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Archivio di March, 2010

Un momento e un luogo

Monday 29 March 2010

C’è un momento, e un luogo, un momento e un luogo precisi, c’è il momento in cui ti trovi lì, sulla rotonda grande che c’è arrivando da Mondovì, su quell’altura che precede la discesa verso il ponte sul torrente Gesso, ecco, c’è quel momento in cui ti trovi lì, su quell’altura, nella rotonda, e tutto d’un tratto ti compare davanti l’altipiano di Cuneo, e in quel momento lì, in quel luogo lì, ti sembra sempre di veder la terra promessa.

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Sono una persona orribile /17

Saturday 27 March 2010

Alla mia ragazza a volte telefonano delle persone. Non importa che sian parenti, amici, colleghi, non importa la situazione, però a me sinceramente dà fastidio.

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Come tornare a casa

Wednesday 24 March 2010

M’è successo l’altro giorno che ero nella casa dove ho vissuto i primi ventinove anni della mia vita, e m’è venuto in mente di cercare un disco da mettere nell’autoradio, perché io quando ho comprato questa macchina qua mi son raccomandato, se c’è l’autoradio la vorrei con le cassette, o con l’attacco esterno, ma non con i cd. Poi c’erano i cd.
Quindi io son obbligato, se non voglio far delle modifiche che mi costan più della macchina, a ascoltare i cd. Un cd, in macchina, se è bello, lo posso anche ascoltare dei mesi di fila, come l’anno scorso che per quattro mesi ho ascoltato solo Atom Heart Mother dei Pink Floyd. Dopo me l’han fatto togliere, che m’han fatto notare che era dal venticinque aprile (data giusta) che ascoltavo quel cd lì, e era tipo agosto, quando me l’han fatto togliere. Comunque l’altro giorno ero lì dai miei, nella camera che una volta era camera mia e adesso assomiglia molto a camera mia, c’è ancora tantissima roba mia, più un mucchio di altre cianfrusaglie che i miei non sapevan più dove mettere, e cercavo un qualche cd. Ne ho trovato uno che appena l’ho visto l’ho riconosciuto, era un cd che ai suoi tempi l’avevo consumato, mi ricordavo che era bellissimo, che mi piaceva davvero tanto, ma non mi ricordavo più che cosa ci fosse dentro, né come suonasse. Era, è, un disco che non piacerà al novanta per cento delle persone, Tri Repetae degli Autechre. Non mi ricordavo minimamente, davvero, cosa c’era dentro, però avevo voglia di riascoltarlo, Tri Repetae, e non appena sono stato in macchina l’ho messo dentro, e non appena è cominciata la prima battuta, è come se non lo avessi mai dimenticato.
È stato un po’ come tornare a casa.
È stato un po’ come leggere una poesia che da bambino sapevi a memoria, che te l’avevano insegnata a scuola, e che avevi imparato con fatica, e poi te l’eri dimenticata, ma non appena la rileggi, a anni di distanza, tutto d’un tratto ti torna in mente, una parola dietro l’altra, una rima dietro l’altra, i segni di punteggiatura, gli enjambement, pure. È stato così, me lo ricordavo perfettamente, questo disco, in qualche angolo della mia testa, e quando finiva una canzone (oddio, canzone, meglio dire pezzo, via), quando finiva un pezzo, io mi ricordavo come iniziava il pezzo successivo, mi ricordavo quando entravano e uscivano gli strumenti, era una cosa che non ci avrei mai pensato, a pensarci.
Poi ho pensato, e qui ognuno potrà sostituire al mio ragionamento un disco che gli piace, che quel disco lì, per me, è un disco irripetibile, e non si riuscirà mai, nella storia, a fare un disco così, con tutte le sue sfumature e la sua potenza. Ma neanche usando gli stessi suoni, ci si riuscirebbe, neanche campionandoli. È impossibile, mi dicevo. Neanche i più bravi produttori, ingegneri del suono o chicchessia ci riuscirebbero. Bisognerebbe vedere le circostanze fortuite che hanno prodotto quel disco, e cercare di ripeterle, pensavo, ma poi mi dicevo che sarebbe impossibile, bisognerebbe tornare in quel tempo lì, in quei luoghi lì, con quelle teste lì, con quelle apparecchiature lì, ma sarebbe davvero impossibile, mi dicevo, sarebbe impensabile. Per riprodurre quel disco lì, adesso, c’è un modo solo, mi son detto, l’altro giorno, mentre lo ascoltavo in macchina. Bisognerebbe in qualche modo rappresentarlo, bisognerebbe metterlo dentro un computer, il proprio computer, ed estrarne il contenuto, e convertirlo in un formato suonabile dal computer, e quella, quella sarebbe una rappresentazione del disco, e si potrebbe distribuirla, distribuirla gratuitamente o venderla, non so se i legali di quelli che han fatto il disco originale sarebbero d’accordo, però a rigor di logica si potrebbe, perché quello non sarebbe il disco originale, sarebbe una sua rappresentazione, una specie di sua immagine, come l’immagine di una pipe che non è una pipe, di Magritte, e in quel modo lì si potrebbe dire che quel che io vendo, o distribuisco gratuitamente, non è affatto il disco Tri Repetae degli Autechre, ma la rappresentazione del disco Tri Repetae degli Autechre fatta dal computer di Alessandro Bonino, che sarebbe uguale, bit più bit meno, all’originale, ma non sarebbe lo stesso disco. Sarebbe una cosa diversa, ve lo farei ascoltare nella mia esecuzione, ma non posso mica, ché voi lo sapete come sono i legali delle case discografiche, son delle brutte bestie, cosa ci volete fare, uno ha un’idea fantastica, e loro ti legano le mani. Che vita.

