Archivio di March 2010

Un libraio recita il de profundis per le librerie indipendenti: se ne discute sulla fanpage di Stilos su Facebook

Monday 29 March 2010

Abbiamo ricevuto una lettera molto cortese e piena di rimpianto, da Erminio “vecchio librario romagnolo”, così lui si presenta (e così ha chiesto di essere identificato quando gli abbiamo chiesto l’autorizzazione a rendere pubbliche le sue parole) e ve la proponiamo, perché c’interessa discutere con voi del problema delle librerie indipendenti che, sempre più numerose, chiudono i battenti.

«Gentile Seia,
sarei molto lieto di poter prendere in carico Stilos nella mia libreria, che da qualche anno ha uno spazio riviste piccolo ma ben fornito, perché è un ottimo periodico che seguo quasi da quando è nato, e ne ho apprezzato nel tempo i cambiamenti anche grafici, sebbene debba dire che l’ultima versione è quella che più mi aggrada, perché maneggevole e pratica.
Purtroppo però in Italia tutti scrivono e pochi leggono, e sto per chiudere la mia attività dopo quasi trent’anni con la morte nel cuore. Ho sempre pensato che questo mio piccolo regno di carta e storie sarebbe stata la mia eredità per i miei figli, ed ero fiero al pensiero di avergli assicurato un futuro. Ma sono stato uno sciocco sognatore e ora mi trovo di fronte a oneri e spese che non posso più affrontare e non ho altra scelta che vendere il mio regno e non per un cavallo, ma per non rischiare la bancarotta.
A voi che potete (e dovete) continuare a diffondere cultura e che lo fate così bene e seriamente, vanno i miei migliori auguri e i miei complimenti, e li faccia soprattutto al suo Direttore che ha dimostrato un gran coraggio tornando a ripubblicare una testata, sì prestigiosa, ma in un momento così buio per chi si occupa di libri. Da parte mia non potendo contribuire altrimenti, provvederò ad abbonarmi al più presto per continuare a seguirvi e vivere di libri».

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Lacuna blues

Thursday 11 March 2010

Nella quarta di copertina di Mi ricordo il jazz. Guida bibliografica per “sfogliare” la musica afroamericana, di cui ho parlato in questo post, si legge che il volume, aggiornato al 1999, «riporta tutti i titoli sul jazz pubblicati in Italia, dai testi originari a quelli tradotti, dai saggi specifici alla letteratura liberamente ispirata dalla musica afroamericana».

Bisogna stare molto attenti con le parole, perché se uno scrive che un certo volume elenca tutti i titoli legati al jazz pubblicati in Italia e poi si scopre che ne manca almeno uno, tutta la credibilità dell’opera rischia di essere messa in discussione.

Io continuo a pensare che questo libretto sia molto utile e godibile, ma devo ammettere che ora ho qualche dubbio sulla sua esaustività e sulla precisione delle indicazioni che vi sono riportate.

In pratica Alberto mi ha fatto notare che nel volume curato da Guido Michelone non si fa menzione di un racconto di Richard Matheson scritto nel 1963 e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1984 per gli “Oscar Mondadori” (precisamente nell’Oscar 1777 del 23 luglio 1984).

Già dal titolo questo racconto doveva trovarsi di diritto nella trattazione di Micheloni e a leggerlo poi, è quasi incomprensibile che gli sia sfuggito: in Mi ricordo il jazz è stato inserito addirittura un romanzo di Mario Soldati che vagamente cita la musica afroamericana.

Per rendere giustizia a questo bellissimo racconto ripropongo quanto ho scritto anni fa nella mia rubrica sul glorioso Medicine-Show, con qualche aggiustamento però, perché a rileggerlo com’era m’è venuta l’orticaria e ho dovuto rimetterci le mani.

Intanto leggetevi il racconto, sono solo 8, bellissime, pagine. (1, 2 – 3, 4 – 5, 6 – 7, 8)


Il jazz – diceva Thelonious Monk – è un graffio dell’anima e c’è un racconto di Richard Matheson che coglie l’essenza di questa musica meglio di decine di saggi eruditi o testi di storia della musica e quasi descrive il solco di questo graffio.

