Archivio per November, 2004

November 30, 2004

Non posso ricordarmi tutto :D

Ieri è stato un classico lunedì della peggior specie, lugubre fin dal mattino con pioggia, traffico e rogne di vario genere. Questa mattina col sole e un buon numero di faccende già sbrigate ieri, mi sento rinato e di buon umore.

Domenica dopo pranzo mi sono schiaffato sul divano della sala in casa di mia suocera a fumarmi una sigaretta. In televisione ho visto i minuti finali di una trasmissione su RaiDue che aveva per tema l’omossessualità.

Io ho un atteggiamento genuino al riguardo, forse dovuto all’educazione ricevuta: a dire il vero non saprei definire con certezza i modi e le ragioni per cui ho maturato il mio pensiero.
Io me ne frego se una persona è gay.
Non arrivo neanche a pensare che sono "fatti suoi", proprio non mi interessa. Non lo registro. Per quanto per ragioni sociali sia una realtà non certo semplice da vivere e manifestare apertamente, difficoltà che comprendo ovviamente, non la considero una realtà importante.
Le questioni e le problematiche relative all’omosessualità sono tali, a mio modesto parere, esclusivamente a causa di una certa propensione dell’umanità a essere un poco arzigogolata.
Buonanima di mio padre un volta mi disse: "Se uno vuole farlo con la lavatrice, se la lavatrice è adulta e consenziente, chissenefrega!".
Ecco, a me è rimasto impresso quel chissenefrega lapidario e sincero.
Con mia moglie siamo rimasti inebetiti e disturbati vedendo un ragazzo apparentemente piuttosto giovane riferire di essersi ritrovato completamente isolato dalla classe quando quattordicenne si palesò in pubblico il suo essere. Ingenuamente ci siamo chiesti come sia stato possibile, e lo sia ancora adesso evidentemente, essere considerati diversamente per una simile ragione che nel complesso consideriamo piuttosto marginale alla completezza di un individuo.
Parlando con mia moglie sono emersi i soliti temi dibattuti negli ultimi tempi.
Siamo contrari alle coppie di fatto. Però lo siamo, chiarisco, a prescindere dal loro essere etero o omo, perché consideriamo profondamente diverso lo stare insieme e basta e lo stare insieme ufficialmente davanti alla società (davanti al proprio dio ogni persona dovrebbe essere libera di farlo secondo l’intima fede posseduta). Di conseguenza siamo d’accordo con il matrimonio tra due persone indipendentemente dai loro orientamenti, magari dopo un auspicabile periodo di convivenza.
Sinceramente abbiamo dei dubbi in tema di adozione. Ma non sono dubbi di carattere morale, ma essenzialmente incentrati sulla corretta crescita del bambino. Del resto, però, non solo noi non siamo in prima persona genitori, ma neppure abbiamo competenze specifiche per poterne discutere a ragion veduta. Abbiamo solo impressioni personali e non siamo ancora riusciti a capitare per caso in un programma televisivo dove un numero adeguato di esperti del mondo dell’infanzia (senza preconcetti religiosi o pseudoetici) si stiano confrontando sul tema. Forse dovremmo guardare più spesso il televisore acceso.

E allora?

Eh, ieri sera poco prima di cena ero piuttosto fulminato dalla giornata trascorsa. Ho incontrato, tornando verso casa sotto l’acqua e per giunta a piedi (fradici), un mio vecchio conoscente. Poche parole e due scemate. Tra l’altro ho fatto una puerile ironia sul fatto che fosse invitato a cena da una sua cara amica ("Ma quanto ‘cara’? Eh?" con strizzatina d’occhio e accenno di complice gomitatina). La persona ha commentato elastica e con classe sorridente ha sorvolato la mia goliardica villania.
A casa, rilassato finalmente, e stravaccato sul divano mi sono ricordato che quella persona non è attratta dalle amiche, ma semmai dagli amici.
Una gaffe legata alla mia sbadataggine. Non me lo ricordavo al momento.
Mi dimentico tante cose come le date dei compleanni, i nomi dei figli (se non addirittura quelli propri) e le preferenze a tavola e, insomma, tutte quelle cose così normali: figuriamoci se riesco a tenere a mente anche l’orientamento delle persone.

admin @ 11:21 am - Commenti (7)

November 28, 2004

Fettine di torta

Desidero ringraziare Latifah per il prezioso e gustoso suggerimento di visitare il Fram Cafè a Bologna (in via Rialto, davanti all’omonimo cinema Rialto, angolo via Braina). Ha reso felice la gattoconsorte riuscendo a estasiare il sottoscritto.
Grazie.