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Gente a cui manca qualcosa /1

Monday 22 March 2010

L’uomo senza occhi batteva un mucchio di testate.

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La sindrome del bagno pubblico

Thursday 18 March 2010

Ho sempre avuto un approccio sacrale, coi libri. Non so cosa sia stato, se sia stata la frequentazione di bibliofili fin dall’età più tenera, se sia stata la lettura di fumetti che andavano conservati come se non fossero stati mai letti, ma coi libri, ho sempre avuto un approccio per così dire collezionistico, li aprivo poco, giusto il tanto che bastava per leggere senza guastarne la rilegatura, li sottolineavo poco, e a matita, solo quando era strettamente necessario, e quel che è peggio, avevo quest’approccio anche coi libri peggiori, dal punto di vista della fattura, anche coi libri economici, che erano quelli che ero aduso a comprare, e che sono aduso a comprare ancora oggi, per ragioni anch’esse economiche (credo di aver detto che si comprano i libri economici per ragioni economiche, ma facciamo finta di niente).
Da quando ormai due terzi, è un’approssimazione, perché secondo me il rapporto è più grande, da quando ormai due terzi delle mie letture le faccio su un supporto diverso, ovvero non su rettangoli di carta rilegata con colla e/o spago, da quando ormai due terzi delle mie letture le faccio su schermo mi vien spontaneo, quando prendo in mano un libro, di aprirlo tutto, di passare il pugno sulla rilegatura aperta di modo che il libro stia completamente aperto, di sottolineare le parti che mi piacciono, di appuntarmi cose a margine: di consumarlo, il libro, ed è proprio questa la differenza che c’è tra il leggere su carta e il leggere su schermo, è il piacere di consumare fisicamente un oggetto mentre lo assorbi con la testa, e l’atto fisico del leggere si traduce anche in una macellazione, in un fare a pezzi il libro, e in un fare a pezzi il testo. Il testo su supporti non cartacei ha la sindrome della persona civile nel bagno pubblico: lo lasci come l’hai trovato.
E poi, c’è l’atto dello scartabellare, quel girare vorticosamente le pagine per trovare il pezzo che ricordi, il pezzo che t’interessa, e mentre scartabelli un libro già letto, è come lo rileggessi nella tua mente, ti dici nella mente che cosa ti ricordi che sta dicendo il libro in quella pagina, ti dici che il pezzo che cerchi è dopo, o che l’hai già passato, perché ti ricordi che quel che stai vedendo sulla pagina è un pezzo di discorso successivo a quel che ti interessa.
È la pratica fisica del leggere che manca, per ora, ai dispositivi appositamente creati per leggere, sto pensando ai lettori e-book, ed è per questo, che in questo momento, mi viene più facile, nonostante lo schermo retroilluminato renda più faticosa la lettura, leggere sul mio telefono che sul lettore e-book. È semplicemente più fisico (ha lo schermo al tocco, reagisce velocemente quando cambi pagina, puoi annotare, e tante minuzie che rendono più piacevole la lettura, al di là dello skeuomorfismo*).
E niente, era solo per dire che chi dice l’odore della carta ha torto marcio, perché l’odore non è un fattore. Semplicemente, secondo me, confonde l’olfatto con il tatto.

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La poesia, grazie, ma è meglio di no.

Tuesday 16 March 2010

Una sera ho bevuto una bottiglia intera di Wislawa Szymborska, sto ancora male adesso.

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Ma a chi parla tutta questa gente?

