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Archivio di June, 2009

Sull’integrazione

Tuesday 30 June 2009

Stamattina, qua davanti, son passate due signore, di colore, con degli abiti tipici di qualche landa africana, e ognuna teneva per mano un bambino, di colore anche lui. Le signore, tra di loro, parlavano una qualche lingua che non capivo, ma poi, quando parlavano ai bambini, parlavano in italiano.

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Son cose che se uno non le prova non le sa mica.

Monday 29 June 2009

L’altro giorno, al bar, si parlava, m’han detto dovresti far degli addominali, poi quindi quando son arrivato a casa mi son messo lì sul tappeto a far degli addominali, lì per terra, con le mani dietro la nuca come uno che dorme sotto un albero dopo un bel picnic dopo che si è mangiato e bevuto, magari con un filo d’erba in bocca, espirando quando salivo su con la testa, inspirando quando scendevo giù, e tutte le volte che salivo su contavo, mi son detto che la prima volta ne dovevo far cinquanta, e contavo, uno, e espiravo, e venivo su con la testa, poi andavo giù, inspiravo, poi due, espiravo, salivo, inspiravo, scendevo, e poi tre, contavo. È stato difficilissimo, non tanto per la fatica fisica, non era mica tanto faticoso, ma più che altro mi son accorto che a far tutte quelle cose lì insieme, salire, scendere, respirare, contare, non riuscivo mica più a pensare ad altro. Che poi uno si mette lì a fare queste cose, magari gli sfugge il pensiero, non si ricorda mica più a che numero era arrivato, magari si ricorda il suono, finiva per uno, chissà se era trentuno, o ventuno, o quarantuno, o forse cominciava per ventise, e chissà se era ventisei, o ventisette, e non puoi mica smettere di fare gli esercizi per ragionarci sopra a mente fredda, che altrimenti va tutto a farsi friggere. Poi dicono che quei che vanno in palestra son tutti dei decerebrati tutti muscoli e niente cervello, ma qua ci va un controllo, una determinazione totale, che secondo me è anche un po’ al di là delle umane possibilità. Son cose che se uno non le prova non le sa mica.

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Era tantissimo tempo che non andavo in biblioteca

Friday 26 June 2009

Era tantissimo tempo che non andavo in biblioteca. Poi, l’altro giorno, m’è sembrato che mi potesse servire leggere un libro che ero quasi sicuro che non si trovasse più in commercio e ho pensato di guardare in biblioteca se c’era. Son andato su internet, che su internet c’è tutto, dicono, son andato su un sito dove c’è il catalogo della biblioteca di cuneo – che c’è anche quello, su internet – ho cercato, ho visto che quel libro lì che mi serviva per le mie ricerche c’era ed era disponibile, persino in due edizioni diverse, mi son segnato le collocazioni e poi son andato in biblioteca appena ho potuto.
 
Era tantissimo tempo che non andavo in biblioteca, tanto che quando ho compilato il mio bel foglietto giallo con la richiesta del libro non ero proprio sicuro del mio numero di tessera, comunque l’ho scritto come mi ricordavo, l’ho consegnato, mi son fatto un giretto a guardare i libri, poi ho visto che si accendeva la lucina e son tornato al bancone. Eccolo qua, mi ha detto la bibliotecaria, io le ho chiesto se il mio numero di tessera era quello giusto, perché era tantissimo tempo che non andavo in biblioteca, lei mi ha detto che Sì, era quello giusto, che son cose che non si dimenticano mai, come andare in macchina, mi ha detto lei.
 
Effettivamente è tantissimo tempo che non ti vedo in biblioteca, mi ha detto lei, che fine hai fatto? Io le ho risposto qualche cavolata, ma dentro di me alla domanda Che fine hai fatto ho risposto Spero nessuna.

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Perché viene dal cuore

Thursday 25 June 2009

Uno fa finta di saperla lunga, ma ci sono parole che proprio non riescono ad attaccarsi dentro la tua testa, e tutte le volte che le senti ti dici Porca miseria questa parola la conosco, ma guarda te se mi viene in mente cosa vuol dire, e allora tutte le volte che la trovi, questa parola, ti vien voglia di andare a guardar sul dizionario a veder cosa vuol dire, e speri che questa volta ti si attacchi dentro, e invece non si attacca mai; forse hai la testa troppo vecchia, come quello scotch che usavo l’altro giorno per attaccare un volantino alla vetrina, ci provavo e riprovavo ma non attaccava più, era vecchio, peccato, ne avevo ancora tanto, di quello scotch lì, e non l’avevo comprato neanche da troppi anni, epperò non attaccava più, proprio come la mia testa, solo che la mia testa non la posso mica rimpiazzare, non posso mica andare in un negozio a comprarne un’altra; la testa, uno si tiene quella che ha, la testa è un elastico, e, come diceva uno che non so più chi è, il destino degli elastici è quello di perdere la loro elasticità.
 
