I guardiani del destino – Una recensione

March 7th, 2012

Avete presente quei film che non potete fare a meno di vedere?
Avete presente quei film che sono talmente tanto appassionanti da lasciarvi con il fiato sospeso dal primo all’ultimo minuto, che sono farciti di colpi di scena, di suspance.
Avete presente quei film in cui la recitazione raggiunge dei picchi di eccellenza per cui possiamo parlare di settima arte? Quei film in cui l’alchimia tra gli attori è talmente tanto forte che vi chiedete se ciò che state vedendo è reale o meno?
Ecco, se avete presente quei film di quel tipo lì, vi chiedo una cortesia.
La prima, datemi qualche titolo che me lo guardo.
La seconda, non guardate “I guardiani del destino” perché ci avviciniamo moltissimo al territorio del tempo perso.

I motivi per cui mi sono messo a guardare questo film nonostante sentissi puzza di bruciato lontano un miglio sono pochi, ma buoni.
Prima di tutto Matt Damon mi sta simpatico. Poi, lei,  Emily Blunt è una di quelle attrici che non è che segui molto e che non sai nemmeno se sia brava o no, è solo che c’ha quel qualcosa per cui ti dici che in effetti un colpetto glielo daresti pure. Inoltre, seriamente, la storia dei tipi che controllano il destino e che hanno un cappello fico che ti fa attraversare tutte le porte, anche se chiuse, e ti fa andare da un posto all’altro, beh, insomma, è o non è una storia dalle ottime potenzialità?
Per inciso, questa storia dei signori del destino mi ricorda un episodio di quella che credo fosse la serie “Ai confini della realtà” in cui i protagonisti per sbaglio vedono il futuro. In quel caso lì il futuro aveva la forma di alcuni omini in tutina aderente spersonalizzante che secondo dopo secondo sistemavano ogni particolare della nostra vita. La domanda che uno di loro faceva ai protagonisti era: ti è mai capitato che non trovi più le chiavi? Sei sicuro di averle appoggiate proprio lì ed invece non ci sono. E allora cerchi, cerchi disperatamente fino a che ti accorgi che le chiavi sono proprio lì dove dovevano essere. Ecco, quello è un errore nostro. Dovevamo metterle lì anche per il secondo successivo ed invece ce ne siamo dimenticati, poi ce ne accorgiamo e le rimettiamo a posto.
Ecco, il film mi ricorda un po’ quell’episodio lì, lo stesso tipo di fantascienza anni 40 che, vi confesso, non mi dispiace affatto.  Quegli omini distinti, con il cappello calato in testa, che cercano in tutti i modi di mettere i bastoni tra le ruote a Matt Damon un po’ mi fanno pena. In fin dei conti, fanno un lavoro che non capiscono, per un presidente che non vedono praticamente mai, che da degli ordini che sono parziali e che non condivide le proprie scelte. Poi se al presidente gira, il piano viene riscritto e amen, quello che doveva essere non è più.
Ovviamente il tema preponderante è quello del libero arbitrio. Libero arbitrio che Matt rivendica e che l’omino con il cappello quantifica così: certo che ce l’avete il libero arbitrio, potete scegliere quale dentifricio usare.
Ad un certo punto sta cosa del libero arbitrio mi fa incazzare e penso che gli omini con il cappello possono andare affanculo e che io il mio libero arbitrio lo voglio. Se non che ci viene detto candidamente che fino al 1910 loro c’erano, loro ci guidavano nelle nostre scelte. Poi siccome sembrava che potessimo cavarcela da soli ci hanno lasciato fare e noi, in 50 anni, abbiamo tirato fuori dal cilindro due guerre mondiali, una depressione e un paio di altre cosette succulente.
Allora sono rientrati in servizio. (speriamo ci restino).
E poi, tocco di classe, nel film c’è Terence Stamp. Ecco, Terence Stamp deve essere stato talmente tanto felice di fare questo film che per dimostrarlo usa una sola espressione facciale per tutta la durata della pellicola. Ha solo un leggerissimo tic nervoso verso la fine, ma proprio poca cosa. Uno se non ci fa caso non se ne accorge mica.

