50/50 Una recensione.

March 6th, 2012

Penso che gli assemblatori di trailer per i film ci mettano proprio una buona volontà per farti credere che stai per guardare un film ed invece alla fine ne vedi un altro.
Ricordo un caso eclatante di qualche anno fa. Il film era “Se mi lasci ti cancello” (sig), traduzione italiota di “Eternal Sunshine of a Spotless Mind”. Nel trailer si intuiva una fortissima verve comica. Io e il mio amico Fabbry ci siamo detti, epporcazzozzaeva andiamo a vederci quel fuori di testa di Jim Carrey che ci regala un po’ di smorfie con quella sua faccia di gomma.
Risultato: un’ora e mezza di profonda depressione in cui ho pensato, nell’ordine:
– di farla finita;
– di finire il tipo che aveva assemblato il trailer;
– di darmi alla Wicca;
– di passare al lato oscuro della forza;
– di dipingermi di giallo, stempiarmi e girare come se fossi un novello Homer Simpson;
– di far parte di una cellula dormiente di Al-Qaeda.

Film deprimente ai massimi livelli. Che poi fosse un capolavoro o meno lo lascio decidere agli altri.

Ieri mi è successo di nuovo. Anche se devo dire che un po’ le premesse c’erano. Comunque, il film si chiama 50/50 e credo sia in uscita ora in italia. Io me lo sono guardato in inglese perché avevo visto un servizio su Coming Soon e complice la presenza di Seth Rogen, Angelica Huston e quell’attore che faceva la parte del ragazzino nella sit-com anni novanta “Third Rock From the Sun” (che poi nel frattempo è anche cresciuto e ha fatto anche Inception, tra l’altro).
Il protagonista ha un tumore. E’ giovane e ha un tumore. Sfiga. Vabbè, con delle premesse così non può essere una commedia. Eppure, ta daaa quelli del servizio fanno passare il film come una commedia.
Io penso, devono essere stati bravi a trattare un argomento del genere con delicatezza. Mi convinco a guardarlo.
Succede che [Spoiler] lui scopre che il mal di schiena è un tumore, l’amico del cuore cerca di sfruttare lo stato di malattia del protagonista per scopare a più non posso, la fidanzata del protagonista (che sono tipo sei mesi che non glielo succhia al protagonista perché non le piace) gli regalo un levriero da corsa in pensione di nome Skeletor, che sembra davvero uno scheletro e che solo a guardarlo ti abbassa il livello dell’umore a meno cinque. Poi la ragazza, non contenta cornifica bellamente il protagonista, tenta di salvarsi con una slinguazzata acrobatica me alla fine viene cacciata, con enorme soddisfazione dell’amico del cuore. Successivamente veniamo a conoscenza che la madre del ragazzo è iperprotettiva, iperapprensiva e iperscassacazzi, ma che in realtà non lo fa apposta, è solo che il marito, nonché padre del ragazzo c’ha l’alzehimer. E per almeno un’ora di film il protagonista non ride mai, nemmeno quando l’amico del cuore gli confessa di avergli tagliato a zero i capelli con il rasoio che di solito usa per radersi il culo. Insomma, penso io, te la farai una risata dopo aver fracassato il cranio al tipo?
Intanto il tumore non risponde alla chemio e l’operazione è rischiosa. Il protagonista giustamente schizza e inizia a pensare che forse deve morire.
Io, verso i venti minuti dalla fine ho iniziato a piangere. Alla faccia di quello che me la voleva far passare come una commedia.

In certi punti ho notato una certa similitudine con un’altro film, “Garden State” starring Zach Braff e Natalie Portman. Anche in quel caso il protagonista è perfettamente apatico ed è depresso marcio.

Comunque, fermo restando che non è possibile dire che 50/50 sia una commedia, l’ho apprezzato molto. Mi è sembrato che si cercasse di trattare la questione della malattia del ragazzo senza metterci dentro i soliti luoghi comuni. Non c’è un personaggio totalmente privo di macchie, se si esclude forse la psicologa principiante.

