Reality: giorno [- 60]

June 15th, 2006

La tenda è stata montata nel bel mezzo della spiaggia, alla giusta distanza dal locale. Il tonfo sordo dei bassi arriva a malapena e diventa un tappeto sonoro. Ci si può parlare senza urlare, si possono scambiare due parole senza dover ricorrere a tutte quelle mosse coreografiche tipiche delle discoteche. Nessuno si avvicina alla bocca con l’orecchio mentre l’altro sta parlando. Non si vedono sguardi infilati nelle scollature con la scusa di voler davvero sentire quello che la ragazza ha da dire. Una persona che, in quel momento, passasse per il bagnasciuga, magari con la mezza idea di farsi una nuotata, vedrebbe una fila lunga un paio di centinaia di metri. Una fila diretta verso una tenda color crema. Qualcosa a metà tra un gazebo e una tenda da campeggio per sei persone. Quella stessa persona vedrebbe uscire dalla tenda un groviglio di cavi neri e striscianti, seminascosti dalla sabbia e sempre sull’orlo di far inciampare qualcuno. In lontananza vedrebbe un locale affollato, costruito a modi palafitte sull’acqua. In quel locale, circondato da un rigoglioso giardino a pura imitazione dei giardini californiani con palme e fontane, un deejay, il deejay famoso di turno, sta mettendo su musica. Alterna pezzi martellanti a melodie lounge. Si vanta con gli amici di riuscire a cogliere il mood della gente e di saperlo assecondare. Il locale, dal nome poco originale, di “Sex on the Beach” ospita un party molto popolare.

Oggi è il giorno delle selezioni di “Reality”. La tenda piantata sulla spiaggia è il luogo scelto per portare avanti le selezioni. Giovani e meno giovani del circondario e non si sono dati un tacito appuntamento su questa spiaggia. La coda, che ora diminuisce ora aumenta, è composta da tutti gli aspiranti partecipanti. Se quel personaggio, che sta ancora camminando sul bagnasciuga, volesse scorrere in lungo la coda per dare un’occhiata alla sua composizione si troverebbe di fronte ad uno spettacolo istruttivo. Avrebbe davanti a sé uno spaccato della società contemporanea. Con negli occhi un barlume di speranza, sotto il sole cocente e con i piedi sprofondati sulla sabbia ci sono giovani appena maggiorenni e sessantenni giovanili e pieni di vita. Ci sono ragazzi infighettati ed elementi di derivazione punk-rock con t-shirt rigorosamente nera e lisa raffigurante Marilyn Manson, se va bene. Ci sono ragazzine dall’aria spaesata e trentenni sicure di sé. Palestrati, rachitici, abbronzati, emofiliaci, chiacchieroni, taciturni, intellettuali, manovali, ipoglicemici, sieropositivi, tisici, pedofili, modaioli, espressionisti, impressionisti, extracomunitari, burloni, sportivi…
Di cosa parla questo gruppo così eterogeneo?
C’è chi parla delle proprie aspettative, del futuro e dei propri sogni e ideali. Qualche ragazzo, visto che c’è, prova a procurarsi un appuntamento con una delle tante presenze femminili di spicco. Qualcuno fa previsioni politiche altri cercano di intavolare discussioni costruttive, ma pochi. Perché in realtà, la discussione che tiene banco tra tutti riguarda “Reality”. Tutti si chiedono chi stia cercando la produzione e come fare per avvicinarsi il più possibile al modello richiesto.
La processione si protrarrà per tutto il giorno e per buona parte della notte, fino alle prime luci dell’alba.

La telecamera è fissa. Appoggiata su un treppiede telescopico alto un metro. L’intervistato ha a sua disposizione una sedia da regista color verde acqua marina, posizionata proprio davanti all’obbiettivo. L’intervistatore e i suo colleghi sono seduti ai lati della telecamera. Sembra una commissione di laurea e sembra che la telecamera ne sia il presidente. Da dentro alla tenda si sente il brusio di quelli che stanno nella coda. Non i primi della fila, quelli sono in rigoroso silenzio, ascoltano le domande, preparano risposte adeguate, provano mentalmente il copione recitando tra sé e sé la filastrocca da dire. Come bambini davanti alla maestra tradiscono la loro emozione muovendosi al ritmo delle parole. Memorizzano aiutandosi con il corpo.
[Intervista – Kandar]

– Perché vuoi partecipare a Reality?
– Io non voglio partecipare.
– Come scusa?
– Quello dopo di me è un mio amico, ho accompagnato lui.
– Ah, vabbé, c’avessi un euro per ogni volta che ho sentito dire questa frase.
– …
– Dai, dimmi perché vuoi partecipare a Reality?
– Io non ho nessuna intenzione di partecipare a Reality.
– E allora perché sei qui, scusa?
– Ve l’ho detto, accompagno un amico. Io non volevo nemmeno entrare, ma quel tipo grande e grosso mi ha attaccato un cartellino sul petto e mi ha spinto dentro a forza.
– Ah.
– Deve essere un po’ sordo, gli stavo dicendo di prendere il mio amico, ma non c’è stato verso.
– Vabbé, visto che ci siamo, ci diciamo qualcosa?
– Per me è uguale.
– Che fai nella vita?
– Ho studiato.
– Sì, e ora.
– Studio.
– Uhm, ti devi laureare?
– Già fatto.
– Dai, ottimo, in cosa?
– Lettere.
– Ah!
– Inutile, vero?
– Ma no, vedrai che un posto lo trovi.
– Giusto.
– E ora?
– Ora studio.
– Cosa?
– Dottorato.
– Capito, capito e…
– Se la domanda successiva è: ma quando pensi di andare a lavorare, la risposta è: non lo so.
– …
– Sogni nel cassetto?
– No.
– No?
– Nessuno. Quello che voglio fare lo sto facendo. Quando vorrò qualcosa di nuovo vedrò come comportarmi.
[…]

– Quindi, perché vuoi partecipare a Reality?
– …
– Lo so, lo so, non vuoi, ma facciamo finta che tu volessi parteciparvi, eh?
– Non saprei, ci dovrei pensare.
– Beh, pensaci!
– …
– Allora?
– Parteciperei solo se potessi essere il virus che lo distrugge.
– Originale.
– Grazie.

Il primo dei dodici nuovi partecipanti è Kandar. Ventiquattro anni, studente. Occhi scuri, capelli lunghi fino alle spalle, neri, lisci e spessi che si raccolgono autonomamente in ciuffi ribelli e danno l’impressione di essere sempre un po’ sporchi. Carnagione chiara dall’aria malaticcia. Look anonimo, t-shirt e jeans. Alto un metro è novanta. Magro come un chiodo e dal portamento stentato. Leggermente ricurvo in avanti come se volesse tenere sempre un po’ d’occhio quello che gli si para davanti. Riflessivo, pragmatico, figlio di una casalinga e di un ragioniere contabile. Non ha sogni nel cassetto e, a sentir lui, non ha nemmeno un cassetto.
Probabilità di vittoria finale: 5%
Grado previsto di affezione del pubblico: 5%
La scheda è stringata. Il produttore la legge e si chiede perché prendere un tipo con così basse possibilità di vittoria. Perché investirci del tempo. Chiama il selezionatore e lo interroga sulla sua scelta.
– Vuoi la verità?
– Sì.
– Non lo so nemmeno io perché l’ho scelto, ho sentito che era adatto.
– Speriamo.
– Se vuoi possiamo sempre tirarci indietro, hai visto il filmato dell’intervista, a questo non gliene può fregare di meno.
– No, no, lascia, vediamo come va a finire.


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