Li chiamano angeli, ma non sono gli angeli di Charlie, sono gli angeli del presidente. Presidente maniaco del controllo direi.
In pratica, lei è bella e balla bene, lui è Matt Damon e nel ruolo del politico anti iprocrisia ci sta bene, Stamp è Stamp e il film forse vale la pena di guardarlo se avete l’influenza…meglio se intestinale.

50/50 Una recensione.

March 6th, 2012

Penso che gli assemblatori di trailer per i film ci mettano proprio una buona volontà per farti credere che stai per guardare un film ed invece alla fine ne vedi un altro.
Ricordo un caso eclatante di qualche anno fa. Il film era “Se mi lasci ti cancello” (sig), traduzione italiota di “Eternal Sunshine of a Spotless Mind”. Nel trailer si intuiva una fortissima verve comica. Io e il mio amico Fabbry ci siamo detti, epporcazzozzaeva andiamo a vederci quel fuori di testa di Jim Carrey che ci regala un po’ di smorfie con quella sua faccia di gomma.
Risultato: un’ora e mezza di profonda depressione in cui ho pensato, nell’ordine:
– di farla finita;
– di finire il tipo che aveva assemblato il trailer;
– di darmi alla Wicca;
– di passare al lato oscuro della forza;
– di dipingermi di giallo, stempiarmi e girare come se fossi un novello Homer Simpson;
– di far parte di una cellula dormiente di Al-Qaeda.

Film deprimente ai massimi livelli. Che poi fosse un capolavoro o meno lo lascio decidere agli altri.

Ieri mi è successo di nuovo. Anche se devo dire che un po’ le premesse c’erano. Comunque, il film si chiama 50/50 e credo sia in uscita ora in italia. Io me lo sono guardato in inglese perché avevo visto un servizio su Coming Soon e complice la presenza di Seth Rogen, Angelica Huston e quell’attore che faceva la parte del ragazzino nella sit-com anni novanta “Third Rock From the Sun” (che poi nel frattempo è anche cresciuto e ha fatto anche Inception, tra l’altro).
Il protagonista ha un tumore. E’ giovane e ha un tumore. Sfiga. Vabbè, con delle premesse così non può essere una commedia. Eppure, ta daaa quelli del servizio fanno passare il film come una commedia.
Io penso, devono essere stati bravi a trattare un argomento del genere con delicatezza. Mi convinco a guardarlo.
Succede che [Spoiler] lui scopre che il mal di schiena è un tumore, l’amico del cuore cerca di sfruttare lo stato di malattia del protagonista per scopare a più non posso, la fidanzata del protagonista (che sono tipo sei mesi che non glielo succhia al protagonista perché non le piace) gli regalo un levriero da corsa in pensione di nome Skeletor, che sembra davvero uno scheletro e che solo a guardarlo ti abbassa il livello dell’umore a meno cinque. Poi la ragazza, non contenta cornifica bellamente il protagonista, tenta di salvarsi con una slinguazzata acrobatica me alla fine viene cacciata, con enorme soddisfazione dell’amico del cuore. Successivamente veniamo a conoscenza che la madre del ragazzo è iperprotettiva, iperapprensiva e iperscassacazzi, ma che in realtà non lo fa apposta, è solo che il marito, nonché padre del ragazzo c’ha l’alzehimer. E per almeno un’ora di film il protagonista non ride mai, nemmeno quando l’amico del cuore gli confessa di avergli tagliato a zero i capelli con il rasoio che di solito usa per radersi il culo. Insomma, penso io, te la farai una risata dopo aver fracassato il cranio al tipo?
Intanto il tumore non risponde alla chemio e l’operazione è rischiosa. Il protagonista giustamente schizza e inizia a pensare che forse deve morire.
Io, verso i venti minuti dalla fine ho iniziato a piangere. Alla faccia di quello che me la voleva far passare come una commedia.

In certi punti ho notato una certa similitudine con un’altro film, “Garden State” starring Zach Braff e Natalie Portman. Anche in quel caso il protagonista è perfettamente apatico ed è depresso marcio.

