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Archivio di September, 2010

Dispenso belle figure come petali di rosa

Wednesday 29 September 2010

Quella volta che mi sentivo la febbre non avevo il termometro e son andato a comprarlo, poi camminando m’ero messo il termometro in bocca ché volevo sapere subito se avevo la febbre e camminavo con le mani davanti alla bocca per non far vedere che avevo il termometro e m’hanno fermato i testimoni di geova.

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Poesia sul fatto che io non ti piaccio

Tuesday 28 September 2010

Ecco
io non ti piaccio
si capisce che non ti piaccio.

Io lo so perché
è perché
ti fermi alla superficie
ti fermi al fatto
che sono senza capelli.

E non lo sai
quanto ci guadagneresti
a non fermarti alla superficie
perché lo sapresti
lo vedresti che io
dentro
ce n’ho pieno
di capelli.

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Scrittura nativa digitale

Monday 27 September 2010

Si parla tanto di rivoluzione digitale del libro, e qualcuno, Gallizio in specifico, ha parlato di “scrittura nativa digitale”, che è una cosa che lui dice di non sapere bene cosa sia, e neanch’io, ma penso sia giusto porsi il problema di cosa diventa la scrittura quando l’iperconnessione diventa la normalità. Di molte cose si è parlato e molte persone sono intervenute: è stato molto interessante e io invito tutti a partecipare al Writecamp che si è tenuto ieri.
Io non sono intervenuto, ero un po’ storto, non stavo mica bene, avevo la voce bassa, avevo tanta sete, non mi reggevo in piedi e pensavo: devo aver mangiato qualcosa di salato ieri sera.

Però c’era una cosa o due che avrei dovuto dire, se avessi avuto la voglia di intervenire, e una, è che l’idea di Giulia Blasi, che, tra le altre cose, diceva che a lei piacerebbe far sentire al lettore la musica alla quale pensava o che stava ascoltando mentre scriveva, far sentire al lettore quella musica mentre il lettore legge quel pezzo, ecco, a me sembra una cosa completamente fuori dai fogli, fuori dai fogli non solo metaforicamente, per due motivi: uno, è che la lettura non impone il proprio ritmo al lettore, ogni lettore ha la sua velocità e il suo ritmo di lettura, e li impone al testo, mentre la musica fa il contrario, la musica ha un suo ritmo e una sua durata dalle quali non si può prescindere, e unire le due cose è secondo me un errore grossolano; due, e queste son cose che si son dette conversando con il buon Cratete, se l’autrice ha pensato a una musica mentre scriveva un pezzo al lettore può anche non interessare, se l’autrice ha scritto il pezzo ascoltando e pensando a My favorite things di John Coltrane, al lettore può far pensare a tutt’altro, e ci sarà un pezzo per lettore: ci sarà chi penserà a Mouth for war dei Pantera, chi a Don’t believe the hype dei Public Enemy, chi a Time after time di Cyndi Lauper, e ci sarà una maggioranza a cui non fregherà nulla, ed è giusto così, è giusto che la scrittura lasci trapelare e faccia immaginare, è giusto non dire tutto, è quello il bello della scrittura, è quello il bello della lettura.

Ma a parte questo, quel che volevo dire è un’altra cosa, è che la “scrittura nativa digitale” esiste, ed esiste da anni, e non è una scrittura multimediale (multimediale, che brutta parola, ricorda i cd-rom, ve li ricordate i cd-rom?), è una scrittura testuale, è una scrittura che rompe gli schemi del romanzo, rompe gli schemi del libro, e procede, rizomaticamente, per frammenti, progressioni e ramificazioni in una narrazione infinita. È una narrazione che si dà nel suo farsi, e ogni giorno diventa più grande, e ogni giorno diventa qualcosa di diverso, con aggiunte, collegamenti, ipertestualizzazioni, una narrazione in cui è possibile entrare in qualsiasi punto e percorrerla in tutte le direzioni: un testo senza contesto, un libro senza il libro. È una cosa che io chiamo E io che mi pensavo.

