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Archivio di December, 2009

La signora con una grande distanza tra il naso e la bocca

Wednesday 30 December 2009

(grazie a tutti quelli che hanno scaricato l’ebook Volevo essere un neo-distruzionista ma la mamma non mi avrebbe lasciato, spero vi sia piaciuto. Rimarrà ancora in download gratuito per un po’, poi lo tolgo, mi sa.)

Mentre stavamo atterrando all’aeroporto di Firenze, c’erano nuvole e nebbia, si vedeva dai finestrini che c’erano nuvole e nebbia, mentre stavamo atterrando abbiamo sentito un colpo di motore, e l’aereo, l’inclinazione dell’aereo, improvvisamente aveva preso a puntare verso l’alto, e io ho pensato che non ce la faceva mica ad atterrare, che ci aveva provato, ma non ce la faceva, e Lei, che dormiva, sul sedile al di là del corridoio, si era svegliata, le avevo detto di star tranquilla e Lei aveva richiuso gli occhi.

L’aereo era mezzo pieno, o mezzo vuoto, e la signorina del Check-in, una signorina molto lenta, ma molto molto lenta, ci aveva chiesto se volevamo il posto vicino al finestrino, noi gli avevam detto che era uguale, ci bastava star vicini, poi siam arrivati sull’aereo, ci siam accorti che sull’aereo, che era mezzo vuoto, ci aveva dato due posti ai due lati del corridoio.

L’altoparlante diceva che era il pilota che parlava, e diceva che c’erano nuvole bassissime proprio sulla pista di atterraggio e che non si vedeva niente, che si aspettava un attimo e si riprovava, e il signore di fianco a me, Pannella, l’ho chiamato Pannella perché somigliava a Pannella, il signore di fianco a me, Pannella, diceva Gli strumenti diobono, non ce li ha gli strumenti, a cosa servono gli strumenti se poi devi vedere, e la signora davanti a me, la signora che avevo chiamato La signora con una grande distanza tra il naso e la bocca, l’avevo chiamata così perché tra il suo naso e la sua bocca c’era una grande distanza, La signora con una grande distanza tra il naso e la bocca diceva che ormai era troppo tardi per dirottarci su Pisa e che ci avrebbero dirottato su Genova, e Pannella diceva che invece ci avrebbero dirottato su Bologna, e io non dicevo niente, io speravo che non ci dirottassero da nessuna parte.

Prima, all’aeroporto, in coda per il Check-in, una signora bionda con la pelliccia aveva cercato di passarci davanti. Si portava dietro suo marito come se fosse una valigia, un trolley. Tutte le volte che la coda avanzava, lei si portava un po’ verso destra, e un po’ più avanti di noi. Avevo cercato di non guardarla, facevo finta di niente, anche perché avevo cominciato a parlare coi signori che c’erano davanti. Magari aveva pensato che fossimo un gruppo unico, e aveva desistito, avevo pensato. Invece no, ho visto poi che ci aveva superato da sinistra. Tutto il gruppo. Lei, la sua pelliccia, e suo marito.

Dopo un po’ si vedeva e si sentiva che ci stavamo di nuovo avvicinando a terra, e si vedevano le luci sempre più vicine, e Pannella aveva detto che era Cesena, di sicuro era Cesena, che ci avevano dirottato a Cesena, e io invece siccome il pilota non aveva detto niente, siccome il pilota non aveva neanche fatto un rapido sondaggio per vedere se preferivamo, noi passeggeri, Bologna, Cesena o Genova o Pisa, io pensavo che stessimo riprovando ad atterrare a Firenze. Non Pisa, perché ormai era troppo tardi, aveva detto la signora con una grande distanza tra il naso e la bocca.