Comunque, fermo restando che non è possibile dire che 50/50 sia una commedia, l’ho apprezzato molto. Mi è sembrato che si cercasse di trattare la questione della malattia del ragazzo senza metterci dentro i soliti luoghi comuni. Non c’è un personaggio totalmente privo di macchie, se si esclude forse la psicologa principiante.

Dateci un’occhiata e poi tornate qui a dirmi che ne pensate.

Attendendo l’ampliamento dell’inferno

February 28th, 2012

E’ proprio quando cerco di dire o fare qualcosa di interessante che invece mi escono fuori solo cose inutili. Vorrei che funzionasse anche al contrario, che quando cerco di fare cazzate mi uscissero fuori importanti progressi per l’umanità. Evidentemente non funziona così, o almeno a me non va così.
Ci sono giornate particolari, come probabilmente questa, in cui ho bisogno di essere “riconosciuto” in quanto valore aggiunto. Non so se mi spiego, ma mi da noia pensare di esistere e basta, di esserci e di non avere altro scopo nella vita che quello di esserci e basta. C’è tanta gente lì fuori che produce valore aggiunto, che migliora il mondo in cui viviamo. Beh, c’è anche gente che rende la terra un posto invivibile ma loro sono la riprova che l’inferno ha finito i posti a disposizione così gli stronzi ce li teniamo noi fino a che non ampliano gli inferi.
Io però vorrei stare più nell’ambito delle persone positive, non chiedo nemmeno molto, solo di stare a metà di un’ipotetica classifica tra persone ignobili e persone nobili. Tutta qui la faccenda.