Comunque la parola era Schadenfreude, e mi segno qua quel che vuol dire così magari me ne dimentico di meno, è un termine tedesco che significa “piacere provato dalla sfortuna dell’altro”. C’è persino un bellissimo proverbio tedesco che dice che La Schadenfreude è la forma di gioia più perfetta (perché viene dal cuore).

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Viva l’Africa

Wednesday 24 June 2009

Sembrava che all’Africa non ci pensasse più nessuno, e invece, avete visto?
A quanto mi sembra di capire, l’Africa è una cosa importantissima. Per tutti o quasi, per motivi diversi: per gli uomini per qualche motivo, per le donne per qualche altro motivo. È talmente importante che ci sono molte persone che danno dei soldi per l’Africa, anche uomini ricchissimi che sembrerebbero poter avere qualsiasi cosa gratis, e invece, per l’Africa, devono dare dei soldi. A me sembra una cosa molto triste, ma l’Africa è l’Africa, e per l’Africa si fa qualsiasi cosa. Dicono che persino il presidente del consiglio dia dei gran soldi, per l’Africa, perché gli piace, gli piace l’afrore dell’Africa (mi si scusi il bisticcio), gli piace esser circondato dall’Africa, e via allora, gran feste con tant’Africa, e tant’Africa anche nelle stanze, dentro i letti grandi, e via, tutti a urlare Viva l’Africa.

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Parcheggiare

Monday 22 June 2009

Mi scusi, entra una signora nel mio ufficio e mi dice, Mi scusi, secondo lei mi fanno la multa se lascio la macchina qui di fianco, dove c’è quel garage? Può capitare, le dico, non capita tutti i giorni ma capita, e poi le dico Guardi, dieci metri più in là c’è un parcheggio libero, e lei E già, ma ha le strisce blu, mi tocca pagare, e io, Signora, se vuol parcheggiare in centro, mi sa che le tocca pagare quasi ovunque. Lei ci pensa, mi dice Ma lei, mi scusi, dove ha parcheggiato? E io, Ha presente quel garage davanti al quale ha parcheggiato? Ecco, lì dentro. Ah, mi dice.

Potrebbe parcheggiare giù, dalle piscine, signora, le dico, tanto hanno fatto l’ascensore panoramico gratuito*, parcheggia lì sotto e poi viene su in ascensore, non deve neanche camminare. Eh, dice lei, io lì sotto ci abito. Allora, le dico, mi sa che non posso esserle d’aiuto.

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Accessi di trombonismo.

Thursday 18 June 2009

Ieri, parlando, mi hanno chiesto se avessi mai letto un libro di Pontiggia. Ho risposto che, no, non lo avevo mai letto, quel libro lì, di cui adesso non ricordo neanche il nome, però mi son ricordato, ma non l’ho detto, che quando avevo 19 anni mi avevano convinto ad andare ad un incontro con Pontiggia, e Pontiggia, in questo incontro, aveva detto che lui dei romanzi leggeva solo le pagine dispari, e che le pagine pari se le inventava. Diceva Pontiggia che poi, con questo sistema, il romanzo che ne usciva, mezzo letto e mezzo inventato, era molto più bello di quello che poi in realtà c’era nel libro. Mi ricordo che quel giorno lì mi son detto che dovevo stare attento, nel mio futuro, a non leggere mai un libro di Pontiggia, mi ricordo che mi son detto Che trombone, ma non l’ho detto.
Poi invece adesso mi sa che lo leggo, quel libro lì, cerco su internet che libro è, e lo leggo, ché m’han detto che mi interessa, e poi, ho pensato ieri, Povero Pontiggia, era vecchio, magari gli è venuto un accesso di trombonismo lì per lì, magari ha scritto dei libri belli e io non li leggerò mai perché l’unica cosa che mi ricordo di lui è un accesso di trombonismo. Via, mi son detto, perdoniamolo.

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Cuneo nella sua cuneità

Tuesday 16 June 2009

Un giorno ero qui a Cuneo a un corso dove convergevano i bancari piemontesi e liguri del gruppo per il quale lavoravo e mi è capitato, parlando, di scoprire che dei colleghi di Savigliano, città della provincia, appunto, di Cuneo, che sarà distante più o meno una trentina di chilometri, di scoprire, dicevo, che questi colleghi non avevano idea del perché Cuneo si chiamasse Cuneo. Allora gli ho spiegato che noi di Cuneo siamo famosi per la nostra fantasia, fin dalla notte dei tempi, e infatti il nome Cuneo non è una bastardizzazione di un qualche nome latino che solo per caso assomiglia alla parola