L’aereo aveva poi toccato terra, e la voce dall’altoparlante aveva detto Benvenuti a Firenze, ci scusiamo per il disagio, Lei si era svegliata, non aveva sentito niente, sentiva solo Pannella che diceva Non hanno neanche il coraggio di dirci dove siamo, E ditecelo che siamo a Cesena, è ovvio che siamo a Cesena, e vedeva la signora con una grande distanza tra il naso e la bocca – una di quelle signore a cui cederesti volentieri il posto sull’autobus ma capiresti che sarebbe una di quelle signore che se tu ti alzassi per farle posto ti risponderebbe Ma come si permette – e vedeva la signora con una grande distanza tra il naso e la bocca che tirava giù le sue borse e valigie, e la pelliccia, mentre l’aereo stava ancora procedendo ad altissima velocità lungo la pista, e noialtri, tutti, eravamo ancora tutti lì schiacciati contro i sedili.

Ah, la bionda con la pelliccia, avevo pensato. Non l’avevo mica riconosciuta.

E quando l’aereo aveva toccato terra, molti avevano applaudito, forse non erano i soliti italiani che applaudono quando l’aereo atterra, forse erano italiani che avevano tirato un lungo sospiro di sollievo quando l’aereo aveva toccato terra, e avevano sentito la voce che diceva Benvenuti a Firenze, e Pannella diceva Ma cosa cazzo c’hanno da applaudire, gli strumenti, non sanno neanche usare gli strumenti questi qua.

E la signora, ancora prima che l’aereo si fermasse, aveva preso suo marito e si era diretta verso l’uscita, noi eravamo ancora tutti seduti, tutti gli altri, anche Pannella, che continuava a dire che eran poco seri, a farci credere che era Firenze, quando si vedeva benissimo che non era Firenze, a guardar fuori dal finestrino.

E la signora con una grande distanza tra il naso e la bocca, con la pelliccia e suo marito al seguito, sono scesi per primi, e noi invece ce la siam presa comoda, abbiam lasciato uscire tutti, siamo usciti anche dopo Pannella, e io avevo tanta voglia di raccontare a Lei quel che era successo mentre Lei dormiva, ma Lei aveva già capito, mi faceva segno che glielo avrei raccontato dopo, mentre ci alzavamo e seguivamo Pannella che parlava con il comandante e con le hostess cercando di convincerli che non eravamo affatto a Firenze, ma a Cesena, e loro non volevano crederci.

Siamo scesi, sulla navetta eravamo in piedi vicino alla signora con una grande distanza tra il naso e la bocca, alla sua pelliccia e a suo marito, e quando la navetta è arrivata al terminal degli arrivi loro son usciti subito, e sono andati in tutta fretta al controllo passaporti. Quando noi ci siam passati, loro erano già spariti.

Li abbiamo poi rivisti che erano lì, che aspettavano i bagagli. Noi, solo bagaglio a mano, niente bagagli da aspettare. La signora con una grande distanza tra il naso e la bocca ci aveva guardato andare via arricciando un po’ il naso.

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Un regalo di Natale (sorpresa, è un ebook)

Wednesday 23 December 2009

Quest’anno dev’essere il natale degli ebook. Keplero regala il suo ebook. Frasistoriche regala il suo ebook. Non lo so, chi sono io per esser da meno? Quindi sì, vi regalo un ebook. Dentro ci sono tante cose che non avete ancora letto, alcune che probabilmente avete già letto, ed è una storia che forse ha un senso, a guardarla di lato, o da dietro. Al limite, potete leggere la dottissima prefazione di gallizio, che secondo me val la pena da sola. Comunque, per il prezzo che ha (zero), la possibilità che valga qualcosa più di quel che costa c’è.

Si chiama

Volevo essere un neo-distruzionista ma la mamma non mi avrebbe lasciato

e si scarica da qui.

(È difficile che riuscirò a metter qualcos’altro su questo blog prima dell’anno nuovo, quindi, oltre a Buon Natale, vi auguro anche un Buon Anno. È possibile invece che qualcosa metterò, su Phonkmeister e su Twitter. Ancora Auguri a tutti.)