Milan – Juventus

February 28th, 2012

Permettetemi, per una volta, di parlare di calcio.
Premetto, sono juventino e sono sicuro che nella vita ci siano disgrazie peggiori (così tolgo subito dal tavolo la questione che molti avanzano che essere juventino sia un sfiga e una condanna).
Ho vista la partita sabato sera e ho visto per sessanta minuti circa la juve più brutta dell’anno al pari di quella vista il primo tempo con il Napoli.
Adesso, mi rendo conto che parlare di calcio è sempre difficile, parlare di risultati giusti o sbagliati e di oggettività dei fatti nel calcio non è possibile. Mi rendo anche conto che la presa per il culo nel calcio è facile. Io ho dei colleghi interisti, ho cercato di mantenere un tono pacato per tutto il campionato, ma da un paio di settimane a questa parte confesso che qualche battutina velata mi sfugge. A me prendere per il culo gli altri non mi va perché so che nel calcio è tutta una ruota che gira. Prima vinci tu e poi vinco io. Amen. E’ una cosa ciclica.
Detto questo. Dopo Milan-Juve ne ho sentite di tutti i colori. Ho sentito travisare la realtà dei fatti da una parte e dall’altra. Ho bisogno di mettere giù quello che penso io. Me ne frego degli ultras che vedono solo i propri colori e che negherebbero anche l’evidenza e me ne frego di chi ancora adesso tira in ballo calciopoli. In una partita come quella di domenica calciopoli non conta.
Conta il fatto che la terna arbitrale è composta da esseri umani. Conta lo stress che hanno dovuto subire e non conta il fatto che siano pagati per fare quel lavoro. Lo stress arriva a prescindere. Conta che per un po’ si è voluto montare un caso mediatico prima della partita. Un Milan contro Juve farcito di polemiche che mi hanno fatto schifo. Conte ha un caratteraccio, sarebbe meglio che ogni tanto tacesse. Allegri ormai si è capito che è falso come una banconota da tre euro. Vuole fare il simpatico, non ci riesce. Conte non vuole fare il simpatico, vuole stare sul cazzo a tutti, ci riesce.
Poi c’è il discorso relativo agli errori arbitrali.
Il goal di Muntari era sacrosanto. Era regolarissimo e andava convalidato. Ha sbagliato il guardialinee a non vederlo, ha sbagliato l’arbitro a cambiare idea sull’indicazione del guardialinee. Una catena di errori assurda.
Il milan sarebbe andato sul 2-0. Partita finita? No, non credo. Non con una Juve normale e non con quel Milan che è arrivato al sessantesimo senza forze.
Tra il primo e il secondo tempo Galliani è andato negli spogliatoi. Non ne aveva il diritto. Non aveva il diritto Conte di rispondergli. Ognuno dovrebbe farsi i cazzi propri. Galliani è andato negli spogliatoi per influenzare l’arbitro e ci è riuscito. L’arbitro ha sbagliato per tutto il secondo tempo per paura di favorire una squadra piuttosto che un’altra. Ha sbagliato.
Il goal di Matri era regolare, Mexes andava cacciato, e altre cose varie durante tutto il secondo tempo.
Poi, per questioni di ordine disciplinare è intervenuta la prova TV. A Mexes hanno dato 3 giornate. A Muntari niente. A Pirlo nemmeno. Van Bommel non è nemmeno stato citato.
Credo che sia stato giusto non squalificare Pirlo e Van Bommel anche se la prossima volta è meglio che entrambi lascino a casa i gomiti. Non credo sia giusto non aver squalificato Muntari. Ha preso a sberle per un bel po’ Lichtsteiner e l’ha fatta franca. Ho sentito dire che comunque Lichtsteiner lo aveva trattenuto per il collo. Bene, mi sta benissimo, sono per la parità di trattamento. Una bella squalifica a tutti e due e via. Andavano squalificati sia Conte che Galliani e ammoniti ufficialmente Chiellini e Ambrosini perché chi provoca deve essere punito quanto chi si è fatto provocare. Sono calciatori e non mi aspetto che lo capiscano.
Capitolo Buffon. Ha detto che non l’ha vista entrare e che se l’avesse vista entrare non avrebbe detto nulla. Gli credo e sono convinto che tutti i calciatori dalla serie A fino ai campetti dell’oratorio avrebbero agito allo stesse modo. La sportività nel calcio non esiste, se volete la sportività provate con il Curling (ma anche li ho seri dubbi). Ho sentito qualche trombone dire che Buffon avrebbe dovuto stare zitto e penso che sarebbe proprio questa gente a dover star lontana dai microfoni. L’ipocrisia nel calcio è talmente tanto scontata che non c’è bisogno di darle spazio.
Ma da tutto questo cosa salta fuori? Salta fuori che la Juve ruba, che vince solo se ruba. Che gli arbitri pre calciopoli erano asserviti alla squadra bianconera, che poi tutti gli errori pro Inter e Milan erano il caso e che ora si è tornati a lottare per lo scudetto solo perché abbiamo ricominciato a rubare. Chi lo dice? Lo dicono i giornali, la Gazzetta in primis, la stessa Gazzetta che è stata prontissima a fare il titolone “Così truccavano i sorteggi”, ma che non ha aperto bocca quanto il tribunale di Napoli ha certificato che i sorteggi degli arbitri erano regolari. Vabbè, i media sono vicini al Milan, sono Milanocentrici. Amen, mettiamocela via.
Ipocrisia ancora.
E’ stato bello per molti giustificare anni di insuccessi tirando fuori l’uomo nero. A scanso di equivoci lo dico chiaro chiaro, Moggi a me non piace. E’ stato un dirigente fenomenale, ma come persona non mi piace.
Perdevano perché rubavamo.
Il mio parere. Perdevate perché non eravate i più forti. Gli arbitri sbagliano, hanno sempre sbagliato. Mettetevela via, sono umani cazzo.
Milan – Juventus. Una partita con una serie di errori arbitrali da casa degli orrori. In un senso e in un altro. La federazione ha mandato gli arbitri e i guardialinee migliori. Hanno sbagliato. Poteva finire 2-0, 2-1, 2-2, 2-3, 4-0 non lo può sapere nessuno.
Per la cronaca il milan ha segnato su cazzata duplice di Bonucci e su calcio d’angolo. Un altro tiro di Van Bommel e poi niente. Nel secondo tempo non hanno tirato mai in porta.
Tutta questa superiorità non l’ho vista, ma il calcio è così, è pieno di opinioni personali e come si dice, le opinioni sono come i coglioni, ognuno ha le sue.

