Quest’estate, mentre eravamo in Finlandia (ve lo avevo detto, che avrei avuto materiale per un anno, con la storia della Finlandia), ci siam fermati un paio di giorni a Turku, la vecchia capitale, che, come vecchia capitale, ha un castello molto grande, che si situa un po’ fuori città: per arrivarci, abbiamo affittato delle biciclette all’ufficio turistico.

Sin da quando eravamo arrivati in Finlandia mi avevano incuriosito quelle bici che, guardandole, avresti detto che erano senza freni, perché non c’erano leve ne fili sul manubrio. Poi mi ero documentato (avevo guardato della gente che andava in bici: questa è documentazione) e avevo visto che quelle bici avevano il freno a contropedale, ovvero, per frenare, bisognava dare un colpo indietro ai pedali. Questo, di certo, ti impedisce di cazzeggiare coi piedi come fai con le bici nostrane, e senz’altro, è una difficoltà di adattamento in più, rispetto a dover andare in posti che non conosci, rispettando le piste ciclabili, perché, come abbiamo scoperto poi, se non sei su una pista ciclabile (che peraltro c’è quasi dappertutto), non sei nessuno, e sei alla mercé delle automobili, che ti schifano, ma non ti schivano.

Dopo qualche minuto di bicicletta, abbiam poi scoperto che era abbastanza facile usare queste biciclette per noi piuttosto strambe e seguendo il fiume siamo arrivati al castello.

Dice il luogo comune che i finlandesi siano gente fredda e poco disponibile, ma quando siamo arrivati al castello ci siamo fermati al chioschetto lì di fianco per prendere qualcosa da mangiare (io non avevo molta fame, ma uno di noi invece ha trovato nel mangiare il suo hobby principale) e la signora del chioschetto, in una lingua che assomigliava all’inglese, ci ha anticipato tutta la storia del castello. Quando siamo entrati, sapevamo già quasi tutto, così abbiam potuto fare i fighi.

La visita, al castello di Turku, è durata circa tre ore, con le gambine che ci facevan male, ché il castello, era veramente immenso, più di quanto uno avrebbe immaginato da fuori.

Quando siamo usciti, stava piovendo.

Noi avevamo le bici, e siccome quando siam partiti era tutto sereno, non eravam mica tanto attrezzati; allora ci siam messi lì, sotto l’arco di entrata del castello, ad aspettare che spiovesse.

C’era un fotografo, con l’assistente che gli teneva il flash sopra un treppiede, e c’era un tizio, che aveva l’aria di uno scrittore, che era evidentemente l’oggetto delle fotografie; non so, probabilmente, stavan facendo un servizio su questo scrittore per qualche giornale, o per qualche quarta di copertina, non c’era niente di certo, l’unica cosa era è che quasi sicuramente, quell’uomo che stavano fotografando, era uno scrittore.

Si vedeva dalle pose che faceva che era uno scrittore, uno scrittore di quelli un po’ vanitosi, come quasi tutti, si metteva in delle pose che non ti potevi sbagliare, si vedeva, che era uno che voleva darsi un tono.

Noi eravamo lì sotto l’arco che aspettavamo che spiovesse, e lì sotto l’arco c’erano anche il fotografo, l’assistente col treppiede e lo scrittore, che stavan facendo quelle foto con lo sfondo del castello, con questo scrittore che faceva delle pose da uno che voleva darsi delle arie, ma che a guardarlo, faceva ridere.

Il fotografo era lì che faceva le foto, gliene avrà scattate una ventina, così, distrattamente, con quel bel tipo tutto in posa, e a un certo punto, mentre scattava le foto, il fotografo si è messo ad urlare come un ossesso, e lo scrittore si è spaventato, e allora mentre lo scrittore aveva delle espressioni che non controllava, il fotografo ha cominciato a scattarle a raffica, poi lo scrittore si è messo a ridere, e si vedeva, che il fotografo era soddisfatto, che aveva trovato quel che voleva.

Io allora in quel momento lì, ho appreso l’importante lezione che per trovar quel che cerchi, delle volte, basta urlare.