(sembra sborone ma non scherzo, l’ho già scritto nel 2005)

(scrittura nativa digitale? Ma certo. Se non fosse per internet, io non avrei mai cominciato a scrivere)

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Una scimmia

Friday 24 September 2010

E comunque poi sull’aereo ero seduto davanti a un bambino che più che essere un bambino era una scimmia. Una scimmia imbottita di caffeina. Non che piangesse per la paura del volo, semplicemente urlava, e i genitori lo lasciavano urlare, tranquillamente, senza dargli né peso né attenzione, come se fossero stati gli unici passeggeri sull’aereo. E io purtroppo ero davanti a lui, e non potevo fare niente, perché se il bambino fosse stato vicino a me avrei saputo di certo come farlo smettere, avremmo giocato a guardare le nuvole, a riconoscerne i diversi tipi e le somiglianze con le cose del mondo, avremmo guardato giù, la terra, il mare, i campi e le navi, e poi gli avrei raccontato delle storie di aerei, come quella di quando avevo visto quell’aereo con il tettino tutto rotto, perché aveva volato troppo in alto e aveva strisciato contro il soffitto.

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Non ho paura dell’aereo

Friday 24 September 2010

Non ho paura dell’aereo. Lo prendo tranquillamente. Di solito viaggio con il solo bagaglio a mano e non mi preoccupo di nulla. Ho già predisposto tutto, tutto il metallo lo metto in una tasca della borsa e attraverso il metal detector senza fermarmi. L’unica cosa che mi dà fastidio è buttar via l’acqua, pere poi doverla ricomprare subito dopo i controlli. Ricomprare, no, diciamo comprare, ché io di solito riempio una bottiglietta di plastica con l’acqua di Cuneo, è acqua buona, quella di Cuneo, anche se c’è un mio amico che sostiene che viene dal fiume, ma io non ci credo.
Non ho paura dell’aereo. L’unica cosa che mi dà fastidio è quando l’aereo parte, e le hostess e gli steward fanno le dimostrazioni di sicurezza. Spiegano come allacciarsi le cinture, come assicurare le mascherine in caso di decompressione, spiegano come gonfiare il giubbino salvagente che si trova sotto il sedile. Come se fossero sicuri che se l’aereo andasse giù lo farebbe sull’acqua. Magari voli da Torino a Bruxelles, e ti fanno le dimostrazioni del giubbino salvagente. E non c’è acqua, che io sappia, tra Torino e Bruxelles, ho anche guardato dal satellite, non c’è acqua in nessun punto della trasvolata.
C’è una cosa che mi fa paura dell’aereo: è quando la hostess, o lo steward, indossa il giubbino salvagente, e la voce spiega che tirando con forza le due leve rosse che ci sono alla base, sul davanti, il giubbino si gonfia automaticamente. In quel momento, la hostess, o lo steward, prende in mano le due leve rosse, e le tira con forza. Non si gonfia mai.
Per il resto, non ho paura dell’aereo.

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Sei cose che non sapevate sulla sfiga e che forse preferivate non sapere e una settima che sembra che non c’entri ma c’entra.

Thursday 23 September 2010

(Marco Manicardi e gli amici di Barabba hanno realizzato, per il Festival della filosofia 2010, un ebook sulla sfortuna chiamato Cronache di una sorte annunciata. Lo potete scaricare da qui, nel vostro formato preferito. Questo è il mio contributo, affidato programmaticamente alla sorte)

Sei cose che non sapevate sulla sfiga
e che forse preferivate non sapere
e una settima che sembra che non c’entri
ma c’entra.

