Archivio di April 2011

Pastiglie III / Le stanze di Libero Bigiaretti

Tuesday 26 April 2011

Direttore dell’ufficio stampa dell’Olivetti a Ivrea; co-fondatore nel ’44 con Corrado Alvaro e Francesco Jovine del “Sindacato nazionale degli Scrittori”; vincitore del Premio Marzotto (1954) e del Viareggio (1968); amico di esponenti di spicco della cultura italiana del ‘900, da Giorgio Caproni a Mario Luzi; critico e giornalista tra i più acuti; scrittore sensibile e attento ai cambiamenti di gusto del lettore e alle varie tendenze letterarie, che spesso addirittura anticipava, Libero Bigiaretti dovrebbe essere uno dei nostri maggiori vanti, citato e ripubblicato a oltranza.

Invece pochi lo ricordano fuori dalla sua città natale, Matelica, e i suoi libri sono quasi tutti fuori catalogo – solo qualche piccolo illuminato editore, ogni tanto, ne ripubblica qualcuno tra l’indifferenza del grande circo letterario italiano.

Tra le sue opere più neglette, tanto da non avere avuto una sola riedizione dalla data della prima pubblicazione Bompiani del 1976, c’è Le stanze, un libro sorprendente, a metà strada tra il memoriale e la biografia romanzata, in cui Bigiaretti seguendo il filo rosso di una trama tutta interiore, e con una scrittura che alterna un tono elegiaco e febbrile e una prosa pacata ed elegante, conduce il lettore nei luoghi della sua memoria, Matelica in primo luogo, cui è dedicato un intero capitolo, poi Ivrea, Roma e infine Vallerano, dove ha trascorso gran parte degli ultimi anni della sua vita.

Le stanze del titolo sono le stanze della memoria, che lui identifica con nomi diversi, e dalle quali immagina di entrare e uscire per incontrare decine di persone reali, vive o morte – da Olivetti a Borges, da Neruda a Picasso –  con le quali rievoca aneddoti e ricordi, ma soprattutto s’interroga sul ruolo dello scrittore e dell’intellettuale, e sul senso più profondo dell’esistenza.


Pastiglie I

Tuesday 12 April 2011

Pubblico qui le prime dodici puntate (quelle dell’anno scorso quindi) di “Pastiglie”, la mia rubrica su Stilos dedicata ai libri persi e/o ritrovati.


Libro che va, libro che viene per Harry Grey.

Pseudonimo di David Aaronson, sebbene alcuni fonti lo riconoscano come Harry Goldberg, Grey è uno degli autori dalla fortuna più altalenante nella storia della letteratura mondiale: il suo nome vivrà per sempre della luce riflessa del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America” – basato in parte proprio sul suo primo libro, The hoods (1952), fortemente autobiografico, tradotto per “Longanesi” nel ‘66 in Mano armata da Adriana Pellegrini – tanto che molti ignorano che il film non sia una storia originale.

A distanza di più di trent’anni dall’ultima edizione di Mano armata, (sempre “Longanesi” del 1983) è appena uscito per “Mattioli1885” il terzo e ultimo romanzo di Grey, Portatrait of a Mobster (1958), inedito per il nostro paese, ma poco conosciuto anche in patria, tradotto da Francesca Pratesi in Ritratto di un gangster (mentre ancora nell’oblio è il suo secondo libro Call me Duke scritto nel 1955, che in Italia ha avuto una sola edizione negli anni ’60).

Arthur Flegenheimer, il gangster del titolo, detto Dutch Schultz per le sue origini tedesche, non è un personaggio complesso e romantico come il David-Noodles-Aaronson di Mano Armata, e in questo gioca un ruolo fondamentale l’assenza di autobiografismo nella sua storia, quella componente nostalgica da ricerca del tempo perduto, che caratterizza la vicenda di Noodles.

Dutch è invece un poco di buono senza scrupoli, pronto a tutto per il denaro, con una passione sfrenata per le donne, soprattutto se giovani e disinibite. Il romanzo ne racconta la rapida ascesa nella malavita del proibizionismo, tra poliziotti corrotti, rosse femmes fatali e viziosi speakeasy, e l’irrefrenabile caduta.

Lo stile è quello asciutto e incisivo di Grey, ma la sua voce qui è meno lirica, più nervosa, quasi spietata.


dal numero di febbraio 2010 di Stilos