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Il regalo impossibile

Tuesday 22 December 2009

(L’altro giorno, Giulia Blasi, mi ha chiesto un post di natale per il blog inpausa, con il tema “Il regalo impossibile”, dicendo che il regalo può essere offerto a un personaggio immaginario, letterario, celebrity (non politici o religiosi) o persona del proprio passato, che qualcuno aveva già regalato una piadina a Laura Pausini e cose così. Io ho scritto questo.)

Io, se esistesse un Presidente del Mondo, gli regalerei una bella moto. Una moto di quelle con cui si possa fare un po’ di tutto, si possa andare in città e in montagna, si possano fare lunghi viaggi, si possa andare sullo sterrato, una moto con cui si possa andare forte, ma anche molto piano. Una moto con cui il Presidente del Mondo, se esistesse, potesse ammirare il panorama, ammirare la gente, i cittadini del mondo, ed essere più vicino, al mondo e alla gente, senza quelle pareti, quei vetri, che ci sono sulle automobili.
Mi piacerebbe, che il Presidente del Mondo andasse in giro con la sua bella moto, attraversasse il mondo, si fermasse ad ammirare le albe e i tramonti, si fermasse a mangiare una rustichella all’autogrill mentre fa due parole con i turisti, i camionisti, i pendolari, i rappresentanti di cosmetici; e se esistesse un Presidente del Mondo così, che va in giro sulla sua bella moto che gli ho regalato io, secondo me sarebbe un buon presidente.
Poi, nella mia fantasia, se esistesse un Presidente del Mondo, sarei io, e mi piacerebbe tanto, oltre a essere Presidente del Mondo, avere una bella moto.

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Sono una persona orribile /13

Monday 21 December 2009

Io quando trovo qualcuno che fa lo snob, che mi dice che non usa Internet, io gli faccio presente che su Internet c’è un sacco di porno.

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Facebook, la vita, e tutto quanto

Friday 18 December 2009

Mi è capitato domenica di dover spiegare facebook a dei trentacinquenni che l’avevano sentito nominare solo al telegiornale, capita anche questo, voi non ci credete ma esistono, io li conosco, so i nomi, se volete ve li dico, e spiegare facebook a chi non ha idea di questo mondo qua è difficilissimo. Se già spiegare internet a uno che usa solo facebook è una bella impresa, spiegare facebook a chi è completamente vergine, be’, provateci, poi mi dite, perché è una cosa abbastanza infattibile. Parlando, mi son reso conto, m’è venuto da dire che su facebook (io odio facebook, credo che sia una cosa pensata male e eseguita peggio), le pagine degli utenti, prese singolarmente, non valgono niente, non servono a niente, non contengono niente, ma è l’insieme delle pagine di facebook a rendere facebook quel che è. Mentre spiegavo, pensavo a quella vecchia faccenda di John Donne*:

Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
suona per te.

E mentre rimuginavo questa cosa nella testa dicevo a questi trentacinquenni vergini di internet che una pagina di facebook, di per sé, non vale niente, ma sono le relazioni che la singola pagina intrattiene con le altre a renderla importante, e, mentre pensavo, mi son sentito dire È un po’ come la vita.