Dateci un’occhiata e poi tornate qui a dirmi che ne pensate.

Attendendo l’ampliamento dell’inferno

February 28th, 2012

E’ proprio quando cerco di dire o fare qualcosa di interessante che invece mi escono fuori solo cose inutili. Vorrei che funzionasse anche al contrario, che quando cerco di fare cazzate mi uscissero fuori importanti progressi per l’umanità. Evidentemente non funziona così, o almeno a me non va così.
Ci sono giornate particolari, come probabilmente questa, in cui ho bisogno di essere “riconosciuto” in quanto valore aggiunto. Non so se mi spiego, ma mi da noia pensare di esistere e basta, di esserci e di non avere altro scopo nella vita che quello di esserci e basta. C’è tanta gente lì fuori che produce valore aggiunto, che migliora il mondo in cui viviamo. Beh, c’è anche gente che rende la terra un posto invivibile ma loro sono la riprova che l’inferno ha finito i posti a disposizione così gli stronzi ce li teniamo noi fino a che non ampliano gli inferi.
Io però vorrei stare più nell’ambito delle persone positive, non chiedo nemmeno molto, solo di stare a metà di un’ipotetica classifica tra persone ignobili e persone nobili. Tutta qui la faccenda.

Milan – Juventus

February 28th, 2012

Permettetemi, per una volta, di parlare di calcio.
Premetto, sono juventino e sono sicuro che nella vita ci siano disgrazie peggiori (così tolgo subito dal tavolo la questione che molti avanzano che essere juventino sia un sfiga e una condanna).
Ho vista la partita sabato sera e ho visto per sessanta minuti circa la juve più brutta dell’anno al pari di quella vista il primo tempo con il Napoli.
Adesso, mi rendo conto che parlare di calcio è sempre difficile, parlare di risultati giusti o sbagliati e di oggettività dei fatti nel calcio non è possibile. Mi rendo anche conto che la presa per il culo nel calcio è facile. Io ho dei colleghi interisti, ho cercato di mantenere un tono pacato per tutto il campionato, ma da un paio di settimane a questa parte confesso che qualche battutina velata mi sfugge. A me prendere per il culo gli altri non mi va perché so che nel calcio è tutta una ruota che gira. Prima vinci tu e poi vinco io. Amen. E’ una cosa ciclica.
Detto questo. Dopo Milan-Juve ne ho sentite di tutti i colori. Ho sentito travisare la realtà dei fatti da una parte e dall’altra. Ho bisogno di mettere giù quello che penso io. Me ne frego degli ultras che vedono solo i propri colori e che negherebbero anche l’evidenza e me ne frego di chi ancora adesso tira in ballo calciopoli. In una partita come quella di domenica calciopoli non conta.
Conta il fatto che la terna arbitrale è composta da esseri umani. Conta lo stress che hanno dovuto subire e non conta il fatto che siano pagati per fare quel lavoro. Lo stress arriva a prescindere. Conta che per un po’ si è voluto montare un caso mediatico prima della partita. Un Milan contro Juve farcito di polemiche che mi hanno fatto schifo. Conte ha un caratteraccio, sarebbe meglio che ogni tanto tacesse. Allegri ormai si è capito che è falso come una banconota da tre euro. Vuole fare il simpatico, non ci riesce. Conte non vuole fare il simpatico, vuole stare sul cazzo a tutti, ci riesce.
Poi c’è il discorso relativo agli errori arbitrali.
Il goal di Muntari era sacrosanto. Era regolarissimo e andava convalidato. Ha sbagliato il guardialinee a non vederlo, ha sbagliato l’arbitro a cambiare idea sull’indicazione del guardialinee. Una catena di errori assurda.
Il milan sarebbe andato sul 2-0. Partita finita? No, non credo. Non con una Juve normale e non con quel Milan che è arrivato al sessantesimo senza forze.