«Non penso molto di un uomo che getta la buccia di banana sul marciapiede. E non penso molto nemmeno di una banana che getta un uomo sul marciapiede… il mio piede ha colpito la buccia di banana e sono volato in aria, e ricaduto a terra violentemente, e per circa un minuto ho visto tutte le stelle dell’astronomia e addirittura qualcuna che non è stata ancora scoperta. Mentre mi stavo rialzando, un ragazzino è arrivato attraversando la strada e dicendo: — Oh signore, non lo farebbe ancora? La mia mamma non vi ha visto — »
Cal Stewart, 1906

(In realtà la buccia di banana non è particolarmente sdrucciolevole. Il suo utilizzo nelle gag è stato introdotto semplicemente per sostituire le feci dei cani, in realtà ben più scivolose, mantenendone la comicità, ma edulcorando la situazione.)

1.

La parola sfiga deriva da una lingua dell’Africa occidentale, probabilmente la lingua wolof. Quando i portoghesi giunsero in Africa, scoprirono la presenza della sfiga e ne portarono i semi in America meridionale per coltivarla. La parola entrò a far parte della lingua portoghese e della lingua spagnola.

2.

La sfiga è un comune spagnolo di 69 abitanti (36 uomini e 33 donne) situato nella comunità autonoma di Castiglia e León. Il toponimo deriva dal leonese-galiziano e significa “orsù”.

3.

La sfiga contiene circa il 75% di acqua, il 23% di carboidrati, l’1% di proteine, lo 0,3% di grassi, e il 2,6% di fibra alimentare (questi valori possono variare).

4.

Apparentemente è senza limiti di forza e resistenza. Invulnerabilità, volo, abilità di passare attraverso la materia, vasta manipolazione dell’energia e della materia, poteri magnetici e laser infiniti, la sfiga riassunse i suoi poteri nella sua prima comparsa quando disse di venire da un posto dove tutte le leggi naturali possono essere incrinate.

5.

Le caratteristiche organolettiche della sfiga sono:
colore: paglierino scarico.
odore: vellutato, gradevole, fresco.
sapore: asciutto, armonico, lievemente acidulo.

6.

Si trova in Via de’ mestichieri 28 a Prato.

7. (che sembra che non c’entri ma c’entra)

Zucchero Filato Nero è l’unico album che Mauro Repetto ha pubblicato da solista, dopo aver abbandonato gli 883. Il singolo di lancio è stato Baciami qui, per il quale è stato realizzato anche un video. L’album per il mercato discografico dell’epoca si rivelerà un flop vendendo 23.000 copie. È però diventato un cult degli estimatori di un certo genere di musica, e tuttora, dopo quattordici anni, su molti blog si discute ancora di questo album come di qualcosa sperimentale e incompreso per la generazione dell’epoca.

(Questo testo è un ready-made aiutato. Tutti i contenuti provengono da Wikipedia, che ringrazio non solo per i contenuti, ma anche per il tasto che restituisce pagine casuali. Grazie quindi a Wikipedia, e alla sorte.)

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Leterg e Lesnah, ovvero: come diventare bambini buoni (una favola, visto che tra poco è Natale)