Il locale è intimo senza essere ristretto. A prima vista mi sembra un baretto un po’ strano in tinta pastello piacevole e rilassante. L’arredo è composto da materiali recuperati chissà dove e appaiono prelevati dai giardini di qualche villa in abbandono. Un ambiente è occupato da un tavolo da biliardo che ho visto coperto e adattato per fungere da tavolata.
Un po’ prima di pranzo mia moglie, il nostro anfitrione e il sottoscritto gustiamo il lato dolce. Per certi versi pignolo, ho voluto assaggiare la meno invitante delle torte per i miei gusti. Mi sono detto: "se mi piace quella, figuriamoci il resto". Così ho assaggiato una fetta di torta al cioccolato senza riuscire a trattenermi dal provarla con la panna.
La fettina calda guarnita con tre montagnoline di panna accanto ha annebbiato la mia mente con un sapore delicato, morbido e intenso. Non sono un appassionato del cioccolato e sono rimasto esterrefatto dalla armoniosa bellezza divampata nella mia bocca. Forse esagero, ma era proprio buona, non saprei dire altro.
Mia moglie ha esaltato le doti della sua fettina di torta, tanto che nel pomeriggio abbiamo voluto fare il bis. E questa volta assaggiando il lato salato.
Alle cinque del pomeriggio sono seduto davanti ad una fettina calda di torta salata patate e formaggio e un calice di vino novello. Semplicemente spettacolare al palato.
Io non amo la ricotta, quindi ho voluto fare la prova del nove assaggiando una fettona di torta ricotta e spinaci. Non sembrava neppure ricotta, ma solo un gustissimo buonissimo e bellissimo. E era solo una fetta di torta salata.

Il Fram Cafè è tutto al femminile, matriarcale. Tre generazioni che sono riuscito a incontrare nelle nostre due visite. Una più simpatica dell’altra, anche a dire di mia moglie.
Il nome del locale deriva da una celebre storia presente nel film "La leggenda del pianista sull’oceano" di Tornatore. Un giorno qualsiasi il quadro appeso da sempre cade. Fram! (o fran! a seconda delle trascrizioni del rumore prodotto). A volte capita anche alle persone, una mattina ci si sveglia e qualcosa improvvisamente cade: un velo, una convinzione o una paura. A quanto pare un bel momento la proprietaria del locale ha fatto fram! cambiando radicalmente attività dopo vent’anni e da circa un anno e mezzo ha riversato le proprie energie per donare brevi e immensi sprazzi di saporita gioia agli avventori del suo locale.
Naturalmente l’ambiente accogliente offre molto altro oltre alle torte. Ma questa non è pubblicità, ma solo un post.
Il simbolo è una gabbia per uccelli aperta. Nella realtà nella prima saletta, accanto al bancone c’è una gabbietta dove chi vuole può lasciare un bigliettino con il proprio desiderio di fare fram! (o quel che si vuole). Anche se abbiamo tempestato la proprietaria di domande (nonostante la mia loquacità sia irrisoria) non ho avuto il coraggio di chiederle se era possibile leggere quei foglietti. Ragionando in termini di blog, quella gabbia mi è parsa una sorta di weblog collaborativo per la costruzione di una speranza comune di miglioramento (ero sotto gli influssi benefici e carismatici delle torte e del vinello, e piuttosto mistico direi).
Mi spiace di non aver comprato una maglietta del bar (che poi non è un semplice bar).
Per la cronaca del vil danaro il lato dolce l’abbiamo assaporato offerto dal nostro ospitale accompagnatore. Del lato salato invece posso dare rendiconto: tre fette di torta salata, un calice generoso di vino novello e una bottiglietta d’acqua a 12 euro. A cena, dopo tre orette, io ho finito la pizza per golosità e mia moglie ha preso una fettina di carne. Questo per dire che pur non essendo pesanti, le fettine ci hanno saziato. A parer nostro sono ben equilibrate, oltre che buone.

In questa pagina (circa a metà scorrendo verso il basso) di Bologna da vivere è presente una breve scheda del locale (più seria e completa della mia goffa presentazione).

admin @ 10:12 am - Commenti (4)

November 27, 2004

Mio caro lettore bolognese

Nei miei post, o nei commenti, chiamo chi passa da questo blog col termine un po’ asettico di visitatore, preferendolo a lettore. Partendo dal presupposto di mantenere vivo il blog al semplice scopo del divertimento personale e di scrivere (o digitare) per diletto, credo sia corretto intendere l’estraneo che lo legge come un visitatore più che un lettore. Si tratta, a mio modo di vedere, di un estraneo che entra e passa per gradimento o per caso. Mentre ci sono infiniti weblog che hanno lettori, giustamente identificati come tali, io cerco di mantenere egoisticamente la distanza dall’idea di avere dei lettori, cercando in questo modo di salvaguardare lo speciale intimo rapporto creatosi (seppur in continua evoluzione) tra me e queste pagine.
Per farla breve: se pensassi di avere dei lettori, e non dei visitatori, probabilmente bloggherei in maniera diversa.

E allora?

Giovedì mattina a Bologna ho conosciuto dal vero un lettore di questo blog.
Si tratta di un "non blogger" affezionato da tempo alla lettura di gattostanco con il quale c’è stato anche qualche scambio di email e d’opinioni.
Il suo non avere un blog lo catapulta tra i lettori, mio malgrado. Non posso linkarlo, non posso palesarlo in una maniera prettamente blogosferica, non posso etichettarlo.
E, soprattutto, non posso leggerlo.
Sembra poco, ma è una circostanza alla quale non ho prestato vera attenzione sino a quando non l’ho visto camminare accanto alla gattoconsorte illustrandole alcuni anfratti della città.
D’improvviso mi sono chiesto: "Ma chi è?". Eggià perché quel lettore aveva un quadro abbastanza delineato della mia vita (almeno di quel che traspare dal blog), mentre io avevo al suo riguardo solo alcuni particolari emersi durante qualche scambio di missive elettroniche.
In prima persona ha affermato di essere un lettore, e infatti la gattoconsorte si è trovata subito in sintonia con una persona che non ha ceduto e non è caduta nel tunnel della blogosfera e la conseguente assuefazione da blog.

