Poesia figlia del caldo.

July 26th, 2005

Caldo, cazzo, caldo!
Libri ovunque, ultimi acquisti sul pavimento, riviste.
Zaino disfatto, magliette sudate e ciabatte.
Oggi in spiaggia?
Chan Chan sullo stereo.
Spieghiamo cosa sono gli mp3?
Mezza bottiglia d’acqua sul comodino.
Non ho ancora pulito nulla, pigro.
L’arte, ah cosa sarà mai l’arte, che dice Carver in proposito? che dice Checov?
Uff, fortuna che ho le zanzariere.
Uff, meno male, c’è l’aria condizionata.
Agosto arriva presto, poi settembre, che dici? Lavoro? Non so.
Sotto silenzio, senza pretese, vedremo.

I feel blue blues

March 22nd, 2005

I feel blue, like old men say
you get it right if you are one of my kind
It’s an unpremeditated state of mind
As it comes it goes away

I feel blue, no matter if I prey
I can be wrong even when I know I am right
And I can see shadow even in the light
Life is short but who cares anyway

Chi è quell’uomo.

February 18th, 2005

Forse è una cosa strana, mi sa che l’ha pensato anche Marta oggi, ma lei mi sopporta e quindi se n’è fatta una ragione.
I fatti sono questi:
Ieri ho iniziato a scrivere qualcosa. Poche righe, parlano di una persona.
Ad un certo punto mi sono ricordato di aver avuto dentro una cartella nel Pc qualcosa in sospeso. Ho riletto quella cosa e mi sono accorto che stavo parlando della stessa persona e allora ho messo i due pezzi del mosaico assieme.
Ora ho un problema, non so che sia quella persona, non so da dove venga e non capisco cosa abbia fatto di tanto terribile per rimanere sola.
Ho deciso di chiedere una mano a Gil Grissom del CSI di Las Vegas. Sono sicuro che analizzando le prove mi potrà essere di grande aiuto.

Sono sicuro che la vita è una gran bella cosa, ma bisogna prenderla con tanta, tanta ironia.

Gli inquilini del piano di sotto

January 9th, 2005

Ho appena finito la prima Short story del 2005.
Nel 2005 voglio farmi meno paranoie sulla scrittura, quindi ho deciso di fare leggere le mie cose a più persone possibili. Perché dai semi che semino possono sbocciare fiori magnifici.
Se qualcuno vuole leggere la prima short del 2005, basta che mi mandi un messaggio su g_bodichicciolinavirgilio.it
Forse è presunzione, forse solo una richiesta d’aiuto. Chissà.

Codardo

December 13th, 2004

Si avvicinò e poggiandomi una mano sulla spalle mi disse “Credo di essere un codardo, lo sai?”.
Gli risposi che non lo credevo possibile, che per quando non potessi annoverarlo tra le persona più coraggiose che conoscevo, lui non poteva certo essere definito un codardo.
Sorrise, o forse si mise a ridere e mi guardò dritto neglio occhi. “Cosa vedi attorno a te in questo momeno?”.
Risposi che tutto quello che vedevo era un luogo calmo e silenzioso.
“Ecco, io faccio di tutto per mantenere questa calma e questo silenzio, non passa secondo che non preghi Dio che tutto rimanga uguale a se stesso”.
Non sapevo che dire e rimasi in silenzio, ma il silenzio durò pochi secondi perché lui riattacco a parlare.
“Ho paura, capisci? Tremo di terrore al pensiero che domani, al mio risveglio, il mondo non sia più quello che ero abituato a conoscere. Temo il cambiamento, la rottura della quiete, perché poi dovrei preoccuparmi di ricomporre la calma, di riempire i vuoti, di chiamare amici, vedere persone, fare cose solo per riempire il tempo”.
Gli espressi un dubbio, gli dissi che non pensavo che lui credesse veramente che gli amici servissero solo a riempire il vuoto.
“No, hai ragione, non servono solo a questo, ma io ho il terrore di dover utilizzare la loro amicizia per ricomporre la calma, vorrei essere più forte e poter fare tutto da solo”.
Pensai per un attimo di avere di fronte un codardo.

Ritratto

December 13th, 2004

Ritratto

E’ dalla tua pelle,
Che nasce,
si nutre
e fiorisce il mio amore.
E’ dal tuo odore,
Dal suo ricordo che nega il tempo
Che io mi desto
E mi risveglio.
La tua parola è la mia pace.
Il tuo sorriso,
cambia,
ridipinge,
abbellisce,
fa sopportare,
aiuta.
E’ da quegli occhi,
silenziosi e timidi,
complici e vivaci come bambini,
che aspetto un cenno.
Solo un cenno.

Simple

December 6th, 2004

Drain all the blood from my veins
Drain all the tears from my eyes
After all those plans we made
Void is what we create.

Pensierino della solita Domenica

October 31st, 2004

“Being a dream, I know, It’s clear
you have, somehow, to disappear”

Ho capito.

