Questi non sono io.

September 24th, 2004

Da dove si può cominciare a raccontare una storia? Sia essa la storia di un uomo, di una donna o di qualsiasi altro essere animato o inanimanto? Dai! Ci si può sbizzarrire, basta la fantasia e un po’ di voglia di far bene.
Si potrebbe cominciare da Eleonora.
Eleonora ha ventiquattro anni, vive a Bologna e ha un esame. Ha paura, come l’ha sempre avuta, come ce l’hanno tutti gli studenti. In questo non è diversa dagli altri. La paura è un minimo comune denominatore di tutti gli studenti, di tutti gli uomini oserei dire. La paura è umana. Allora comincio la storia così: Eleonora va all’esame e ha paura, ma la paura per l’esame diventa qualcosa di più grande e mano a mano che la storia si sviluppa, la paura dell’esame diventa la metafora di un terrore più grande e improvvisamente Eleonora scopre di non esistere, scopre di essere il parto della mia fantasia.

Si potrebbe parlare di Giulio, alto, moro, con gli occhi azzurri. Adorato dalle ragazzine, invidiato dai coetanei, ma in fin dei conti benvoluto. Educato, compito, mai una parola fuori posto, mai una camicia sgualcita, mai nulla di stonato. Giulio è il ritratto della perfezione. A detta di tutti è l’essenza stessa della perfezione, un modello da seguire e da additare ai propri figli. Giulio però uccide e la maschera di perfezione che indossa serve solo a fargli mantenere l’equilibrio. Giulio mostra agli altri ciò che essi vogliono vedere, lui questo l’ha capito, ma di notte, Giulio, ritorna se stesso e uccide.

Potrei parlare di Tariq. Di padre Pakistano e madre Svizzera. I genitori si sono conosciuti per caso a Londra. Si sono dati appuntamento a gesti perché nessuno dei due era ancora pratico di Inglese. Ma il destino vuole la sua fetta di notorietà, i quindici minuti profetizzati da Warhol. Lei perde la metropolitana, lui sbaglia locale. Non si incontrano. Lui torna a casa un po’ incazzato, ma più che altro dispiaciuto. Lei non ha ancora capito cosa sia successo. Arriva al locale, aspetta un po’, ma lui li non c’è. Torna sui suoi passi, prende un taxi perché è già tardi e si fa mollare davanti al proprio appartamento e lì lo trova. Abitano uno di fronte all’altra. Ora abitano assieme, sposati da trentadue anni, Tariq è l’ultimo genito e vuole fare lo scrittore.

Parliamo invece di Stefano.
Lascia la macchina in garage, chiude a chiave e controlla se ha la borsa a tracolla chiusa. L’ultima volta l’ha lasciata aperta e “I tre moschettieri” sono finiti per terra, in una pozzanghera. Si dirige verso casa, fa quei rituali centodieci passi per superare un breve tratto di selciato. Sta pensando a quello che gli è capitato durante la giornata. Sono cose che ti cambiano la vita, a lui gliel’hanno cambiata, l’ha capito subito, proprio mentre succedeva. E’ stanco ora, e mano a mano che si avvicina verso casa lo diventa sempre di più. Cammina trascinando stancamente i passi, sperando che come ultimo colpo di scena, qualcosa lo induca a fare dietro front e dare le spalle al posto in cui vive. Non ha voglia di tornare a casa, proprio non ne ha. Alcune giornate andrebbero vissute fino in fondo, perché quando comincia ad inebriarti di novità, trovi difficile dover smettere. Vorrebbe che i secondi durassero secoli perché non ha mai sentito così forte la sensazione della vita che ti scorre nelle vene. E pensare che…
Passo dopo passo, casa è sempre più vicina, la riconosce, come potrebbe non riconoscerla? E’ lì che dorme, mangia e si richiude in se stesso. Fa un ultimo sforzo per cambiare d’umore, ma non ci riesce. Purtroppo è questo l’umore di questa sera, ha troppe cose dentro per poterle tenere a bada e lo vorrebbe gridare, vorrebbe parlare con chi lo può capire. E’ arrivato davanti a casa. E’ in piedi davanti alla scalinata, solo venti scalini lo separano dal portone. Tra venti scalini arriverà sul pianerottolo, tirerà fuori la chiave dalla tasca dei pantaloni, infilerà la chiave nella toppa e la girerà per due volte verso destra. Due giri completi e il portone sarà aperto, quando lo richiuderà dietro le sue spalle la giornata sarà irrimediabilmente finita.
Se ne rimane fermo come fosse ghiaccio, ma lentamente i suoi muscoli lo incitano al movimento, soffia una brezza umida e fredda che lo fa rabbrividire, vorrebbe alzarsi il colletto della camicia, ma non serve, tra un attimo è sù.
Comincia la scalata.

[Scalino numero uno]


4 Responses to “Questi non sono io.”

  1. elle on September 24, 2004 11:38 am

    … mi dovresti spiegare un pò di cosette del tuo racconto… L’Eleonora di cui parli … mi sembro proprio io!… eh eh eh Louie… c’ho 25 anni e galoppo per i 26…!… Strano come parto della tua fantasia però…! bacio

  2. Louie on September 24, 2004 11:46 am

    Elle, ho inventato un po’, mi sono lasciato trasportare dalla fantasia, ho preso il tuo nick, ho pensato a quale fosse il tuo nome, ti ho dato un’età plausibile e ho usato un contesto possibile. Poi il resto è solo finzione.

  3. elle on September 24, 2004 11:57 am

    lo so… era per prenderti un pò in giro! ciao maghetto!o in bocca al lupo per domenica… mi raccomando! bacio elle

  4. pennastilo on September 24, 2004 3:31 pm

    Ciao, Louie, ci vediamo a Pordenone 😉

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