Inebriato da così bella città mi sono lasciato avvolgere da quella così bella persona.

Istintivamente mi sono fidato dal primo momento senza riserve. L’ho sentita una persona amica, pur non conoscendola nemmeno blogosfericamente.
Dovrei descrivere la gentilezza e rigranziarne la disponibilità a infrangere lo schema dei propri impegni quotidiani per dedicarci del tempo. L’importante, in verità, è che la curiosità ha lasciato subito posto al dialogo.
La curiosità iniziale era reciproca: io avevo piacere di vedere quella persona e quel lettore voleva vedere, per modo di dire, i personaggi principali dei post di questo blog (colpevolmente mi sono dimenticato di portarmi le foto del mio gatto).
Tale curiosità, credo del tutto naturale e ovvia, ha lasciato prestissimo il campo alla conversazione. Alcuni argomenti sono nati da domande dirette, questo è vero, della serie "cosa vorreste sapere a proposito di gattostanco o della gattoconsorte e che non avete mai avuto il coraggio -e occasione- di chiedere". Però sono convinto che fosse una spontanea curiosità subito soppiantata dall’argomento in quanto tale in un dialogo bidirezionale. Quasi fossimo amici che si ritrovano dopo del tempo e hanno un sacco di cose da raccontarsi. È stato piacevole e sereno l’incontrarsi.
Dopo i primi dieci secondi la sensazione di essere in presenza di un estraneo è svanita. È stato sorprendente sentire quella sorta d’imbarazzo crearsi e volatilizzarsi quasi all’istante come fosse una clacsonata nel traffico. Proprio come incontrare un amico, dopo un po’ di tempo.

admin @ 11:01 am - Commenti (3)

November 24, 2004

Viaggio di flickr in flickr

Questa mattina siamo di partenza, quando la gattoconsorte ritornerà da scuola prenderemo armi e bagagli e il bus e il treno per Bologna. Con sosta di un’oretta in Milano Centrale a dire il vero.
Non riesco a concentrarmi sulle ultime faccende che devo sbrigare. Un’importante risposta che attendevo, è stata negativa e incassato il colpo a questo punto già inizio a dimenticarmene. Del resto tentar non nuoce e io ho tentato. Non ho dovuto neppure fare troppa fatica. E tutto, a questo mondo, serve a qualcosa.

Per distrarmi ho iniziato un viaggio fotografico da questo pc.
È semplice, un po’ come saltare di blog in blog in quelle serate un po’ calde d’estate quando trovo poco di nuovo e ho l’animo vacanziero di guardarmi intorno.

Prima ho ammirato le immagini inserite su Flickr da Papino. Flickr offre un veloce servizio per mantenere in rete delle immagini e renderle facilmente accessibili a chiunque. Non l’ho ancora testato di persona, però nonostante lo sviluppo esponenziale degli utenti non ho ancora trovato neanche una noticina a demerito. Sembra proprio funzionare a meraviglia e credo sia solo questione di avere un’infarinatura di inglese per potersi registrare e iniziare a usarlo.
Proseguendo sono poi passato nella pagina relativa al profilo di Papino. Oltre al link al blog, ho trovato i contacts che sono dei collegamenti ad altri album fotografici presenti su Flickr. Come nei blog è possibile, se non addirittura buona norma, linkare gli altri per condividere il proprio bloggare, su Flickr è possibile linkare altri album di altri utenti.
A questo punto con una connessione anche solo decente è divertente iniziare a viaggiare da un album all’altro, da un utente all’altro seguendo i collegamenti presenti nella pagina "profile".

Non ho certo scoperto nulla di nuovo, ovvio. Mi sono solo divertito.

Qualche album a caso:
Black Cat.
Pandemia.
comidademama.
Roberto Grassilli.
PProserpina.
Zuppah.
Gianluca Neri.
Vanz.
DElyMyth.
Massimo Mantellini.
Giulia.
Gaspar Torriero.
OninO.
Infine Vanita presenta moltissime immagini e centocinquanta altri contacts tra i quali perdersi (o ritrovarsi).

Buon Viaggio.

Aggiornamento 27.11.2004
All’elenco casuale aggiungo BubiOnBoard (certi zii a momenti danno i numeri se non si concede loro il massimo strombazzamento alla bellezza dei nipotini 😀 )

admin @ 10:41 am - Commenti (11)

November 22, 2004

A proposito di Pisa

Ebbrava la gattoconsorte!