Tra il primo e il secondo tempo Galliani è andato negli spogliatoi. Non ne aveva il diritto. Non aveva il diritto Conte di rispondergli. Ognuno dovrebbe farsi i cazzi propri. Galliani è andato negli spogliatoi per influenzare l’arbitro e ci è riuscito. L’arbitro ha sbagliato per tutto il secondo tempo per paura di favorire una squadra piuttosto che un’altra. Ha sbagliato.
Il goal di Matri era regolare, Mexes andava cacciato, e altre cose varie durante tutto il secondo tempo.
Poi, per questioni di ordine disciplinare è intervenuta la prova TV. A Mexes hanno dato 3 giornate. A Muntari niente. A Pirlo nemmeno. Van Bommel non è nemmeno stato citato.
Credo che sia stato giusto non squalificare Pirlo e Van Bommel anche se la prossima volta è meglio che entrambi lascino a casa i gomiti. Non credo sia giusto non aver squalificato Muntari. Ha preso a sberle per un bel po’ Lichtsteiner e l’ha fatta franca. Ho sentito dire che comunque Lichtsteiner lo aveva trattenuto per il collo. Bene, mi sta benissimo, sono per la parità di trattamento. Una bella squalifica a tutti e due e via. Andavano squalificati sia Conte che Galliani e ammoniti ufficialmente Chiellini e Ambrosini perché chi provoca deve essere punito quanto chi si è fatto provocare. Sono calciatori e non mi aspetto che lo capiscano.
Capitolo Buffon. Ha detto che non l’ha vista entrare e che se l’avesse vista entrare non avrebbe detto nulla. Gli credo e sono convinto che tutti i calciatori dalla serie A fino ai campetti dell’oratorio avrebbero agito allo stesse modo. La sportività nel calcio non esiste, se volete la sportività provate con il Curling (ma anche li ho seri dubbi). Ho sentito qualche trombone dire che Buffon avrebbe dovuto stare zitto e penso che sarebbe proprio questa gente a dover star lontana dai microfoni. L’ipocrisia nel calcio è talmente tanto scontata che non c’è bisogno di darle spazio.
Ma da tutto questo cosa salta fuori? Salta fuori che la Juve ruba, che vince solo se ruba. Che gli arbitri pre calciopoli erano asserviti alla squadra bianconera, che poi tutti gli errori pro Inter e Milan erano il caso e che ora si è tornati a lottare per lo scudetto solo perché abbiamo ricominciato a rubare. Chi lo dice? Lo dicono i giornali, la Gazzetta in primis, la stessa Gazzetta che è stata prontissima a fare il titolone “Così truccavano i sorteggi”, ma che non ha aperto bocca quanto il tribunale di Napoli ha certificato che i sorteggi degli arbitri erano regolari. Vabbè, i media sono vicini al Milan, sono Milanocentrici. Amen, mettiamocela via.
Ipocrisia ancora.
E’ stato bello per molti giustificare anni di insuccessi tirando fuori l’uomo nero. A scanso di equivoci lo dico chiaro chiaro, Moggi a me non piace. E’ stato un dirigente fenomenale, ma come persona non mi piace.
Perdevano perché rubavamo.
Il mio parere. Perdevate perché non eravate i più forti. Gli arbitri sbagliano, hanno sempre sbagliato. Mettetevela via, sono umani cazzo.
Milan – Juventus. Una partita con una serie di errori arbitrali da casa degli orrori. In un senso e in un altro. La federazione ha mandato gli arbitri e i guardialinee migliori. Hanno sbagliato. Poteva finire 2-0, 2-1, 2-2, 2-3, 4-0 non lo può sapere nessuno.
Per la cronaca il milan ha segnato su cazzata duplice di Bonucci e su calcio d’angolo. Un altro tiro di Van Bommel e poi niente. Nel secondo tempo non hanno tirato mai in porta.
Tutta questa superiorità non l’ho vista, ma il calcio è così, è pieno di opinioni personali e come si dice, le opinioni sono come i coglioni, ognuno ha le sue.

