Archivio di April 2004

Così è la vita

Wednesday 28 April 2004

Felicità: finalmente Paolo Nori alla libreria Feltrinelli della Galleria Colonna a Roma per presentare il suo ultimo libro “Pancetta“. Io adoro Paolo Nori.

Disincanto: era ieri.

Che bello uccidere Bill

Monday 26 April 2004

Io la vedo così: che ti piaccia oppure no è irrilevante, d’altronde de gustibus…, ma non puoi negare che Kill Bill di Quentin Tarantino sia un’operazione geniale. Stupefacente. Folle. Kill Bill è la quintessenza dell’estetica filmica tarantiniana certo, ma è soprattutto un delirio cinefilo, come suo solito molto pop, splatter e postmoderno in cui il regista è riuscito a trasmutare sulla celluloide il suo intero immaginario, in uno transfer spericolato tra cosciente e subcosciente da far invidia a Jung. Meglio di una seduta psichiatrica. Non ricordo nessun altro film, romanzo, fumetto, quadro, insomma non riesco a focalizzare alcun prodotto dell’uomo, che si ponga come summa di un intero universo creativo come questo film in due atti. Kill Bill, è questo essenzialmente. Entri, ti siedi e poi ti lasci trasportare nei sogni e negli incubi del suo regista; in ogni singola fantasia che lo ha accompagnato nel corso della vita. Tutti gli scrittori o i cineasti raccontano storie, magari imbevendole qui e lì di “sé stessi”, ma mai nessuno è riuscito a trasferire in immagini e parole tutto, e dico tutto, ciò che li riempie. Sbalorditivo. E la cosa più straordinaria è che i fantasmi che popolano la fantasia del regista, sono gli stessi su cui si basa la mitologia della generazione X (una a caso dagli anni 70 in poi, a dimostrazione che il mondo non si evolve poi così in fretta.). Così quello che vedi animarsi sullo schermo è il lungo corteo dei protagonisti del tuo stesso immaginario: tu che hai letto i manga, ascoltato il rock e il punk, giocato a fare Bruce Lee, immaginato le donne come valchirie crudeli e sensuali, o semplici oggetti sessuali; tu che hai visto i film di Sergio Leone, fantasticato sul mondo dei ninja e dei samurai, desiderato di fare polpette dei tuoi nemici o strappare gli occhi ai rivali; tu che ti sei sempre chiesto come funziona il trucco della pressione mortale di Ken Shiro o hai desiderato un figlio; e infine tu che consideri il joy stick un prolungamento della tua mana, ritrovi parte del tuo percorso formativo in questi fotogrammi. Tarantino in un gioco continuo di rimandi e citazioni, esplora i vari luoghi della memoria collettiva, smonta e dissacra i diversi generi cinematografici, dallo yakuza movie, allo spaghetti-western, al film di kung-fu, al cinema d’autore per virare poi, nel Volume 2, verso una dimensione più umana, stupendoci di nuovo con la presenza, nella stessa rappresentazione della violenza, di una morale a difesa di valori fondamentali: il senso materno, l’onore, il rispetto per l’infanzia, la lealtà, la fiducia in se stessi. Magari ti annoi, magari ti indigni per la quantità di sangue e di violenza, ma non dirmi che non ti sembrano verosimili anche le scene più assurde o i dialoghi più surreali. Perché Tarantino ha preso una banale storia di vendetta, l’ha destrutturata dividendo l’unità temporale e diversificando lo stile narrativo, l’ha raccontata in un film girato secondo lo schema di un romanzo ripartito in capitoli, l’ha infarcita di omaggi e parodie, ha usato colori sgargianti e riprese da video-clip, ma è riuscito a mantenere sempre perfettamente coerente la narrazione, permettendo a te che lo guardi di sospendere l’incredulità e di partecipare, vedi tu se di buon grado o meno, alla grande giostra che ha creato, senza dubitare mai, neanche per un momento del suo movimento.


CHE TI RICORDA?