Siamo contenti.
E comunque a Bologna andremo. Ormai abbiamo la camera pagata 😀

E così la vita cambia ancora…

admin @ 10:39 am - Commenti (14)

November 21, 2004

Cuore di cuoio

 SIRONI EDITORE - CUORE DI CUOIO di COSIMO ARGENTINA
Non sono un appassionato di calcio. Ho comprato e poi letto "Cuore di Cuoio" di Cosimo Argentina solo perché l’ho trovato per caso scandagliando la scaffalatura dedicata ai piccoli editori dalla libreria Civetta di Pavia, solo perché è parte della collana indicativo presente curata da Giulio Mozzi per Sironi Editore e solo perché non posso vivere di pregiudizi e schivare per partito preso un quarantenne di Taranto se non è alla guida di un’auto.
Ho fatto bene. Certo alcune espressioni dialettali che può usare un ragazzo alla fine degli Settanta in quella città non le comprendo alla prima lettura. Poi, con un minimo di arguzia, mi sembrano quasi tutte comprensibili.
Si racconta un pezzo di vita di un ragazzo che vive esperienze e ambienti a me sconosciuti sia ora e sia quando ero ragazzo. È parte di quei ragazzi che giocano per strada come era buonanima di mio padre nel dopoguerra. La strada a me era proibita e mi era descritta da mia madre come covo di infanzie perdute e drogati in erba a distanza di trent’anni. Considerata la strada da mia madre pericolosa in quanto tale, il mio campo giochi durante l’inverno era la scuola, un parco sotto stretta sorveglianza o una casa (a volte la mia e a volte quella degli amici). Mio padre mi raccontava che andava a caccia di bombe inesplose e io restavo affascinato. Mai capito allora perché fossero meno pericolose ai suoi tempi le strade.
I miei genitori non alzarono mai le mani con me e cercarono di educarmi col dialogo. Il ragazzo della storia viene educato a silenzio e pugni.
Eppure alla fine del libro mi ritrovo molto attenuata la prima sensazione nata all’inizio della lettura, quella di assistere a una storia degradata e triste provando una profonda pena per questo ragazzo abbandonato in una orrenda situazione sociale e familiare. Seppur così diverso, e per certi aspetti incivile, il ragazzo riesce a mantenersi fuori dal contesto, a mantenere viva la speranza nel lettore di poter diventare comunque una brava e sana persona una volta adulto.
Seguire il protagonista insieme ai compari, vicino alla fidanzatina o alle prese con i genitori è stato per me un viaggio duro e al tempo stesso divertente. La rappresentazione in presa diretta di un mondo lontano dalle mie esperienze (mi ripeto) nel quale tutto sommato sono riuscito a ritrovarmi. In fondo io e quel Camillo prendiamo una gran brutta mazzata più o meno alla stessa età. Mazzata che cambia la prospettiva del futuro e stravolge un tantino le regole sulle quali basavamo la nostra percezione della nostra esistenza in mezzo agli altri. Mazzata secca, dura e bisognosa di cure a attenzioni per gli anni a venire, a un’età in cui tutto è possibile e l’uomo a venire ha ancora tante possibilità di perdersi.
Il pallone. Filo conduttore del romanzo è il pallone. Il calcio è tutto e il pallone è un caro amico nel bene e nel male. Però si tratta di un filo leggero, sempre sospeso e teso. Il romanzo mi ricorda una partita qualsiasi finita in pareggio sul due a due con le tifoserie relativamente soddisfatte del risultato e esaltate dallo spettacolo di due splendidi tempi.
Io allo stadio sono andato una volta sola per vedere una partita di calcio. Questo libro mi ha messo, anche se solo per pochi istanti, proprio voglia di giocare un partita: da bambino ero un pessimo e lento difensore scalciante. Camillo era infinitamente più bravo di me.
Ammirevole ritratto.
La copertina del libro descrive quel che contiene. Non è detto sia uguale a quel che ho malamente descritto, o che sia solo quel che ho descritto.

admin @ 5:53 pm - Commenti (2)

