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Archivio di April, 2008

Amputato

Wednesday 30 April 2008

Ieri sera mi è capitato che dopo aver acceso il computer non riuscivo più ad accedere a gmail, il coso di google con cui gestisco la posta, e neanche a google.com. Non riuscivo a capire cosa fosse che non andava allora poi ho pensato che era un problema di fastweb e mi son detto Vado a dormire loro mentre di sicuro lo risolvono. Poi stamattina mi son svegliato ed era ancora tutto rotto, mi son messo a smanettare per tutto il tempo che avevo, poi mi son ricordato che ieri mattina avevo installato un programmino che guardava se c’eran degli intrusi che mi spiavano il mio traffico internet e probabilmente quel coso si era attivato ieri sera dopo che avevo riavviato e mi filtrava via anche il traffico internet che m’interessava, allora poi stamattina l’ho rimosso, ho riavviato e poi dopo funzionava tutto.

Senza google mi sentivo come se mi avevano tagliato una mano.

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Il senso del Cloridrato

Tuesday 29 April 2008

E’ raro che si abbia l’opportunità di riflettere sul senso di un blog. E’ raro perché spesso nel proprio blog, su cui si è abituati a scrivere, ci si sente un po’ a casa propria, le abitudini diventano consolidate e i comportamenti ci sembrano perfettamente naturali. Quando invece si prova a scrivere su un altro blog che non è il proprio, ci si trova in un punto di osservazione privilegiato, che permette di osservare con una certa distanza i comportamenti propri e altrui, proprio come quando si esce dal proprio paese d’origine e si nota che alcune cose che si davano per scontate come appartenenti naturalmente al patrimonio dei comportamenti umani consolidati, in altri paesi non esistono, o vengono considerate diversamente.

E’ quindi con grande piacere che ringrazio Livefast di avermi concesso di riflettere, sul suo blog, sul senso del blog.

Soprattutto, sul senso del suo, di blog.

Link: Le parole Cloridrato di Sviluppina.

 

 

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Quando non c’era la posta elettronica

Monday 28 April 2008

Adesso dicono che da quando c’è la cosiddetta posta elettronica, la gente non si scrive più le lettere come si faceva una volta, ma a me non sembra mica una cosa vera, perché non è mica che quando non c’era la posta elettronica uno scriveva delle lettere tutti i giorni, anzi, nella mia memoria, quando non c’era la posta elettronica io scrivevo ben poche lettere, e anzi, a pensarci bene, non mi ricordo mica tante volte in cui ho scritto una lettera oppure ho visto qualche mio parente o conoscente che ne scriveva una.

Mi ricordo che una volta, dovevo aver dato il mio indirizzo a qualche associazione di amici di penna o una cosa del genere, che mi era arrivata una lettera di una ragazza inglese che mi scriveva chi era, cosa faceva, cosa leggeva e che musica ascoltava, e mi ricordo che le avevo risposto, con l’inglese che sapevo ai tempi, che ascoltava tutta della musica sbagliata e che invece doveva ascoltare dell’altra roba che nella lettera io le elencavo minuziosamente, però poi lei non m’aveva mai risposto.

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Ma non porta da nessuna parte

Saturday 26 April 2008

C’erano dei signori di evidente origine centrafricana che erano seduti a un tavolo di legno con le panche poco lontano da me, mentre io ero lì nel parco, sulla collina, a leggere un libro che si chiama Cani dell’inferno che avevo scelto accuratamente prima di uscire di casa perché ne volevo rileggere dei pezzi e poi perché ero tutto vestito di nero, con i pantaloni neri, le scarpe nere e una giacca nera, e poi avevo una maglietta nera con un logo rosso e tutto l’insieme ci stava bene con Cani dell’inferno, che è un libro con la copertina nera e la quarta rossa. Che alle volte ci va anche un po’ di stile, diciamolo.