Pagina 271

February 27th, 2012

A pagina 271 del libro “L’ombra dello Scorpione” di Stephen King mi sono chiesto quanto è forte il potere della suggestione.
Se non sapete (ma con chi sto parlando) di cosa parla il libro direi che vi conviene lasciare perdere questo post. Comunque non vi perdereste nulla di indispensabile.
Il potere della suggestione dicevo.
Il libro parla di un’epidemia di un virus, lo chiamano Capitan Trips, un virus bello tosto. Se te lo becchi sei spacciato. Funziona come un raffreddore, ma molto molto più bastardo. Inizi a starnutire, un paio di colpi di tosse e op, tre metri sotto terra.
Quindi, la trama, nelle prime duecento pagine ha uno schema ricorrente. Incontri un personaggio, ti ci affezioni, impari a conoscerlo meglio e poi…il personaggio starnutisce. Fine della storia.
Poi c’è una variante. Incontri un personaggio, stronzo, madonna come lo uccideresti con le tue mani, ma proprio bastardo nel midollo e…oh, non starnutisce mai! Nemmeno se gli passi una piuma sotto il naso…ma non è nemmeno lontanamente allergico, neanche un raffreddore da fieno, niente niente, naso asciutto. I fazzoletti li usa per pulire le panchine su cui si siede.

Il potere della suggestione ha fatto si che un paio di giorni fa io abbia starnutito e il primo pensiero che ho avuto è stato: cazzo, sono finito!
Il secondo pensiero è stato, vabbè, ma se me la son presa vuole dire che non sono poi tanto bastardo.

 

La mia personale storia degli incubi

February 22nd, 2012

La mia personale storia degli incubi inizia come inizia quasi tutto quello che mi riguarda. Con la TV.
Evidentemente di TV devo averne avuto abbastanza già da piccolino perché, tra un cartone animato di Fantoman e uno di Vultus V ho iniziato a mostrare segni di squilibrio. La notte, quando tutta la casa taceva, io urlavo. Di notte, quando non si muoveva una piuma e i componenti della mia famiglia giacevano distesi orizzontalmente io mi alzavo e fissavo fuori dalla finestra. Solo che le persiane erano abbassate e chissà che mi credevo di vedere.
Mia madre, povera donna, mi portò dal dottore. Diceva, bontà sua, che quelle urla e quei comportamenti da disadattato non potevano essere normali. Forse non lo erano e forse erano in nuce qualcosa che poi con il passare degli anni mi ha reso così come sono. Certo è che il dottore di cui non ricordo assolutamente nulla, disse che era tutto normale e che l’unica cosa da fare era tenermi distante da certa TV.
Mentre ne parlo mi viene da pensare che forse non si trattasse di un dottore qualsiasi, forse si trattava di uno psicologo. Vuoi vedere che i miei mi hanno portato dallo strizzacervelli già da bambino e non mi hanno detto nulla? Sarebbe tipico. Infondo,  non sono loro gli stessi genitori che mi portavano sempre dalla visita oculistica quando i miei compagni andavano in gita. Non sono loro la ragione per cui alla tenera età di 36 anni posso dire di non essere mai andato al circo?

Gli incubi svanirono per un po’. Poi tornarono. Non urlai più, ma iniziai a soffrire nel sonno.
Il primo incubo ricorrente riguardava mia madre. Ricordo che la trama dell’incubo si svolgeva in questo modo: mia madre veniva rapita da un cattivone non ben definito che voleva farle cose altrettanto indefinite e io ero quello che la doveva salvare. Gli psichiatri si divertiranno a sapere che il luogo in cui veniva tenuta in cattività mia madre era il posto di lavoro di mio padre. Complesso di Edipo anyone?

Il secondo incubo ricorrente ha a che fare con i pesci. Sognavo di camminare a piedi scalzi nell’acqua di un fiume e pesci mi morsicavano avidamente i piedi. Tutt’ora non sono a mio agio quando al mare mi devo tuffare nell’acqua. Che volete che sia per uno che è nato e vissuto in una località balneare per 30 anni.

Il terzo incubo ricorrente è quello che ho anche ora. Sogno delle strutture architettoniche immense. Strutture che si vedono a migliaia di chilometri di distanza e che sono costruite a ridosso della mia casa. Le strutture vibrano e la mia casa vibra con loro. Questo incubo mi angoscia. Una variante implica la presenza di uno scimmione come King Kong. Vi basti sapere che non ho mai visto alcun film con protagonista King King, nemmeno quello di Peter Jackson. Non ho visto nemmeno il pianeta delle scimmie…anche Tarzan mi sta sul cazzo.