Mattino pisano

Arriviamo a Pisa verso sera. Io col valigino talmente gonfio da sembrare quasi sferico e mia moglie con lo zainetto altrettanto pesantissimo che sembra una BigBabol al gusto treno e sul punto di scoppiare.
Davanti alla stazione c’è la classica cartina a disposizione dei turisti ferroviari. Accendendomi finalmente una sigaretta onesta (le due precedenti me le sono dovute andate a fumare illegalmente nel gabinetto, anzi oserei proprio scrivere: nel cesso, del vecchio bidone di InterCity che pur essendo in orario, produceva odiosi cigolii) mi avvicino e mostro a mia moglie il percorso dalla stazione fino all’albergo: lunghetto.
Tentenna un secondo, poi acconsente a utilizzare un taxi.
Finisco la mia siga e poi ci avviciniamo al primo della fila. La sera è fresca, ma credo sempre qualche grado sopra la media. Il tassista è seduto e fissa nel vuoto, dall’esterno attiro la sua attenzione muovendo una mano, quello mi guarda come a chiedersi cosa voglia e allora gli mostro il valigino, quello allora sbuffa e scende e apre il portellone e aspetta muto. Siamo stanchi, se quello saluta no nemmeno noi salutiamo.
Saliamo, io pomposo chiedo ci porti al ***** Hotel e mia moglie rovina tutto scandendo ben due volte l’indirizzo.
In silenzio ci guardiamo intorno durante il tragitto. Arrivati finalmente il tassista pronuncia parola, il prezzo 5,88 euro della corsa e senza voltarsi allunga una mano verso i sedili posteriori. Paghiamo precisi precisi con delle monete e scendiamo. Quello rimane un secondo seduto a sistemarsi il borsellino, poi scende per aprire il portellone. Mi sarei fatto portar via il bagaglio piuttosto che aprirlo da solo. Non salutiamo e quello neppure.
Ridiamo pensando all’accoglienza ben cupa della città. Entriamo in albergo: prenotazione e documenti. Tutti gentili e cortesissimi. Nonostante le quattro stelle il valigino e lo zainetto me li devo camallare io verso uno degli ascensori.
La camera è spaziosa e confortevole: lettone, comodini, poltronissima, tavolino, scrittoio, letto supplementare, posavaligia, ampio armadio a muro, frigobar e televisore. Anche il bagno è cornfortevolmente spazioso, peccato una bottiglietta di plastica non nostra nel cestino: mia moglie disinfetta il water col disinfettante per sicurezza visto che apparentemente il bagno non è stato pulito dopo che i precedenti occupanti hanno lasciato la stanza. Manca il telecomando, la porta del bagno non ha una chiave e la maniglia sembra stia quasi per staccarsi e la porta gratta sul pavimento e dal televisore pendono i cavi dell’antenna e della corrente in bella vista. Beh, nel complesso poteva andare peggio e ridacchiamo come bambini scemi invece di scendere irati a lamentarci.
Abbiamo l’impressione di un vecchio nobile un po’ decaduto seppur dignitosissimo e ne abbiamo compassione.
Usciamo a fare un giretto a piedi. A pochi passi c’è la Piazza dei Miracoli. Sono le sette di una sera novembrina. Siamo stanchi del viaggio e pensiamo già al domani. Restiamo ugualmente affascinati.
Non ricordo d’aver mai visitato un luogo di tale bellezza in un orario non turistico. Una Punto dei Carabinieri è ferma a fare una guardia sommessa. Ci guardiamo intorno, camminiamo verso la Torre e il Duomo. Stiamo vicini vicini e ci teniamo per mano. Poche altre persone in lontananza nel vuoto della piazza e del prato. Ci fermiamo e guardiamo la Torre. Mia moglie pronuncia le parole che diventeranno il mio tormentone per i prossimi giorni:
– Déh! …Pende davvero!
Ridiamo come due ragazzini delle medie in gita scolastica. Due particolarmente somarelli e forse un poco isterici.
Camminiamo e ci guardiamo attorno quasi inebetiti dal luogo. È buio da un pezzo e l’illuminazione dei monumenti sembra ideale e accentua la nostra sensazione che la piazza sia tutta nostra. Boh, è difficile rendere in due parole le nostre sensazioni di sentirsi soli in uno dei luoghi più belli d’Italia.
Girovaghiamo lenti e ci cerchiamo un posto dove cenare finendo in un pizzeria nei paraggi senza lode e senza infamia.
Dopo la città sembra proprio spenta da quelle parti. Siamo fuori stagione e tutto è chiuso, ben poca gente in giro e così passeggiamo al fresco leggendo i nomi dei dipartimenti universitari che si affacciano sulla via.
Torniamo in albergo, ci ripuliamo della giornata e ci dividiamo. A letto mia moglie s’addormenta quasi subito. Sono da poco passate le nove di sera. Io giro la poltrona verso il televisore e mi guardo su Sky il primo film dell’Uomo Ragno. Ogni tanto mi alzo per aggiustare il volume e fare un giro sugli altri canali. Il film è noioso, lento e l’andatura fra i palazzi del supereroe sembra maldestra quanto il volo di Ralph Supermaxieroe. L’Uomo Ragno dei fumetti o dei cartoni era, per così dire, elegante e ironico, questo che vedo in tv mi sembra un tantino ridicolo.
Colpa mia che in treno ho finito il libro che mi ero portato e ora sono senza lettura.