Pagina 271

February 27th, 2012

A pagina 271 del libro “L’ombra dello Scorpione” di Stephen King mi sono chiesto quanto è forte il potere della suggestione.
Se non sapete (ma con chi sto parlando) di cosa parla il libro direi che vi conviene lasciare perdere questo post. Comunque non vi perdereste nulla di indispensabile.
Il potere della suggestione dicevo.
Il libro parla di un’epidemia di un virus, lo chiamano Capitan Trips, un virus bello tosto. Se te lo becchi sei spacciato. Funziona come un raffreddore, ma molto molto più bastardo. Inizi a starnutire, un paio di colpi di tosse e op, tre metri sotto terra.
Quindi, la trama, nelle prime duecento pagine ha uno schema ricorrente. Incontri un personaggio, ti ci affezioni, impari a conoscerlo meglio e poi…il personaggio starnutisce. Fine della storia.
Poi c’è una variante. Incontri un personaggio, stronzo, madonna come lo uccideresti con le tue mani, ma proprio bastardo nel midollo e…oh, non starnutisce mai! Nemmeno se gli passi una piuma sotto il naso…ma non è nemmeno lontanamente allergico, neanche un raffreddore da fieno, niente niente, naso asciutto. I fazzoletti li usa per pulire le panchine su cui si siede.

Il potere della suggestione ha fatto si che un paio di giorni fa io abbia starnutito e il primo pensiero che ho avuto è stato: cazzo, sono finito!
Il secondo pensiero è stato, vabbè, ma se me la son presa vuole dire che non sono poi tanto bastardo.

 

La mia personale storia degli incubi

February 22nd, 2012

La mia personale storia degli incubi inizia come inizia quasi tutto quello che mi riguarda. Con la TV.
Evidentemente di TV devo averne avuto abbastanza già da piccolino perché, tra un cartone animato di Fantoman e uno di Vultus V ho iniziato a mostrare segni di squilibrio. La notte, quando tutta la casa taceva, io urlavo. Di notte, quando non si muoveva una piuma e i componenti della mia famiglia giacevano distesi orizzontalmente io mi alzavo e fissavo fuori dalla finestra. Solo che le persiane erano abbassate e chissà che mi credevo di vedere.
Mia madre, povera donna, mi portò dal dottore. Diceva, bontà sua, che quelle urla e quei comportamenti da disadattato non potevano essere normali. Forse non lo erano e forse erano in nuce qualcosa che poi con il passare degli anni mi ha reso così come sono. Certo è che il dottore di cui non ricordo assolutamente nulla, disse che era tutto normale e che l’unica cosa da fare era tenermi distante da certa TV.
Mentre ne parlo mi viene da pensare che forse non si trattasse di un dottore qualsiasi, forse si trattava di uno psicologo. Vuoi vedere che i miei mi hanno portato dallo strizzacervelli già da bambino e non mi hanno detto nulla? Sarebbe tipico. Infondo,  non sono loro gli stessi genitori che mi portavano sempre dalla visita oculistica quando i miei compagni andavano in gita. Non sono loro la ragione per cui alla tenera età di 36 anni posso dire di non essere mai andato al circo?

Gli incubi svanirono per un po’. Poi tornarono. Non urlai più, ma iniziai a soffrire nel sonno.
Il primo incubo ricorrente riguardava mia madre. Ricordo che la trama dell’incubo si svolgeva in questo modo: mia madre veniva rapita da un cattivone non ben definito che voleva farle cose altrettanto indefinite e io ero quello che la doveva salvare. Gli psichiatri si divertiranno a sapere che il luogo in cui veniva tenuta in cattività mia madre era il posto di lavoro di mio padre. Complesso di Edipo anyone?

Il secondo incubo ricorrente ha a che fare con i pesci. Sognavo di camminare a piedi scalzi nell’acqua di un fiume e pesci mi morsicavano avidamente i piedi. Tutt’ora non sono a mio agio quando al mare mi devo tuffare nell’acqua. Che volete che sia per uno che è nato e vissuto in una località balneare per 30 anni.