Ma non divaghiamo, ero lì a leggere quando è andato via il sole e io mi son accorto che andando via il sole era andato via anche il caldo e in effetti mi trovavo a passarmi la mano sulla testa per scaldarla perché c’era un po’ di aria fredda che era arrivata quando era andato via il sole, oppure c’era anche prima ma per via del fatto che c’era il sole non si sentiva, che c’era l’aria fredda. 

Mentre ero lì che leggevo, mi son accorto di un certo tramestio alle mie spalle e guardando ho visto che gli africani che eran seduti al tavolo di legno si erano alzati e avevano cominciato ad alzare il tavolo di legno e si accingevano a trasportarlo giù per la collina, il tavolo di legno con le panche, con le donne con le loro borse e le loro sporte che li seguivano, e il mio sguardo che li seguiva anche lui, finché poi arrivati giù dalla collina hanno posato il tavolo con le panche in un posto dove c’era ancora il sole, si son seduti tutti insieme e han cominciato a tirar fuori cibi e bevande dalle loro borse e dalle loro sporte e han cominciato a mangiare.

In quel momento lì ho smesso di guardarli perché c’erano tre ragazzi che giocavano a pallavolo e c’era un West-England White Terrier che correva dall’uno all’altro inseguendo la palla finché non è riuscito a prenderla, e se la stava portando via quando è arrivata una ragazza che ho pensato che fosse la sua padrona e gliel’ha fatta restituire.

A dir la verità, mi ero portato il libro e tutto, ma poi non è che abbia letto tanto, perché, a volte, la realtà ti ipnotizza.

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La parola antifascismo e la parola resistenza

Friday 25 April 2008

Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la parola antifascismo e la parola resistenza sembravan due parole cariche di retorica e vuote di significato. Forse per via che di resistenza e di antifascismo, da un certo momento in poi, si sentiva parlare solo nei discorsi ufficiali e uno quando sente un discorso ufficiale gli vien l’impressione che valga la legge formalizzata dal matematico e logico Aleksandr Zinov’ev, legge che dice che tutto quel che è ufficiale, è falso. Dopo poi questi ultimi dieci anni, nei discorsi ufficiali nessuno ne parla più, è come se avessero riacquisito verità e significato, la parola antifascismo e la parola resistenza.

Paolo Nori, Noi la farem vendetta, p.31

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Tron

Thursday 24 April 2008

Quando avevo otto anni, leggevo Topolino. E’ proprio su Topolino che ho imparato a leggere, prima che a scuola; Topolino, finché non ho cominciato a leggere Martin Mystère, è stato il mio maestro di lettura, di scrittura e di cultura. Non c’è niente da dire: è così e basta, dispiacerà forse a qualcuno, ma sento, me lo sento dentro, che è un’esperienza condivisa, quella di aver appreso i primi rudimenti di tante cose da Topolino.

E Topolino, all’epoca, era una rivista fantastica. C’eran le storie, e poi c’erano i riempitivi, le rubriche, che servivano solo per allungare la lettura, per riempire gli spazi tra le storie, tra i fumetti, e le pubblicità, pubblicità che erano prevalentemente di giocattoli.

C’erano i test, c’erano le interviste, c’era l’angolo di Walter Bonatti, poi c’era qualche pagina dedicata all’uscita di qualche film, e in queste pagine si dava inevitabilmente molto spazio ai film della Disney, anche se la rivista, all’epoca, non era edita dalla Disney ma da Mondadori. E’ successo molto tempo dopo che la Disney decidesse di prendere in mano la rivista direttamente, ma questa è un’altra storia che ha avuto delle implicazioni anche importanti, anche a livello di contenuti, ma lasciamo stare.

Mi ricordo, che in un certo periodo che potrei circoscrivere al 1982, quando avevo otto anni, molto spazio nella rivista era dedicato al film della Disney in uscita a Natale, Tron. Era un film che era parzialmente girato in una specie di computer grafica, il primo nel suo genere, e anche se non ho mai avuto occasione di vederlo, ricordo delle scene, probabilmente dalle foto di Topolino, che ne hanno fatto, per me, un film di culto, forse proprio per non averlo mai visto.