cù|ne|o*
s.m.
1 CO prisma a sezione triangolare di legno o di metallo terminante con uno spigolo acuto, usato per fendere o spaccare pietre, legname, ecc. | ciò che ha tale forma; superficie a forma triangolare: un c. di mare che si insinua nella costa | zeppa
2 TS mat., figura solida costituita da un prisma a sezione di triangolo per lo più isoscele

no, non è un caso, è così. È stato con grande stupore che i miei colleghi saviglianesi hanno appreso che Cuneo è una città che coincide morfologicamente con il suo toponimo (questa frase suona molto bene, non è vero? Ci ho pensato su cinque minuti mentre ero al telefono con un cliente), Cuneo si chiama così perché si trova su un altopiano alla confluenza del torrente Gesso e del fiume Stura di Demonte, e trovandosi proprio in mezzo, ha la forma di un Cuneo. Non è facile concepire una cosa del genere se non si ha la proverbiale e abnorme fantasia dei cuneesi. Un giorno devo raccontare delle mie teorie sulla triangolarità della città, sul suo essere organo sessuale femminile d’Europa (Tiziano Scarpa* non sarebbe d’accordo, ma è evidente che ho ragione io), sui sette assedi e sulle linee di forza che la attraverserebbero; per intanto, vi basti quel che ho appena scritto: se per la vostra strada incontrerete un saviglianese, potrete stupirlo con cose che voi sapete e lui non sa, anche se non sono sicuro che la cosa si applichi a tutti i saviglianesi o solo ai saviglianesi bancari, ché, sapete, i bancari sono un po’ una specie a parte: fidatevi, io lo so, l’ho vissuto.

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L’inspiegabile assenza delle zanzare a Cuneo

Friday 12 June 2009

Mi hanno fatto notare recentemente che una delle cose più belle di Cuneo è che si può stare fuori alla sera a leggere con la luce accesa, sul terrazzo, perché intanto qua di zanzare ce ne sono poche, non è mica come in padania qui, qua le zanzare si vedon solo raramente, e quando si vedono, sono sceme.

E in effetti ieri sera ho mangiato cena molto velocemente, poi sono uscito in terrazza con il computer, mi sono messo sulla sdraio, ché avevo delle cose da fare, e son stato lì, sulla sdraio, con il mio computer, a fare delle robe, fino alle dieci e mezza, quando era già buio e cominciava a essere un po’ freschetto per stare in maniche corte.

Son stato due ore e mezza, lì fuori, tranne un piccolo intervallo che son dovuto rientrare in casa un attimo perché un uccello mi aveva cagato sulla tastiera del computer e son andato subito a pulire.
Però zanzare non ne ho viste.

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Camminando di buon passo

Thursday 11 June 2009

L’altra sera ero inquieto. Giravo per casa parlando con me stesso, senza costrutto, avevo anche mangiato troppo, quindi ho deciso di uscire, Dovrei andare a correre, mi son detto. Ma andare a correre, bisogna cambiarsi, bisogna vestirsi di tutto punto, perché poi lo sai che andare a correre, incontrerai degli altri che son andati a correre, e saran vestiti di tutto punto per andare a correre, e ti guarderanno che scarpe hai, che maglietta hai, che pantaloncini hai, e son cose che dan fastidio, a uno che va a correre per correre, quando ti guardano così.

Allora ho preso un libro, me lo sono infilato nella tasca dietro dei jeans, mi sono attaccato l’ipod al braccio sinistro, e sono andato, camminando di buon passo, fino al santuario degli angeli, saranno tre chilometri.

Mi son seduto lì, mi son messo a leggere su una sediola finché non è diventato troppo buio per leggere.

Poi son ritornato indietro, camminando di buon passo.

Camminando di buon passo, ho superato un tizio che correva. Certo, avrà avuto quasi il doppio dei miei anni, ma correva. Si riconosceva, che correva. Per tutta una serie di cose, per la curvatura dei gomiti, per il movimento delle gambe, per i pugni chiusi, per il sudore, l’ansimare, per com’era vestito. Era vestito da atletica, proprio, con degli indumenti che dovevano risalire ai tempi di Pietro Mennea, o di Alberto Cova.

Son stato contento, di averlo superato. Ascoltavo musica veloce: è quello, che fa andar veloci.

Poi, quasi verso casa, c’era un movimento di macchine, di gruppi di ragazzi a piedi, mi son accorto che stavano inaugurando quel bar estivo dove vanno i ragazzi fighetti di Cuneo a prendere i cocktail.

Mi son ricordato che quelle poche volte che ci son andato, in quel bar fighetto, ci son andato con i miei amici, per raggiungere i loro amici alternativi equi e solidali, quelli che se scoprono che ti piace il Nescafè ti guardano malissimo. Peggio che se fossi andato a correre vestito sbagliato.

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