Il terzo incubo ricorrente è quello che ho anche ora. Sogno delle strutture architettoniche immense. Strutture che si vedono a migliaia di chilometri di distanza e che sono costruite a ridosso della mia casa. Le strutture vibrano e la mia casa vibra con loro. Questo incubo mi angoscia. Una variante implica la presenza di uno scimmione come King Kong. Vi basti sapere che non ho mai visto alcun film con protagonista King King, nemmeno quello di Peter Jackson. Non ho visto nemmeno il pianeta delle scimmie…anche Tarzan mi sta sul cazzo.

Questa è la mia breve storia personale degli incubi. Ora, alcuni degli incubi che avevo da bambino se ne sono andati. Sono stati rimpiazzati da incubi più reali, che una persona può vivere quotidianamente anche senza chiudere gli occhi e dormire. E spesso penso che l’angoscia che uno prova da bambino mentre attraversa la fase degli incubi non è altro che una palestra per prepararsi all’angoscia che dovrà affrontare da adulto.

Pagina 97

February 16th, 2012

A pagina 97 del manuale che sto leggendo mi fermo un attimo e alzo la testa. Guardo fuori dalla finestra, tanto per non perdere il contatto con la realtà e non pensare che il mondo sia bianco striato di righe nere. Fuori c’è il sole e se non fosse freddo sarebbe una giornata ideale per andare a correre. Gli alberi sono di un verde che definire smeraldo sarebbe riduttivo.
Ho preso una pausa.
La caffettiera gorgoglia, la musica va e mi ricordo che nella vita ho amato più di una persona. Anche contemporaneamente. Ho anche tradito in passato. In un periodo in cui avevo una stima di me talmente tanto bassa da pensare che il futuro sarebbe stato nero e che mi sarei dovuto accaparrare il maggior numero di amori possibili. Ho anche fatto soffrire, ma mai per questo motivo.
Poi ricordo che mentre leggevo, fitto fitto, con una matita in mano e una penna rossa in bocca, a tratti pensavo ad altro. Succedeva che una parola, un segno fatto con la matita, un nome che per assonanza rimandava ad un altro, succedeva appunto che mi venisse voglia di leggere un libro, e poi un altro, e poi un altro ancora.
Ho pensato a Lethem, a Borges, al Dottor Norrell, a Yates e King, ho pensato alla Grounded Theory e a Bateson, ho pensato a Silvia, Valentina e Beth, ho pensato a Giulia, l’amore della mia vita per un po’ e ho pensato a colei che non incontrerò mai nella mia vita. Ho pensato molto, ho pensato che vorrei che ci fossero molteplici universi paralleli in cui il mio alter ego potesse sguazzare in lungo e in largo senza limitazioni. Iniziando quando avrebbe dovuto iniziare e cioè da giovani, quando tutto dovrebbe essere migliore.
Inizio pagina 98.

Maya e scuola guida

February 14th, 2012

Dei 18 anni ricordo la scuola guida. Ricordo che il tizio che ci faceva lezione un giorno ci parlo’ delle frenate. Disse che se ad una determinata velocità ci si metteva a frenare, lo spazio di frenata era definito da una regola (che ora non ricordo) e che era quello. Poi fece un esempio. Mettete che siete ad una velocità tot e che vi servano 50 metri per arrestare la macchina. Mettete che a 30 metri da dove iniziate a frenare ci sia un ostacolo. Come fate ad evitarlo?
Le risposte furono molteplici, tutte sbagliate.
Il tizio ci spiego’ che comunque andava, quell’ostacolo era destinato a voi. Amen. Il massimo che potevate fare era buttarvi fuori strada, con tutte le conseguenze del caso.
Ecco, a volte, con la profezia dei Maya io mi sento così.
Anche se freno non c’è nulla da fare, l’ostacolo e’ li che mi aspetta. Mi potrei buttare fuori strada, ma non sono il tipo.
Certo, sia chiaro, io ai Maya non credo. Non credo a chi non ha una pagina Facebook.

