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Archivio di October, 2010

Le grandi domande della vita

Thursday 28 October 2010

Perché c’è gente che tiene un fax in casa? Non terrebbe più compagnia un cane?

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Mentre guardo il cinematografo

Wednesday 27 October 2010

A volte mi sento come i nonni. I nonni, intesi come categorie dello spirito, non nonni specifici, dei nonni ideali, che quando sei piccolo e non hai voglia di mangiare, e magari lasci mezza roba nel piatto, ti dicono Te dovresti fare una guerra. Oppure ti dicono che anche Pinocchio, che lasciava le bucce e i torsoli di pera, poi anche lui li mangia quando ha fame, i torsoli di pera, perché dovresti provarla, la fame, poi vedi come ci si sente ad aver fame, ti dicono quei nonni ideali ai quali ogni tanto assomiglio. Perché io, quelli a cui piace il cinematografo, a volte mi piacerebbe dirgli Te dovresti fare una guerra, poi vedi come ci si sente, Te dovresti fare una guerra, in specifico dovresti fare la prima guerra mondiale, una estenuante guerra di trincea, una estenuante guerra insensata e capiresti, io credo che capiresti come ci si sente nei miei panni, nei miei panni quando son lì, fermo, sul divano, davanti al televisore e mi guardo un film, lì, inerte e impotente, a guardare e ascoltare avvenimenti che qualcuno, degli sconosciuti, chissà chi, ha deciso che avvenissero, in quel modo, in quella sequenza, per lunghissimi minuti o ore o chissà quanto. E io sono lì, inutile,

Come questa pietra
Del S. Michele
Così fredda
Così dura
Così prosciugata
Così refrattaria
Così totalmente
Disanimata
Mentre guardo il cinematografo.

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Come quando fuori piove

Tuesday 26 October 2010

A volte mi succede che qualcuno mi voglia far giocare a carte. Io odio giocare a carte. Non perché perda, anzi, di solito non perdo, però penso che giocare a carte sia una delle attività più abiette che un essere umano possa fare, ancor più abietta che guardare un film. Io detesto il cinematografo, detesto stare lì a occhi fissi a guardare qualcosa con i tempi, con i ritmi che qualcun altro ha deciso, anche se poi, una volta che sono dentro alla storia, è difficile scuotermi dal mio totale assorbimento, dal mio totale asservimento alla narrazione, tanto che mi è difficile ritornare al livello della realtà e fare previsioni su quel che verrà raccontato (cfr. La fuga narrativa); tanto che mi è difficile de-sospendere l’incredulità e vedere il ridicolo, l’implausibile di ciò che mi viene raccontato finché la storia non è finita, a patto, naturalmente, che il film sia ben fatto e la storia sia ben raccontata. Ma giocare a carte, giocare a carte va ben al di là di questo, giocare a carte mi provoca un’ansia, un tremore che non capisco: sintomi di un malessere che non so da dove arrivi, malessere che è aggravato dalla consapevolezza dell’inutilità assoluta di quel che stai facendo, malessere che è aggravato dalla consapevolezza della totale abiezione del gioco delle carte, un gioco che non fa bene a nessuno, un gioco che porta solo odio per quei re, e quelle regine, e quei fanti assassini, per quei jolly, mostri notturni degni dei peggiori incubi, e per quelle carte da nulla, quei tre, quei cinque, quei sette di fiori.
Io lo giuro, se mi capita ancora in mano un quattro di quadri, io lo ammazzo.

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Poesia di Asti Est

Wednesday 20 October 2010

(Sto andando a Bruxelles. Per andare a Bruxelles ho scoperto che si passa da Asti Est)

Vedo l’alba
ad Asti Est.

Il sole è grosso
e arancio.

C’è una scia
di un aeroplano.

Mi viene
da esprimere
un desiderio.

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Sono una persona orribile /22

Tuesday 19 October 2010

Ve la ricordate quella storia del buco nell’ozono? Be’, sono stato io.