Ecco alcune delle citazioni che si trovano in Kill Bill:

COSE NOTEVOLI

  • il brano di apertura di Volume 1: “Bang bang“cantato da Nancy Sinatra
  • la sequenza di animazione, inserita al posto di un tradizionale flash-back, che descrive la morte del padre di O-Ren Ishii realizzata da uno dei maggiori studios giapponesi sotto la stretta supervisione del regista, e scandita da un brano della colonna sonora composta da Luis Bacalov per ‘Il grande duello’ di Giancarlo Santi.
  • I 20 minuti del duello tra Black Mamba-Uma Thurman, gli 88 folli e O-Ren Ishii-Lucy Liu.
  • La scena iniziale di Volume 2, alla Hitchcock, con Beatrix alla guida di una macchina in primo piano, che riassume la puntata precedente e introduce un lungo flash-back esplicativo.
  • Il dialogo surreale tra Beatrix e Bill, in cui lui giustifica il fatto di averla quasi uccisa ammettendo che, effettivamente, la sua reazione alla notizia del matrimonio di lei < è stata un po’ esagerata.>

 

Ne uccide più la penna

Saturday 24 April 2004

Il giorno della civetta nell’edizione che qualche anno fa è stata allegata al “Corriere della Sera” e pagina dopo pagina ho ritrovato intatto lo stupore per un romanzo breve quanto denso, lucido ed appassionato, in cui Leonardo Sciascia offre una prova ulteriore del suo profondo senso dell’economia della storia, grande capacità d’evocazione di un mondo e di un’idea. Mentre racconta la Sicilia, e l’intreccio malato tra mafia, società e politica, descrive l’Italia intera, utilizzando la sua terra come metafora, come sintesi del mondo, per dirla con Shakespeare.
A distanza di anni la percezione della sua grandezza è rimasta immutata in me. Niente di nuovo dunque. A colpire la mia attenzione è stata invece, la prefazione a questa edizione del romanzo, curata da Francesco Merlo. Merlo, noto editorialista del “Corriere”, introducendo quest’edizione del romanzo, fa riferimento alla polemica che proprio dalle pagine del suo giornale ha contrapposto anni fa, Leonardo Sciascia ad alcuni intellettuali e politici che implicitamente e subdolamente finivano per accusarlo di connivenza con la mafia – che pure lui ha per primo denunciato nei suoi libri – a causa di alcune affermazioni, contenute in un suo intervento del 10 gennaio 1987, ancora sul “Corriere”, riguardanti il rischio di degenerazione delle politiche adottate dai nuclei antimafia (formate da quelli che ne Il giorno della civetta definisce Bargelli, cani): “I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale di più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”.
Un modo per svegliare le coscienze, sottolineare il problema di carriere affidate soprattutto alla bandiera dell’antimafia. Una provocazione forse, troppo forte, un po’ avventata, imprecisa (soprattutto nel riferimento a Paolo Borsellino), violenta anche, ma resta il fatto che il capitano Bellodi ideato da Sciascia, è epigono (e archetipo allo stesso tempo) di ogni uomo che ha lottato contro la mafia e non si può sostenere che in ognuna delle sue parole, Sciascia suggerisca un sentimento diverso da una vibrante denuncia.
Giorgio Bocca nel suo articolo sul corriere del 1987, racconta di un incontro con lo scrittore in un caffè, in un giorno d’estate e sottolinea sprezzante di come parlasse della mafia come se ne avesse una conoscenza intima, come se ne conoscesse “esattamente il modo di pensare, di odiare, di sospettare, di agire”. Ebbene, Bocca pare ignorare che Leonardo Sciascia fosse siciliano: la Sicilia pervade i suoi scritti come uno sfondo imprescindibile, campeggia sempre nelle sue pagine in una dimensione che va dal presente al passato, storicizzandola nel tempo e mettendo in evidenza quell’immobilismo secolare contro il quale non sembra esserci soluzione. Conosce le bellezze, i segreti, i drammi e le meschinità di quest’isola martoriata dalla storia e celebrata dalla cultura e dall’arte. 
In un articolo per il Corriere della Sera del 19 settembre 1982 – che si può leggere nella raccoltaA futura memoria (Bompiani) – Sciascia scrive: “Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in una paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara; a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte” (p.41). Sciascia era un siciliano ed era uno scrittore e scriveva di ciò che vedeva e sentiva. E quindi Sciascia sa la mafia. Bocca conclude il suo delirio scrivendo “solo la mafia conosce se stessa”. Sciascia conosce la mafia, certo, ma la conosce come ogni siciliano. Se vivi in Sicilia, la respiri ogni giorno, la senti come il sole che brucia la pelle, ne avverti la presenza come il sale mischiato alla polvere. Se nasci in Sicilia impari a vederne i colori, più brillanti che altrove, ma anche le ombre. E’ un cancro la mafia, ma se non lo conosci come fai a combatterlo? Se non ne penetri i meccanismi come puoi aborrirla? Se non ne senti l’influenza come puoi denunciarla?
Alla morte di Leonardo Sciascia un altro scrittore siciliano gli rende omaggio scrivendo: “La morte ha vinto sull’uomo, ma l’uomo ha vinto sul mistero” Gesualdo Bufalino.
 