Fringe S04E12 – Spoiler Alert

February 13th, 2012

Tanto per alternare post semi seri a post di poca importanza, ecco che mi metto a parlare di TV. Non è mia abitudine farlo, ma con questa serie qui mi è proprio venuta voglia.
Seguo Fringe dall’inizio e, mai come in questa serie, la parola d’ordine è Suspension of disbelief.
I creatori di Fringe non solo hanno creato un universo fittizio in cui accadono cose aldilà dell’improbabile, i creatori, sti maledetti, non contenti, hanno creato anche un universo parallelo e tanto per non farsi mancare nulla c’hanno messo in mezzo anche una linea temporale aggiuntiva.
Tanto per farlo capire a chi non l’ha mai guardata.
Ti abitui ad un universo, ai suoi personaggi, alle dinamiche che si stabiliscono tra di loro e poi…poi ti mettono sul piatto un secondo universo, un universo parallelo in cui esistono le stesse persone che ci sono nell’universo principale (universo blu), ma che non sono proprio uguali, cambiano leggermente (a volte anche pesantemente), ma cambiano. E cambia anche il panorama generale. Nell’universo alternativo (quello denominato rosso) ci sono ancora le torri gemelle e la statua della libertà è in bronzo. Sono cose che ti danno da pensare.
Ecco, direte voi, bel casino, mi ci vorrà un po’ per abituarmici. Ed infatti, a ritmo di una puntata di qua e una puntata di là, ci mettete almeno una serie intera a farvene una ragione.
Giusto in tempo per vedere uno dei personaggi principali scomparire improvvisamente ed essere completamente rimosso dalla linea temporale che voi conoscevate. Boom, qui parte la seconda raffica di neuroni. La quarta serie, quella in corso, inizia con i due universi (che si stanno un po’ sulle balle a vicenda perché un universo ha quasi distrutto l’altro e l’altro cerca di vendicarsi) che non sono più come li avete vissuti. In pratica, aver tolto dalla linea temporale il personaggio chiave, ha fatto si che lo sviluppo di quei personaggi prendesse una piega diversa.
Prendete Walter per esempio. Nel primo universo blu è uno che esce da un ospedale psichiatrico e che con l’amore del figlio riesce a prendere la strada del miglioramento fino ad essere quasi autonomo. Nel primo universo rosso è un uomo profondamente ferito dalla perdita del figlio che si dedica anima e corpo a distruggere l’altro universo. Dopo che dalla linea temporale viene tolto Peter (il figlio di Walter in tutti gli universi conosciuti), nell’universo blu Walter non è migliorato e rimane chiuso nel laboratorio in preda alle sue fobie. Nell’universo rosso la carica di odio di Walter sembrerebbe essere meno accentuata.
Ok, vi abituate alla cosa. Peter è andato, non esiste e i personaggi sono cambiati.
Boom, terza fila di neuroni KO. Peter per qualche motivo torna. Solo che nessuno sa chi è, nessuno si ricorda di lui e i personaggi lo odiano. Come cazzo fa un tipo che compare dal nulla tutto nudo, che nessuno conosce a sapere tutto quello che sa lui sulla Fringe Division?
Peter ci mette un po’ ad abituarsi, proprio come noi. Cerca di farsi dare una mano dal Walter di uno e dell’altro universo. Capisce che deve tornare indietro, ma non sa ben ne come ne dove.
Insomma, c’è di mezzo un’altra linea temporale, per cui lui dovrebbe tornare nella linea originale dove tutto lo conoscono e lo amano. Certo che pensando che si tratta di Fringe, io mica me la sono messa via che questa non sia una nuova linea temporale, bensì un nuovo universo.
Comunque, la puntata che è andata in onda Venerdì in america è la dodicesima della quarta stagione ed è stata fantastica. Una puntata basata completamente sul paralellelismo tra universi binari e linee temporali binarie. Solo che stavolta le due cose si stanno fondendo.
Mi rivolgo a te, spettatore abituale di Fringe, non ti pare che le due linee temporali stiano combaciando in qualche modo. Walter che diventa simile al Walter originario del primo universo Blue. Lincoln lee che non c’è per tutta la puntata. Broyles e Aspirin che non sono troppo presenti e Olivia, beh Olivia che te lo dico a fare…è Venerdì, Venerdì è Domino.
Pare che Peter stia influenzando e unendo le due linee temporali. Non ho ancora capito se  David Robert Jones sia da incolpare anche per questo oltre per il fatto che sta facendo collassare i due universi uno sull’altro.
Piccola parentesi: che diavolo ha in mente DRJ?
Ah, quasi dimenticavo. E gli osservatori? Chi diavolo sono? Cosa fanno? Hanno uno scopo?