La mattina ci sveglia una baraonda di vociare straniero un po’ prima delle sette. A colazione la sala è disseminata di tavoli usati e abbandonati ed io non riesco a trovare un coltello con un seghetto decente per aprirmi la briosc e spalmare la marmellata. Nella hall dell’hotel troviamo un assembramento di cinesi (da quel che capiamo dal loro perfetto inglese) tutti uomini e tutti sorridenti.
In piazza Dante lascio mia moglie libera di occuparsi del motivo che ci ha spinto in questi lidi.
Sono accanto a Palazzo Matteucci. Prendo da una tasca la stampa dei suggerimenti di Chiara e mi guardo in giro identificando subito il baretto suggeritomi per la colazione di mezzo mattino. Poi inizio il percorso dal punto in cui sono. La mattinata, sono circa le otto e mezza, si preannuncia splendida. Il sole illumina a festa e io mi sento sorridente. Attraverso la lunga piazza pedonale con delle oasi di sterrato circondate da panchine di marmo a semicerchio e arrivo accanto a Giurisprudenza. Gironzolo e poi scendo verso l’Arno. Dall’altra parte giungono ondate di pedoni che sgambettano rapide. Attraverso il ponte guardandomi in giro. Lo spettacolo offerto dalla fila dei palazzetti sul lungarno dal quale provengo resa calda dal sole è molto bello. Mi sento un pochino in colpa: la gente corre veloce, mentre io non ho un posto dove andare. Non oso andare controcorrente e svicolo dal fiume della gente per seguire il fiume vero (questo ingenuo ‘paragone’ mi è venuto così sul momento e l’ho trascritto, anche se non avrei dovuto). Proseguo guardando dall’altra parte la via in pieno sole. Un palazzo rossiccio e scuro mi sembra storto. Penso sia l’atomosfera pisana a rendere tutto un po’ storto.
Giungo alla chiesetta (o quel cheè) accanto all’Arno. È una gemma nel traffico e nell’indifferenza. La osservo e mi sento estraneo sia alla vita che le scorre intorno e sia ai suoi significati, ma mi sento bene. È bellissima e non saprei dire altro di spontaneo. Non conosco la storia o l’arte che rappresenta, ma non importa.
Un altro ponte accanto mi riporta dall’altra parte. A metà mi fermo per guardarmi ancora in giro, mentre le persone scivolavano via.
Risalgo le vie seguendo le indicazioni per il Duomo. Mi mette agitazione quell’andirivieni mattutino e ho voglia di vedere la piazza col sole.
Lo spettacolo è immenso. Dal basso della mia ignoranza storico artistica mi godo il paesaggio. Dalla parte del Campo Santo sul muro che cinge quel lato della piazza un vecchio cartello vieta di giocare a pallone, seduto sul bordo del Battistero un ragazzo legge un giornale e sul retro del Duomo un piccolo cartello vieta di scrivere sui monumenti e ammonisce i trasgressori a norma di legge.
Su di un lato la piazza offre una lunghissima fila di bancarelle autorizzate di souvenir e chincaglierie per turisti. Finita la mia voglia di arte, mi accorgo dei turisti.
Resto un’ora buona a osservare gli orientali. I turisti sono quasi tutti orientali con macchine fotografiche e tutto il classico armamentario tecnologico e pittoresco proprio dello stereotipo del giapponese in vacanza. Non credo siano tutti giapponesi, però.
Mi posiziono davanti all’ingresso di una banca che si affaccia tra una bancarella e l’altra. I gruppi si distendono sulla via sotto lo sguardo attento di un’auto dell’Ope (l’opera che sovrintende alla piazza) che continua a fare avanti e indietro. Resto sbigottito. Quasi tutti si fanno ritrarre in una posa strana con le braccia alzate come a raffigurarsi a sostenere la Torre. I più arditi, solo alcuni e giovani, invece si fanno ritrarre come a spingerla. Decine di persone si sono alternate in questo susseguirsi di foto in posa. Seppur mi sembri un’idea balorda e irrispettosa, mi diverto a vedere queste scenette di allegria serena e giocosa. E forse il gioco non è detto sia senza rispetto. Mi perdo a immaginare decine di album fotografici o di cd con la stessa immagine.
Pochi dei gruppi asiatici si addentrano nella piazza a dare un’occhiata più da vicino. Mi sembra strano, e forse anche stupido. Forse non hanno il tempo.
Mi sono stancato di stare fermo in piedi. Voglio riprendere il percorso di Chiara. Controllo la cartina e dopo poco mi ritrovo nella piazza dove impera la Normale. Resto un minutino in meditazione. Non c’è nulla di sacro, ma rappresenta uno dei centri di aggregazione nazionali del sapere e della ricerca. Mi sembra giusto dedicare qualche mio pensiero sperando che da queste parti siano uscite più cose buone che cattive. Mi distraggo però vedendo un tipo con la faccia sconvolta salire lesto le scale della scuola tendendo in mano un disordinato pacco di fogli. Mi chiedo quali colpi di genio possano mai contenere e sono felice nel convincermi d’aver visto forse una delle migliori menti del Paese. Ridacchiando ebete giro a destra e passo davanti al monumento a un matematico. Dall’altra parte della stradina due tizi stanno approntando una bancarellina volante svuotando un apecar cinquantino.