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Un senso

Thursday 17 December 2009

Stamattina stavo pensando a come finire di scrivere una cosa, una cosa che poi nei prossimi giorni avrei intenzione di mettere qui, e mi stavo chiedendo, mentre mi rotolavo nel letto facendo finta di cercare di dormire, ma in realtà stavo pensando a questa cosa, mi stavo chiedendo se avesse un senso metterci una vera e propria conclusione.
Mi è venuta in mente una frase di Tom Clancy, che è uno che scrive dei libri che sembran fatti apposta per diventare dei film, tanto che uno si chiede che senso abbia scrivere dei libri così, uno si chiede perché non scriva direttamente delle sceneggiature dei film invece di scrivere dei libri che sembrano dei film e dai quali si può trarre un film senza perdere niente di quel che c’era nel libro, ma questo è un altro discorso che vale per tanti libri, e verrebbe poi lungo, quindi è meglio che soprassediamo e continuiamo a pensare a quel che stavo pensando, cioè che mi è venuta in mente una frase di Tom Clancy che ho letto non so dove, che dice che la differenza tra la realtà e la fiction, è che la fiction deve avere un senso.
Io non so mica se son d’accordo. È che mi son accorto, nel tempo, che le cose che mi piaccion di più son quelle che alla fine un senso di per sé mica ce l’hanno, son quelle che poi alla fine il lettore sta lì a domandarsi che senso abbiano, e che poi gliel’attribuisce, un senso, ma non è un senso che sta all’interno del testo, ma è un senso che sta nella sua testa, e poi, se gli capita, al lettore, di confrontarsi con altri che han letto lo stesso testo, vien fuori che questi altri di senso gliene han attribuito tutto un altro, un senso individuale, che ognuno tira fuori da sé, ed è come se quel testo fossero tanti testi, ognuno per le teste che lo leggono e lo pensano, e quei testi lì, che si ramificano in tanti testi, tanti quanti sono i suoi lettori, secondo me son quelli più belli. Che poi io lo so, che ci sarà qualcuno che dirà che è troppo facile per l’autore non tirare i fili delle proprie trame, e lasciare che lo facciano i lettori, ci sarà qualcuno che dirà che è una scorciatoia, però secondo me non è affatto vero, perché è quello, secondo me, il bello della lettura: che ci si costruisce un mondo, diverso per ognuno, e più è diverso, più è propriamente tuo.
Poi alla fine però non ho mica ben capito come voglio finire quella cosa che sto scrivendo; alla fine, secondo me, adatto questa cosa qui, e secondo me va bene.

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Come una mamma

Wednesday 16 December 2009

C’è uno che ha un blog, che tutte le volte che mi è capitato di citarlo su phonkmeister, poi dopo nel pomeriggio lui mi ha scritto per ringraziarmi. L’altro giorno l’ho citato, aspettavo la sua mail, non arrivava, allora gli ho scritto io, volevo sapere se stava bene, che ero un po’ in pensiero.

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Quell’espressione lì, quel viso lì, quegli occhi lì, quell’andatura lì

Monday 14 December 2009

Mi è successo in un momento della mia vita che sentivo di aver perso il Natale. Mi guardavo intorno, e tutti parevano avere il Natale tranne me. Camminavo per la strada, incontravo amici e conoscenti, e lo vedevo, nei loro occhi, che loro, il Natale, ce l’avevano, avevano tutti quei visi da Natale, quelle andature da Natale, e io invece avevo un’espressione, un’andatura, un viso, e degli occhi; quell’espressione, quell’andatura, quel viso, e quegli occhi che hai tutti i giorni. Solo, il mio viso, i miei occhi, la mia andatura, la mia espressione, erano un po’ più tristi. Perché mi sembrava che tutti ce l’avessero, il Natale, tranne me. Poi magari non era vero, magari anche altri avevano perso il Natale, ma io non me ne accorgevo, a guardarli sembrava che ce l’avessero tutti, il Natale; a guardarli, mi sembrava che tutti avessero quell’espressione lì, quel viso lì, quegli occhi lì, quell’andatura lì che hanno quelli che hanno il Natale. E io, mi sentivo l’unico al mondo che non ce l’aveva. E mi veniva da piangere e urlare, quando tornavo a casa, e urlavo e piangevo tutto il tempo, e poi stavo zitto, perdevo lo sguardo nel vuoto, e stavo lì delle ore a fissare l’interruttore della luce.

Poi, molto tempo dopo, mi ero rassegnato. Mi dicevo Embe’, io non ce l’ho, il Natale, però ho un bel computer. Mi dicevo Embe’, io non ce l’ho, il Natale, però ho un bel telefono.

Io facevo il furbo, con me stesso e con gli altri, facevo il furbo e dicevo Ma cosa se ne fanno del Natale, io se avessi il Natale lo baratterei con una bella moto. Però facevo il furbo, e si capiva dall’espressione, dall’andatura, dal viso e dagli occhi che a quel che dicevo non ci credevo neanche un po’, e si capiva che il Natale mi mancava, mi mancava tantissimo; mi mancava, il Natale, come se mi avessero tolto un braccio.