Monday 15 March 2010

Ci sono momenti in cui si ha qualcosa da dire a qualcuno, che ci farebbe piacere dire, che qualche volta addirittura sentiamo il bisogno di dire. E ci accorgiamo che nessuno vuol ascoltare nessuno. Ma forse sto esagerando, no, non è proprio che nessuno ha voglia d’ascoltare, semplicemente uno non ha tempo (ormai non si ha più tempo per niente) o ha ben altro per la testa o non è il momento giusto o sta cercando anche lui qualcuno a cui dire qualcosa. Forse, in questo caso, è anche una questione di ritegno: alla fine incontri la persona che saprebbe ascoltarti, ma senti che, altro che qualcosa, gli dovresti dire tutto, e non t’arrischi e non gli dici niente. Oppure, credi d’aver trovato la persona, stai parlando, e ti rendi conto che quello ti sente, ma non ti ascolta. E non è che faccia la commedia, ascoltare è difficile, ascoltare è sempre un po’ diventare l’altro, e uno si difende, d’istinto. O, anche, hai trovato uno che ti ascolta, bene, parli, parli, ma, come a tradimento, ti viene un pensiero velenoso: quanto dureranno i tuoi guai nei suoi pensieri? dopo tanto parlare, quanto durerai tu per lui? in lui? cinque, dieci minuti? un quarto d’ora? Forse è anche una questione di pudore: si va a cena con amici, si mangia e si beve e si ride, si attacca un filetto ai funghi e si loda un indimenticabile brasato al barolo, si parla di viaggi, di persone, di politica, di amori, poi si saluta e ognuno torna a casa a ripensare alla solitudine e all’angoscia del vivere. È quello che fanno i tre personaggi di Carta Canta, Zitti tutti! e In fondo a destra. […] Tutti e tre non sanno a chi dire le loro cose, e comunque le dicono: a qualcuno che non c’è, allo specchio, a vanvera. E rischiano di far ridere. Ma in fondo chi l’ha detto che della disperazione si può solo piangere?

(Sabato, sono stato a Reggio Emilia. Tra le altre cose, sabato, c’era un incontro della rassegna Come se i libri eran motori (e chi li leggeva era un meccanico), e c’era Giuseppe Bellosi, il traduttore italiano del libro La fondazione* di Raffaello Baldini. Baldini scriveva in dialetto Santarcangiolese, un dialetto romagnolo che dicono piuttosto diverso dai dialetti circostanti, e poi le traduceva da solo in italiano. Solo che La fondazione, non ce l’ha più fatta a tradurla, perché è morto, e quando Einaudi l’ha pubblicata in volume, l’ha tradotta Giuseppe Bellosi, che era lì, e ne ha recitati dei pezzi. È stata una cosa veramente bellissima, io La fondazione l’ho letta più volte, ma sentirla recitata, mezza in dialetto mezza in italiano, è un’altra cosa. Completamente. È un monologo, come le altre opere teatrali di Baldini, e durante l’incontro, qualcuno ha chiesto a Bellosi, Ma a chi parla, questa gente? A me è sembrato che questo pezzo qui sopra, tratto dall’introduzione di Baldini al volumetto in cui sono raccolti Carta Canta, Zitti tutti! e In fondo a destra*, rispondesse alla domanda, e magari non solo a questa.)

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Una signora immaginaria

Friday 12 March 2010

C’era questa qua, una signora, credo, che stamattina, ho sognato, aveva parcheggiato davanti al mio garage, perché lo so, c’è della neve, ce ne sono mucchi ovunque, lo so che è difficile parcheggiare, però, sai, davanti a un garage, dove sopra c’è un divieto di sosta, c’è un cartello, c’è scritto sopra Passo carrabile, paghiamo anche il comune per avere il passo carrabile, non ha mica senso parcheggiarci, perché è possibile che ci sia qualcuno che quel passo carrabile, quel garage, lo debba anche usare, sai, si vede anche che qualcuno lo usa, ho anche tolto la neve, è evidente direi che qualcuno lo usa, dicevo nel sogno a quella signora immaginaria che ancora non sapevo neanche che fosse una signora, mentre ero lì che contemplavo la sua macchina, una fiesta, o una yaris, una macchina del genere che era lì parcheggiata tutta trulla davanti al mio garage, e io mi chiedevo dove andare a prendere questa signora per farle spostar la macchina da davanti al garage perché io avevo tante cose da fare, stamattina, e dovevo farle per forza in macchina, non potevo mica andare a piedi fino a San Rocco, o a Borgo, solo per i comodi di questa signora immaginaria.
Avevo chiesto nei negozi in giro, nel mio sogno, se sapevano di chi fosse la macchina, ma nessuno sapeva niente, ero andato un po’ in giro a piedi dai clienti vicini, e poi quando ero ritornato, dopo un’ora, la macchina era ancora lì, e mi dispiaceva chiamare i vigili per far portar via quella macchina, era una cosa che mi dava un senso di colpa che io razionalmente sapevo di non dover avere, però a me telefonare ai vigili per far venire il carro attrezzi per far portar via la macchina, proprio era una cosa che mi dava un’ansia, mi dava un fastidio, che proprio non volevo farlo.
Dopo poi l’avevo fatto lo stesso, cosa vuoi fare, star lì fermo ad aspettare? Erano arrivati, era arrivato il carro attrezzi, e s’era portato via la macchina, poi avevo aperto il garage, ormai eran due ore che aspettavo, e mentre stavo uscendo dal garage arriva questa signora, con la sua borsetta, tutta sconvolta, che mi ferma e mi chiede se so dov’è finita la sua macchina. Io le dico la verità, che l’ho fatta portar via dai vigili, che eran due ore che dovevo uscire dal garage, e questa qua me ne dice di tutti i colori, nel sogno, mi dice che io non mi dovevo permettere, che io avrei dovuto aspettare che lei tornasse, perché queste cose non si fanno, chiamar le forze dell’ordine e far portar via una macchina per così poco, solo per un parcheggio sbagliato, e alzava la voce, cominciava a dare in escandescenze, come si dice, cominciava a dirmi che lei conosceva della gente, mi diceva, e io stavo lì, l’ascoltavo, mi dispiaceva per lei, mi dispiaceva per me, perché mi sentivo in colpa, ché quella cosa lì non avrei mai voluto farla, e a sentirla inalberarsi così, il mio dispiacere cominciava a cambiare, cominciava a essere più un dispiacere per com’era fatta lei che per quel che avevo fatto io, e me lo ricordo come se fosse successo davvero, e invece no, era un sogno, e meno male, perché nella realtà queste cose non succedono, sono solo io che mentre dormo faccio dei sogni che io non so mica come vengon fuori.