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Amebe

Friday 15 October 2010

Stamattina mi son svegliato e mi son chiesto Chissà quante amebe ci sono nel mondo. Milioni di miliardi, probabilmente, o probabilmente anche di più. Se uno ci pensa, a quante amebe ci sono, gli scoppia il cervello, perché il mondo, il mondo è ricoperto di amebe, ma visto che son organismi unicellulari non visibili a occhio nudo, uno mica ci pensa, ma poi se ci pensa, gli viene in mente una quantità inimmaginabile, gli viene in mente che forse ci son più amebe in terra che stelle nel cielo, e se non ci hai mai pensato tutto bene, ma una volta che ci pensi è un pensiero che vien difficilissimo scacciare: tutto quel che vedi, ti dici, chissà quante amebe ci sono lì dentro, chissà quante amebe son lì che sguazzano con i loro pseudopodi, coi loro mitocondri, se li hanno.
Che poi uno si ricorda in prima superiore, il libro di biologia, le prime pagine, gli organismi unicellulari, si ricorda l’ameba e il paramecio, poi probabilmente c’era dell’altro, ma quel che si ricorda son l’ameba e il paramecio, organismi unicellulari che si riproducono per scissione, cioè a un bel punto l’unica cellula di cui è costituito il corpo dell’ameba si divide in due, e zan, prima avevi un’ameba, e adesso ne hai due, e dopo un po’ ne avrai quattro, e poi otto, e così via.
E a uno, con i pensieri che già aveva prima, di quante amebe ci saranno, tantissime, gli si sviluppano degli altri pensieri, per esempio uno potrebbe chiedersi se a seguito di una scissione di un’ameba in due, le due amebe risultanti siano una ameba diversa dall’ameba che c’era precedentemente alla scissione, oppure siano la stessa ameba. Ecco, in questo caso la prospettiva di avere un numero inimmaginabile di amebe nel mondo diventa terrificante per la mente di quello che ci pensa, perché non solo le amebe sono tantissime, un numero incalcolabile per un cervello umano, non solo: tutte quelle amebe sono la stessa ameba, tutte quelle amebe sono quella stessa ameba primordiale che c’era all’inizio dei tempi, e quell’esserino unicellulare insignificante ora di cellule ne ha milioni di miliardi, e, senza che ce ne accorgiamo, sta dominando il mondo.

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Non si può cambiar nome alla gente

Thursday 14 October 2010

E di punto in bianco il ciccione non c’era più. Era sparito. E a noi mancava. Lo chiamavamo il ciccione, così, senza pensarci. Ormai era il ciccione, e anche se qualche volta ci pareva che fosse un po’ un insulto, ormai era il ciccione, e non si può cambiar nome alla gente, alle cose, così, mettersi d’accordo tutti e cambiare una convenzione. Il ciccione era il ciccione, come il tavolo era il tavolo, e il telefono era il telefono. Per noi era sempre stato il ciccione. E adesso non c’era più. Noi ci guardavamo, ci chiedevamo l’un l’altro con gli occhi pieni di lacrime se fosse stata colpa nostra che il ciccione se ne era andato: non lo sapevamo, ma avevamo tutti un certo senso di colpa, Se solo, ci dicevamo, Se solo.
Incerti aveva detto che di sicuro il ciccione ora stava meglio dov’era, ma si vedeva che non credeva neanche lui a quel che diceva, si vedeva dai suoi occhi, si sentiva da come pronunciava le parole che anche lui, anche lui che cercava di risollevare il morale di tutti come aveva sempre fatto, si sentiva dentro che era tutta colpa nostra, e come ognuno di noi pensava che la colpa fosse tutta sua: ognuno di noi si attribuiva tutta la colpa della sparizione del ciccione, e tutte le colpe che ognuno si sentiva, sommate, ci pendevano addosso e ci schiacciavano.
A un tratto avevamo sentito un rumore, ci eravamo girati tutti verso la stretta apertura, ed era lui.
Michele! avevamo urlato di gioia, e ci eravamo alzati tutti, tutti addosso a lui, tutti addosso a Michele, ad abbracciarlo, Michele.

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Due post in uno allo stesso prezzo

Wednesday 13 October 2010

Il cielo è grigio,
di un grigio
uniforme
che sembra me.

La Bisalta,
sulla Bisalta è caduta la prima neve,
la prima neve grigia
che si vede in lontananza,
di un grigio
uniforme
che sembra me.

(pausa)

(bon, adesso vi racconto un’altra cosa così stemperiamo)

Stamattina mio cugino mi sembrava particolarmente contento di vedermi. Non che di solito non lo sia, ma stamattina lo era particolarmente. Io stavo fuggendo in un ufficio in cui avevo un appuntamento e l’ho visto che chiacchierava con un altro tizio all’angolo tra la Broadway e la Fillmore. L’ho salutato con la mano dall’altra parte della strada, rallentando, ma avevo davvero fretta, non mi volevo fermare, ma lui, Oh Alessandro, che piacere, aspetta aspetta, poi saluta quell’altro e viene verso di me tutto cordiale Ma quanto tempo, ma come va? State bene? Io gli rispondo qualcosa, poi mentre parlo lui si gira indietro e mi dice No scusa, non me ne frega mica niente, volevo solo togliermi dai piedi quello là.

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Bucce di banana

Friday 8 October 2010

Ieri è venuto uno in ufficio e m’ha raccontato che sua madre una volta ha lavato delle banane in lavatrice. Dopo son rimaste solo le bucce, mi ha detto.

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Bolle

Thursday 7 October 2010

Tengo una confezione da trecento millilitri di bolle di sapone di Winnie The Pooh sul davanzale della finestra della cucina, in un angolo. L’ho comprata una sera, al supermercato, non so perché. Ogni tanto apro la finestra e faccio qualche bolla.

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