Questa è la mia breve storia personale degli incubi. Ora, alcuni degli incubi che avevo da bambino se ne sono andati. Sono stati rimpiazzati da incubi più reali, che una persona può vivere quotidianamente anche senza chiudere gli occhi e dormire. E spesso penso che l’angoscia che uno prova da bambino mentre attraversa la fase degli incubi non è altro che una palestra per prepararsi all’angoscia che dovrà affrontare da adulto.

La mia amica immaginaria – 1

February 21st, 2012

Quando ero piccolo non c’erano molti bambini con cui giocare dove stavo io. Per questo motivo e per una forte timidezza sono cresciuto tendenzialmente solitario e asociale. Talmente asociale che non avevo nemmeno un amico immaginario.
La Tv probabilmente è stata la miglior compagnia che ho avuto per parecchi anni. Ecco, la TV è stata quanto di più vicino ad un’amica immaginaria io abbia avuto.

Incipit:
Guardo un telefilm americano e mi dico: nelle loro produzioni anche gli scarafaggi sanno recitare. Ecco, è un motivo per cui non guardo praticamente nulla di italiano, da decenni ormai. Non sono esterofilo, ma il tempo e poco e cerco di guardare qualcosa che mi appassioni e che sia confezionato con una qualità media alta.

Ieri, ad esempio, ho visto la sigla iniziale del telefilm Boardwalk Empire. Starring Steve Buscemi.

Un'intelligente espressione di Steve (no, non quello che sta con la Canalis)

Ho pensato, ma quando mai da noi ci saranno sigle del genere? E’ una questione che ha radici profonde e radicate nei primi anni ottanta. Quanti esempi vi ricordate di sigle cantate da Cristina D’avena che avevano una controparte giapponese di gran lunga migliore?
La cosa triste è che in questo caso inizialmente le sigle erano di ottima qualità, poi si è persa la voglia. Un giorno magari tornerò sulla questione sigle cartone animati spulciando la mia minuscola collezione di 45 giri.
Ritornando al presente. Boardwalk Empire è li che mi aspetta. Ho approntato tutto per una visione serale di questo episodio pilota. Io adoro Buscemi perché in tutto quello che fa c’è una sottotraccia in cui l’attore si scontra con la sua bruttezza fisica. Buscemi è grottesco, è l’emblema del disperato.
Non so cosa possa aver dato a questo telefilm, ma mi auguro che la sua visione non mi deluda. Mi auguro che lui riesca a dare al personaggio una vena di “uomo che lotta invano contro il fallimento”.

Pagina 97

February 16th, 2012

A pagina 97 del manuale che sto leggendo mi fermo un attimo e alzo la testa. Guardo fuori dalla finestra, tanto per non perdere il contatto con la realtà e non pensare che il mondo sia bianco striato di righe nere. Fuori c’è il sole e se non fosse freddo sarebbe una giornata ideale per andare a correre. Gli alberi sono di un verde che definire smeraldo sarebbe riduttivo.
Ho preso una pausa.
La caffettiera gorgoglia, la musica va e mi ricordo che nella vita ho amato più di una persona. Anche contemporaneamente. Ho anche tradito in passato. In un periodo in cui avevo una stima di me talmente tanto bassa da pensare che il futuro sarebbe stato nero e che mi sarei dovuto accaparrare il maggior numero di amori possibili. Ho anche fatto soffrire, ma mai per questo motivo.
Poi ricordo che mentre leggevo, fitto fitto, con una matita in mano e una penna rossa in bocca, a tratti pensavo ad altro. Succedeva che una parola, un segno fatto con la matita, un nome che per assonanza rimandava ad un altro, succedeva appunto che mi venisse voglia di leggere un libro, e poi un altro, e poi un altro ancora.
Ho pensato a Lethem, a Borges, al Dottor Norrell, a Yates e King, ho pensato alla Grounded Theory e a Bateson, ho pensato a Silvia, Valentina e Beth, ho pensato a Giulia, l’amore della mia vita per un po’ e ho pensato a colei che non incontrerò mai nella mia vita. Ho pensato molto, ho pensato che vorrei che ci fossero molteplici universi paralleli in cui il mio alter ego potesse sguazzare in lungo e in largo senza limitazioni. Iniziando quando avrebbe dovuto iniziare e cioè da giovani, quando tutto dovrebbe essere migliore.
Inizio pagina 98.

