Ero in una grande città del nord. Piovigginava, di una pioggia malinconica. Entravo in stazione, dovevo prendere il treno, andare a Voghera, poi a Alessandria, dove avevo lasciato la macchina che si era rotta, prendere la macchina sostitutiva, e poi tornare a casa. Ero lì, da solo, e sapevo che ci sarebbe voluto tutto il giorno, per tornare a casa. La sera prima era stata, come dire, emozionante. Eran successe delle cose belle, e per vederle succedere, ci tenevo, per vederle succedere avevo poi dovuto spendere centocinquanta euro di taxi. Si era rotta la macchina, la pompa della benzina, m’avrebbero poi detto quelli dell’officina di Alessandria. Nell’aria, nella stazione, suonava quella canzone che dice “Ain’t no sunshine when she’s gone”. Ero in anticipo, prendo un caffè nel baretto, poi vado al binario. Nell’aria della stazione suonava di nuovo “Ain’t no sunshine when she’s gone”, è la musica di una pubblicità, di sicuro, ma non importa, non importa da dove arrivi e per quale motivo, io sono al binario e canticchio “Ain’t no sunshine when she’s gone”, ho gli occhi lucidi e penso che lei non se n’è andata, non se n’è andata affatto: è a casa, che m’aspetta, e entro sera sarò là.