Detto questo mi sono sfogato. Mi resta solo una piccola cosa da dire.
Fringe probabilmente verrà cancellato alla fine della quarta stagione e ciò prova senza alcuna ombra di dubbio che gli americani non sono la razza superiore che credono di essere.

Punto di partenza

February 13th, 2012

Ho 36 anni suonati e non ho bisogno di fare grossi sforzi per ricordarmi quando ho sentito parlare per la prima volta di internet. Ero in terza superiore, considerando che sono stato bocciato un anno, probabilmente avevo 17 anni o giù di lì. Nel libro di testo che utilizzavamo per le lezioni di inglese, che ovviamente aveva una forte connotazione contabile visto che ho frequentato un istituto per ragionieri, tra le fatture e le bolle d’accompagnamento, c’erano dei piccoli riquadri grigi che riportavano la descrizione di alcuni paroloni.
Ricordo che il nostro professore d’inglese, una persona che passava attraverso molteplici stati d’animo durante una stessa giornata* era particolarmente interessato alla definizione di POP e Email. Ricordo che ce le faceva recitare quasi a memoria. Credo di averlo considerato un pazzo furioso all’epoca. Nessuno di noi aveva ben chiara la portata del cambiamento a cui andavamo incontro. Era completamente fuori dai nostri schemi logici e di pensiero. Vuoi perché lui era già “vecchio”, vuoi perché noi avevamo tutti mediamente 16/17 anni e avevamo in testa solo poche cose ben precise. La musica, le ragazze/i ragazzi, il sabato sera con gli amici al bar e la domenica pomeriggio in discoteca. Insomma, non eravamo preparati a recepire l’importanza di Email e POP, ma non eravamo preparati nemmeno a molte altre cose, tipo la politica o l’impegno sociale. Eravamo imbizzarriti se si parlava di musica, di chi era meglio tra i Blur o gli Oasis, di chi fosse più Grunge tra i Nirvana e gli Smashing Pumpkins**. Poi internet è arrivato e ci ha sommersi tutti. Non eravamo preparati, ma poi, alla lunga abbiamo iniziato a nuotare. Il mio primo indirizzo email risale all’iscrizione all’università. Credo fosse il 95. Usavamo Eudora. Il primo indirizzo esterno l’ho aperto con Hotmail ed era il 99, l’anno dell’Erasmus. Funziona ancora e lo sto anche rivalutando.
Era impensabile allora che internet e la sua tecnologia mi avrebbe influenzato così tanto da decidere di farci sopra un dottorato. Però è così. Sono sempre stato affascinato dall’idea che un adolescente italiano potesse parlare degli affari suoi con un pari età americano. Io, ad esempio, su internet ho conosciuto alcune persone davvero interessanti. Con internet mi sono organizzato una gita a Brighton nel lontano 97***, con internet ho anche trovato lavoro ho trovato da far sesso, ho ascoltato tonnellate di musica e letto quintalate di libri e simili.
Vabbè, tutto questo per dire che non sono un nativo digitale, ve ne ho dato la prova e ciò un po’ mi preoccupa. Mi preoccupa relativamente la dottorato. Il rischio, in questo momento, è quello di cercare di trasportare strutture collaborative collaudate all’interno di un nuovo media. Mentre in realtà, è necessario esplorare il web senza pregiudizi per comprendere quali vantaggi possa dare alla collaborazione.