In effetti, nonostante il battage pubblicitario, che mi ricordo imponente forse perché il mio contatto con il mondo delle pubblicità era soltanto Topolino, nonostante il battage pubblicitario, il film ebbe ben poco successo. Un po’ come The Black Hole, un altro film di cui si era parlato molto su Topolino, un film che non doveva essere altro che un’imitazione di Guerre Stellari. Ma non saprei dire, non ho visto neanche quello.

Tron, per dirla un po’ grossolanamente, era un film che parlava di un programmatore di videogiochi che veniva risucchiato dentro un computer e si ritrovava dentro un videogioco, lo dico grossolanamente perché io il film non l’ho visto, però, a giudicare da quel che del film è rimasto, nell’immaginario collettivo, il film era un videogioco. Un videogioco in cui c’era una gara tra moto, in un’arena quadrata, in cui le moto emettevano, dai tubi di scappamento, delle scie che si solidificavano in un muro colorato. E se tu stesso, o gli altri giocatori, nel videogioco, toccavi quel muro, ti dissolvevi e perdevi. Poi nel film non so come andava, se i giocatori morivano oppure venivano solo eliminati, però nei videogiochi che hanno, di nuovo, inevitabilmente tratto, dal film che era di per sé un videogioco, se toccavi con la tua moto uno dei muri prodotti dalla tua o dalle altre moto, perdevi.

Facevi delle curve ad angolo retto, dentro Tron, e le scie che lasciavi, tutte belle geometriche e colorate, erano anche, diciamo, esteticamente godibili.

Devo dire, io ci ho giocato parecchie volte, ai vari giochi, tutti uguali, tratti da Tron, e la tecnica per vincere, ho verificato personalmente, era di correre con la moto intorno alle scie lasciate dagli avversari, e cercare di avvilupparle con la tua, costringendoli all’interno dei quadrati che facevi con la tua scia, dove, prima o poi, sarebbero, anche qui inevitabilmente, andati a sbattere, o contro le tue scie, o contro quelle che avevano prodotto loro stessi. E d’altro canto bisognava aver l’accortezza di non lasciarsi circondare, che altrimenti si sarebbe perso noi, e non loro, quegli schifosi vigliacchi dei nostri avversari che sembravano avere come scopo quello di farci perdere.

(stronzi)

Mi è capitato, dicevo, tante volte di giocare a tante varianti di Tron, di stare lì a tracciare quadrati intorno ai miei avversari per costringerli lì dentro, quadrati grandi quasi come il quadrato dell’arena, per imprigionarli lì dentro a vagare attendendo che andassero a sbattere, e a volte mi è capitato di pensare, mentre tracciavo questi quadrati con la scia della mia moto, che mentre imprigionavo loro all’interno, imprigionavo anche me stesso, tra le scie che tracciavo con la moto per imprigionare loro, e il bordo dell’arena.

Mi è sempre sembrato che questo fatto, che l’imprigionare qualcuno significasse anche autoimprigionarsi, fosse una grande verità, una grande verità rivelatami da un gioco basato su un film che non ho mai visto, una grande verità che per ora non è stata di nessuna utilità, ma, come si dice, non si sa mai per il futuro.

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Il nostro bambino

Wednesday 23 April 2008

I genitori, son fatti così.

Prima son persone normali, magari anche intelligenti e tutto quanto, e poi, nel preciso momento in cui diventan genitori, non capiscono più niente.

Il mio bimbo qua, il mio bimbo là, sembra che al di fuori, nel mondo esterno, non esista più niente che attiri la loro attenzione; sembra che si chiudano all’interno di un loro spazio privato, dove esiste solo più il loro bambino.

Io personalmente, da attento osservatore della realtà circostante, mi son ben reso conto di questi mutamenti che invariabilmente si ripetono tutte le volte che qualcuno varca la soglia che separa l’umano dal genitore, e allora, in questi mesi, qui sul blog, ho fatto finta di niente, ho fatto l’indifferente, e ho menzionato ben poche volte che il nostro bimbo aveva fatto questo, aveva fatto quello, che aveva fatto il complemese, e cose così. 