September 30th, 2004

“Ho la sensazione di aver perso molto tempo”, dice lui.
“Perso, in che modo?”, faccio io.
“Ma così, come fanno un po’ tutti, vivendo qua e là”, dice a mezza voce.
“Non credo che vivere faccia parte delle attività che ti fanno perdere il tempo”, faccio io.
“Non lo so, non ne sarei tanto sicuro”, e mi guarda di sottecchi per vedere la mia reazione, “tu non credi che a volte si perda tempo proprio vivendo?”
“No, direi di no, anzi, ne sono sicuro”, dico io serio.
“Io, ho passato una vita intera senza leggere niente ed ora leggo un centinaio di libri all’anno”, mi fa sconsolato.
“E ti pare poco, io, cento libri, non li leggerò nemmeno in tutta la cita”.
“Non è del tempo presente che mi preoccupo, ma degli anni di vuoto”, mi fa lui.
“Ma avrai fatto altro!”.
“Cosa?”
“Ti sarai laureato”, dico poco convinto.
“No”, fa lui perentorio.
“Sposato?”
“No”, continua lui secco.
“Fatto i soldi?”, mi permetto di dirgli, sempre più flebile.
“No”.
“Ma allora, che cazzo hai fatto?”
“Niente”, mi dice lui con una lacrima che gli scivola via da un occhio.
“Proprio niente?”
“Zero assoluto, non ho niente che possa chiamare risultato”, mi fa lui.
“Forse hai ragione, hai solo perso tempo”.
“Già, forse”.
Poi mi sono svegliato, ho visto le foto degli amici e…ho capito.

Questi non sono io.

September 24th, 2004

Da dove si può cominciare a raccontare una storia? Sia essa la storia di un uomo, di una donna o di qualsiasi altro essere animato o inanimanto? Dai! Ci si può sbizzarrire, basta la fantasia e un po’ di voglia di far bene.
Si potrebbe cominciare da Eleonora.
Eleonora ha ventiquattro anni, vive a Bologna e ha un esame. Ha paura, come l’ha sempre avuta, come ce l’hanno tutti gli studenti. In questo non è diversa dagli altri. La paura è un minimo comune denominatore di tutti gli studenti, di tutti gli uomini oserei dire. La paura è umana. Allora comincio la storia così: Eleonora va all’esame e ha paura, ma la paura per l’esame diventa qualcosa di più grande e mano a mano che la storia si sviluppa, la paura dell’esame diventa la metafora di un terrore più grande e improvvisamente Eleonora scopre di non esistere, scopre di essere il parto della mia fantasia.

Si potrebbe parlare di Giulio, alto, moro, con gli occhi azzurri. Adorato dalle ragazzine, invidiato dai coetanei, ma in fin dei conti benvoluto. Educato, compito, mai una parola fuori posto, mai una camicia sgualcita, mai nulla di stonato. Giulio è il ritratto della perfezione. A detta di tutti è l’essenza stessa della perfezione, un modello da seguire e da additare ai propri figli. Giulio però uccide e la maschera di perfezione che indossa serve solo a fargli mantenere l’equilibrio. Giulio mostra agli altri ciò che essi vogliono vedere, lui questo l’ha capito, ma di notte, Giulio, ritorna se stesso e uccide.

Potrei parlare di Tariq. Di padre Pakistano e madre Svizzera. I genitori si sono conosciuti per caso a Londra. Si sono dati appuntamento a gesti perché nessuno dei due era ancora pratico di Inglese. Ma il destino vuole la sua fetta di notorietà, i quindici minuti profetizzati da Warhol. Lei perde la metropolitana, lui sbaglia locale. Non si incontrano. Lui torna a casa un po’ incazzato, ma più che altro dispiaciuto. Lei non ha ancora capito cosa sia successo. Arriva al locale, aspetta un po’, ma lui li non c’è. Torna sui suoi passi, prende un taxi perché è già tardi e si fa mollare davanti al proprio appartamento e lì lo trova. Abitano uno di fronte all’altra. Ora abitano assieme, sposati da trentadue anni, Tariq è l’ultimo genito e vuole fare lo scrittore.

Parliamo invece di Stefano.
Lascia la macchina in garage, chiude a chiave e controlla se ha la borsa a tracolla chiusa. L’ultima volta l’ha lasciata aperta e “I tre moschettieri” sono finiti per terra, in una pozzanghera. Si dirige verso casa, fa quei rituali centodieci passi per superare un breve tratto di selciato. Sta pensando a quello che gli è capitato durante la giornata. Sono cose che ti cambiano la vita, a lui gliel’hanno cambiata, l’ha capito subito, proprio mentre succedeva. E’ stanco ora, e mano a mano che si avvicina verso casa lo diventa sempre di più. Cammina trascinando stancamente i passi, sperando che come ultimo colpo di scena, qualcosa lo induca a fare dietro front e dare le spalle al posto in cui vive. Non ha voglia di tornare a casa, proprio non ne ha. Alcune giornate andrebbero vissute fino in fondo, perché quando comincia ad inebriarti di novità, trovi difficile dover smettere. Vorrebbe che i secondi durassero secoli perché non ha mai sentito così forte la sensazione della vita che ti scorre nelle vene. E pensare che…
Passo dopo passo, casa è sempre più vicina, la riconosce, come potrebbe non riconoscerla? E’ lì che dorme, mangia e si richiude in se stesso. Fa un ultimo sforzo per cambiare d’umore, ma non ci riesce. Purtroppo è questo l’umore di questa sera, ha troppe cose dentro per poterle tenere a bada e lo vorrebbe gridare, vorrebbe parlare con chi lo può capire. E’ arrivato davanti a casa. E’ in piedi davanti alla scalinata, solo venti scalini lo separano dal portone. Tra venti scalini arriverà sul pianerottolo, tirerà fuori la chiave dalla tasca dei pantaloni, infilerà la chiave nella toppa e la girerà per due volte verso destra. Due giri completi e il portone sarà aperto, quando lo richiuderà dietro le sue spalle la giornata sarà irrimediabilmente finita.
Se ne rimane fermo come fosse ghiaccio, ma lentamente i suoi muscoli lo incitano al movimento, soffia una brezza umida e fredda che lo fa rabbrividire, vorrebbe alzarsi il colletto della camicia, ma non serve, tra un attimo è sù.
Comincia la scalata.

[Scalino numero uno]

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