiudizio e allora si scoprirebbe un autore sapiente, abile e pieno di talento per la parola scritta, che del gusto per la battuta sapida e divertente e per la frase caustica, ha fatto un’arte e un genere letterario.

Chi altri avrebbe potuto scrivere un monologo, anche articolato, dal titolo Asparagi e immortalità dell’anima, con un incipit e una chiusa in cui sostiene che alla fine, on c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima?

C’è l’assurdo della vita nelle sue opere, il senso del ridicolo, lo sguardo acuto sulle miserie degli uomini, il rifiuto dei luoghi comuni, la condanna divertita dei cliché. Campanile è surreale senza essere surrealista; scrive opere di teatro dell’assurdo à la Jonesco ancora prima che Jonesco sia conosciuto; domina la lingua fregandosene del linguaggio, o meglio usandolo fino al limite del nonsenso. Gioca con le parole, piegandone il significato (come fa proprio nell’incipit d’In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto): “Giovedì. Eccomi in campagna a visitare i miei possedimenti. (Posseggo, difatti, in questa ubertosa regione, uno zio, una zia e due cugini)”; o prendendole alla lettera per stupire il lettore (esemplare è il finale di Se la luna mi porta fortuna in cui descrive un tramonto, cioè la morte del giorno, proprio come se il giorno stesse agonizzando).

Come in ogni autore umoristico anche Campanile mescola ironia e malinconia, sfiora la poesia e il romanticismo mentre dissacra il senso comune. E infatti In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto) racconta le vacanze estive del giovane scrittore Serenello presso la casa degli zii in campagna dove s’innamora di una ragazza del luogo e insieme agli strali rivolti al perbenismo della provincia, alle sue ipocrisie, all’ingenuità di certi riti sociali, ci sono le timide schermaglie, le prime gioie, i primi baci. Per questo è un libro un po’ diverso dagli altri della sua produzione, più rilassato nella ricerca della battuta fulminante, meno veloce; è un libro più raccontato, più lieve nella scrittura e negli intenti polemici.

Ci sono comunque momenti esilaranti come il famoso scambio di lettere tra due amanti dell’antico Egitto.

Vabbè, mentre voi leggete Campanile io torno ai miei campi: è ora di raccogliere il grano  e di dar da mangiare ai maiali.

E naturalmente lo so che in campagna (quella vera) è un’altra cosa, eh.


Auspicio in forma di poesia

Sunday 11 October 2009

L’Estate è Finita

Sono più miti le mattine e più scure diventano le noci

e le bacche hanno un viso più rotondo.

La rosa non è più nella città.

L’acero indossa una sciarpa più gaia.

La campagna una gonna scarlatta,

ed anch’io, per non essere antiquata,

mi metterò un gioiello.

(Emily Dickinson)

Nemo propheta in patria

Saturday 3 October 2009

Nel 1939 due romanzi si contesero il titolo di libro evento secondo «Il Club del Libro» di New York: uno era The Grapes of Wrath (Furore) di John Steinbeck e l’altro era Christ in concrete l’esordio di un misconosciuto scrittore italo-americano, Pietro Di Donato. La critica inaspettatamente preferì Christ in concrete definendolo addirittura romanzo simbolo del ventesimo secolo (per avere qualche coordinata in più ricordo che nello stesso anno Joyce dava alle stampe Finnegans wake).

Pare che girando per le biblioteche statunitensi sia possibile incappare in almeno sette – e dico sette – libri dedicati a questo scrittore dal nome italiano, che il 99% dei suoi connazionali che leggono libri (ma tanto parliamo di cifre irrisorie, quindi poco male), non ha nemmeno idea di chi si tratti, ci scommetto la mia collezione di roba dei Take That. Ed è sfuggito quasi a tutti anche un suo servizio giornalistico dedicato al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro (intitolato Christ in Plastic) che nel 1978 vinse il premio dell’Overseas Press Club. Colgo l’occasione per chiedere a chiunque ne reperisca una copia, di fotocopiarmelo, stenografarmelo, fotografarmelo, insomma fate voi basta che me lo fate leggere.

In realtà Pietro Di Donato è un italo-americano di origini abruzzesi – e a Vasto vive sicuramente qualcuno che fa parte di quell’1% di lettori che lo conoscono, perché gli hanno intitolato pure una strada – nato a West Hoboken nel New Jersey nel 1911 e diventato muratore a soli 12 anni subito dopo la morte di suo padre avvenuta il venerdì santo del 1923.

E proprio da questo evento drammatico prende le mosse Christ in concrete (pubblicato in Italia nel 1941 da Bompiani col titolo di Cristo tra i muratori, non riesco a capire chi ne sia il traduttore) e racconta la storia di Paolino che alla morte tragica del padre Geremia, murato vivo da una colata di cemento dopo essere precipitato per il crollo delle impalcature del grattacielo che stava contribuendo a costruire, si ritrova costretto a seguire le orme del padre per sostentare la sua numerosa famiglia.