 

A.A.A. adepti cercasi

Wednesday 21 April 2004

Società in forte espansione ricerca collaboratori dotati di capacità di automotivazione, forte determinazione e spirito di gruppo. Per informazioni telefono xxxxxxxx; email pinco.pallino@dovevuoi.it

Annunci come questo (migliaia) sono veri e propri indicatori di come va il mondo del lavoro. Denunciano quale sia la parola d’ordine per accedervi:flessibilità. E dentro questo termine c’è tutto il dramma di chi si trova a doversi scontrare con il nuovo corso del mercato dell’occupazione, improntato, appunto, alla massima flessibilità. Alcuni esempi e relativi significati sottesi.
Flessibilità d’orario: non farai mai lo stesso turno per due giorni di seguito, fine della tua vita sociale. Flessibilità nei confronti delle mansioni svolte: ricoprirai un ruolo a metà tra il galoppino e il factotum. Flessibilità riguardo lo stipendio: non è legittimo pretendere, a parità di lavoro, la stessa retribuzione. Flessibilità di tempo e spazio: non saprai mai con certezza dove si svolgerà la tua attività e per quanto tempo ne sarai occupato.
E di conseguenza anche gli annunci di offerte di lavoro diventano flessibili, e qui (ahimè) la parola indica vaghezza. Non si capisce bene quale sia la posizione offerta, non sono indicati i requisiti necessari, né tanto meno si ha una qualche notizia dello stipendio. Dettagli. L’importante è essere dotati di capacità di automotivazione. E qui occorre una riflessione. Automotivarsi: che significa? Se io svolgo il mio lavoro nel modo più corretto, all’azienda che gliene importa se mentre attendo alle mie funzioni sono felice o impreco mentalmente? Mai assistito a “briefing” motivazionali? Io si purtroppo. Vieni psicanalizzato da un tipo in giacca morbida, rigorosamente blu d’inverno e di lino chiaro in estate, cravatta dal nodo doppio, camicia bianca aperta sul cappotto d’astrakan che gli ricopre il petto, abbronzatura d’ordinanza, accento oscillante tra il milanese e l’americano, privo di qualsiasi competenza specifica: è il formatore. Figura mitologica, metà uomo e metà portafoglio, egli crede che il denaro sia il metro di valutazione della dignità umana ed è convinto che l’azienda sia un’entità superiore da cui tutto discende e a cui tutto torna. All’azienda non si può dire di no; ogni decisione presa dall’azienda è buona e giusta; l’azienda ha diritto di vita e di morte sui suoi dipendenti. L’approccio, come si intuisce è di tipo mistico, l’organigramma aziendale è costruito secondo la gerarchia delle più esotiche dottrine pseudo-religiose, così i gruppi di lavoro costituiscono delle vere e proprie sette, con tanto di testi sacri cui fare riferimento, uno per tutti: Fish di Lundin Stephen, che racconta di una manager, incaricata di trasformare un reparto cronicamente privo di entusiasmo e demotivato in una squadra vincente, che riesce nel suo compito applicando al suo ufficio le regole che reggono il vicino mercato del pesce(!!), famoso per la gran quantità di gente che lo frequenta, l’atmosfera festosa e un servizio di alta qualità. Un capolavoro sospeso tra letteratura e filosofia.– Più produttività, meno personalità” è il mantra da ripetere durante il lavoro. Se hai un minimo di cervello da far funzionare, l’unica cosa che ti senti motivato a fare è mandare tutti a quel paese e scappare a gambe levate prima di trovarti invischiato in riti ove si consumano sacrifici umani!

Provare per credere.

Si fa tutto senza saper far niente

Wednesday 21 April 2004

Sei uno scrittore? Scrivi. Sei un attore? Recita. Sei un regista? Filma. Sei un cantante? Canta. Non sai fare un cazzo? Datti alla politica.

A meno che tu non sia un genio, s’intende. E quando dico “un genio” non mi riferisco a qualcuno di mediamente talentuoso o dotato di intelligenza anche brillante, ma a uno del calibro di Leonardo da Vinci: ché ai geni tutto si perdona. Non “spaziare”, non giocare sulle commistioni. Decidi. Prendi posizione, scegli, non puoi stare con un piede in due/tre/quattro/cinque/settantasei scarpe.