* Per darvi un’idea del tipo con cui avevamo a che fare vi posso dare un paio di esempi. Una mattina entra in classe tutto incazzato, era la prima ora. Le donne delle pulizie non avevano tolto del gesso dalla cattedra. Ha fatto volare la cattedra e poi ci ha fatto restare in piedi per 5 minuti, ma sarebbero stati molti di più se non fosse entrata l’insegnante di italiano a fargli notare che non era la sua ora. Ovviamente, per la terza ora, quella sua, è entrato in classe con un sorriso meraviglioso.
Seconda cosa. Io con lui prendevo un quattro a trimestre. Senza motivo. Lo giuro. Inglese era la materia che preferivo di più e c’ero anche portato. Una volta mi ha messo quattro perché sono andato a prendere un compito alla cattedra senza il dovuto impegno. Fate voi.

** Per inciso, io ho sempre adorato di più gli Smashing Pumpkins e credo che se i Nirvana non avessero dovuto scontrarsi con la morte di Kurt Cobain adesso probabilmente starebbero facendo collaborazioni con Solveig, Fat Boy Slim, Katie Perry, etc. Per inciso, lo penso anche dei Queen, altro gruppo che adoro.

***Ho fatto una cosa strana anche per i miei canoni. Ho cercato l’università di Brighton e nel motore di ricerca interno ho messo il cognome che mi sembrava più inglese “Gallagher”, ho trovato un po’ di nomi di studenti e ho inviato loro una email. Ha risposto una Lucy. La quale Lucy gentilissima ha portato me e il mio amico Fede in giro per la città e a bere una birra in un pub ricavato da una chiesa sconsacrata.

Mutuo, una seconda riflessione.

January 24th, 2012

Destino vuole che la coperta sia sempre troppo corta.
Tendenzialmente però nessuno te lo dice apertamente. Lasciano che sia tu a scoprirlo con le tue forze, ma le mie forze sono poca cosa in questo momento.
Parliamo di mutui, di tassi variabili o tassi fissi col cap o senza cap. C’è un mondo la fuori che aspetta solo di incontrarvi.
Ecco quello che mi capita. Avrei bisogno di una certa cifra di finanziamento. Ovviamente la rata mensile deve stare sotto ad un certo parametro in modo che io e la mia compagna si possa vivere tranquilli e la banca dia il via al mutuo.
Per forza di cose, quella cifra al momento è irraggiungibile. Se il tasso è più basso di quello delle altre banche allora il capitale finanziato arriva al 70% dell’importo della casa. Se il capitale finanziato arriva all’80% allora il tasso è alto. Se il tasso è basso e il capitale finanziato è l’80% allora ti fanno il mutuo a 20 anni. Tutte queste combinazioni aumentano la rata a livelli spropositati. Allora ti fai abbassare la rata, ma non arrivi alla cifra che ti serve. Allora ti dicono che dovevi risparmiare di più.
Vedete, la coperta è corta.
Poi scopri che c’è una banca che ti da l’80%, un tasso umano per 30 anni, ma devi diventare loro socio, comprare azioni della banca e sottoscrivere un paio di polizze. Sennò, a sentir loro di avere il mutuo non se ne parla.
Infine scopri che un’altra banca ti da 30 anni di mutuo, un tasso decente e l’80% del capitale. Non vuole soci e non gliene frega nulla delle polizze. Vuole solo che ti chiami John John Kennedy, che tu sia nato di Venerdì tredici di un anno bisestile in cui l’estate è stata calda e l’inverno sia stato freddo. In cui i Beatles siano stati primi in classifica per almeno due mesi e mezzo e che tu sia disposto a subaffittare la tua anima al signore delle tenebre.
L’ultima opzione mi sembra la più percorribile.

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