La mattina rimane calda e io mi ritrovo nuovamente in piazza Dante. Vado a sbirciare il baretto, ma è pieno dentro e fuori.
Già: fuori. Siamo a metà novembre e quasi tutti i bar o pizzerie hanno i tavoli esterni e ne ho incontrati solo un paio verandati e con le stufe tipiche di altre regioni. Mi siedo su di una delle grandi panchine semicircolari davanti a una banca per osservare meglio. La decina di tavoli è stracolma di gente. Le persone entrano a prendersi le consumazioni e quasi tutti riportano dentro i vuoti. Dopo un quarto d’ora vedo finalmente il marcantonio (così l’ha descritto per aiutarmi a riconoscere il baretto) proprietario. Si muove svelto fra i tavoli e poi scompare dentro. E la gente beata al sole chiusa nei giacconi a fare colazione all’aperto. A me sembrano tutti un po’ abbertucciati pensando che la panchina, per quanto gelida, sia equiparabile allo stare seduti fuori. Guardo meglio. L’età media credo sia abbastanza lontana dalla mia. E in fondo ricordo il mio giovane inverno in cui girai sempre con una camicia di flanella al posto del giaccone.
Ho fame e le chiappe gelate, mi alzo finalmente. Vado in borgo (credo si dica così) e trovo il mercatino e le viuzze. Poi mi ritrovo sotto dei portici arricchiti da negozi. Vado avanti e indietro, passo davanti alla pasticceria Salza e poi m’incanto davanti ad una vetrina piena di giocattoli.
Entro in una libreria con un’ampia sezione dedicata a libri a metà prezzo. Ho tempo da far passare e così passo in rassegna gli scaffali e le pile di libri con calma. Dopo un bel po’ me ne esco con i "Sessanta racconti" di Dino Buzzati freschi di ristampa Mondadori e a prezzo pieno, ma contenuto.
Girando un po’ a caso mi reindirizzo verso piazza Dante. Ascoltando mezze frasi dei giovani passanti vengo a sapere di un allarme bomba a Giurisprudenza. Arrivo da una stradina laterale quasi davanti alla facoltà e mi ritrovo una pattuglia dei Carabinieri con i lampeggiati accesi e una marea studentesca con la faccia un po’ così di chi non ha idea di dove andare. Mi dileguo nella piazza: sono a Pisa come accompagnatore e non vorrei ritrovarmi in questura a dover dare spiegazioni. In fondo ho un paio di jeans, le scarpe da ginnastica e un orrendo maglione azzurrino (regalo della suocera) e non sembro proprio uno sceso al ***** Hotel.
Ritorno a sedermi sulla panchina affianco al Matteucci. Il sole scende e ho freschino, ma inizio l’attesa della mia amata gattoconsorte. Un po’ prima di mezzogiorno le due grandi panchine si animano di studenti affamati. Anch’io ho fame e mi ricordo di non aver fatto la colazione di metà mattina.
I ragazzi entrano in un negozio di alimentari sull’angolo di un palazzo e ne escono con un piccola borsina trasparente con uno o due panini e una lattina o una bottiglietta. Poi vengono a stuzzicare il mio appetito al freschino sulla panchina gelida.
Ogni tanto passa un marocchino e uno di loro mi chiama persino pofesoe e mi chiede se aspetto la moglie notando la mia fede. È il più anziano, per così dire, e quello con maggiore esperienza per attaccare bottone. Lo prego d’andarsene a offrire le sue mercanzie a altrove.
Leggo e mi guardo intorno. Sono stanco e non ho voglia di camminare. Me ne resto a vedere cambiare le persone sedute sulle panchine. Tranne un ragazzo che dimentica la propria lattina, tutti gli studenti lasciano in ordine le panchine. Una buona media, mi pare.
Quando sono in procinto di abbandonare l’attesa per andare a mangiare anch’io qualcosa da qualche parte, vedo arrivare mia moglie.
Vuole camminare e raccontarmi come è andata la sua mattina. È in uno stato di sovralimentazione cerebrale e acconsento senza fiatare. Camminiamo piano lungo la piazza. Intanto mi racconta e spiega e gesticola e io non capisco neppure la metà di quel che dice, ma al momento non è importante che io capisca, devo solo ascoltare. In fondo alla piazza cambia idea e vuole fermarsi e sedersi e mangiare qualcosa.
Entro nel primo localino a portata di gamba. Una piccola pizzeria tavola calda o quel che è. Un pizzaiolo coi baffi e un’espressione esausta si avvicina al tavolino al quale ci siamo seduti. Borbotta qualcosa d’incomprensibile serio. Ordiniamo sperando che la sua impassibilità sia sintomo d’attenzione a quel che gli stiamo dicendo. Poi lo aggiungiamo alla lista dei pisani silenziosi come il tassista del giorno prima. Forse da queste parti sono talmente abituati ad avere sempre visi nuovi da guardare che reputano anche il banale e chiaro buongiorno buonasera un accessorio opzionale al servizio offerto. In compenso il servizio è rapido e accettabile.
Torniamo in albergo quando sono le tre del pomeriggio. Ci infiliamo sotto le coperte e dormiamo un paio d’ore.

