Da quando era morto mio nonno, era cominciata la diaspora.

Pareva che l’unico collante che tenesse insieme il natale fosse proprio lui, mio nonno, e quando lui non c’è più stato, il natale aveva perso di senso, ognuno se n’era andato per i fatti suoi, ognuno da qualche parente diverso, ognuno da qualche amico, e anch’io, mi son ritrovato sballottato, un anno da una parte, un anno da un’altra parte, aspettando quel giorno con terrore e vivendolo con disagio.

Mi sembrava di essere tornato all’adolescenza, in cui il natale era motivo di tristezza per non so più quali motivi, ma dopo che la famiglia allargata s’era dissolta dopo la scomparsa del patriarca il natale era ritornato a essere un dovere. Né più né meno, un dovere.

In questi ultimi anni invece, grazie a Polli che ha preso l’iniziativa, il natale lo facciamo qui da noi, e non so bene come, è ritornato a essere una gioia, salvo il momento in cui tutti se ne vanno e tu ti chiedi com’è che è già finito, son due mesi che il natale è ovunque e sbam, in qualche ora finisce tutto.

E quel che ti rimane è la domanda inevitabile: Ma com’è che tutti pensano che io abbia bisogno di mutande?