Wednesday 22 September 2010

C’era una dolce vecchina che abitava nel boschetto, stava lì, da sola, non aveva nessuno, e passava le sue giornate a cucinarsi dei minestroni o a far dei dolci. Le piaceva, far dei dolci, ma non le piaceva mangiarli. Le sarebbe piaciuto mangiar della carne, ma non aveva i soldi per comprarla, così mangiava solo dei gran minestroni che cuoceva in un grande paiolo nel camino. I dolci, non le piacevano, ma le piaceva farli, e casa sua, casa sua ormai l’aveva ricoperta di dolci: ogni cosa, in casa sua, era ormai fatta di dolci: i muri, il tetto, le porte, le grondaie, tutto, in casa sua, era fatto di dolci.
Stava lì, da sola, in casa sua, nel boschetto, si godeva gli ultimi anni della sua vita nella sua casa fatta di dolci che non mangiava, aveva un bell’orto dove crescevano delle belle verdure che usava per farsi i minestroni. Era tranquilla, era una tenera vecchina in pace con se stessa: c’era solo una cosa che turbava la sua tranquillità: due ragazzini che venivano da fuori, e venivano a rubarle i dolci. Un giorno spariva un’imposta, un altro qualche tegola, un altro lo zerbino, un altro un vaso: quei ragazzini, li aveva visti qualche volta con la coda dell’occhio, quei ragazzini le stavano distruggendo casa, pezzo a pezzo, mangiandosela.
La cosa doveva finire, aveva deciso la vecchina, e aveva deciso di appostarsi per cogliere i ragazzini sul fatto, e offrirgli una bella merenda che si sarebbero ricordati per sempre. Si mise a cucinare e fece dei dolci speciali, dei dolci memorabili, poi si nascose, seduta sulla sua sediola di marzapane, dietro un cespuglio di tasso barbasso, e mentre aspettava ingannava il tempo montando a neve dei chiari d’uovo.
Quando i ragazzini arrivarono, lei si alzò, e li invitò in casa a mangiare i dolci più buoni che avessero mai assaggiato. Subito, i due si spaventarono, ma poi le parole della dolce vecchina li allettarono, e si fecero convincere a entrare.
Erano davvero i dolci più buoni che avessero mai assaggiato. Era la merenda della loro vita. Mangiarono e mangiarono e mangiarono. Poi, si addormentarono. E la vecchina, la sera, per la prima volta dopo molto, molto tempo, non mangiò verdura. In fondo, erano bambini buoni.

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Ma dimmi te

Friday 17 September 2010

Ma dimmi te, dico io, dimmi te se un uomo della mia età, un uomo di una certa età come me, ce n’ho trentasei, che uno dice, eh, trentasei, cosa vuoi che siano trentasei, son pochi trentasei, guarda me, io ce n’ho cinquanta cosa dovrei dire, ti dicono, ma a te trentasei ti sembran tanti, tanti tantissimi, perché se ci pensi, guarda la seconda guerra mondiale, ti dici, guarda la seconda guerra mondiale, è durata neanche sei anni, anzi facciamo sei precisi, che se uno va dall’invasione della Polonia alle bombe atomiche mancheranno quindici giorni, a far sei anni, quindi facciamo sei anni precisi, guarda la seconda guerra mondiale, sei anni precisi è durata, ma hai visto che danni? Io ce n’ho trentasei, che son sei per sei, sei alla seconda, pensa se la seconda guerra mondiale fosse durata trentasei anni, te pensi che se fosse durata trentasei anni, sei per sei, sei alla seconda, noi saremmo qui a discutere se abbiamo tanti anni o pochi? Ma va là, mentecatto, cosa vieni a interrompermi mentre io son qua che dico delle cose anche importanti che poi mi fai perdere il filo, lazzarone di un lazzarone. Stavamo dicendo? Ah sì, ora mi ricordo. Ma dimmi te, dico io, dimmi te se io alla mia età devo mettermi lì a raccogliere le cacche dei cani degli altri.

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Sono una persona orribile /21

Monday 13 September 2010

Nel mio continuo tentativo di sabotare le convenzioni sociali, spesso lampeggio gli abbaglianti verso gli altri automobilisti senza motivo.

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Da dove arriva l’aria

Friday 10 September 2010

Non so se ne avevo già parlato, è possibile ma non riesco a trovarlo, e se l’ho già detto me ne scuso, ma ieri, mentre ero in una sala d’aspetto che aspettavo, m’è venuto in mente un brano di una lettera di Italo Svevo che citava un francese a me ignoto che diceva che detestava il fumo passivo perché gli ricordava che l’aria che stava respirando era già stata respirata da altri. Io, ieri, mentre ero in quella sala d’aspetto che aspettavo, ho pensato che anch’io ho lo stesso problema, ma più che col fumo ce l’ho con le scoregge.

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