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Non sono ancora pronta.

Wednesday 10 March 2010

Mi è venuto in mente un fotoromanzo che avevo letto da ragazzino a casa di una delle mie amiche, su una di quelle riviste per ragazzine che avevano i fotoromanzi dentro, credo fosse Cioè o qualcosa di simile, e questo fotoromanzo raccontava la storia di una ragazza che andava in campeggio, in tenda, con il suo ragazzo, con tutta l’intenzione di far delle cose che, come si direbbe, ai miei tempi si facevano solo dopo sposati. Il fotoromanzo finiva, mi ricordo, con una scena dove c’era lei, nella tenda, che diceva Non sono ancora pronta.

M’è venuto in mente perché ieri, mentre stavo camminando, ho sentito una voce che parlava nella mia tasca, era il telefono del lavoro, l’ho preso in mano e c’era il telefono che stava leggendo i messaggi sms che mi erano arrivati con una voce robotica con l’accento americano, e ho pensato Non sono ancora pronto.

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Un’invettiva per tutte le stagioni

Tuesday 9 March 2010

(Si pregano gli eventuali lettori non amanti del turpiloquio di passare oltre, perché qua ce n’è davvero tanto, di turpiloquio, ma ci andava, secondo me. Oppure, si potrebbe consigliare di saltare il post e leggere direttamente il primo commento, dove s’è riscritto il post senza la merda. Ops, scusate, non volevo mica dirlo, merda.)

Ma guarda te che merda. Ma sei proprio una merda; io lo sapevo che eri una merda, ma non immaginavo che fossi così una merda, una merda così grande da andare oltre la mia immaginazione. E io ce l’ho grande, l’immaginazione, posso immaginare delle merde grandi come l’universo, merde infinite, persino merde infinite più uno, ma io, una merda come te, sinceramente non ce la farei, a immaginarla. Perché tu, non solo sei un uomo di merda, sei anche fatto di merda, fino al midollo, pieno di merda, e sei fatto di cellule di merda, che sono fatte da molecole di merda, che sono fatte da atomi di merda, bisognerebbe dirglielo a Mendeleev di aggiornare la sua tavola degli elementi, di venir lì, studiarti al microscopio, e scoprire che esistono gli atomi di merda, che sono quelli che compongono il tuo corpo, quel tuo corpo di merda fatto da atomi di merda; e se fosse ancora vivo Niels Bohr, lui ti studierebbe un po’, e ti direbbe che i tuoi atomi di merda sono composti da protoni neutroni elettroni di merda, il che va contro ogni legge fisica, eppure sì, se ti studiassero, dentro i protosincrotroni, ti direbbero che hai persino i quark di merda, quelle particelle subatomiche che io non so bene cosa sono però nel tuo caso son sicuro che son fatte di merda; te e il tuo corpo di merda e la tua mente di merda che tutte le volte che ti si vede o ti si sente parlare si sente odore di merda: sei lì che mangi, c’è la televisione, c’è la tua faccia di merda, e senti odore di merda, e ti chiedi, ma da dove viene quest’odore di merda? e poi capisci, c’è la tua faccia, la tua faccia di merda che puzza di merda e spande la sua puzza di merda anche attraverso l’etere, il cosiddetto etere, che diventa anche lui un etere di merda, impestato della tua merda di merda. Ma vaffanculo, va, merda di una merda.

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