Poi m’è successo che il ventiquattro dicembre, ero lì che cercavo una cravatta, m’avevano invitato a cena, volevo far bella figura, cercavo una bella cravatta che avevo, la più bella che avevo, e che sarebbe stata benissimo, sulla camicia che volevo mettermi, solo che non la trovavo: tra le altre cravatte non c’era, tra i vestiti buoni non c’era, ho guardato dappertutto, e non c’era.

Allora son andato nella stanza degli scatoloni, mi son inginocchiato, ho rovistato dentro tutti gli scatoloni dell’ultimo trasloco, ed era lì, la mia bella cravatta, allora l’ho presa in mano, l’ho soppesata, l’ho guardata controluce, era proprio una bella cravatta, ed ero contento, della mia cravatta, l’avevo trovata, e mentre la guardavo, con la coda dell’occhio ho visto qualcos’altro, dentro lo scatolone. Era il Natale. Gli ho detto Ti ho trovato, e adesso non voglio perderti mai più.

(Questo è il mio Post sotto l’Albero 2009 (pdf, 6 mega, raccoglie un centinaio di contributi a tema da un po’ di blog italiani), una ormai consolidata tradizione natalizia per la quale ringrazio il Sir Squonk. Dentro il file, di seguito a questo raccontino, ce n’è un altro, che è del mio cane. Mi ha detto Fa un po’ vedere cos’hai scritto. Si è preso il testo, me lo ha ridato, mi ha detto Mandaci anche questo da parte mia. Non so cosa gli abbia fatto, lui, con parole sue, dice che l’ha “remixato”.)

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Il mio nome

Friday 11 December 2009

Mi han fatto notare l’altro giorno, che se cerchi su internet il mio nome, vengo fuori quasi soltanto io, ci sono moltissimi risultati che mi riguardano, molti che mi fan piacere, alcuni che non mi fan piacere, ma mi han fatto notare l’altro giorno, che se cerchi su internet il mio nome, vengon fuori anche delle altre persone, delle altre persone che con me non c’entran niente, e vengon fuori solo per il fatto che hanno lo stesso nome e cognome. Se guardi su facebook ce ne son cinque o sei, che hanno il mio nome. Io lo so che magari non è colpa loro, magari son i genitori, che secondo me potevano anche informarsi, prima di dare ai loro figli il nome di un altro, io lo so che loro non c’entran niente, ma io, tutte le volte che vedo uno che porta il mio nome, io penso sempre che sia un usurpatore.

Mi ricordo una sera di una decina di anni fa, sono entrato con degli amici in una birreria di Fossano, ho incontrato un mio conoscente che era lì al bancone, ci salutiamo, poi mi dice Vieni vieni che ti devo presentare una persona. Arriviamo al tavolo e ci presenta, e ci presenta perché sia io che quell’altro tipo lì, avevamo lo stesso nome e cognome. Io se non ero la persona poco violenta che sono, due pugni non glieli levava nessuno, a quel manigoldo. Che poi non mi somigliava neanche, quel lazzarone.

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Vite di personaggi storici così come me li ricordo

Wednesday 9 December 2009

Stanotte m’è venuto in mente di scrivere un libro dove dentro ci sian le vite di alcuni personaggi storici così come me li ricordo, un libro che potrebbe essere molto utile a tutti, agli studenti, a coloro che vogliono ripassare la Storia saltabeccando qua e là, a coloro che vogliono intrattenersi imparando anche qualche cosa. Secondo me mettere la mia superiore conoscenza a disposizione del pubblico potrebbe essere un’opera meritoria che farebbe passare alla Storia anche me stesso, pensandoci. Galvanizzato da questi pensieri, questa mattina ho scritto il primo capitolo, cosicché ci si possa rendere conto della portata dell’opera, e questo capitolo è dedicato a Vercingetorige.

Vercingetorige

Vercingetorige, m’è sempre piaciuto il nome.

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