Ho cercato di essere discreto, ecco.

Però oggi non posso proprio esimermi: il nostro bambino compie sei mesi.

(no, non regalategli niente, piuttosto regalatevelo)

(questo sì che è altruismo, direi)

 

 

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Pianificazione famigliare

Tuesday 22 April 2008

Noi quando ci abbiam avuto otto figli, siam andati al catasto di Dakar per chiedergli dei preservativi. Poi dopo, il missionario che dirige lì il catasto ci ha detto niente preservativi perché il papa, il diritto alla vita. Allora noi gli abbiam detto Poi ci ritroviam con sedici figli come facciamo, e lui ci ha detto che tanto non ci dobbiam preoccupar di niente che c’è la legge naturale e che poi al limite se ne abbiam troppi li possiam sempre buttar nei fossi.

Poi dopo ci siam accorti che dentro i fossi non c’è acqua.

(questo era un vecchio pezzo che avevo scritto su Spinoza, me lo son ritrovato tra le mani, m’è sembrato simpatico)

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La mia maestra

Monday 21 April 2008

L’altro giorno ho incontrato la mia maestra delle elementari. No, diciamo le cose come stanno, ho incontrato una delle mie maestre delle elementari, visto che nella nostra classe abbiam cambiato maestra quasi tutti gli anni. Anzi, a dir la verità abbiamo avuto maestre diverse in prima, seconda e terza, e poi, in quarta e quinta, un maestro, che poi per un certo periodo non era stato bene, e allora in quel periodo lì avevamo avuto una supplente, ed è lei che ho incontrato l’altro giorno.

Adesso mentre scrivevo mi è venuto in mente che nelle elementari avevo una compagna che veniva dalla Sardegna, e poi, finite le elementari, con la sua famiglia era tornata in Sardegna, e da allora non so mica che fine abbia fatto. Ho provato a cercare su google, ma non l’ho mica trovata. Ho provato a cercare anche degli altri compagni di scuola, ma mi sa che non c’è nessuno, su google. Peccato.

Comunque ho incontrato questa mia maestra delle elementari, che era stata mia supplente per diverso tempo, e mi ha detto, questa mia maestra, che ogni tanto si ricorda ancora con piacere dei temi che scrivevo, e mentre lo diceva sorrideva.

Ma anche se non li avesse ricordati con piacere, ho pensato, anche se li avesse ricordati con disgusto, a me avrebbe fatto lo stesso effetto, incontrare una persona dopo circa venticinque anni, una maestra che dopo tutto questo tempo si ricorda ancora di quel che scrivevi e come lo scrivevi.

Le ho detto Ma lo sai che li scrivo ancora, quei temi lì che scrivevo alle elementari, li scrivo tutti i giorni, li scrivo su internet.

E li scrivo, le dicevo, con la stessa competenza, con lo stesso stile, con la stessa bravura, con la stessa perizia, con la stessa consapevolezza di allora.

(ovvero nessuna)

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L’accalappiacani

Thursday 17 April 2008

Lo so, qui non l’avevo ancora detto, ma aspettavo che tante cose fossero a posto, quindi adesso lo dico, che c’è questa rivista che si chiama L’Accalappiacani – Settemestrale di letteratura comparata al nulla (ibs), che è una rivista letteraria un po’ strana, con un punto di vista un po’ da cani, come si dice

una letteratura con la visuale al contrario, la panoramica dal basso, al di sotto delle parti, col cane che scappa e l’uomo che gli corre dietro per accalappiarlo, tutti e due acritici e apolitici senza la visione d’insieme e il senso del vero e del falso e il senso della memoria. (Non possiamo non dirci cani)

Questa rivista, una cosa strana chiamarla rivista, perché si legge un po’ come un romanzo, è uscita a gennaio e io l’ho comprata subito, e subito m’è piaciuta tantissimo, solo che aveva un problema. Non aveva un sito.

Adesso ce l’ha. Con i feed, i commenti e tutto.

Se il sito non vi piace, è colpa mia.

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