Closure

February 15th, 2012

Ho iniziato a pensare seriamente alla mia ricerca per il dottorato da poco. Sono colpevole di aver buttato alle ortiche mesi e mesi in cui sarei potuto essere più produttivi ed invece non lo sono stato.
Cerco di giustificarmi dicendo che rendo meglio quando sono sotto pressione, ma la realtà è diversa.
Non ho fatto nulla per mesi partendo dal presupposto che anche se mi ci fossi messo d’impegno non sarei riuscito a cavarne un ragno dal buco. Tutto perché mi ritengo un incapace e mi metto a confronto con altri colleghi (soprattutto colleghe) di dottorato che sono anni luce al di sopra di me in tutti i sensi. Sia per quel che riguarda l’intelligenza, l’impegno, la costanza e tutti gli aspetti che servono a riuscire in un ambito e un ambiente come questo.
Detto per inciso, l’ambiente in questione mi fa abbastanza schifo. Vedo scene assurde in cui colleghi baciano il culo al professore responsabile del dottorato per ottenere un minimo di attenzione. Ma il detto professore è assolutamente incapace di valutare il valore delle persone perché lui si vede come un Dio infallibile, buono e giusto,  mentre vede gli altri come degli effetti collaterali del suo potere, delle risorse da spremere fino all’ultima goccia. Mia madre spreme i limoni per usarli nel the, poi butta le bucce nell’acqua per lavare i piatti così li sgrassa meglio. Poi, finito di lavare i piatti, le scorze di limone finiscono nell’umido.
Lì dentro noi veniamo utilizzati fino a che non siamo umido da compattare.
C’è chi regge meglio i giochi di potere e chi come me ha sempre la tendenza a sputare in faccia alla gente. Non lo faccio, perché i miei mi hanno insegnato l’educazione. Ma disprezzo. Disprezzo certe dinamiche con tutto me stesso e mi allontano. Mi allontano perché ho deciso che anche se riuscirò a prendere il dottorato non mi servirà per entrare in quel mondo. Farò la mia strada con dignità, per quanto breve essa possa essere.
Ho riflettuto per mesi sull’opportunità o meno di continuare il dottorato e, spinto anche da amici e parenti, ho deciso di darmi una chance. Ho deciso di assemblare una tesi dignitosa che sicuramente non apporterà un contributo di eccellenza al panorama della ricerca italiana, ma che mi permetta di dare una closure alla questione.
Da qui a Dicembre la vedo nera, ma una volta finito forse potrò respirare e dedicarmi con calma alla mia vera aspirazione.
Diventare uno scrittore.

Maya e scuola guida

February 14th, 2012

Dei 18 anni ricordo la scuola guida. Ricordo che il tizio che ci faceva lezione un giorno ci parlo’ delle frenate. Disse che se ad una determinata velocità ci si metteva a frenare, lo spazio di frenata era definito da una regola (che ora non ricordo) e che era quello. Poi fece un esempio. Mettete che siete ad una velocità tot e che vi servano 50 metri per arrestare la macchina. Mettete che a 30 metri da dove iniziate a frenare ci sia un ostacolo. Come fate ad evitarlo?
Le risposte furono molteplici, tutte sbagliate.
Il tizio ci spiego’ che comunque andava, quell’ostacolo era destinato a voi. Amen. Il massimo che potevate fare era buttarvi fuori strada, con tutte le conseguenze del caso.
Ecco, a volte, con la profezia dei Maya io mi sento così.
Anche se freno non c’è nulla da fare, l’ostacolo e’ li che mi aspetta. Mi potrei buttare fuori strada, ma non sono il tipo.
Certo, sia chiaro, io ai Maya non credo. Non credo a chi non ha una pagina Facebook.

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