L’altra sera ero inquieto. Giravo per casa parlando con me stesso, senza costrutto, avevo anche mangiato troppo, quindi ho deciso di uscire, Dovrei andare a correre, mi son detto. Ma andare a correre, bisogna cambiarsi, bisogna vestirsi di tutto punto, perché poi lo sai che andare a correre, incontrerai degli altri che son andati a correre, e saran vestiti di tutto punto per andare a correre, e ti guarderanno che scarpe hai, che maglietta hai, che pantaloncini hai, e son cose che dan fastidio, a uno che va a correre per correre, quando ti guardano così.

Allora ho preso un libro, me lo sono infilato nella tasca dietro dei jeans, mi sono attaccato l’ipod al braccio sinistro, e sono andato, camminando di buon passo, fino al santuario degli angeli, saranno tre chilometri.

Mi son seduto lì, mi son messo a leggere su una sediola finché non è diventato troppo buio per leggere.

Poi son ritornato indietro, camminando di buon passo.

Camminando di buon passo, ho superato un tizio che correva. Certo, avrà avuto quasi il doppio dei miei anni, ma correva. Si riconosceva, che correva. Per tutta una serie di cose, per la curvatura dei gomiti, per il movimento delle gambe, per i pugni chiusi, per il sudore, l’ansimare, per com’era vestito. Era vestito da atletica, proprio, con degli indumenti che dovevano risalire ai tempi di Pietro Mennea, o di Alberto Cova.

Son stato contento, di averlo superato. Ascoltavo musica veloce: è quello, che fa andar veloci.

Poi, quasi verso casa, c’era un movimento di macchine, di gruppi di ragazzi a piedi, mi son accorto che stavano inaugurando quel bar estivo dove vanno i ragazzi fighetti di Cuneo a prendere i cocktail.

Mi son ricordato che quelle poche volte che ci son andato, in quel bar fighetto, ci son andato con i miei amici, per raggiungere i loro amici alternativi equi e solidali, quelli che se scoprono che ti piace il Nescafè ti guardano malissimo. Peggio che se fossi andato a correre vestito sbagliato.