All’inizio Di donato dalla sua storia trasse solo un racconto che fu pubblicato nel 1937 in un numero della rivista “Esquire” e poi ripreso per volontà di Edward O’Brien – che era rimasto fulminato dallo stile appassionato del giovane scrittore – nella sua raccolta “Best Short Stories of 1938” e successivamente, visto il grande successo quel racconto fu ampliato fino a diventare un romanzo vero e proprio. Nel 1949 Edward Dmytryck ne tirerà fuori addirittura un film uscito in America nel 1949 e intitolato “Give Us This Day“, interpretato da Lea Padovani, che nel 1950 alla proiezione italiana col titolo originale alla Mostra del cinema di Venezia vinse addirittura il “Premio Pasinetti. Qui una recensione dell’epoca al film.

Cristo tra i muratori è un libro acerbo, spontaneo, scritto con l’urgenza di raccontare: l’autore scrive con passione e febbrile sentimento la sua storia senza il filtro dell’artificio retorico, non c’è quasi alcuna tecnica narrativa in queste pagine e nessuna ricerca stilistica, eppure quelle stesse ingenuità che lo rendono immaturo per certi versi, contribuiscono a definirne il valore. Quei toni enfatici, il lirismo eccessivo, le interiezioni continue, il ricorso al dialetto, lo stream of consciousness esasperato dei personaggi, soprattutto nei momenti più drammatici, assurgono a stilemi stilistici quasi d’imperio, tanto che il romanzo per anni resterà l’emblema della letteratura di denuncia negli Stati Uniti e la voce più forte di quanti lottavano per ottenere condizioni di vita migliori per gli immigrati, soprattutto italiani, e maggiori condizioni di sicurezza sul lavoro.

L’effetto di questa storia drammatica fu dirompente in America come in Italia: oltreoceano ci s’indignava nel vedere mescolato il sogno americano col sangue dei lavoratori che a quel sogno avevano creduto così tanto da partire da lontano per realizzarlo; il paese delle possibilità appariva ora come il paese dei soprusi e dello sfruttamento; in Italia invece la voce Di Donato era quella dei compaesani partiti da tempo, dei quali poco si sapeva e che ora imploravano aiuto e rivendicavano i loro diritti parlando una lingua nuova e familiare allo stesso tempo. Scriveva Emilio Cecchi sul Corriere dopo la pubblicazione italiana del romanzo: “Esatta e impressionante è la requisitoria sulle angherie che i nostri patiscono laggiù dagli imprenditori assassini, dai sindacati camorristi, dalle compagnie di assicurazione che fanno l’interesse dei capitalisti. Cose che non saranno mai troppo ripetute, a scorno della ipocrisia ed ingordigia puritana.”

In Cristo tra i muratori ci sono le tradizioni, i riti, le parole, i canti di intere regioni italiane: nella nota dell’Editore che apre l’edizione Bompiani del ’41 (che io ho!) si legge “Non soltanto perché lo giudichiamo un bel libro noi pubblichiamo qui tradotto in italiano, il romanzo Cristo tra i muratori dell’italo-americano Pietro Di Donato. V’è, insieme, un altro motivo; ed è profondo: un motivo per cui lo avremmo pubblicato anche se non ci fosse sembrato così bello. Vedrà il lettore. Formalmente il romanzo è forse lontano dalle nostre forme letterarie; non ha nel discorso, l’eleganze solenne di molto nostri scrittoti, o specie nel dialogo, la loro ancor tradizionale compiutezza sintattica.[…] Ma intimamente, spiritualmente, lo vedrà bene il lettore, è libro italiano come pochi libri di lingua italiana lo sono. Italiano è il sentimento, che di vertebra in vertebra, lo percosse. Sofferenza italiana, gioia italiana, l’una e l’altra all’estremo, vibrano nelle sue pagine”.

Non credo ai libri necessari, ma se ci credessi Cristo tra i muratori sarebbe uno di loro e oggi, con la precarietà del lavoro e l’assoluto spregio della vita umana che domina cantieri e fabbriche nel nostro paese sarebbe ancora più necessario rileggere quest’opera (che peraltro è stata ristampata nel 2000 dall’editore “Il grappolo”, che è un editore per il quale non nutro alcuna stima per motivi personali e professionali, ma che stavolta ha fatto un’operazione meritoria).

Non credendo però ai libri necessari, ve lo consiglio lo stesso perché ci sono delle pagine d’intensa bellezza e di grande impatto emotivo: su tutte la scena della morte di Geremia, quasi epica, e poi il delirio di Paolino colpito dalla febbre, e le pagine dedicate ai suoi primi turbamenti sentimentali, fino alle scene finali, che non voglio rivelare ma che sono davvero potenti e chiudono tutta la vicenda in un crescendo convulso e drammatico con tanto di simboli distrutti a segnare una definitiva rottura con il passato e con le proprie tradizioni.