A dire la verità non è nemmeno un racconto ma un poema blues, dolente come una canzone di Robert Johnson.

S’intitola “La macchina del jazz” e racconta di un musicista di colore che sputa nell’ottone della sua tromba tutta la rabbia e il dolore che si porta dentro.

Richard Matheson è stato definito da Ray Bradbury “uno degli scrittori più importanti del XX secolo”. Per darvi qualche coordinata su quest’autore, vi dirò che ha alle spalle una carriera che dura da oltre cinquant’anni, ha vinto numerosissimi premi, tra cui “l’Edgar Allan Poe” e il “Bram Stoker Award”. Ha scritto centinaia tra romanzi (da Io sono leggenda a Tre millimetri al giorno) – per me uno dei suoi libri più belli è Bid time return (Appunamento nel tempo)e racconti, che hanno inciso sul gusto e le regole della letteratura fantastica, proprio al confine con la fantascienza. La forza persuasiva della sua penna e l’abilità di creare mondi ed atmosfere ha travalicato la letteratura per influenzare profondamente anche altri linguaggi: dal cinema ai fumetti ai videogiochi, fino alla televisione visto che Matheson è il creatore di una delle serie più importanti della storia della tv: “Ai Confini della Realtà”.

Ebbene, un giorno lo scrittore americano ha deciso di abbandonare per un po’ il soprannaturale, l’insolito e l’atmosfera carica di suspense dei suoi racconti e ne ha scritto uno bellissimo sul jazz e le sue radici: “The jazz machine” appunto.

Scritto nel 1963, è stato inserito nella raccolta intitolata “Shock” (Matheson ha imposto una clausola in cui proibiva la pubblicazione dell’opera con titoli diversi) e in Italia è possibile (ma difficile) reperirlo ora nel numero 1775 di Urania: un cofanetto contente 52 suoi racconti divisi in quattro volumi.

Alla fine di una jam session avviene l’incontro-scontro tra un musicista pieno di rabbia e dolore e uno degli spettatori.

Il musicista ha perso suo fratello Rone, ucciso perché si rifiutava di essere uno schiavo come i suoi antenati, e così ogni sera ne celebra la morte lasciando che il blues gli fluisca nelle vene insieme al sangue e si liberi in decine di note stridule come il rumore delle catene.

Qualcuno ha scritto che Chet Baker suonava ogni nota come se le stesse dicendo addio, allo stesso modo il musicista di Matheson in ogni squillo della sua tromba dice addio a suo fratello e a tutti gli altri suoi fratelli morti per il colore della loro pelle.

Il suo jazz è un urlo contro la discriminazione.

L’ascoltatore speciale è un uomo bianco che dice di aver costruito “la macchina del jazz”, un congegno capace di risalire sino alla nascita di questaa musica, di rintracciare i sentimenti e le emozioni più profonde da cui sono scaturite le note di ogni improvvisazione e scoprirne così la natura. Questa macchina prende una nota, la elabora come un teorema e poi la riconverte in sensazioni, nei rumori esatti della rabbia, del dolore, della malinconia, della disperazione.

Il musicista capisce che è come svelare un mistero: cosa resta dopo? Non può permettere di perdere questo segreto: è la storia, il dramma, la vita stessa della sua gente.

Il jazz è la lingua di chi non ha voce.

E così distrugge quella macchina per impedire che gli rubi la musica, perché i bianchi non possano appropriarsi della storia di chi il jazz l’ha inventato e reso grande, e soprattutto non possono svelare tutto il dolore e la solitudine che l’hanno creato: un dolore antico, che percorre come un filo tagliente ogni assolo, ogni pausa tra le note, ogni più piccola dissonanza.

