Beppe e Adina

January 30th, 2008

Beppe e Adina si erano sposati molto giovani. Lei aveva appena compiuto i sedici anni e lui ne aveva diciotto. Era così che si usava fare all’epoca. Quando la prospettiva di vita media arriva ai quarant’anni, è facile che le persone vogliano che la propria vita inizi il prima possibile e, il matrimonio con relativa fuga da casa era il più scontato dei modi. Nel loro caso però la fuga non ci fu. Erano ben consapevoli che avrebbero continuato a vivere sempre nello stesso posto e cioè a casa di Beppe, con i genitori, i fratelli e le sorelle. In tutto una quindicina di persone che riempivano la casa a qualsiasi ora del giorno e della notte al punto che era impossibile non entrarvi senza trovare almeno un paio di persone intente a discutere. Beppe e i suoi fratelli aiutavano il padre a lavorare nei campi, mentre le donne di casa principalmente mandavano avanti la baracca, pulivano e cucinavano un po’ a turno e si occupavano di dar da mangiare alle bestie. Nel retro della casa infatti c’era un grande pollaio pieno di oche e galline, vicino al pollario, il padre di Beppe aveva costruito un porcile nel quale tenevano due maiali e un po’ più distante c’erano i conigli (tenuti in disparte per la credenza che i conigli, ammalandosi, avrebbero potuto contagiare tutti gli altri animali e magari anche gli esseri umani).

Continua…

(l’ho scritto su due piedi, perdonatemi, non ho proprio voglia oggi di controllare se ho fatto errori. Siccome non mi va di scrivere post troppo personali perché forse oggi sarei troppo cupo, ho preferito continuare sulla strada dell’autocombustione)

Lo zio Mario

January 28th, 2008

Lo zio Mario in realtà non era lo zio di nessuno.
Come spesso accade nei bar, quando gli animi si accalorano e il buon vino inizia ad entrare in circolo, anche le parole dette senza troppa convinzione possono rimanere impresse per lungo tempo. Proprio come i cerchi concentrici provocati dal lancio di un sasso in uno stagno possono continuare a propagarsi nell’acqua anche dopo che il sasso ha toccato il fondo.
Quella sera avevano bevuto tutti più del dovuto, ma non più del solito. Mario, uno dei più vecchi del bar, dopo aver sentito Beppo chiedere un altro giro, lo aveva appostrofato facendogli notare che già aveva bevuto abbastanza.
Beppo, ottimo bevitore, gli aveva risposto che nemmeno suo zio si interessava più di quello che riusciva o non riusciva a bere, figurarsi se doveva farlo Mario. Mario, gli disse Beppo, non sei mica mio zio, lo sai? Io di zii che si chiamano Mario non ne ho neanche uno.
Esplosero tutti in una fragorosa risata alla quale si aggiunse, con un attimo di ritardo, anche Mario. Il barista, finì di pulire il bancone, diede il bicchiere di vino a Beppo e poi, con la stessa bottiglia ne versò uno anche a Mario. Mario lo ringraziò per il pensiero e il barista, sorridento rispose: di niente zio Mario.

Autocombustione delle idee

December 21st, 2007

Fringberger non era quello che si può definire un bell’uomo. Alto, magro come un chiodo e dal portamento leggermente ricurvo in avanti, portava spesso una giacca nera nella quale infilava le mani nelle tasche. Camminava quindi con un andatura barcollante e sembrava sempre sul punto di cadere travolto da un alito di vento. Indossava dei pantaloni stretti, quasi aderenti che accentuavano la sua figura scheletrica e il cappello che usava portare con il sole o con la luna gli adombrava la faccia.
Scoprimmo più tardi che l’andatura curva era dovuto ad un difetto fisico. Da giovane aveva avuto seri problemi di colite spastica e altre malattie che non starò qui ad elencare. Passò un’infanzia e un adolescenza entrando e uscendo dagli ospedali finche un medico gli prescrisse una cura a basi di steroidi. All’epoca si trattava di una cura sperimentale, Fringberger era costretto ad incidersi la pelle,  nell’interno coscia, e innestarsi dei granuli di questi steroidi sperimentali. La cura servì ad alleviargli i dolori, anche se non fu mai liberato da essi. Quello che i medici non potevano sapere è che tale cura provocò in Alex l’osteoporosi. Come conseguenza di tale nuova patologia, le ossa cominciarono ad indebolirsi e, prima tra tutti, fu una vertebra a cedergli. Lo schiacciamento della vertebra fu quindi una conseguenza del trattamento a base di steroidi che, a sua volta, era la cura per una diagnosi sbagliata. Fringberger dovette farsi operare per sistemare la schiena. Gli asportarono il disco semischiacciato e cercarono di rimetterlo a nuovo. Alex non si riprese mai da quell’operazione e la sua camminata era un modo per ricordare a tutti cosa si portava dentro.
La diagnosi corretta, sarebbe stata quella del “Morbo di Addison”.

Ha avuto tutto inizio qui.

No man is an island

December 11th, 2007

Quando mi danno del solitario, dell’asociale e magari mi dicono che tendo ad isolarmi, penso alle parole che Alex Fringberger scrisse su un pezzo di carta a mio nonno un bel po’ di anni fa.
“Caro Luigi, voi della vostra famiglia avete la tendenza a vivere da soli anche quando vi trovate tra la gente, ma ricorda :No man in an island”
Ed è innegabile che Fringberger avesse ragione quando ci definiva una famiglia solitaria.
Fringberg, conobbe mio nonno nella Biblioteca Marciana di Venezia mentre faceva ricerche per un libro, e lo prese in simpatia.
Mi è stato raccontato innumerevoli volte (la senilità aiuta la ripetizione) di quando i due andavano a pesca assieme o passavano i pomeriggi al bancorne del bar Zanella a bersi un rosso dietro l’altro. Mio nonno dice che Alex (che lui chiavama italianizzandolo, Alessandro) era un tipo pieno di idee, preso dalla smania di scrivere qualsiasi cosa gli passasse per la testa. Alcune dei pensieri migliori, che ritroveremo nei suo libri futuri, sono stati scritti sul legno della barca che usavano per andare a pescare e sono ancora parzialmente visibili.
Fringberger, ma pare di capire, si fermò da queste parti per circa un anno, se ne andò quando l’estate era ormai alle porte dicendo che la nostra zona era unica d’inverno, ma uguale a tante altre d’estate.
Prima di salutare mio nonno gli lasciò una foto che li ritraeva (mio nonno non ricorda le circostanze in cui la foto fu scattata, io, riconoscendo lo sfondo come quello di un bar, presumo che il tasso alcolico abbia fatto dimenticare parecchi particolare ai due soggetti della foto) e un libricino di una cinquantina di pagine intitolato “L’autocombustione delle idee”. Il libro, scritto da Fringberger stesso, non compare in nessuna delle varie bibliografie che ho avuto modo di consultare e a quanto ne so potrebbe trattarsi di una copia unica.
Mio nonno dice di non aver avuto più notizie di Fringberger dal giorno della sua partenza anche se giura di averlo visto qualche anno dopo in una mattina nebbiosa di Dicembre mentre attraversava la laguna a remi su un barchino da pesca.

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