La creazione di un prodotto culturale dovrebbe essere un ingranaggio ben oliato che produce qualcosa di definito: un romanzo, un film, un brano musicale. Magari. Là fuori è pieno di ibridi mostruosi, veri e propri blob che pretendono di comprendere il Tutto ma finiscono per essere Niente: film che sono rappresentazioni teatrali (l’agghiacciante Dogville di Lars von Trier); chirurghi che fanno le star televisive, mostrandoci il meraviglioso mondo delle sale operatorie; storici che s’improvvisano direttori di giornali; cantanti da piano bar che diventano presidenti del consiglio. Nessuno si limita a quello che è capace di fare meglio, si mischiano continuamente le carte – e ogni cosa finisce col diventare un bluff. Cosa c’è di così poco dignitoso nella specializzazione? Non è più gratificante essere il migliore nel proprio campo, o quantomeno provarci, piuttosto che perdersi nella mediocrità di una non-scelta?

Questa tendenza giunge alle estreme conseguenze in letteratura: penso specialmente a quanti guardano ai generi letterari con orrore, come se la letteratura di genere fosse roba di serie B, da guardare con tenera condiscendenza e/o da leggere di straforo sotto l’ombrellone. Povero Raymond Chandler – che ha scritto solo romanzi hard-boiled. Sarà per questo che non gli è concesso di sedere nell’olimpo degli scrittori, – e che importa se Il lungo addio è un romanzo che ti prende allo stomaco per più di 300 pagine senza farti staccare e, come se non bastasse, ti dice una quantità di cose importanti sulla natura umana: è un libro di genere, limitato per questo, e l’autore è – di conseguenza – poco più di un tecnico della letteratura. Non può certo competere con quel gran capolavoro dei Promessi Sposi.

Non so fare nulla ma lo faccio davvero bene.

Più reality del reale

Monday 19 April 2004

Non ne posso più di questa overdose di realtà. Ormai in tv c’è un reality per tutti i gusti e le occasioni (l’occasione è più per chi ci va, sbattendosi tra letame e ragni velenosi, che per i telespettatori, s’intende). Ultimamente c’è tutta questa letteratura che si pone come obiettivo di raccontare la vita di tutti i giorni – mi viene in mente l’ultimo racconto dell’antologia Mosca più balena di Valeria Parrella, Il passaggio, una vera rottura di scatole. Ma è solo un esempio, non è che qui voglio mettermi a discutere della Parrella, che tra l’altro dalla foto in quarta di copertina mi pare anche una brava ragazza. Il punto è che sembra che nell’idea di raccontare la realtà ci sia un qualche merito, o che sia – peggio ancora – una missione: ma chi gliel’ha chiesto? Realtà, realtà, realtà. E non è una cosa che si ferma alla letteratura. Tanto per dire: ti capita di andare al cinema, a vedere The Company di Robert Altman: e ti ritrovi a guardare un documentario, un interminabile documentario, sulla vita di una compagnia di danza che si snocciola davanti ai tuoi occhi secondo lo stesso metodo, freddo e scientifico, utilizzato dai registi del National Geographic, per introdurci all’affascinante mondo dell’escherichia coli. Realtà, nient’altro. (Peraltro la frequenza con cui si susseguono gli estenuanti balletti, uno ogni due minuti, intervallati unicamente da discorsi sugli stessi, sfida la capacità di resistenza di un essere umano, anche se in eccellenti condizione psicofisiche.)

L’Uomo Schizoide del Ventunesimo Secolo è davvero così ossessionato dalla contingenza del reale da non riuscire a distaccarsene nemmeno nell’atto creativo? E la capacità di stupire? Di cercare il meraviglioso? La letteratura, il cinema, il teatro, la televisione non sono anzitutto forme di intrattenimento, e quindi di evasione dalla realtà? Proprio da quella realtà che invece oggi ci viene ostinatamente riproposta.

Paese d’Ottobre

Sunday 18 April 2004

… “paese dell’anno che volge sempre alla fine. Paese con alture di caligine e fiumi di foschia; dove i meriggi fuggono, i vespri e gli albori indugiano e le notti rimangono. Paese fatto più che altro di cantine, cellieri, carbonaie, soffitte, credenze, sgabuzzini, tutti sul lato opposto al sole. Paese di gente autunnale, con pensieri soltanto autunnali, il cui passo di notte sui marciapiedi ha suono di pioggia …“

(Ray Bradbury)