Archivio di February 2012

American dream

Sunday 12 February 2012
NB questo post  è stato pubblicato nel 2005 ma ho modificato la data per farlo ricomparire in homepage, visto che mi pare adatto ai tempi
In Belli e dannati, Fitzgerald fa dire ad uno dei suo personaggi che: “la vita di rado colpisce, ma logora sempre.” E Scott come al solito ha ragione.
Se dovessi scrivere la quarta di copertina per The Winter of our Discontent (L’inverno del nostro scontento, nella bellissima traduzione italiana di Eugenio Montale Luciano Bianciardi) il romanzo di John Steinbeck con il titolo più bello, titolo che naturalmente è ispirato all’incipit del Riccardo III di Shakespeare: “L’inverno del nostro scontento si muta ora in sfolgorante estate per questo sole di York” – prenderei a prestito la frase di Fitzgerald per riassumere efficacemente la storia raccontata nel libro.
In questo romanzo infatti, Steinbeck racconta della sconfitta di un uomo il cui spirito (e la tempra morale) viene fiaccato dalla vita giorno dopo giorno. Sappiamo che il protagonista, negli anni che precedono l’inizio del racconto si è rialzato da terra dopo un rovescio finanziario che lo ha ridotto al rango di umile commesso di drogheria, ma nel corso della vicenda prova sulla sua pelle quanto sia più doloroso restare in piedi che lasciarsi cadere sotto i colpi del destino (come un pugile pestato a sangue, ma orgogliosamente incapace di andare al tappeto).
 
L’inverno del nostro scontento è incomprensibilmente uno dei romanzi meno amati di Steinbeck, gli si preferisce addirittura La Santa Rossa, che è il suo libro d’esordio. Non me lo spiego: questo romanzo coglie meglio di qualsiasi trattato sociologico il dramma (attuale nel 1961, data della sua pubblicazione, quanto oggi) di chi si trova di fronte alla dura evidenza del vuoto nel senso delle cose e all’improvvisa e inarrestabile insoddisfazione. E’ lo spietato ritratto di un uomo che si dibatte nel conflitto feroce tra il restare coerente con i propri principi morali e lo smodato desiderio di successo.
 
Steinbeck riproduce i pensieri del suo protagonista introducendo una sorta di monologo interiore in una narrazione fitta di dialoghi vivaci, e noi, leggendo queste considerazioni, assistiamo alla sua lenta ed inesorabile trasformazione. Lo seguiamo mentre inizia la sua corsa al successo e al denaro, e lentamente comincia a perdere i suoi valori:
 
“Per la maggior parte degli uomini il successo non è mai un male. Ricordo che, quando Hitler avanzava incontrollato e trionfante, molti uomini onorevoli gli cercarono e trovarono delle virtù. E Mussolini faceva arrivare i treni in orario e Vichy collaborò per il bene della Francia, e Stalin se non altro era forte. Forza e successo stanno al disopra della moralità, al disopra della critica. Par dunque che non conti cosa fai, ma come lo fai e come lo chiami. C’è un controllo negli uomini, nel fondo, una cosa che li fermi o li castighi? Pare che non ci sia. L’unico castigo è per chi fallisce” (pag. 247).
 
Ethan – questo il nome del protagonista che racconta in prima persona (direi quasi in presa diretta, se parlassi di un film) – arriva persino a trovare una giustificazione morale alle sue intenzioni, ma non ci crede molto nemmeno lui e allora indossa la maschera del perbenismo e dell’ipocrisia per cercare protezione nella mediocre rispettabilità dell’american way of life.
 
Nella pagine di questo romanzo il lettore entra in un mondo creato sull’illusione, duramente dominato dagli stereotipi della società del benessere a tutti i costi e dall’inganno di uno stile di vita destinato a condurre all’infelicità. Ciò che colpisce di questo libro è che Steinbeck tratta il tema angoscioso della perdita dell’innocenza, uno dei topoi fondamentali della letteratura di ogni luogo e tempo, con la sapida ironia e la sottigliezza di una satira sociale, che colpisce ancora di più il bersaglio proprio perché argutamente lieve.
 
E’ lo Steinbeck di sempre a scrivere L’inverno del nostro scontento: c’è il suo ruvido realismo, la spiccata inclinazione all’umorismo, la fedeltà al principio di solidarietà quale valore essenziale, notevoli fremiti di lirismo e la sua superba abilità di dialoghista. Ma in questo romanzo, l’autore è più conservatore, più intimista, meno mordace forse, e proprio per questo la narrazione risulta più toccante.
D’altronde la straordinarietà di John Steinbeck è proprio quella di essere uno scrittore sempre coerente a sé stesso ma ogni volta diverso.
E’ l’autore dell’epopea dei Joad in Furore e delle avventure picaresche di Pian della Tortilla, dei drammi dei derelitti dei Pascoli del cielo e di questa parabola morale. Tutti romanzi con una storia a sé, un proprio stile e un particolare universo di riferimento (sebbene Steinbeck sia considerato il cantore della California), eppure ognuno di essi inscena le angosciose difficoltà del vivere e coglie i conflitti che travagliano l’animo umano.
E’ una scrittura profondamente morale quella di Steinbeck, non concede sconti né scappatoie. Obbliga i suoi protagonisti a guardarsi dentro e a fare i conti con la loro coscienza, e anche quando la storia investe la società e racconta vicende collettive, l’istanza etica non si allenta ma anzi assurge a critica impietosa di un’intera nazione: l’America e il suo sogno naturalmente.
 
Alla fine anche Ethan è costretto a fare i conti con sé stesso:
 
“Non è vero che esista una comunità di luci, un falò del mondo. Ognuno porta la sua, la sua luce solitaria. […] La mia luce era spenta.”
 
E ogni volta che io rileggo L’inverno del nostro scontento, spero sempre che la sua luce si riaccenda.