I versi di “The jazz machine” nella traduzione italiana perdono un po’ del loro ritmo e l’andamento da ballata è molto meno evidente che nella versione originale, ma conservano la forza abrasiva della scrittura e il tono lirico di una storia che è una favola nera e dolorosa.

Soprattutto rimane intatta la straziante disperazione del monologo finale con cui il protagonista tira fuori tutto ciò che non è riuscito ad urlare all’uomo bianco, mentre gli distruggeva la macchina del jazz: giù le mani dalla nostra l’anima, quella volata via nelle note di una tromba o sbattuta sui tasti di un pianoforte.

Prenditi una pastiglia…

Tuesday 9 March 2010

Domani Stilos torna in edicola con il numero II del nuovo corso, ancora più ghiotto e pieno di articoli, recensioni, interviste, inediti e omaggi (qui se v’interessa, trovate il comunicato stampa ufficiale).


Intanto la copertina è dedicata a tre scrittori under 30 – Silvia Avallone con Acciaio (Rizzoli), Valentina Brunettin con I cani vanno avanti (Alet) e Paolo Piccirillo con Zoo col semaforo (Nutrimenti) – (ed è la mia prima copertina quindi dovete assolutamente comprare la rivista!); poi c’è un interessante servizio sulla letteratura olandese oggi; molti testi inediti e racconti (di Enrico Brizzi, Domenico Cacopardo, Predrag Matvejievic, Giuseppe Conte, Dario Voltolini, Andrea Vitali); un’anteprima dal prossimo romanzo di Dario Voltolini dal titolo Foravia, in uscita da Feltrinelli a maggio; le rubriche fisse di grandi firme del mondo della cultura; le incursioni nei fumetti, nel cinema e nell’arte; e l’attenzione ai libri di sempre, con decine di recensioni e interviste.

Inoltre in omaggio ci sono un inedito di Marcello Fois – una pièce teatrale dal titolo “Stanze” – e un quaderno monografico di 32 pagine dedicato a Leonardo Sciascia.


Intanto dal numero I ecco il primo pezzo della mia rubrica Pastiglie, dedicata ad Harry Grey.


Libro che va, libro che viene per Harry Grey.

Pseudonimo di David Aaronson, sebbene alcuni fonti lo riconoscano come Harry Goldberg, Grey è uno degli autori dalla fortuna più altalenante nella storia della letteratura mondiale: il suo nome vivrà per sempre della luce riflessa del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America” – basato in parte proprio sul suo primo libro, The hoods (1952), fortemente autobiografico, tradotto per “Longanesi” nel ‘66 in Mano armata da Adriana Pellegrini – tanto che molti ignorano che il film non sia una storia originale.

A distanza di più di trent’anni dall’ultima edizione di Mano armata, (sempre “Longanesi” del 1983) è appena uscito per “Mattioli1885” il terzo e ultimo romanzo di Grey, Portatrait of a Mobster (1958), inedito per il nostro paese, ma poco conosciuto anche in patria, tradotto da Francesca Pratesi in Ritratto di un gangster (mentre ancora nell’oblio è il suo secondo libro Call me Duke scritto nel 1955, che in Italia ha avuto una sola edizione negli anni ’60).

Arthur Flegenheimer, il gangster del titolo, detto Dutch Schultz per le sue origini tedesche, non è un personaggio complesso e romantico come il David-Noodles-Aaronson di Mano Armata, e in questo gioca un ruolo fondamentale l’assenza di autobiografismo nella sua storia, quella componente nostalgica da ricerca del tempo perduto, che caratterizza la vicenda di Noodles.

Dutch è invece un poco di buono senza scrupoli, pronto a tutto per il denaro, con una passione sfrenata per le donne, soprattutto se giovani e disinibite. Il romanzo ne racconta la rapida ascesa nella malavita del proibizionismo, tra poliziotti corrotti, rosse femmesspeakeasy, e l’irrefrenabile caduta. fatali e viziosi

Lo stile è quello asciutto e incisivo di Grey, ma la sua voce qui è meno lirica, più nervosa, quasi spietata.

 


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