Nel tardo pomeriggio:

– Nonostante un portone aperto, mia moglie è stata respinta all’ingresso del Duomo. Inviperita non accetta il fatto che alcune chiese siano prima di tutto monumenti e solo poi anche luoghi di culto. Riesce ad andare a dire una preghiera in una chiesetta in una piazzetta. All’ingresso un barbone (barba folta e bianca) attacca discorso con me che aspetto fuori fumando una sigaretta.
– Cioccolata con panna e bignolini (minipasticcini) in gran quantità da Salza. La saletta interna è caldissima e solo il servizio al tavolo costa una cifra. Ma la bontà è immensa e restiamo estasiati. Mia moglie è contenta e questo è un successo.
– La mattina seguente sediamo all’interno del baretto del cortese marcantonio. Musica operistica, apparentemente, in sottofondo. Apprezzo il fatto che sia ancora tollerato il fumare. Buoni i cappuccini. Lo osservo e ho una sensazione strana: venendo a Pisa ero curioso di vedere la Torre e lui. Vorrei dirglielo, ma poi penso non capirebbe preso com’è dietro al bancone.

Ah… dimenticavo…

Beppe mi chiese d’andare a vedere un murale di Haring dipinto in città…
Il giorno dopo abbiamo un’oretta prima che il treno arrivi (con quasi mezz’ora di ritardo, scopriremo dopo e con la coincidenza saltata a Genova, ma era ovviamente previsto che il treno sarebbe stato in ritardo.).
Nonostante uno sbuffo sofferente della moglie e il peso del valigino, tiro fuori le indicazioni reperite in rete. Il murale è vicino alla stazione, o poco distante dipende dai punti di vista e dalla stanchezza.
La prima cosa che attira il mio pensiero è la presenza dell’opera in mezzo alla strada, per così dire, con le macchine che passano accanto e i motorini che svicolano e la gente che rada passa. Poso il valigino a terra e alzo la testa. Un intero fianco di una palazzina è "dipinto". Non sono un estimatore dell’artista e nemmeno me ne capisco di arte. Sembrerà sciocco, ma mi sento come davanti a un enorme cartellone pubblicitario, tipo quelli illegali lungo le autostrade e agganciati a una cascina. Eppure c’è un qualcosa che riesce a agganciare me. Mia moglie è stanca e ha altro per la testa, mentre io (forse responsabilizzato dalla precisa richiesta) mi lascio prendere dalla grandezza delle forme e dalla loro semplicità. Non è che l’opera mi piaccia, però mi piace guardarla. …Quando inizio a vedere le figure muoversi penso sia giunto il momento di andare in stazione per aspettare il treno. E tutto il mondo è un poco più piccolo e più colorato, se non proprio allegro (almeno fino all’arrivo in strazione).

admin @ 11:25 am - Commenti (8)

November 17, 2004

Buon Viaggio

Oggi si parte. Venerdì o sabato si torna, ma pur sempre di una partenza si tratta.
La gattoconsorte ha preso il valigino piccolo e l’ha mezzo riempito di scartoffie. Anche lo zainetto, oltre alle mie adorate ciabatte, conterrà libri, dispense e quant’altro. La mia schiena urla già di felicità.
Mi è stato concesso un ristretto spazio cubico da utilizzare per il mio bagaglio. Giusto una camicia e la biancheria di ricambio, la tuta e i caricabatterie (mi chiedo se abbia un plurale o sia invariato).
Ho azzardato l’ipotesi che forse il valigione sarebbe stato utile, ma il semplice sguardo della gattoconsorte mi ha zittito all’istante. Prepara la valigia da molto più tempo di me, quindi non ho diritto di darle suggerimenti.
La camicia devo stirarmela.
Siamo opposti al solito luogo comune che vuole la donna intenzionata a portarsi appresso l’impossibile quando si muove da casa e l’uomo desideroso di muoversi leggero. A me piace portarmi dietro tutto il possibile (non proprio l’impossibile) che potrebbe rivelarsi utile, comodo o adatto ad affrontare un imprevisto.

Adoro la vigilia di una partenza. Se partissi in auto sarei ancora più contento (mappa, merenda da viaggio e tutto il relativo armamentario).
Alcune volte, però, si ha la sensazione di partenza anche se in realtà il viaggio non è uno spostamento fisico. Si controlla un po’ tutto e la concentrazione poi passa al proprio io per vedere che tutto sia a posto o anche solo per vedere cosa si è.
Beh, insomma, ho letto questo post di Kimota e ha contribuito a flipparmi la giornata in senso positivo.

Buon Viaggio.

admin @ 10:30 am - Commenti (2)

E poi Bologna

Oggi parto per il brevissimo soggiorno pisano.

Visti i graditi suggerimenti sul come trascorrere la mattina in città, riprovo:

La prossima settimana mia moglie ed io saremo a Bologna.

Sarò solo e abbandonato in centro l’intera mattinata di giovedì (della prossima settimana, appunto).
Chiedo suggerimenti in linea con la precedente richiesta relativa a Pisa.
Dove andare a fare una colazione a metà mattina (e cosa chiedere)? Dove comprare il giornale (e quale)? Quale via o piazza merita una sosta (senza camminare troppo)? In quale libreria andare a gironzolare? Cosa evitare assolutamente di fare …Le solite cose, insomma, per una visita cittadina, più che turistica.

Ringrazio chiunque abbia desiderio di lasciare un consiglio nei commenti.

admin @ 10:09 am - Commenti (8)

November 16, 2004

Quando si dice gli 'ex'

Si chiama Dario.
In passato ha avuto una ragazza.
Ora la premurosa donzella gli ha spedito un pacco dono di quelli in stile Piano Marshall.
La questione è:
Come ringraziarla adeguatamente (tenendo presente che lei ora vive oltreoceano)?

Presentacela!!!

Scherzo, spero sia ovvio. Basta un indirizzo di posta elettronica…
Scherzo… 😀

Curiosa la vita. Non finisce mai di stupirmi.

Tra l’altro, io credevo il mio editore ricchissimo. Eh, mi sbaglio sempre.

admin @ 11:22 pm - Commenti (6)
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